Pagine

martedì 31 dicembre 2013

Fairytale Of New York (Shane MacGowan)





It was Christmas Eve, babe, in the drunk tank
An old man said to me, won't see another one
And then he sang a song, The Rare Old Mountain Dew
And I turned my face away and dreamed about you

Got on a lucky one, came in eighteen to one
I've got a feeling this year's for me and you
So happy Christmas, I love you baby
I can see a better time when all our dreams come true

They've got cars big as bars, they've got rivers of gold
But the wind goes right through you It's no place for the old
When you first took my hand on a cold Christmas Eve
You promised me Broadway was waiting for me

You were handsome, You were pretty, Queen of New York City
When the band finished playing they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
We kissed on the corner then danced through the night

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

You're a bum, You're a punk, You're an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scum bag, You maggot, You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse, I pray God It's our last

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

I could have been someone, well so could anyone
You took my dreams from me when I first found you
I kept them with me babe, I put them with my own
Can't make it all alone I've built my dreams around you

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day 

lunedì 30 dicembre 2013

il natale dell'expat

La mattina di Natale, mentre ci preparavamo per andare da mia cognata per la seconda parte delle libagioni, mio suocero stava guardando la tv, mia suocera mi stava ovviamente pulendo la cucina ed io e Danne entravamo e uscivamo dalla doccia. Passando, ho sentito delle parole in italiano, e le mie sinapsi, a fatica, hanno elaborato l'arrivo di questa lingua minoritaria in famiglia, e relegata ad un angolino del mio cervello.
Era il discorso del Papa, ho constatato affacciandomi brevemente in soggiorno.

E di colpo è stato Natale.

Io non sono mai stata religiosa, e ho smesso di andare a messa non appena ho potuto. Allergica alla mia educazione cattolica, ho sempre preso in giro mia nonna per come la sua settimana ruotava attorno alla chiesa, alla canonica, alle messe e alle novene. Per dire, da piccola una volta o due mi aveva portato a pulire la chiesa, assieme ad un altro gruppo di "beghine". A parte lei e mia mamma, il resto della famiglia se ne stava serenamente dispiegato su posizioni riassumibili grossomodo con la frase di mio nonno paterno "credi in dio ma non credere ai preti".

Però mi ero dimenticata questa cosa. La mattina di Natale la tele stava accesa su raiuno. Mentre mia madre era ai fornelli e in cucina si alzavano vapori e il suono di qualcosa che sfrigola o bolle, mio padre entrava e usciva da casa occupato dalle sue faccende, io e mio fratello giravamo per casa apparecchiando tavole o inseguendo gatti, e i vari nonni si presentavano a più mandate, regalomuniti, nessuno guardava la tele, ma questa stava sempre lì accesa. E questo sottofondo io lo devo aver interiorizzato. Sono tre anni che non vado a casa dai miei per natale, non me ne ero mai accorta fino a quest'anno.

Lì per lì mi ha strappato un sorriso. E poi mi ha fatto riflettere. Perché mi sono chiesta: è questo uno di quei ricordi destinato a perire? Oppure è una di quelle tradizioni che mi potrei incaponire sul conservare? Perché a queste cose non ci si pensa mai quando si vive circondati da sessanta milioni di abitanti con cui condividere il carico e la responsabilità della tradizione.

Per esempio, a me il presepe non piaceva e io e mio fratello abbiamo smesso di farlo che eravamo tipo alle medie. Andavo in giro brandendo questa mia allergia al presepe con orgoglio...e probabilmente progettavo di avere anche in futuro, anche avendo una famiglia, una casa completamente presepe-free. Ma di presepi intorno ce ne erano comunque tantissimi (i parenti, le varie parrocchie che organizzano mostre, la tele coi servizi dalla via di Napoli con quelle orrende statuine...). Adesso che vivo qua, adesso che una probabile futura famiglia sarà per forza di cose una famiglia culturalmente mista e espatriata, mi trovo a ripensare diverse delle mie posizioni. Molte delle tradizioni italiane che volenti o nolenti hanno rappresentato una gran parte della mia infanzia, se non verranno da me, non verranno da nessuno.

Non sarebbe certo una tragedia, lo ammetto. Si cresce benissimo senza presepi e si hanno fantastici Natali senza il papa in sottofondo. Quel che verrebbe a mancare sarebbe solo un link tra quelli che sono stati i miei Natali, per esempio, e i Natali che verranno. Questo link non è mai totale nemmeno quando si hanno due genitori della stessa nazionalità e quando non si vive all'estero: ai miei genitori, tanto per fare un esempio, i regali (pochissimi) li portava santa lucia con un ciuchino, mica Babbo Natale. Ma il link tra me e loro era fatto dal paese stesso che era cresciuto tutto intorno a noi, e del quale essi portavano la memoria. Tra me e dei possibili figli, il legame, culturalmente parlando, è tutto nelle mie mani. Perché quel che resta della mia famiglia di origine è troppo piccolo e troppo lontano per contribuire significativamente. E dunque se non volessi tramandare loro molto, non riceverebbero molto di più della vista dei vari panettoni in vendita da Lidl.

Dei miei Natali io metterei in valigia quelli in cui non pioveva, ossia quelli in cui mio padre approfittava della presenza di suo padre per andare a potare gli alberi del giardino, dopo pranzo. Perché quando tuo padre è un contadino, sebbene abbia vissuto in città oltre metà della sua vita, quella è la tua versione di quality time.
Mi mancano i crostini di mia nonna, che erano l'unica cosa che sapeva fare e l'unica di fatto che le spettava fare. Per anni mia madre ha sostenuto di non esserne capace, ed ovviamente non era vero. Mia nonna aveva questo rapporto difficile con la cucina (entrambe le mie nonne a dire il vero, io non ho mai conosciuto torte o biscotti fatti da loro) e so che soffriva per non essere capace di offrire mai qualcosa che non incontrasse riprovazione in suo marito. Quando una ricetta incontrava plauso, la ripeteva per forza di cose talmente spesso che alla fine incontrava l'insofferenza. Povera nonna. L'altra mia nonna arrivava di solito con una pianta enorme per mia madre, due bastoni per camminare e la sua celebre pelliccia di castoro. A pensarci adesso mi mancano quei formalismi da italia del boom, quell'eredità anni sessanta che mi arrivava, inconsapevolmente, tramite certi loro abiti o abitudini. E infatti portre con me i pranzi del primo dell'anno dai miei nonni materni, col sottofondo del concerto della filarmonica, le sedie scomode del salotto buono, ancora freddino poiché stava chiuso tutto il resto dell'anno, l'albero natale finto, la collezione di bottiglie del mobile bar, i liquori della festa che nessuno beveva mai, la bottiglia del gin col ramo di ginepro dentro, l'amaro zucca, la pera williams, ci sono arrivate quasi tutte intere e svaporate, quando abbiamo dovuto svuotare la casa. E vorrei portar via con me le calze della befana appese al boiler in mancanza di un camino, e quelle che ricevevamo da mia nonna paterna, quelle con il carbone di zucchero e le sigarette di cioccolato. La befana e le sue calze devo assolutamente portarle via con me, anche se qui in Svezia la si vede a Pasqua e non porta niente in dono, e le calze sono una cosa che piuttosto si vede a Natale.

Però va bene anche tutto quel che di nuovo imparerei a vivere quassù. Il mix di cartoni disney che va in onda uguale a se stesso, ogni 24 dicembre alle tre, da tempo immemore, per esempio. Il mercatino di natale di Liseberg, per esempio. Le luci alle finestre, le stelle luminose appese nelle cucine. I dolcetti di santa lucia. La ciotola con il porridge da lasciare per babbo natale. I biscotti e le caramelle fatte in casa da quella santa donna di mia suocera. Ce ne è di roba con cui riempire i natali futuri, non c'è che dire. 







venerdì 27 dicembre 2013

and so this is xmas

Questo natale svedese è stato un ardito esperimento di interazione culturale.

