Qualche tempo fa, qualcuno cui voglio molto bene, mi ha scritto di un libro che avrei dovuto leggere. "Scrive un po' come te. Non so se tu scriva ancora ma lo spero. In qualsiasi lingua sia, ma che tu scriva"
Per quasi tutta la vita ho scritto per salvarmi. Per far pace con me stessa e col mondo e credo, credo, per speranza. Quando scrivi, lanci qualcosa di te là fuori, come un messaggio in una bottiglia, e per quanto ti dica che lo fai per te, lo fai sperando che qualcuno legga.
Non ho avuto il coraggio di dirgli che avevo smesso di scrivere. Sì ok, non ho tempo e ne ho avuto sempre meno da quando ho cominciato a lavorare a tempo pieno. Ma temo, più di tutto, di aver smesso perché ho perso la speranza. La voglia di lanciare là fuori pezzi di me. Forse anche il bisogno di far pace con me stessa, è vero: perché in fondo ora mi conosco meglio e sebbene ancora non mi voglia molto bene, mi accetto per la persona imperfetta che sono. Ma la speranza, non so, questi due anni l'hanno come prosciugata, lentamente.
Ho smesso piano piano di far piani, di avere sogni. Questo è. E poi ho smesso di parlare con gli altri in modo davvero aperto. Perché la mole di odio e di sospetto che sento ovunque, sia sui social media che nelle conversazioni casuali al lavoro o per strada, mi ha annichilito. Forse è perché in fondo tutti quanti abbiamo smesso di guardare avanti con la stessa fiducia, o senso di possibilità, e la rabbia per il senso di impotenza scorre sotto, e erode ogni senso di umanità.
La felicità in fondo è una sorta di aspettativa che abbiamo verso la vita - qualcuno ce l'ha presentata come uno status quo cui aspirare e in fondo cui pretendere di arrivare. La felicità però, non esiste, mi ha detto lo psicologo una volta quando stavo peggio dopo esser stata meglio (mi avevano licenziata). Ero arrabbiata. Ero convinta, convinta, di esserer su un sentiero e che, per quanto scosceso, alla fine di quel sentiero l'avrei trovata. La felicità, mi diceva calmo, sono momenti, minuti, istanti. La felicità la vedi meglio dopo, quando passa.
Ma allora che senso ha? gli chiesi sgomenta. Perché cavolo siamo qua?
Sono stata molto arrabbiata con lui: mi aveva tolto pure la speranza che tutti quei soldi spesi ogni mese fossero come un investimento per un futuro migliore. Non era colpa sua,
se mi avevano licenziata, e non era in suo potere far sparire una pandemia o trovarmi un lavoro. Poi l'ho trovato, ma ero ancora arrabbiata.
E poi ho capito che aveva ragione, e che in fondo vivevo in una impossibile aspettativa che un giorno la mia vita sarebbe stata immune da grossi scompensi: io con un lavoro fisso, contenta di me, in una bella casa, con una figlia serena. E in un mondo in cui godere di libertà sempre date per scontate: viaggiare, lavorare, abbracciare. Nessuna di queste cose dipende solamente da me, ognuna di queste cose mi può essere tolta da un momento all'altro. E in alcuni casi è successo già.
Allora sto così, in questo presente che mi faccio bastare. Fuori voglio mandare però oggi, questo messaggio nella bottiglia. Di essere meno arrabbiati con questa felicità che ci scappa. Meno arrabbiati con noi stessi per non essere stati capaci di procurarcela con le nostre scelte o i nostri limiti. E col mondo o il destino per non avercela recapitata - cosa che, ci pare - deve essere successa a tutti gli altri. E con gli altri, pure. Che fanno e dicono cose orribili, spesso, ma sono nella maggior parte dei casi alle prese con la stessa questione. Smettiamo di ascoltarli, allontaniamoci, rinunciamo a dir loro come e perché hanno torto, cerchiamo un altro posto quieto dove goderci qualcosa, oggi. Oggi.
giovedì 16 dicembre 2021
to believe I walk alone is a lie that I've been told
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