Per la prima volta in vita mia, ho visto il termometro segnare -2¤C la mattina del mio compleanno.
E ovviamente, pare che la cosa sia apparsa nello status facebook del 90% degli italiani residenti a Göteborg (immagino anche nel resto di Svezia ma non lne ho prove).
Il bello era che gli svedesi, invece, mi hanno scritto cose tipo "che fortunata che sei ad avere una tanto bella giornata per il tuo compleanno! Questo è un settembre davvero speciale!"
Al corso di Svedese, ho ascoltato "Tanti auguri" in 7 lingue. La musica, ho scoperto, non è la stessa in ogni paese. Grecia, Polonia, Catalogna e Svezia, a quanto pare, hanno canzoni originali. Mi sono parecchio divertita a festeggiare con loro. So bene quanto banale sembri a chiunque il gesto di portare una torta in classe per la pausa delle 10:30...ma per me è una cosa enorme. Significa aver chiesto alle persone concentrare su di me il loro focus, aver chiesto il permesso di fare una cosa leggermete fuori dall'ordinario all'insegnante e soprattutto aver chiesto agli altri di modificare i loro piani (di bersi un caffè altrove, nello specifico)per me. Do everyday something that scares you, dicono. Almeno per oggi l'ho fatto.
E poi la sera. Che sorpresa scoprire che no, non si può sperare di trovare posto al ristorante senza prenotare, di venerdì sera. Non solo: bisogna pure imparare che non si può cercare di prenotare nel pomeriggio del giorno stesso, nemmeno se sono le due del pomeriggio: tutto è pieno. Ti presenti poi in un altro ristorante alle sei del pomeriggio (LE SEI) ed il ristorante è vuoto e chiedi posto per due e ti dicono: no, siamo pieni. Non un tentativo di dirti: abbiamo un tavolo prenotato per le otto - ti pare che non ne avevano almeno uno - se non state più di due ore ce la fate. Tutti gli altri piccoli graziosi ristoranti tapas bar bisteccherie qualsiasi cosa fossero erano pieni fino al soffitto e l'unica chance era mangiare fuori (-2, remember?).
Finché non ho trovato un posto meraviglioso, gestito da un toscano, manco a farlo apposta, dove miracolosamente siamo arrivati prima che si riempisse al completo e dove ci hanno subito dato un tavolo.
La cena è stata fantastica, e sulla schiacciata servita insieme all'antipasto toscano ho quasi pianto.
Ma la serata mi ha fatto riflettere. Si vede che la crisi non tocca gli svedesi. Si vede poi che in Germania la gente aveva spesso una certa reverenza verso lo spendere per il cibo, perché pure nel miglior ristorante chiccoso della città un posto per due lo trovavi sempre. Boh.
E infine: la mia prima telefonata di auguri da parte della famiglia di Danne tenuta completamente in Svedese.
Ah, sarà stato il Barbera, che ne so. Son tornata a casa leggera leggera.
sabato 28 settembre 2013
venerdì 20 settembre 2013
Rumour has it
La signora del piano terra è l'unica vicina che abbiamo conosciuto.Mi è stato spiegato che tra vicini di casa non ci si considera molto, qua. Il massimo è dirsi il famoso buongiorno-buonasera. Anche meno, diciamo che il massimo è dirsi hej e senza nemmeno troppa enfasi. Ignorarsi proprio, sulle scale, va benissimo.
La signora del piano terra invece ha voluto parlarci e conoscerci sin dal primo giorno, uscendo in modo tattico dal suo appartamento proprio quando noi facevamo su e giù con le scatole, al primissimo trasloco.
Dalle sue finestre vede facilmente chiunque parcheggia qua di fronte nella zona di carico e scarico - la sosta è consentita per 10 min, oltre quelli bisogna andare a parcheggiare a mezzo chilometro, dove abbiamo la nostra piazzola. E dunque, lei da dietro le tende color lilla vede e sa.
Sa molte cose che non mi spiego, visto il modo con cui gli altri non parlano manco se sotto tortura. Immagino faccia agguati simili agli altri e piano piano carpisca informazioni. Il resto lo intuisce. Ci ha raccontato, per esempio, causandoci più di una perplessità, che il nostro vicino di pianerottolo ha un pitbull, è divorziato, ha problemi di droga e poco tempo fa una persona è stata prelevata con l'ambulanza dal suo appartamento - dice che si tratterebbe di overdose. E noi non abbiamo visto né sentito nulla. Il pitbull, si vede, è svedese pure lui e fa meno rumore del mio gatto (Il mio gatto di italiano non ha solo il nome ma anche la parlantina).