Già si è cominciato con la questione di quando effettivamente sia Natale. Perché pare che nel nord europa il giorno importante sia solo il 24 (Julafton), il 25 dicembre (Juldag) invece è il giorno del recupero. E a S.Stefano (Annandag) non fanno nulla, tranne precipitarsi al centro commerciale a spintonarsi per i saldi 30-70% dei cosiddetti giorni di mezzo (mellandagar). Però, sebbene in netta minoranza, mi è stato chiesto circa le mie tradizioni. "Quando si festeggia in Italia?". Io ho sfoderato il mio evergreen, la risposta che ormai scatta a qualsiasi domanda circa il mio paese. Dipende (Det beror på). Perché io non mi permetterei mai di fornire stime generali, quando si tratta di tradizioni. Le differenze regionali in Italia sono immense, tanto per cominciare. E poi. soprattutto, la mia famiglia di bastian contrari ha sempre avuto in uggia uniformarsi, tanto per principio. Ad ogni modo, che ne sappia io in Toscana conta soprattutto il 25. Poi conosco anche famiglie cha fanno il cosiddetto cenone. Ma di certo non si può paragonare questo con la versione scandinava: cme si fa a chiamare cenone un cosa che inizia all'una del pomeriggio?

Stabilito dunque che avremmo festeggiato ENTRAMBE le date, si è passati all'annosa questione menù.
Il menù del 24 è stato dettato dalla padrona di casa, mia cognata, tedesca, ed il verdetto è stato "Raclette".
La Raclette è stata una costante dei miei anni tedeschi. La raclette per i tedeschi è un culto, un must. Tutti ne hanno un set, da sei o da tto padelline. I miei suoceri hanno chiesto se fosse una tradizione tedesca, ma la risposta è stata che è piuttosto svizzera. Ha soppiantato, dicono i genitori di mia cognata, la fonduta di moda negli anni ottanta, come piatto "sociale". I miei amici francesi però mi hanno detto che in Francia la si usa esclusivamente per fondere il formaggio omonimo, senza aggiunta di salumi o verdure e tanto meno senza la variante tutta di tedesca di fondere la qualunque, dalla feta al brì.

Ma è stato il 25 che si è raggiunto il non plus ultra dell'integrazione middeleuropea. Knudel di patati e rolade di manzo di manifattura tedesca (la mamma di mia cognata) e elementi sparsi del cosiddetto Julbord svedese. I piatti natalizi svedesi hanno questo in comune: sono difficili da preparare, vengono mangiati solo a natale e mentre li mangi pensi che va benissimo aspettare 365 giorni per mangiarli di nuovo. Perché non sono male, intendiamoci, ma non sono in effetti piatti da sognarseli la notte. Tipo il pesce marinato nell'idrossido di sodio, non sa di niente, per opinione comune: ci devi versare sopra un litro di salsa e badilate di sale e pepe. Poi c'è il prosciutto di natale, le papatate (ovviamente), la salsa di lingonberries che va su tutto, e la gelatina di carne. Ci sono anche altre cose che non ho avuto modo di provare perché in nome dell'integrazione e del buon senso solo un limitato numero di piatti è stato concesso ad ogni partecipante alla gara culinaria.

Io me ne stavo buona e zitta pensando di portare un panettone, finché non mi è stato chiesto se volessi anche io portare qualcosa di tipico.  E qui è scattato il panico.
Perché il problema è che io ho sempre e solo fatto natale con i miei. E non lo so cosa si mangia altrove, a natale. Det beror på. Al nord non si fa il vitello tonnato? ma io che ne so. I cappelletti in Emilia? Boh. a casa mia si fanno i crostini toscani coi fegatini di pollo ma la cosa è infattibile. Primo perché che cappero ne so di come si fanno. Li faceva mia nonna, per dire, mia mamma ha imparato a 50 anni, quando è morta nonna, ed io sono fermamente incline a fare altrettanto. E poi dove li trovo i fegatini? minimo minimo devo trovare un negozio etnico dove si parla solo curdo. E poi stai sicura che non li mangerebbero manco sotto tortura, i crostini di paté di fegato, gli svedesi. Molto meglio il pesce decomposto, hmmm (scherzo).
E dunque ho detto lasagne, perché mamma a noi fa le lasagne. Ma non è natalizio, diranno i miei piccoli lettori! Eggià. Il fatto è che quando ero piccolissima facevano i tortellini in brodo ma poi c'è stata una sollevazione popolare ed è circa dall' 89 che si fanno lasagne, punto. (E una marea di altre cose, ovviamente). E dunque lasagne furono, con grandi perplessità a destra e a manca. O a Nord e Sud del Baltico.

E bon, siamo sopravvissuti.









martedì 12 novembre 2013

Ieri non ho dormito, il mio cervello non ha smesso un attimo di fornirmi spunti di riflessioni che mi sarei volentieri evitata.

A pranzo con delle compagne di classe, si È svolta l'ennesima conversazione "Ma perché non sfrutti questo periodo di disoccupazione forzata facendo un figlio?"
Con il sottotitolo "visto che sei anche più vecchia di noi and nobody's getting any younger?"
Ormai ne ricevo con regolarità. Persino un ragazzo pakistano appena conosciuto, me lo ha chiesto nei primi dieci minuti di conversazione.Almeno fai qualcosa, mi dicono tutti.

Come al solito ho detto che non sono pronta. E ho pensato anche che nemmeno Danne lo è.
Io lo sapevo che non avrei avuto figli da giovane, lo sapevo perché non è mai stata una priorità, la maternità è sempre stata un pensiero lontano, un "prima o poi". Quello che non sapevo, quello a cui non ero preparata, è che non sarei cambiata. In qualche modo pensavo che il mio atteggiamento sarebbe naturalmente evoluto con l'età e ad un certo punto mi sarei sentita pronta e in grado di farcela e soprattutto avrei sentito di volerlo fare.
Nella mia mente, questo sarebbe già dovuto accadere. Un tre o quattro anni fa. E invece niente.
Mi dicevano che lo avrei sentito chiaramente quando i miei amici o coetanei avrebbero cominciato a diventare genitori. Qualcuno mi disse pure: sentirai chiaramente un senso di invidia e gelosia e capirai che ne vuoi uno anche tu. E di nuovo niente - con l'aggravante che non mi crede nessuno, che non sono gelosa. Eppure, il tempo forzato passato coi figli degli altri è quello che di solito mi fa virare più violentemente verso il "no mai".
Io, al parco, mi trovo a guardare i cani, mica i bambini.
E non lo dico a nessuno, perché lo so per certo che non verrei guardata con benevolenza, per questo.

Non ne parlo con le amiche perché è un argomento troppo spinoso. La mia migliore amica, oltretutto, si è alienata da me e da molti altri in seguito ad un divorzio devastante ed è ora più che mai arroccata sulla posizione di non voler figli, ma con il retrogusto piuttosto rabbioso di non essere nella condizione a prescindere, essendo venuto meno il matrimonio. Tra gli altri miei amici ci sono solo genitori felici e orgogliosi, determinati a far diventare genitore chiunque passi loro a tiro e che risponda a requisiti minimi. Inoltre, ci sono tra i miei amici più cari persone che hanno scoperto di non poterne avere e hanno cominciato percorsi alternativi. Difficili, dolorosi e costosi, tutte strade che io già so per certo che non intraprenderò. Perché se non mi sento in grado di avere un figlio nemmeno nel modo tradizionale, figuriamoci al costo di iniezioni, viaggi della speranza, peripezie burocratiche, tempeste ormonali e rapporti col cronometro. E sia chiaro, io quando penso queste cose non mi sento superiore, mi sento fallata proprio come chi non ne può avere fisicamente. Anzi peggio: perché loro sono genitori in potenza, dentro sono già madri. Ma che operazione chirurgica, che percorso c'è per me? Inoltre, di fronte a tragedie come quelle, io appaio subito come egoista. Perché così come fino a prova contraria si è da considerare innocenti, io sono da considerare sana - anche se non lo so se io in effetti possa avere figli, non avendoci mai provato. Di certo, le possibilità diminuiscono con il tempo, ed è facile che attendendo questa evoluzione interiore io finisca fuori tempo massimo. E allora sarà ovvio che non ci saranno vie di fuga.

