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sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

mercoledì 12 agosto 2015

che sia un'andata o un ritorno

Alla fine dei miei giorni italiani, mentre mi recavo in aeroporto, il sentimento che mi riempiva era la gratitudine. E questo, nonostante  i nugoli di zanzare, i 36 gradi fissi e il tasso di umidità sub-tropicale che ha messo in ginocchio tutti e tre i vacanzieri scandinavi (me compresa) riducendoci alla semi-immobilità per la maggior parte del tempo.

Sono grata alla mia famiglia per avermi, se non compresa, almeno sopportata e per aver fatto quel che chiedevo loro. Sono grata pure del loro precoce rincoglionimento nei paraggi della pupa, uno spasso. 
Sono grata ai miei amici per aver dimostrato tanto affetto a me e a Kiki. Quando torno a casa ho sempre un po' di ansia all'idea di non poter organizzare rimpatriate sufficientemente bene. Ci sono talvolta degli ostacoli dovuti al fatto che in Italia io non mi sento tanto indipendente - non ho un'auto mia per esempio, né una casa mia. Inoltre ci sono ostacoli che metto io, perché ammettiamolo io sono una pippa col multitasking e sono anche fondamentalmente una couch-potato, per cui una volta che ho raggiunto la posizione orizzontale vacanziera faccio una fatica immensa a mettermi in moto tipo trottola pianificando uscite mondane pranzo, merenda e cena. Un tempo lo facevo eh, ma ormai torno sempre per così poco tempo che non ce la faccio più. Inoltre a questo giro c'era la variabile Kiki, che aggiungeva nuovi ostacoli alla mobilità, cui si aggiunga il suddetto clima equatoriale. Dunque ero molto pessimista e ad alcune persone non avevo detto che sarei rientrata. Questo aggiungeva naturalmente dei sensi di colpa (e quando mai).

Per questo sono stata grata pure allo sceneggiatore, perché nell'unica uscita di 5 minuti a piedi fatta da me e Danne, a tarda sera, per prendere un gelato, una delle mie amiche storiche del Paesello, LaSu, ci ha visto per strada passando in macchina. Ha quasi sbandato. Possibile che fosse proprio Arya che vive in Svezia?? si è chiesta. Beh, bianchi erano di sicuro, si risposta, e quello accanto a lei aveva proprio l'aria del vichingo... È seguito messaggio incredulo via WhatsApp. Al quale ho risposto col capo coperto di cenere, dicendole sostanzialmente di passare quando voleva o poteva, in quella manciata di ore che ancora mancavano alla mia partenza. Ed ecco che giusto il sabato prima del mio volo sono venute a conoscere Kiki le due amiche più antiche. L'Ale si è ovviamente messa a piangere, LaSu mi ha fatto molto ridere, e nessuna pareva essersi offesa. È stato molto bello ed io ne sono molto grata. 

Gli Amici dell'Uni, gruppo che da sempre include la cara Connie, sono venuti a cena da me, in formazione un po' ridotta va detto, sopportando eroicamente mille disagi. E anche questo è stato molto bello. Era la prima volta che potevo incontrare il bambino adottato da due di loro, giunto in patria proprio in contemporanea all'arrivo di Kiki dopo anni e anni di sfibrante attesa. Anche di questo mi sono sentita molto grata, per loro, per lui e pure per Kiki, che ha ricevuto un bellissimo libro personalizzato che immagino tra qualche tempo adorerà.

E infine, sono davvero grata allo sceneggiatore per aver reso possibile l'incontro con Connie e la 'povna. Cosa non facile dato che si tratta pur sempre di periodo di vacanze e di viaggi, e invece tra un viaggio e degli ospiti in arrivo è stato possibile infilare una fantastica serata nella PiccolaCittà. Si parte con un aperitivo che era come un abbraccio, con quei cubetti di cocomero e melone che strizzavano l'occhio alle mie malinconie, uno scambio di libri inatteso e accorto - perché si sa che i bagagli di una mamma sherpa sono un problema, e il libro non a caso era un gioiellino anche nel senso delle dimensioni - e poi una camminata verso il centro di quella città che tanto ha visto della mia vita. Passare una sera così seduta all'aperto, con tutto quel brusio di gente e di vita intorno, un ottimo mojito, un ottimo street-food, tanti sorrisi e la straniante sensazione del sentir parlare italiano ovunque intorno a me è stato fantastico. Perché era tutto così famigliare - i luoghi, i suoni, i sapori - eppure anche così esotico, perché è proprio il tipo di vita che a Nord non si fa tanto, per ovvi motivi. Che è poi la stessa cosa che si potrebbe dire di certi incontri: ci si vede per la prima volta ma si sa già quasi tutto, in pratica ci si conosce, ed è più un rivedersi che un incontrarsi. E come posso non essere grata alla lunga serie di coincidenze, casualità, avvenimenti, link virtuali e fisici, che mi ha portato nel giro di un anno a questa serata?

