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martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!



domenica 19 luglio 2015

decluttering

A questo punto non so dire se il decluttering sia la mia terapia o la mia malattia. Di certo, mi fa star bene. Mi fa stare esattamente come un tempo mi faceva stare l'acquisto estemporaneo e un po' annoiato di quando andavo a passare un'oretta da H&M solo perché non avevo di meglio da fare. Che poi è la causa stessa medesima della necessità di decluttering. Sono dunque passata da una dipendenza ad un'altra, come si dice degli alcolisti anonimi, che diventano alla fine dipendenti dai meeting?

In attesa di dirimere questo dilemma, ho scremato lo scremabile e adesso le mie possessioni tessili ammontano ad una cassettiera Malm e ad un mezzo armadio Pax - che immagino diventeranno a breve unità di misura del sistema internazionale. Non male per una che fino a pochi anni fa occupava tre armadi quattro stagioni in altrettante case. Tempo di passare alla stanza da bagno.

Abbiamo quindi finalmente eliminato i cofanetti pucciosi e plasticosi  pieni di ombretti multicolore risultato di anni e anni di regali di natale. Lo so, erano scaduti da millenni, e purtuttavia ancora quasi intonsi. Che lo cogliesse un fulmine, quello che creò l'immane Carillon di Pupa innescando la slavina di trousse in cui annegammo l'adolescenza. Che poi, se già non li usavo allora, quando avevo cattivo gusto da vendere, cinquanta sfumature di ogni colore per truccarmi, figurarsi ora che mi sono definitivamente tramutata in una tristona.

E dunque, via tutto, Si lasciano solo i cosmetici minerali. Un po' perché, si sa, quelli non scadono, e vuoi mettere (bah). Un po' perché sono un ricordo. Di quando uscii in stato confusionale dal Moscone Center di San Francisco, dopo aver dato il mio primo talk ad una conferenza internazionale,  e venni presa d'assalto da due commesse sotto anfetamine di un centro commerciale li vicino. Una pareva Kim Kardashian, l'altra Beyoncé. Mi truccarono facendomi sentire sfigata ma redimibile ed io mi lasciai convincere a sputtanare la diaria della missione in cipria e ombretti a marca Mica Bella che, ne converrete, non ha molte chances di sbarcare mai in Italia. E poi tanto non avevo fame.

In the next episode: la scarpiera ovvero la redenzione di Imelda Marcos.


mercoledì 15 luglio 2015

and I try oh my god do I try

La vacanza dai suoceri ha rinfrancato lo spirito ma anche fatto fare un balzo alla bilancia, maledizione. Urge trovare il modo di pasteggiare 5 volte al dì, come fanno i miei suoceri (evidentemente possessori di metabolismo scandinavo) riducendo le porzioni senza dare nell'occhio. Per esempio potrei mangiare un solo dolcetto con il caffè, invece che uno per tipo. Oppure potrei adottare il masticamento rallentato, cosa che mi permetterebbe di evitare il bis avendo ancora il piatto pieno della prima porzione. It's not rocket science...eppure dopo otto anni non ho ancora imparato.

E pazienza, si torna a casa, ci rimette a dieta e ci si rimette a correre. Sono i giorni di Gothia Cup (1000 squadre di calcio giovanile da 150 paesi del mondo). Il mio quartiere brulica di squadre di ragazzini e ragazzine, li vedi a volte in uniforme, a volte in gruppi disordinati. Io li guardo, specie le ragazze, perché mi ricordano la me di quelle estati in Inghilterra, quando mi trovavo in simili gruppi, a camminare su suolo straniero sentendomi grande e impavida (Ed essendo invece una squinternata con lo zainetto fluorescente). Al al campo sportivo dove vado a correre ogni giorno ci sono partite del torneo. Ieri sera giocava una squadra africana, e mentre correvo un bambino di massimo 4 anni ha lasciato la mamma a suonare il tamburo tra gli spettatori e si è messo a corrermi accanto, un sorriso bianchissimo rivolto in su verso di me. Adorabile e tutto, ma porca miseria che mazzata per l'ego.

Oggi poi Kiki compie 5 mesi e per festeggiare è stata vaccinata per la prima volta. Due belle punture, una per coscia, povera piccola che pianto che si è fatta. Non ci ero preparata alla sofferenza di vederla così disperata e specie la seconda puntura è stata una tortura pura, per me che dovevo tenerla. Ora è di pessimo umore e aveva quella faccia lì, sapete, quello sguardo di chi per la prima volta si rende conto che il mondo è pieno di stronzi. Col cavolo che mi fido ancora delle graziose infermiere, pareva dirmi, e tu l'hai lasciata fare. Quanto è dura crescere.

mercoledì 8 luglio 2015

Amazing grace

Siamo stati all'appartamento che era di Mormor, la bisnonna, che verrà presto venduto.

Bisogna decidere cosa tenere, cosa vendere, cosa dar via. Una cosa già vista e già sofferta, alla morte dei miei nonni, quando il peso di quel loro accumulo di decenni ci è piombato addosso d'un colpo. E come allora penso a come sia strano il rapporto dell'uomo con le cose. Come fossero amuleti per la felicità, non è l'uso che si fa di esse che può darci piacere o sollievo, spesso è il solo possederle e immaginare il loro prender posto nel nostro futuro. Fino a che non lo prendono tutto, il posto. E chi resta si trova a raccogliere il più possibile per non tradire quella speranza ingenua, perché disfarsene sarebbe come dire alla memoria di chi non c'è più che tutto è stato vano. E dunque apriamo armadietti e riempiamo scatole, e portiamo con noi talvolta il ricordo e talvolta il valore, ma col cuore pesante, come le nostre braccia, perché in fondo sono solo cose, cose di cui nessuno ha davvero bisogno, ma sono le cose di Mormor.