Inconsciamente, penso di aver sempre sperato mi convincesse qualcuno. Che mi dicessero: non ti preoccupare ce la puoi fare anche tu. Ma non è vero, che tutti si possa essere genitori. Io lo so che farei dei danni immensi, che darei di matto. Che il mio senso atavico di inadeguatezza si presenterebbe all'ennesima potenza. Vedo le madri migliori fermarsi a pensare di non farcela, di non essere adatte. Che speranze posso avere io che già non riesco nemmeno a partire?

E mi chiedo. Sono i continui interrogativi degli altri a farmi sentire così? Quel "E voi, figli niente?" che assilla tante persone che hanno trovato ostacoli biologici sulla loro strada? Oppure è una mia domanda interiore, per un'idea innata di bisogno di un ponte verso il futuro? Voglio dire, potrei semplicemente essere tra i tanti che dicono "no grazie, noi abbiamo scelto di non avere figli". Eppure questo non riesco a dirlo. Sarebbe più facile.

Come sempre mi trovo ad invidiare una sola cosa negli altri: che sappiano quel che vogliono e quel che non vogliono. Pare proprio che su questo aspetto io sia destinata ad essere un fallimento continuo.



mercoledì 30 ottobre 2013

Il cambiamento parte anche da noi

A volte mi chiedo se io non sia oltremodo fissata con le differenze di genere. Diciamo però che continuano a saltarmi all'occhio quando parlo con le mie amiche in Italia.
Ad una di loro, il figlio seienne ha detto: mamma perché pulisci sempre come una servetta mentre papà quando è casa non fa niente? Io quando sarò grande, invece, pulirò.
E lei gli ha risposto, ironica: come no, ti ci voglio proprio vedere.

L'ho rimbrottata per questa frase (ma anche lei me lo ha detto con una vaga consapevolezza di non aiutare la causa, diciamo). Le ho detto che suo figlio non può che uscire fortificato da ogni messaggio di indipendenza. Altrimenti rischia di trovarsi come i cugini di mia madre, scapoli cinquantenni, che rimasero scioccati e impreparati dalla improvvisa morte della madre ottantenne, trovandosi per la prima volta a doversi occupare di se stessi e della casa. Il pensiero non li aveva mai sfiorati. E che fortuna che il mondo è pieno di badanti, mica solo per gli anziani incapacitati dall'età - a quanto pare, anche per gli incapaci e basta. Ma almeno si sono resi conto: anche solo per il piccolo particolare che questa nuova donna sguattera, stavolta, la devono pagare e pure tenersela buona. E qualcosa hanno dovuto impararlo, ovviamente.

La mia amica ha promesso di non dare più segnali negativi come quello - ma temo che ci sia un'anima dura a morire nelle donne italiane, e mi sconvolge trovarla nelle donne della mia età, che hanno studiato, preso lauree e lavorano 10 ore al giorno in impieghi importanti. Quest'anima è quella che le porta a ridere di come gli uomini fanno le cose di casa, a pulire di nuovo quel che è stato pulito, a dire "da' a me che tu non sei capace".

Anche Anne-Marie Slaughter (che è SEMPRE citata a casaccio, in Italia) ha detto ad una conferenza tenuta a Bruxelles l'otto marzo scorso, che anche le donne devono essere artefici della rivoluzione che auspicano, accettando di cedere parte di quei ruoli tradizionali ai quali sono nonostante tutto affezionate. In particolare per la cura dei figli. Lei stessa diceva: io ho dovuto reprimere un moto di tristezza quando mio figlio malato cercava conforto nel padre e non in me. Quella non era il segno della mia sconfitta, al contrario era il segno del nostro successo come famiglia - la divisione equa dei compiti e dei successi sul lavoro aveva prodotto ruoli completamente paritetici tra i genitori. Il marito della Slaughter, infatti, era rimasto a vivere fulltime coi figli mentre lei stava a Washington a lavorare per Hillary Clinton.

Per la cronaca, fece scalpore quando lasciò Washington per tornare a stare con la famiglia - titolarono che era una sconfitta del femminismo.  Quel che non dissero è che la Slaughter lasciò l'impiego dopo i canonici due anni - esattamente come molti altri uomini prima di lei, e lo fece non per fare la casalinga ma per tornare al suo impiego normale, come molti altri uomini prestati alla politica. Impiego che, per la cronaca, era di professore ordinario a Princeton. Casalinga un cavolo. In quel modo, oltre a ritrovare la sua squadra di ricerca all'università (che avrebbe perso se fosse rimasta a Washington più dei due anni concessi normalmente) aveva anche la possibilità di vivere più a contatto coi figli adolescenti, che evidentemente ne avevano bisogno. Ma di tutto questo sui giornali c'è finita solo l'ultima riga, vero?
Gran donna, la Slaughter, dalla sua conferenza sono uscita illuminata.
E il bello è che molti uomini che conosco sarebbero stati daccordo con lei - parlo dei miei colleghi padri che amano occuparsi dei figli, che prendono o prenderanno congedi parentali -  eppure alla conferenza non ci sono venuti perché "era roba da femministe". Peccato. Gente come la Slaughter non parla alle donne, parla ai genitori, agli esseri umani, perché i figli sono di tutti ed è nell'interesse di tutti cambiare e migliorare le condizioni sul luogo di lavoro.

Proposte venute fuori durante la conferenza:
- niente meeting importanti in orari assurdi tipo le 7 di sera. Se un meeting è importante ci devono poter essere tutti i colleghi, e quindi meglio metterlo alle 10 del mattino, invece di fare apposta a lasciar fuori chi a figli.
- flessiilità d'orario e homeworking. Se fai il tuo lavoro non mi interessa dove sei o quando lo fai.
- la prossima volta che un uomo annuncia in ufficio che sua moglie è incinta, chiedete anche a lui, come fareste con qualsiasi collega donna: "Ce la farai a gestire il lavoro e la famiglia?".

Il cambiamento parte anche da noi.







venerdì 18 ottobre 2013

Fredagsmys

In svedese c'è una parola difficile da tradurre: mys.
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.

Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.


Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?

Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.

A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!



mercoledì 16 ottobre 2013

Vad betyder dildo?

Oggi era una giornata "no". In classe eravamo tutti un po' sotto tono, e abbiamo pensato che fosse per via del cambio meteorologico. Eppure verso la fine della mattinata, qualcosa, inaspettatamente è cambiato.

Alla fine della lezione, la nostra insegnante ci ha dato da leggere il giornale "Metro", il giornale gratuito.
Dovevamo leggere l'articolo in prima pagina, che parlava della gran quantità di immondizia che finisce ogni giorno giù per lo scarico del bagno. C'èra una lista di oggetti che infatti vengono ritrovati regolarmente nelle fognature. Un mio compagno di classe, un ragazzo carinissimo e gentilissimo ma con il look di chi ascolta solo death metal, ha chiesto l'aiuto dell'insegnante per capire alcuni termini.