Del resto, sa chi sono i famigliari di Danne, che sono stati qui una manciata di volte ciascuno. Una volta mia cognata è passata a trovarmi e lei l'ha tatticamente fermata sulle scale per dirle di dirmi una cosa. A me invece non capita quasi mai di incontrarla, che strano eh? Poveretta, per parlarmi è costretta ad appostamenti improbabili sui miei parenti che parlano svedese.
La signora del piano terra è una signora in pensione che si è trasferita qui da poco, dopo aver venduto la grande casa lontana da qui per trasferirsi più vicino ai figli. Penso faccia fatica ad assimilarsi alla vita di città dopo anni passati in qualche bucolico angolo del paese. Vive col marito, ma non lo incontriamo altrettanto spesso. Non bisogna immaginarsela come la tipica signora anziana. Lei piuttosto sembra una delle Svenska hollywoodfruar. Certo la location è ben altra cosa, però me le ricorda per un certo modo di "tenersi", per i vestiti che sceglie, per la cura che ha per il suo aspetto, per i capelli biondi, per gli occhi azzurri. Una cosa che abbiamo commentato con altri stranieri è proprio che qui le signore di una certa età sono super attive e dimostrano parecchio meno delle coetanee di altri luoghi. Accidenti ai loro geni vichinghi.
Ieri l'ho incontrata - aveva avuto modo di sapere da Danne che sto studiando svedese e che capisco già molto più di prima. E tac! eccola a sperimentare. Lo dico con tenerezza, perché è gentilissima. Mi ha detto che posso andare a prendere un caffè da loro quando voglio, ora che possiamo parlare. Eheh. Ma il bello è stato che mi aveva fatto cenno dalla finestra della sua cucina, ma aveva in testa una cuffia da parrucchiera azzurra e, prima di uscire a parlarmi dalla sua veranda, mi ha detto di aspettare che si sistemasse. E così è uscita con i suoi bei boccoli freschi di piega. E dire che io esco per buttare la spazzatura conciata nei modi peggiori, con la scusa che nessuno mi caga.
Ci ha fatto avere un contratto di "seconda mano" per un garage, ossia ci ha messo in contatto con qualcuno che può subaffittare il suo garage. Noi al momento siamo in coda perché il condominio ci dia un box per l'auto, ma sappiamo che ci possono volere degli anni! E lei lo sapeva ovviamente, e ha pensato di raccomandare "i giovani carini del terzo piano". Grazie al suo provvidenziale intervento, avremo un tetto sopra la nostra povera macchina giusto in tempo per l'arrivo dell'inverno. E dunque la signora del piano terra è entrata a pieno titolo tra i miei eroi del momento!
giovedì 19 settembre 2013
Eccomi per la prima volta ad aver bisogno di un medico qua in Svezia.
Prima differenza con la Germania, al telefono non mi risponde l'infermiera dell'accettazione, ma un lungo messaggio preregistrato che comprendo a fatica. Ci sarà di sicuro il modo di contattare una voce umana ma non ero in vena di tentativi ciechi. Tanto più che mi è parso di capire l'orario di visite senza appuntamento stava per finire quindi mi sono precipitata di persona. Io e la mia carta di identità svedese.
In pochissimi minuti, grazie all'infermiera che parla inglese, mi trovo iscritta alla lista di pazienti dello studio e in coda per vedere un medico. L'attesa vola via - e la cosa mi lascia stupita perché in Germania ci passavo le ore nelle sale di attesa, anche avendo appuntamento, e anche avendo la famosa celeberrima assicurazione medica privata, quella che è per molti ma non per tutti. Soprattutto, lo ammetto, sono andata dal medico piena di pregiudizi, perché tutti gli svedesi che conosco parlano sempre malissimo del sistema sanitario di qua. Non ho modo per confutare, però ecco, le cose oggi sono andate decisamente meglio delle aspettative.
Quando è stato il mio turno, mi sono sentita chiamare con il mio solo nome di battesimo, niente cognome, niente signora. Peraltro, pronunciato perfettamente, altra sorpresa, visto che sul mio (breve) nome zeppo di vocali i nordici ci si incartano sempre. Il medico che mi ha accolto era un signore attempato e che comunque parlava inglese, col solito guizzo di sense of humor locale.