E adesso vorrei anche scrivere del viaggio massacrante che ho fatto domenica - viaggio che vi giuro era quasi riuscito a spazzar via questo stato di grazia trasformandomi in una belva sudata e inferocita. Abbiamo però ritrovato le temperature a noi congeniali, la casa, i gatti e dopo due giorni persino il bagaglio che ovviamente si erano persi, miracolosamente intatto! Dunque sorvoliamo, dimentichiamo, e torniamo a guardarci indietro con il cuore pieno solo di questa parola: grazie.

martedì 26 agosto 2014

I recommend sticking your foot in your mouth at any time

La settimana che ho passato in italia è stata dura sotto molti aspetti. Cose che vorrei dire e non riesco. Immagino che in tutto ci fosse soprattutto la sensazione che quella fosse, presumibilmente, la mia ultima visita da sola, in un certo senso l'ultima volta di me solo figlia. Non che non me lo aspettassi. Ma è stata comunque dura. C'è stata parecchia rabbia, fatica e pure molto piangere. Ed è andata. E sento che è fuori dalle mie mani, fuori dal mio potere, quel che accadrà, se e come sarà possibile trovare un nuovo equilibrio che non ci mandi tutti quanti al manicomio. Posso solo sperare.

E vorrei scriverne, davvero. Così come avevo bisogno di rovesciare tutto quanto su Danne, appena scesa dall'aereo, mentre guidava verso la città, tutto, la rabbia e le lacrime e le parole che dette fuori da quella macchina mi avrebbero fatto troppa paura, che dette anche solo un'ora dopo mi sarebbero apparse impossibili. E invece andavano tirate fuori almeno una volta, perché non mi venisse poi voglia di pensare che il ricordo di questa settimana fosse solo uno scherzo della memoria. Così da non ritrovarmi tra mesi, al ritorno, di nuovo sconvolta e sofferente, a fare i conti con questi due cocci della mia vita che non c'è più verso di rincollare, la mia vita di prima e la vita di dopo, di ora. Ma si vede che si è chiusa quella finestra di consapevolezza e disperazione. Perché la vita va avanti e questa è casa.




martedì 15 aprile 2014

For the times they are a-changing

Sono cresciuta in una cittadina di provincia che era definita dai suoi stessi abitanti una città di "bottegai", ossia piccoli commercianti. Ha sempre avuto i negozi più belli e costosi della zona, perfino più di quelli delle città più grandi. Nel capoluogo per esempio, dove c'è l'università, tra la gente trovavi magari più stranieri, più immigrati da altre parti d'italia, più professori e artisti, più gente istruita eppure i negozi non erano altrettanto belli. Nel capoluogo i gestori erano incapaci o sgarbati o vendevano robaccia e in poco tempo chiudevano. Nella mia cittadina i negozi stavano lì da generazioni ed erano gestiti da chi "ci sapeva fare" e andare "sul corso" era un'attività quasi religiosa, un rito cui l'intera popolazione adulta, maschi e femmine, vecchi e giovani, si dedicava con regolarità, preparandosi meticolosamente, vestendosi al meglio.

Quando ero piccola, per andare a trovare i miei nonni dovevamo attraversare una piccola porzione del corso cittadino e mia mamma viveva nell'angoscia che in quei cinque metri qualcuno sorprendesse me, mio padre o mio fratello trasandati o "sbrindellati". "E ci sei passato dal corso con quei pantaloni?" è una delle frasi più frequenti della mia infanzia.