Che strano essere lì in quelle piccole stanze dai mobili antiquati, con ancora tanti oggetti del quotidiano intorno. In freezer ci sono ancora gli ultimi dolcetti sfornati da Mormor, poco prima che ci lasciasse, sono la nostra fika di oggi. Facciamo un caffè nella sua cucina, lo beviamo nelle sue tazzine. Che strano vedere Kiki che si rotola sul suo tappeto. Che strano il sole in quel terrazzino ora sgombro. Che strana la morte e la vita e noi che vi stiamo in mezzo.

Mormor aveva lasciato scritto come voleva che fosse il suo funerale e quel che voleva i medici facessero o non facessero. Mia suocera trova un gran conforto in quel sapere d'aver fatto come voleva lei, e nel sapere che se ne è andata più o meno come avrebbe voluto. È importante, mi dice, per chi resta. Nulla ti ricorda che non hai più radici come questo genere di riflessione. Eppure hai rami e forse per questo hai perso il diritto di alzare solo le spalle e dirti che in fondo non importa.

domenica 5 luglio 2015

recharging

Forse mi alimenta un pannello solare e con tutta la pioggia di giugno devo aver scaricato tutta la batteria. Ecco come mi sentivo, la scorsa settimana, quando finalmente sono iniziate le vacanze e nel primo giorno di estate vera ci siamo messi in auto, due gatti urlanti, una bimba di quattro mesi e due adulti semidistrutti, alla volta di casa dei suoceri e dei boschi di Småland.

Ma la pioggia non era l'unica cosa che aveva scaricato la mia batteria. Da molte settimane la suddetta pupa ha deciso di non dormire più la notte, cosa che faceva con discreta regolarità dal secondo mese, illudendomi che il peggio fosse alla spalle. Maddeche. Il peggio, mi dicono, è sempre e comunque davanti. Non solo: i giorni, quei giorni di pioggia e di freddo e di frustrazioni varie, quelli durante i quali secondo i più "ma tu tanto recuperi",  li passava a strillare, reclamando un'attenzione costante. Io sono insonne come mio solito, di giorno non ho mai potuto dormire nemmeno da piccola, quindi quando Kiki collassa dopo ore di pianti riversa su un tappeto, con la faccia spalmata su un qualche giocattolo e il volto paonazzo e rigato di lacrime (such a drama queen) io non posso cogliere l'attimo e schiacciare un pisolino. No. Di solito faccio lavatrici (montagne) pulisco lettiere (altre montagne) faccio uncinetto sostanzialmente per calmare i nervi. E il senso di inutilità imperante.

Ecco perché alle vacanze ci sono arrivata in ginocchio. Perdita della memoria a breve termine, male alle gambe, capelli bianchi a ciuffi, un orzaiolo e una generale voglia di sbattere fortissimo la testa al muro. Poi mi sono ricordata che ho un libro che mi hanno prestato, scritto da due olandesi, sul primo anno di vita del bambino. Io odio leggere i libretti di istruzioni e pure i mobili ikea li monto di testa di mia, figurarsi che voglia avevo di un manuale di puericultura. Per giunta in svedese. Hanno dovuto insistere. Chiedermelo almeno dieci volte, da quando ero incinta al quinto mese: ma il libro l'hai letto? davvero, leggilo. 

E alla fine un occhio ce l'ho buttato. Il libro parla dei sette scatti di crescita del bambino, che si presentano come periodi di tempesta cui segue una gran calma. Avvengono per tutti negli stessi periodi. Il bambino sente che qualcosa di grande e destabilizzante sta avvenendo e per reazione diventa più appiccicoso, mostra emozioni in modo più violento e repentino, reclama più attenzione e contatto. E passano per tutti, più o meno indipendentemente da quel che si fa per sopravvivere loro. Il libro mette pure un calendario. Dunque vediamo, periodi di merda: tra la 4a e la 5a settimana, tra la 7a e la 9a, tra la 11a e la 12a, tra la 14a e la 20a...
Sei settimane di inferno. Tra la 14a e la 20a. Indovina a che settimana stiamo. "Questo periodo è più lungo dei precedenti e ai genitori può sembrare infinito". Ah ecco.
Io a questo calendario non ci credevo e non ci volevo credere ma finora non abbiamo sgarrato di una settimana (che culo).

Il libro riporta anche testimonianze dirette e fa la lista dei pensieri deleteri che in quei momenti di tempesta si finiscono per fare. Ci si sente molto poco originali a leggerlo. Nulla di speciale nel mio sconforto. Nulla di unico nemmeno nel fatto che avrei voluto passasse non dico l'uomo nero ma almeno la befana, che se la portasse via una settimana. Una settimana di sonno. Sonno e mohito. E poi sonno. Magari al sole, così ricarico pure il pannello.

E alla fine sono arrivate le ferie, sono arrivati i trenta gradi, e siamo arrivati dai suoceri senza ammazzare nessuno nelle cinque ore di auto coi gatti matti. Una settimana tra i boschi, cieli azzurri e laghi incorniciati di verde, liberi da ogni altra incombenza, con mia suocera che ci riempie di cibo e dolcetti e fragole appena colte e si smazza pure la pupa. Che peraltro avrà controllato il calendario pure lei e ha ridotto drasticamente i pianti in favore di gran risate e sorrisoni. Amore di nonna. Manca il mohito, quello sarà dura che me lo porti la suocera, ma mi ha detto che posso portarmi a casa il limoncello che le regalai temporibus, ché tanto nessuno lo beve.