In totale onestà. ha alzato la mano e chiesto "Vad betyder dildo?"
Perché era convinto che non avesse lo stesso significato che questa parola ha in inglese.
Anzi, già pregustava le conversazioni a venire, con altri anglofoni, su questa parola che, metti caso, in svedese vuol dire, boh, idraulico. O sciacquone, chissà. Sai che ridere!
La nostra insegnante ha almeno 65 anni, i capelli bianchi, la voce sottile. È una nonna, ed una di quelle signore che se le vedi pensi: questa di sicuro è un'insegnante.
Dunque, alla domanda "che cosa vuol dire dildo?" è andata nel panico.
Ha cominciato a picchiettarsi il mento con un dito ripetendo "dildo, dildo, dildo..."
E poi ha detto "non so dirti che cosa sia perché non lo uso"
A quel punto, tutti i presenti avevano capito di aver commesso un madornale errore.
Inserita la retromarcia, il mio compagno di classe metallaro (che è un tranquillissimo padre di famiglia ed è sposato con una svedese) ha detto: "ok, magari lo chiedo a mia moglie"
Grata per questa insperata via di uscita dall'empasse, la nostra insegnante ha tirato un sospirone e esclamato: "Sì ecco bravo chiedilo a tua moglie".

Siamo usciti dalla classe che eravamo tutti più varie tonalità di scarlatto e vermiglio.

In strada, girato l'angolo, finalmente ci siamo lasciati andare.

Qualcuno a Göteborg si sarà chiesto come mai dodici persone di età e nazionalità diverse fossero state colte contemporaneamente da un attacco di ridarella acuta su un marciapiede.

PART TWO:
il giorno dopo l'insegnate si è avvicinata al mio compagno poco prima della pausa, dicendo:
"ieri tu mi hai chiesto, che cosa significasse dildo, mi sono informata, è una parola inglese, io non la conoscevo perché si vede che è entrata da poco nella nostra lingua"
Lui ovviamente ha cercato in ogni modo di impedirle di continuare la conversazione ma è una insegnate coscienziosa, e se le fai una domanda, lei studia, si informa e ti risponde il giorno dopo.
Come si fa a non amarla.

Naturalmente, per complicarci la vita, l'edizione odierna di Metro aveva una foto esplicativa di un dildo, per una pubblicità.
Siccome noi siamo dei deficienti abbiamo passato la mattina a indicarcela a vicenda e ogni volta la nostra insegnante si manifestava al nostro fianco. Ma tra di noi ci sono dei professionisti delle manovre last minute e siamo sempre riusciti a schivarla con parate come "Hm, stavo appunto guardando questo articolo sulle ricette autunnali svedesi..."

Adoro la mia classe. 


lunedì 14 ottobre 2013

C'era una volta un'insegnante sadica (ovvero, come ho scritto un' improbabile storia per bambini in svedese)


Det var en gång en liten katt som bodde med sin husse i en liten lägenhet.

Katten kallades Liza för hon hade runda svarta ögon som Liza Minnelli.

Katten var nämligen blind, och kunde därför bara se skillnad på ljus och mörker.

Hon var dock modig och intelligent. Hon hade snart blivit bra på att orientera sig i lägenheten.

Hon var så glad! Hon åt kyckling varje dag och la sig i solen. På nätterna sov hon med sin husse på sängen.



En dag kom en annat katt för att bo hos dem, eftersom hussen alltid hade velat ha två katter.

Den nya katten kallades Enzo. Han var stor och stark men inte så intelligent.

Hon förstod inte att Liza var blind!

Han ville leke med henne och hade mycket energi. Han kunde inte hålla sig lugn.

Liza var inte så glad längre.

Den natten, när hussen låg sig på sängen, gick Liza upp till honom och bet honom i tån!


venerdì 11 ottobre 2013

Ti ho sposato per allegria

La maggior parte dei miei amici con figli, in Svezia, non è sposata, oppure ha deciso di farlo quando i bambini (più d'uno, anche quattro) erano già grandi. Dunque mi ero fatta l'idea che il matrimonio da queste parti non sia il fatto apicale che sembrerebbe essere da noi. Eppure col tempo ho notato che non è proprio così.

Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.

Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.

A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.

Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.

Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!

Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.

Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.

Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse!  Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!

Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)

On Marriage                                                                       Kahlil Gibran

 

You were born together, and together you shall be forevermore.
You shall be together when the white wings of death scatter your days.
Ay, you shall be together even in the silent memory of God.
But let there be spaces in your togetherness,
And let the winds of the heavens dance between you.


Love one another, but make not a bond of love:
Let it rather be a moving sea between the shores of your souls.
Fill each other's cup but drink not from one cup.
Give one another of your bread but eat not from the same loaf
Sing and dance together and be joyous, but let each one of you be alone,
Even as the strings of a lute are alone though they quiver with the same music.


Give your hearts, but not into each other's keeping.
For only the hand of Life can contain your hearts.
And stand together yet not too near together:
For the pillars of the temple stand apart,
And the oak tree and the cypress grow not in each other's shadow.



mercoledì 9 ottobre 2013

MM7880

Oggi sono arrivate le nuove targhe della macchina. Un altro pezzo della nostra vita tedesca archiviato.

E peraltro pioveva anche quella volta, tre anni fa, in cui le cambiammo da svedesi a tedesche.
Sotto l'acqua, fuori dalla casa della nostra assicuratrice, una signora sessantenne che teneva l'ufficio in casa, accanto al salotto, tra le foto dei nipoti, e non parlava inglese. Che poi per montare le targhe tedesche serviva un sistema diverso, e dopo vari tentativi inutili, sempre sotto la pioggia, la signora decise di portarci nell'officina-concessionaria di suo figlio, a un isolato di distanza, per farcele installare da lui. Per coprire la breve distanza mettemmo la targa posteriore sotto al tergicristallo. Il figlio meccanico - non parlava inglese neppure lui - stava per chiudere e andare a casa ma ce le istallò lo stesso, e gratis. A pensarci adesso era un filo surreale vivere da stranieri in un paesino di 8000 persone dove si parlava solo dialetto badisch.

Stasera, di nuovo sotto la pioggia, abbiamo fatto lo scambio opposto e ci siamo resi conto che potevamo tenere la cornice portatarga che ci regalò il signor Meinzner che vendeva Renault.
Le targhe tedesche invece - le nostre iniziali e i nostri anni di nascita, perché in Germania si può scegliere la targa che si vuole - restano a noi, da appendere da qualche parte, come ricordo di quella stramba, lunga, importante, assurda, dolorosa, fantastica, difficile, spensierata parentesi..



giovedì 3 ottobre 2013

Ancora sulla pasta

I cliché sul cibo italiano mi affascinano. Perché non si tratta di semplice mancanza di esperienza diretta, come ne avrei io per esempio nei confronti della cucina cinese. Quel che mi affascina è che all'estero ci si esprime in merito con una serie di certezze granitiche. Ossia, la gente studia, si informa, e parla con quella che credono essere cognizione di causa.

Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).

Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!

Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?

In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.

Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.

Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.

Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.

Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.

Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".






martedì 1 ottobre 2013

Ancora sulla Barilla


Allora, io ho questo stupido atteggiamento circa "le notizie del momento": le ignoro finché posso, cerco di convincermi che non meritano il mio interesse. Fuggo dallo Zeitgeist manco fosse un fantasma vero. E poi capitolo, sommersa dalla valanga di commenti del cavolo che finisco col leggere pubblicati ovunque.

Io non ho avuto modo di sentire esattamente le parole incriminate, solo dei virgolettati qua e là.
Del resto penso la stessa cosa sia accaduta a molti di coloro chesi sono espressi in merito. Tanto per cominciare, i vari miei amici non italiani che hanno letto della questione da traduzioni.

Io, la penso così.
E sabato scorso mi sono avventurata nei corridoi della pasta - dove, in Svezia almeno, la Barilla impera - con la stessa lista della spesa di sempre. Tutto era come sempre, devo dire, inclusi i prezzi.
Se c'è una marca che mi è venuta voglia di boicottare, è una di quelle che, come sciacalli, si son gettate sull'opportunità di racimolare della pubblicità a costo zero. Senza aver mai mostrato di voler vendere idee o concetti tanto più progressisti, di essersi mai battuti per niente.

A me scoccia parecchio questa cagnara, perché mi pare sproporzionata rispetto al silenzio tombale in cui precipita l'italia quando si tratta di protestare per l'assenza di diritti, per le leggi che discriminano famiglie atipiche, per la miopia del sistema e del legislatore nei confronti di cambiamenti che non solo stanno accadendo, ma anzi sono già accaduti.