A 13-14 anni mi son buttata entusiasta nell'eccitante mondo del su e giù sul corso con le mie compagne di scuola. Andavamo con l'autobus dal nostro paesino, alle quattro del pomeriggio, coi nostri giubbini di jeans ricamati e le converse, io e le mie amiche, tutte figlie di genitori che ci avrebbero permesso poco altro e di certo non di far più tardi dell'ora di cena.
A volte andavamo al cinema, anche quello stava sul corso, prima che mettessero i multisala fuori città. Più spesso compravamo un quarto di pizza o una focaccina ripiena, le caramelle gommose in quel negozio nuovissimo ed esotico dove potevi farti il sacchetto mischiando da sola a piacere. Soprattutto camminavamo cercando di incrociare il ragazzo che ci piaceva al momento, o di quelli che piacevano alle amiche, per poter poi riferire loro dove e con chi lo avevamo visto. Tanto era certo che in un modo o in un altro tutti i ragazzi della zona al sabato pomeriggio sarebbero passati di lì. L'ora dipendeva dall'età, invecchiando ci si spostava più a ridosso della cena - ma quando raggiunsi l'età degli aperitivi la vita già mi aveva portato altrove. I negozi bellissimi e costosissimi li guardavamo appena, allora. Più avanti vi saremmo passate sperando in un qualche regalo da occasione speciale, perché non c'era modo che potessimo permetterci quella roba. In molti di quei negozi non sono mai entrata. Li guardavo da fuori, piena di timore reverenziale: per far la commessa sottopagata in uno di quelli più "in" ti veniva in pratica richiesto di spendere tutto il tuo stipendio in vestiti per risultare presentabile ai clienti. Quando poi ho avuto qualche soldo da spendere, mi son scoperta poco interessata. La distanza geografica mi ha reso immune dal desiderio di andare a sperperare uno stipendio in quei luoghi tanto ammirati da bambina, il ricordo di quella via piena di gente ben vestita che sgomita per un parcheggio e si riempie le braccia di sacchetti non mi ha seguita nella mia vita adulta.

Ci son tornata questa settimana - ero in Italia in visita. Eravamo a cena con le mie amiche di quel tempo lì, quelle che sono mie amiche da allora, "le bimbe" come si dice ancora tra noi. E parlavamo di un sacco di cose che allora non ci toccavano, e infatti tra noi non abbiamo mai parlato di politica per esempio, e adesso che ci proviamo siamo dubbiose e circospette, non sappiamo come - e pensa che andavamo in bagno insieme, che avremmo saputo descrivere le reciproche mutande, se ce lo avessero chiesto, e invece è la politica che ci riempie di imbarazzo.

"Tu non lo sai", mi dicono "ma qui sta chiudendo tutto, è un disastro"

E dopo cena camminiamo per smaltire la pizza. Camminiamo sul corso buio e deserto. È martedì sera e non c'è niente di strano dopotutto. Ma molte vetrine sono vuote e col cartello vendesi. Ha chiuso la boutique sartoria storica dove persino mia madre, figlia di proletari, si era comprata due o tre capi favolosi che ancora vivono nel mio armadio - perché a quei tempi non c'erano vestiti lowcost e magari avevi un solo cappotto ma fatto come dio comanda. Ha chiuso il negozio di abiti da sposa davanti al quale sospiravano le mie amiche. Alcuni negozi dove entravamo senza poterci permettere che di toccare i vestiti esposti sono stati rimpiazzati con catene a bassissimo costo che avevo conosciuto abitando in Germania. Dei negozi esosi e chiccosi della nostra infanzia ne rimangono un paio, e pare abbiano dovuto abbassare i prezzi. Io scruto una vetrina - un solo elegantissimo manichino. Leggo un prezzo che mi pare altissimo. Le bimbe mi dicono che per quella cifra fino a poco tempo fa non avrebbero mai venduto quel cappotto, al massimo una giacchina. E nel gotha delle scarpe lì accanto, la sfilata di tacchi vertiginosi sta su una media di almeno cento euro inferiore a quella che era. Ed io che vengo da un paese dove la gente guadagna forse due volte tanto, in media, mi trovo a stupirmi del prezzo assurdo di quelle scarpe, sebbene ribassato.

Mi dicono, adesso i negozi sono vuoti e per il parcheggio non c'è problema.

lunedì 16 settembre 2013

It's all right, just two hearts breaking even tonight

Mi ricordo quel giorno di giugno, di tanti anni fa, il giorno che giocava l'Italia a Kaiserslautern, e a tanti km da me la prima delle mie compagne di scuola si sposava, ricordo che ci pensavo, anche se non ero invitata, e intanto dicevo a Kata che ci si incomincia a sentire vecchi quando il primo dei tuoi coetanei si sposa, e lei, che era più grande di me ed era dura e forte, mi disse, Kitty, perché mi chiamava Kitty, pensa a come ci si sente quando le tue amiche cominciano a divorziare invece.

Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.

Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.

Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.

Non è stato un weekend facile.

Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.

Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana  .