A fine visita, mi ha detto di chiedere alla reception una lista di specialisti che eventualmente posso contattare. Mi aspettavo che avesse inviato al computer della reception anche la solita ricetta da portare in farmcia. Alla fine, non ricevendo niente ho dovuto chiedere esplicitamente: ma la mia ricetta? Ah, mi fa l'infermiera con un sorrisone, quella è inviata direttamente via computer...al computer della farmacia. Di quale farmacia? Di qualsiasi farmacia! Allora basta che vado lì e dico il mio nome? Eh già - sorrisone - basta che vai lì e gli fai vedere...no, non me lo dica, mi lasci indovinare: la carta di identità svedese!
Devo essere sembrata scesa dalla luna, o arrivata direttamente da un paese amish. Ma che figata! pensavo uscendo, ricambiando il sorrisone. Che ci posso fare, basta poco a svoltarmi la giornata.
Prima differenza con la Germania, al telefono non mi risponde l'infermiera dell'accettazione, ma un lungo messaggio preregistrato che comprendo a fatica. Ci sarà di sicuro il modo di contattare una voce umana ma non ero in vena di tentativi ciechi. Tanto più che mi è parso di capire l'orario di visite senza appuntamento stava per finire quindi mi sono precipitata di persona. Io e la mia carta di identità svedese.
In pochissimi minuti, grazie all'infermiera che parla inglese, mi trovo iscritta alla lista di pazienti dello studio e in coda per vedere un medico. L'attesa vola via - e la cosa mi lascia stupita perché in Germania ci passavo le ore nelle sale di attesa, anche avendo appuntamento, e anche avendo la famosa celeberrima assicurazione medica privata, quella che è per molti ma non per tutti. Soprattutto, lo ammetto, sono andata dal medico piena di pregiudizi, perché tutti gli svedesi che conosco parlano sempre malissimo del sistema sanitario di qua. Non ho modo per confutare, però ecco, le cose oggi sono andate decisamente meglio delle aspettative.
Quando è stato il mio turno, mi sono sentita chiamare con il mio solo nome di battesimo, niente cognome, niente signora. Peraltro, pronunciato perfettamente, altra sorpresa, visto che sul mio (breve) nome zeppo di vocali i nordici ci si incartano sempre. Il medico che mi ha accolto era un signore attempato e che comunque parlava inglese, col solito guizzo di sense of humor locale.
A fine visita, mi ha detto di chiedere alla reception una lista di specialisti che eventualmente posso contattare. Mi aspettavo che avesse inviato al computer della reception anche la solita ricetta da portare in farmcia. Alla fine, non ricevendo niente ho dovuto chiedere esplicitamente: ma la mia ricetta? Ah, mi fa l'infermiera con un sorrisone, quella è inviata direttamente via computer...al computer della farmacia. Di quale farmacia? Di qualsiasi farmacia! Allora basta che vado lì e dico il mio nome? Eh già - sorrisone - basta che vai lì e gli fai vedere...no, non me lo dica, mi lasci indovinare: la carta di identità svedese!
Devo essere sembrata scesa dalla luna, o arrivata direttamente da un paese amish. Ma che figata! pensavo uscendo, ricambiando il sorrisone. Che ci posso fare, basta poco a svoltarmi la giornata.
martedì 17 settembre 2013
traghettando
Al martedì, per la serie facciamoci del male, mi guardo in differita come in Purgatorio, la puntata di Presa Diretta trasmessa su rai tre la sera prima.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.
Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".
Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.
E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.
Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.
A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani.
Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.
Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".
Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.
E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.
Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.
A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani.
Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.
lunedì 16 settembre 2013
It's all right, just two hearts breaking even tonight
Mi ricordo quel giorno di giugno, di tanti anni fa, il giorno che giocava l'Italia a Kaiserslautern, e a tanti km da me la prima delle mie compagne di scuola si sposava, ricordo che ci pensavo, anche se non ero invitata, e intanto dicevo a Kata che ci si incomincia a sentire vecchi quando il primo dei tuoi coetanei si sposa, e lei, che era più grande di me ed era dura e forte, mi disse, Kitty, perché mi chiamava Kitty, pensa a come ci si sente quando le tue amiche cominciano a divorziare invece.
Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.
Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.
Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.
Non è stato un weekend facile.
Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.
Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana .
Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.
Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.
Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.
Non è stato un weekend facile.
Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.
Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana .
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