Non solo. Non ho mai sentito nessuno prima protestare più di tanto contro le pubblicità cretine messe in onda dalla Barilla così come dall' 80% delle marche, in Italia. Eppure erano sessiste, irrealistiche, assurde, noiose, e talmente iconiche, nella loro idiozia, che da anni l'espressione "famiglia da mulino bianco" indica una famiglia che non esiste. E tutti compravano Barilla, specie all'estero.

Per inciso, le ferree opinioni del signor Barilla non lo hanno forzato a vendere all'estero con le stesse pubblicità. Manco per idea. La pubblicità Barilla, all'estero, punta su altri cliché abusati: quelli dell'italianità. Ma no, non si vedono donne che servono il piatto di pasta a tavola al marito seduto.
Non si vedono nemmeno coppie gay, a dirla tutta.
Non se ne vedono tante in nessuna pubblicità, ad essere onesti.
E perché? Perché le pubblicità puntano al "largest demographic" di ogni prodotto. Ossia sono piuttosto generiche nella rappresentazione delle persone e delle famiglie, se puntano a vendere a tutti. Quello che noto, è che nelle pubblicità del cibo, in Svezia, Barilla compresa, si punta poco sul mettersi a tavola tutti insieme. Forse perché si da meno importanza al momento topico della cena, non so. Però, e questo mi pare il punto, si vedono spesso uomini ai fornelli, uomini che preparano da mangiare per i bambini. E anche donne, ovviamente.Perché in Svezia - oh ma mica solo in Svezia eh? - ai fornelli prima o poi ci si devono mettere tutti, e pure al supermercato ci devono andare tutti, e quindi perché non cercare di includerli tutti nel largest demographics?
Se la Barilla presentasse qui la sua famiglia irreale, non venderebbe molto. Non perché la boicotterebbero, ma perché lascerebbero fuori una fetta di mercato. E infatti non lo fanno, nonostante le loro ferree idee in merito.
E perché invece lo fanno in Italia?
Non mi volete mica far credere che ad oggi in Italia gli uomini - gli uomini veri che piacciono tanto al signor Barilla, quelli rigorosamente eterosessuali, ecco - non cucinano?Uomini che vivono da soli? Padri divorziati? Studenti? uomini che per una strana mutazione genetica amino cucinare anche se non fanno di lavoro lo chef Barilla?
Evidentemente no.

A quanto pare, gli uomini che poveracci cucinano, in Italia, lo fanno sognando di non doverlo fare, sognando che insieme al vasetto di pesto possano ottenere anche la gnocca col grembiule, le perle e il sorriso materno. Così come insieme al rasoio e al dopobarba gli vendi la gnocca che pende dalle sue labbra e una moto.

Oggi una mia amica paventava che le dichiarazioni di Guido Barilla fossero volute e studiate a tavolino con esperti di marketing, con il preciso scopo di far scoppiare il polverone e aggiudicarsi così the largest demographics: gli intolleranti retrogradi.

Ammetto che faccio fatica a dargli torto, perché sono chiaramente tanti. E oggi lamentano che non si possano più esprimere in pace le opinioni - e sostengono cose come:
non vedo niente di male nel voler prendere le distanze dagli omosessuali
mia mamma pure serviva a tavola, e allora?
mia nonna ha cresciuto tre generazioni senza tante storie, oggi direbbero che era una vittima del maschilismo
(e perché non: mia nonna la randellavano quotidianamente e non ha mai fatto tante storie, oggi sarebbe ad amore criminale)


Ora però mi interrogo sinceramente sul da farsi.
C'è chi auspica leggi che proibiscano di dire frasi del genere in pubblico. Su questo punto vorrei davvero aver sentito la frase originale per dire la mia.
In un paese che proibisce ai gay e ai single di adottare non può essere un crimine dire di essere daccordo con quella che è a tutti gli effetti (purtroppo) una legge del paese.

Certo, io ad uno che dice "poveri i figli di un genitore gay" rispondere "poveri i figli di un genitore idiota".
Ma come si può proibire un'opinione condivisa dal nostro parlamento?
E poi, in generale, proibire le opinioni è una cosa che mi mette i brividi.
Il crimine di hate speech invece è un'altra faccenda, e posso augurarmi che venga implementato.
Ma poi?
Sulla carta abbiamo tante belle leggi.
Sulla carta, diciamo alle donne maltrattate di denunciare.
Sulla carta, è un crimine serio anche maltrattare gli animali.
Ma nella pratica, che cosa cambia? Possiamo ritenerci soddisfatti con la stesura di una legge, anche se fosse molto ben scritta (e spesso non lo è, si veda l'aborto detto "ddl femminicidio")?


E poi si deve cambiare quel che finisce in tv.
Ma mica solo adesso, eh!
Eppure nessuno si è mosso ancora per tanti abomini della nostra pubblicità.
Qui in Svezia, per esempio, non si vedono mai culi e tette nelle pubblicità di abbronzanti e anticellulite che pullulano d'estate. Qui vedo parecchie pubblicità di birra e gioco d'azzardo, però.
È il marketing bellezza!

Proviamo a crescere figli migliori. Proviamo ad essere persone migliori, migliori dei nostri genitori che forse la pensano come Guido Barilla. Proviamo a guardare fuori dal nostro buco di paese.
Fuori, ci sono donne che si mettono la minigonna anche se hanno la cellulite, e non cade loro in testa il cielo.
Fuori, ci sono donne presidente con un dottorato in fisica, col culone e che non hanno sposato nessun figo. Fuori, ci sono pure omosessuali ai quali altri governi hanno concesso il diritto di crescere figli che sembrano in tutto e per tutto uguali agli altri.
Fuori, ci sono persone che guardano avanti.
Fuori, le cose vanno avanti.

sabato 28 settembre 2013

Birthday surprises. There's a first time for everything

Per la prima volta in vita mia, ho visto il termometro segnare -2¤C la mattina del mio compleanno.
E ovviamente, pare che la cosa sia apparsa nello status facebook del 90% degli italiani residenti a Göteborg (immagino anche nel resto di Svezia ma non lne ho prove).
Il bello era che gli svedesi, invece, mi hanno scritto cose tipo "che fortunata che sei ad avere una tanto bella giornata per il tuo compleanno! Questo è un settembre davvero speciale!"

Al corso di Svedese, ho ascoltato "Tanti auguri" in 7 lingue. La musica, ho scoperto, non è la stessa in ogni paese. Grecia, Polonia, Catalogna e Svezia, a quanto pare, hanno canzoni originali. Mi sono parecchio divertita a festeggiare con loro. So bene quanto banale sembri a chiunque il gesto di portare una torta in classe per la pausa delle 10:30...ma per me è una cosa enorme. Significa aver chiesto alle persone concentrare su di me il loro focus, aver chiesto il permesso di fare una cosa leggermete fuori dall'ordinario all'insegnante e soprattutto aver chiesto agli altri di modificare i loro piani (di bersi un caffè altrove, nello specifico)per me.  Do everyday something that scares you, dicono. Almeno per oggi l'ho fatto.

E poi la sera. Che sorpresa scoprire che no, non si può sperare di trovare posto al ristorante senza prenotare, di venerdì sera. Non solo: bisogna pure imparare che non si può cercare di prenotare nel pomeriggio del giorno stesso, nemmeno se sono le due del pomeriggio: tutto è pieno. Ti presenti poi in un altro ristorante alle sei del pomeriggio (LE SEI) ed il ristorante è vuoto e chiedi posto per due e ti dicono: no, siamo pieni. Non un tentativo di dirti: abbiamo un tavolo prenotato per le otto - ti pare che non ne avevano almeno uno - se non state più di due ore ce la fate. Tutti gli altri piccoli graziosi ristoranti tapas bar bisteccherie qualsiasi cosa fossero erano pieni fino al soffitto e l'unica chance era mangiare fuori (-2, remember?).
Finché non ho trovato un posto meraviglioso, gestito da un toscano, manco a farlo apposta, dove miracolosamente siamo arrivati prima che si riempisse al completo e dove ci hanno subito dato un tavolo.
La cena è stata fantastica, e sulla schiacciata servita insieme all'antipasto toscano ho quasi pianto.
Ma la serata mi ha fatto riflettere. Si vede che la crisi non tocca gli svedesi. Si vede poi che in Germania la gente aveva spesso una certa reverenza verso lo spendere per il cibo, perché pure nel miglior ristorante chiccoso della città un posto per due lo trovavi sempre. Boh.

 E infine: la mia prima telefonata di auguri da parte della famiglia di Danne tenuta completamente in Svedese.
Ah, sarà stato il Barbera, che ne so. Son tornata a casa leggera leggera.






venerdì 20 settembre 2013

Rumour has it


La signora del piano terra è l'unica vicina che abbiamo conosciuto.Mi è stato spiegato che tra vicini di casa non ci si considera molto, qua. Il massimo è dirsi il famoso buongiorno-buonasera. Anche meno, diciamo che il massimo è dirsi hej e senza nemmeno troppa enfasi. Ignorarsi proprio, sulle scale, va benissimo.

La signora del piano terra invece ha voluto parlarci e conoscerci sin dal primo giorno, uscendo in modo tattico dal suo appartamento proprio quando noi facevamo su e giù con le scatole, al primissimo trasloco.
Dalle sue finestre vede facilmente chiunque parcheggia qua di fronte nella zona di carico e scarico - la sosta è consentita per 10 min, oltre quelli bisogna andare a parcheggiare a mezzo chilometro, dove abbiamo la nostra piazzola. E dunque, lei da dietro le tende color lilla vede e sa.

Sa molte cose che non mi spiego, visto il modo con cui gli altri non parlano manco se sotto tortura. Immagino faccia agguati simili agli altri e piano piano carpisca informazioni. Il resto lo intuisce.  Ci ha raccontato, per esempio, causandoci più di una perplessità, che il nostro vicino di pianerottolo ha un pitbull, è divorziato, ha problemi di droga e poco tempo fa una persona è stata prelevata con l'ambulanza dal suo appartamento - dice che si tratterebbe di overdose. E noi non abbiamo visto né sentito nulla. Il pitbull, si vede, è svedese pure lui e fa meno rumore del mio gatto (Il mio gatto di italiano non ha solo il nome ma anche la parlantina).

Del resto, sa chi sono i famigliari di Danne, che sono stati qui una manciata di volte ciascuno. Una volta mia cognata è passata a trovarmi e lei l'ha tatticamente fermata sulle scale per dirle di dirmi una cosa. A me invece non capita quasi mai di incontrarla, che strano eh? Poveretta, per parlarmi è costretta ad appostamenti improbabili sui miei parenti che parlano svedese.

La signora del piano terra è una signora in pensione che si è trasferita qui da poco, dopo aver venduto la grande casa lontana da qui per trasferirsi più vicino ai figli. Penso faccia fatica ad assimilarsi alla vita di città dopo anni passati in qualche bucolico angolo del paese. Vive col marito, ma non lo incontriamo altrettanto spesso. Non bisogna immaginarsela come la tipica signora anziana. Lei piuttosto sembra una delle Svenska hollywoodfruar. Certo la location è ben altra cosa, però me le ricorda per un certo modo di "tenersi", per i vestiti che sceglie, per  la cura che ha per il suo aspetto, per i capelli biondi, per gli occhi azzurri. Una cosa che abbiamo commentato con altri stranieri è proprio che qui le signore di una certa età sono super attive e dimostrano parecchio meno delle coetanee di altri luoghi. Accidenti ai loro geni vichinghi.

Ieri l'ho incontrata - aveva avuto modo di sapere da Danne che sto studiando svedese e che capisco già molto più di prima. E tac! eccola a sperimentare. Lo dico con tenerezza, perché è gentilissima. Mi ha detto che posso andare a prendere un caffè da loro quando voglio, ora che possiamo parlare. Eheh. Ma il bello è stato che mi aveva fatto cenno dalla finestra della sua cucina, ma aveva in testa una cuffia da parrucchiera azzurra e, prima di uscire a parlarmi dalla sua veranda, mi ha detto di aspettare che si sistemasse. E così è uscita con i suoi bei boccoli freschi di piega. E dire che io esco per buttare la spazzatura conciata nei modi peggiori, con la scusa che nessuno mi caga.

Ci ha fatto avere un contratto di "seconda mano" per un garage, ossia ci ha messo in contatto con qualcuno che può subaffittare il suo garage. Noi al momento siamo in coda perché il condominio ci dia un box per l'auto, ma sappiamo che ci possono volere degli anni! E lei lo sapeva ovviamente, e ha pensato di raccomandare "i giovani carini del terzo piano". Grazie al suo provvidenziale intervento, avremo un tetto sopra la nostra povera macchina giusto in tempo per l'arrivo dell'inverno. E dunque la signora del piano terra è entrata a pieno titolo tra i miei eroi del momento!

giovedì 19 settembre 2013

Eccomi per la prima volta ad aver bisogno di un medico qua in Svezia.
Prima differenza con la Germania, al telefono non mi risponde l'infermiera dell'accettazione, ma un lungo messaggio preregistrato che comprendo a fatica. Ci sarà di sicuro il modo di contattare una voce umana ma non ero in vena di tentativi ciechi. Tanto più che mi è parso di capire l'orario di visite senza appuntamento stava per finire quindi mi sono precipitata di persona. Io e la mia carta di identità svedese.
In pochissimi minuti, grazie all'infermiera che parla inglese, mi trovo iscritta alla lista di pazienti dello studio e in coda per vedere un medico. L'attesa vola via - e la cosa mi lascia stupita perché in Germania ci passavo le ore nelle sale di attesa, anche avendo appuntamento, e anche avendo la famosa celeberrima assicurazione medica privata, quella che è per molti ma non per tutti. Soprattutto, lo ammetto, sono andata dal medico piena di pregiudizi, perché tutti gli svedesi che conosco parlano sempre malissimo del sistema sanitario di qua. Non ho modo per confutare, però ecco, le cose oggi sono andate decisamente meglio delle aspettative.
Quando è stato il mio turno, mi sono sentita chiamare con il mio solo nome di battesimo, niente cognome, niente signora. Peraltro, pronunciato perfettamente, altra sorpresa, visto che sul mio (breve) nome zeppo di vocali i nordici ci si incartano sempre. Il medico che mi ha accolto era un signore attempato e che comunque parlava inglese, col solito guizzo di sense of humor locale.

A fine visita, mi ha detto di chiedere alla reception una lista di specialisti che eventualmente posso contattare. Mi aspettavo che avesse inviato al computer della reception anche la solita ricetta da portare in farmcia. Alla fine, non ricevendo niente ho dovuto chiedere esplicitamente: ma la mia ricetta? Ah, mi fa l'infermiera con un sorrisone, quella è inviata direttamente via computer...al computer della farmacia. Di quale farmacia? Di qualsiasi farmacia! Allora basta che vado lì e dico il mio nome? Eh già - sorrisone - basta che vai lì e gli fai vedere...no, non me lo dica, mi lasci indovinare: la carta di identità svedese!

Devo essere sembrata scesa dalla luna, o arrivata direttamente da un paese amish. Ma che figata! pensavo uscendo, ricambiando il sorrisone. Che ci posso fare, basta poco a svoltarmi la giornata.

martedì 17 settembre 2013

traghettando

Al martedì, per la serie facciamoci del male, mi guardo in differita come in Purgatorio, la puntata di Presa Diretta trasmessa su rai tre la sera prima.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
 Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.

Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".

Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.

E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.


Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo  davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.

A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani. 

Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il  ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.

lunedì 16 settembre 2013

It's all right, just two hearts breaking even tonight

Mi ricordo quel giorno di giugno, di tanti anni fa, il giorno che giocava l'Italia a Kaiserslautern, e a tanti km da me la prima delle mie compagne di scuola si sposava, ricordo che ci pensavo, anche se non ero invitata, e intanto dicevo a Kata che ci si incomincia a sentire vecchi quando il primo dei tuoi coetanei si sposa, e lei, che era più grande di me ed era dura e forte, mi disse, Kitty, perché mi chiamava Kitty, pensa a come ci si sente quando le tue amiche cominciano a divorziare invece.

Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.

Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.

Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.

Non è stato un weekend facile.

Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.

Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana  .



sabato 31 agosto 2013

Non dovrai mai più passarci

Il nostro appartamento è vicino ad una scuola superiore. Da un lato, ciò implica che di fronte alle nostre finestre ci sia una distesa di campi sportivi e alberi e in generale una vista aperta e piacevole. Dall'altro, la presenza di adolescenti a zonzo.
Vedendoli, seduti qua e là sui muretti e le ringhiere, oppure in giro su motorini truccati e senza casco, all'inizio ho creduto quasi di trovarmi in Italia! mi sono sentita trasportata di nuovo in via Benedetto Croce. Dove stavano i licei. Uno shock dopo anni e anni in Germania dove non solo non sono diffusi scooter e compagnia, ma col cavolo che giri impunito senza casco e col marmittone chiassone. Ti arresterebbero in due minuti. Ne ho visti poi addirittura in tre sullo stesso motorino, tutti col berretto da baseball e l'aria da scugnizzo, come si vedono sempre nei servizi al tg con le riprese nelle periferie di Roma o Napoli.
Stavano alla fermata del tram stamani, con gli zainetti ciancicati, le scarpe sdrucite, la sigaretta e la lattina di redbull in mano. Ho ringraziato il cielo di non essere una di loro - nemmeno una di delle ragazzine col trucco pesante e i pantaloncini di jeans microscopici da sotto i quali spuntano lunghissime tasche. Diciamocelo saranno ridicole ste tasche che spuntano dai pantaloncini? È che a quell'età ti metti qualunque cosa ti spaccino per mainstream, per quanto ti stia male, per quanto sia brutta. Avrei voluto abbracciarne una e dirle: andrà meglio, verrà il giorno che potrai vestirti come ti pare. Ma poi vedo la ghigna e so che mi darebbero una coltellata.
Età ingrata. Peer pressure. Poi si cresce, e poi si invecchia pure purtroppo, ma quei due o tre anni di inferno, ecco, mi sento come in Harry ti presento Sally e vorrei sospirare "dimmi che non dovrò mai più passarci".


martedì 27 agosto 2013

Non sono mai stata una che giocava con cicciobello, e i deliri delle mie amiche davanti ad un paio di scarpine o di piedini cicciotti non li ho mai capiti, anzi, li ho sempre trovati ridicoli. I bambini non li ho mai capiti, non mi hanno mai interessato. Adesso molti miei coetanei hanno figli e non mi crea nessun problema passare del tempo con le loro famiglie, non ho una fobia ecco.
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.

Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.

Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?

E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti:  l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.

Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
 Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.

Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.

Danne dice che devo essere più comprensiva e capire che per loro è una cosa importante e come amica dovrei partecipare della loro gioia. Ma non basta una volta o due? E allora perché non possono partecipare di quel che è importante nella mia vita, sebbene non sia un bambino?
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!




venerdì 23 agosto 2013

Ultimo giorno di lezione del corso di svedese A1.
Per salutarci, è stata ovviamente organizzata una speciale fika di commiato. Ossia, l'immancabile pausa caffè delle 10:30 durerà più di mezzora e ognuno porterà qualcosa da mangiare che sia tipico del suo paese di origine.
Trovare cibo "esotico" qui in Svezia, come un po' dappertutto ormai, non è difficile. Lo si trova nei supermercati, persino. Uno degli studenti, però, un polacco che vive da molti anni spostandosi attraverso l'europa, ha però sostenuto di non essere in grado di portare nulla. L'altra polacca che abbiamo in classe gli ha consigliato di provare il negozio polacco del suo quartiere, e lui ha detto "No, io quei negozi li evito"
Al che lei si è arrabbiata e davanti a tutta la classe ha detto che non sopporta più di incontrare polacchi che si fanno un vanto di scegliere di non frequentare altri polacchi. Lei dice di sentirsi spesso rifiutata da connazionali che preferiscono altre amicizie.
Il ragazzo, peraltro, ha insistito di aver sempre fatto così, anche quando viveva a roma ed evitava come la peste le comunità chiuse dove si parla solo polacco, si mangia solo polacco, e non si hanno amici italiani.
La nostra insegnante si è pure molto stupita, e lui mi ha chiamato in causa:
"non succede forse la stessa cosa agli italiani?"
In effetti non posso dire di non comprenderlo. In Germania ho anche io preferito evitare i gruppi di soli italiani, che finivano per far la spesa solo all'alimentari italiano, mangiavano solo nei ristoranti italiani, parlavano solo italiano. Ma soprattutto: passavano il tempo a dire quanto fosse orribile la Germania. Quanto fossero tutti stronzi e tirchi, quanto fosse brutta la lingua, quanto fossero freddi, quanto il clima facesse schifo.
Personalmente, dopo le prime sorprese dovute al gap culturale, ho sempre molto apprezzato i tedeschi e ritengo la germania un buon posto per vivere. Non faceva per me, però, e ho sempre cercato di andarmene ma di questo non li ho mai incolpati. Ai miei connazionali però, non passava manco per la testa di andarsene. E allora a me la loro pareva ipocrisia.
All'alimentari italiano ci andavo di tanto in tanto, però, e dunque non capisco del tutto le remore del mio compagno di classe.
Solo perché vai a comprarti una mozzarella non vuol dire che scegli di appartenere ad un ghetto, ecco.
Però magari l'alimentari polacco non è la stessa cosa del negozietto italiano in Germania, dove comunque tutto era scritto in tedesco ed era aperto ad una vasta clientela, pure tedesca. Questo davvero lo ignoro.
la ragazza polacca siede in classe accanto a me, per cui le ho chiesto: "davvero ti capita che qualcuno rifiuti di esserti amica solo in quanto sua connazionale?"
Al che lei ha risposto: "mi hai mai vista parlare con lui? a certa gente sono proprio allergica."

Sono tornata a casa riflettendo. Sono certa che molti italiani mi hanno vista esattamente come lei vede lui.
Anche se non ho mai avuto il desiderio cosciente di escludere nessuno dalla mia vita solo in quanto italiano.
Sono certa anche che non sia vero che i polacchi che lei incontra rifiutino di essere suoi amici, piuttosto evitano di esserlo solo sulla semplice base della condivisa nazionalità. Magari scelgono di essere amici delle persone con cui condividono interessi o opinioni. Ma se anche fosse come dice lei, resta una ovvia differenza tra lei e lui. Lei dalla svezia se ne vuole andare, propendendo più per la nazione del suo fidanzato o la sua - e come non ritrovarmi in questo?. Lui invece vorrebbe restare: ha visto la Polonia, ha visto l'Italia, ha visto la Svezia, e ha scelto. E come non ritrovarmi pure in lui?


mercoledì 21 agosto 2013

cavalleria scandinava

Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato

Bär min väska!

ossia Carry my bag!

così, all'imperativo.
 La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.

Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.

Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.

Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.

Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci

(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)

Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).

 E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.

E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!

Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?

Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.

E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.

E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.






martedì 6 agosto 2013

botte d'autostima

Primi giorni di corso di svedese. Classe piena di studenti in erasmus, soprattutto tedeschi. Si parla parecchio inglese, troppo. Mi ricorda le mie estati da ragazzina in vacanza studio. Mi sento incredibilmente vecchia. Specialmente quando mi presento e dico che sono sposata. Eppure era il corso più adatto a me, perché essendo pensato per studenti universitari, il livello di apprendimento è più uniforme che nei corsi per immigrati. Non solo in quei casi il gap culturale tra gli studenti è enorme - perché non si insegna facilmente la stessa cosa nello stesso modo ad uno che parla swahili e ad uno che parla russo - ma c'è in aggiunta il mix di età, di ritmi di apprendimento e, va detto, pure di livello di istruzione. E dunque, eccomi qua, un buon dieci anni più vecchia dei miei compagni di classe, mentre rimembro i pomeriggi passati in giro per winchester, o cambridge, o hastings, intenta a scambiarmi indirizzi cui scrivere - oh my god - lettere. Actual mail. Sono vecchia, vecchia, vecchia!

Come se non bastasse questo, a dar picconate alla mia autostima ci hanno pensato anche altri due strumenti del demonio con cui ho frequenti incontri. La bilancia e lo skatteverket. La prima, grazie ai vari chili di stress accumulati durante i meravigliosi ultimi mesi di dottorato. Il secondo, tramite l'emissione del mio primo documento ufficiale svedese, la carta di identità per immigrati - perché a quanto pare il mio passaporto da solo non bastava a dirgli chi ero. E dunque ho dovuto pagare perché mi consegnassero una carta di identità dove risulto essere ben 4 cm più bassa di quanto attestato dai miei documenti italiani. come mai? ci sono varie teorie. La prima è che mi sia ristretta, come le vecchiette. La seconda, è che in effetti io sia sempre stata incommensurabilmente nana e che semplicemente l'ufficio anagrafe italiano si fosse fidato della mia ottimistica approssimazione della mia altezza, allo sportello, senza veramente convalidare il tutto. In svezia, no, col cavolo! Mi hanno fatto pure togliere le scarpe, casomai volessi rubare quei due millimetri di suola delle converse, prima di misurarmi. Davanti a tutti, in un atrio affollato, ad una di quelle aste tipo quelle che stanno negli studi medici. E poi, perché le disgrazie non vengono mai sole, mi hanno preso la foto più terrificante che io abbia mai fatto. Al secondo tentativo. Nel primo sorridevo e lo hanno cancellato chiedendomi di fare un'espressione "neutra". Evidentemente, con ciò intendevano "da scema mentale", e questa infatti hanno felicemente stampigliato sul mio documento della vergogna. Sigh.




lunedì 10 giugno 2013

It's a bright June afternoon, it never gets dark

E così, eccomi qua, seduta al tavolo della mia nuova cucina svedese, circondata da scatoloni e gatti disorientati. Davanti a me, un'enorme finestra su un parco, bambini che vociano e cani, e più in là qualcuno steso a prendere il sole in bikini. Quando l'estate arriva, qui in Svezia, va colta al volo, si esce con già il costume sotto e ci si accaparra il primo fazzoletto verde appena si hanno due minuti. Ieri sera mi aggiravo per l'appartamento - un campo di battaglia - verso le undici di sera, e fuori pareva pieno giorno. Come nella canzone dei Roxette. Non che fosse la prima volta, per me, ma è la prima volta che mi capita e non siamo in vacanza. Stamani la sveglia, almeno per Danne, era alle sei e dunque non era il caso di star fuori a godersi questi cieli strani fino a mezzanotte. E poi i gabbiani. Volano sui tetti qua fuori e lanciano le loro grida acute e mi fanno irrimediabilmente pensare al mare, alle vacanze. Sentirli mi rende immediatamente felice. E poi, essendo disoccupata, è un po' come se fossi in vacanza, e godiamocela un po' no? 
Stanotte dormirò da mia cognata, per non lasciarla sola con la bambina per la prima volta nella casa nuova - il marito è in viaggio per lavoro. Abitano a tre chilometri da noi. Tre chilometri, non più 1300. Fa proprio strano, dopo tanti anni insieme, ritrovarsi per la prima volta immersi in questa vita famigliare, di favori chiesti e dati nello spazio di una telefonata, di possibili cene improvvisate, passeggiate e caffé non pianificati.
E poi c'è questo appartamento da restaurare, un appartamento mio, per la prima volta. Lo guardo e provo a dire: casa. Ieri mi sono sorpresa a dire "casa" intendendo il posto in Germania dove mercoledì tornerò per l'ultima volta, a pulire e consegnare le chiavi, riprendermi la mia vecchia macchina e riportarla in Italia. A casa, anche quella, se parlo con mia madre. Che concetto evanescente. E poi penso: radici. Chissà se ricrescono. Chissà se sono autorizzata a metterle qui, proprio qui, in questa cucina con la grande finestra, il parco, i gabbiani. Secondo me anche i gatti se lo stanno chiedendo, zampettando circospetti per le stanze deficitarie di divani e letti. Chissà se in questa casa che per la prima volta sulla carta mi appartiene, potrò cercare di quietare il mio senso di inappartenenza. Do I belong here? Se solo sapessi rispondere.

martedì 28 maggio 2013

Farewell

Oggi sono stata per l'ultima volta nel mio laboratorio. Sono stata per l'ultima volta seduta davanti alla mia macchina infernale. Che strana sensazione. Ho già detto addio 3 volte a qesto posto, ma ogni volta son tornata. E adesso mi pare di non averci davvero creduto, che fosse per sempre, anche se stavolta lo è.

Sono arrivata qui che avevo ventitré anni, la prima volta. Ero una studentessa di laurea in visita per una settimana. Era un febbraio lontano, e faceva caldo.
Adesso ne ho quasi 10 di più. Non ci sono stata sempre, ma è come se non me ne fossi andata mai. Qui ho lavorato per prendere una laurea e un dottorato. Qui ho lasciato un fidanzato e ho trovato un marito. Qui ho imparato a mischiare quattro lingue in una conversazione sola. Qui ho riso tanto e forte, ho pianto, di nascosto, anche se sono sempre stata vista. Qui ho cambiato capi, stanze, scrivanie, eppure ho tenuto sempre lo stesso spogliatoio, lo stesso armadietto col mio nome appiccicato sopra dal 2005. Qui qui ho detto addio a tanti amici, tante volte, e per reazione adesso non dico mai addio a nessuno, neanche oggi quindi. Qui ho bevuto circa un milione di orribili caffé, e anche la mia prima tequila. Qui, in questa città e in questa vita, ho avuto la mia prima auto, e la mia seconda, il mio primo appartamento, ed il secondo. Vivendo qui ho cambiato look, vestiti, taglio di capelli, eppure nella foto sul badge sono sempre quella del 2005, la ragazza appena sbarcata dall'italia con una moka da uno nella valigia e vestiti troppo troppo pesanti, Perché in Germania, si sa, fa freddo. Qui ho conosciuto la mia prima indipendenza, ho avuto il mio primo conto in banca, ho vissuto quel primo momento di quella prima busta paga, in cui si pensa, il mondo è mio! Qui ho dovuto smettere di essere una bambina. Qui ho scoperto il nero dell'abisso,la depressione. Qui ho scoperto come ci si innamora senza volerlo, contro ogni logica e ogni consiglio. Qui mi sono di colpo sentita forte da pensare, se sono ancora in piedi oggi, nulla mi butterà giù! Qui mi sono sentita infinitamente sola, per la prima volta, e qui ho capito che fa parte della vita imparare ad essere soli, e in questo mi sono sentita in buona compagnia, paradossalmente. Qui ho conosciuto in fondo chi sola non mi lascerà mai, comunque.
Qui sono diventata chi sono, qui ho detto addio a chi ero, ed al contrario di oggi è stato un addio che non ha notato nessuno, nemmeno io.
 

venerdì 24 maggio 2013

Hey, are you talking to me?

Da quando in Italia si parla di femminicidio non faccio che prendermi dei travasi di bile, ogni volta che incappo in un articolo che ne parli, su blog e giornali.

Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio! 
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.

Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.

Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino?  Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.

Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
 Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende,  e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?

E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.