Pagine

martedì 15 aprile 2014

For the times they are a-changing

Sono cresciuta in una cittadina di provincia che era definita dai suoi stessi abitanti una città di "bottegai", ossia piccoli commercianti. Ha sempre avuto i negozi più belli e costosi della zona, perfino più di quelli delle città più grandi. Nel capoluogo per esempio, dove c'è l'università, tra la gente trovavi magari più stranieri, più immigrati da altre parti d'italia, più professori e artisti, più gente istruita eppure i negozi non erano altrettanto belli. Nel capoluogo i gestori erano incapaci o sgarbati o vendevano robaccia e in poco tempo chiudevano. Nella mia cittadina i negozi stavano lì da generazioni ed erano gestiti da chi "ci sapeva fare" e andare "sul corso" era un'attività quasi religiosa, un rito cui l'intera popolazione adulta, maschi e femmine, vecchi e giovani, si dedicava con regolarità, preparandosi meticolosamente, vestendosi al meglio.

Quando ero piccola, per andare a trovare i miei nonni dovevamo attraversare una piccola porzione del corso cittadino e mia mamma viveva nell'angoscia che in quei cinque metri qualcuno sorprendesse me, mio padre o mio fratello trasandati o "sbrindellati". "E ci sei passato dal corso con quei pantaloni?" è una delle frasi più frequenti della mia infanzia.



A 13-14 anni mi son buttata entusiasta nell'eccitante mondo del su e giù sul corso con le mie compagne di scuola. Andavamo con l'autobus dal nostro paesino, alle quattro del pomeriggio, coi nostri giubbini di jeans ricamati e le converse, io e le mie amiche, tutte figlie di genitori che ci avrebbero permesso poco altro e di certo non di far più tardi dell'ora di cena.
A volte andavamo al cinema, anche quello stava sul corso, prima che mettessero i multisala fuori città. Più spesso compravamo un quarto di pizza o una focaccina ripiena, le caramelle gommose in quel negozio nuovissimo ed esotico dove potevi farti il sacchetto mischiando da sola a piacere. Soprattutto camminavamo cercando di incrociare il ragazzo che ci piaceva al momento, o di quelli che piacevano alle amiche, per poter poi riferire loro dove e con chi lo avevamo visto. Tanto era certo che in un modo o in un altro tutti i ragazzi della zona al sabato pomeriggio sarebbero passati di lì. L'ora dipendeva dall'età, invecchiando ci si spostava più a ridosso della cena - ma quando raggiunsi l'età degli aperitivi la vita già mi aveva portato altrove. I negozi bellissimi e costosissimi li guardavamo appena, allora. Più avanti vi saremmo passate sperando in un qualche regalo da occasione speciale, perché non c'era modo che potessimo permetterci quella roba. In molti di quei negozi non sono mai entrata. Li guardavo da fuori, piena di timore reverenziale: per far la commessa sottopagata in uno di quelli più "in" ti veniva in pratica richiesto di spendere tutto il tuo stipendio in vestiti per risultare presentabile ai clienti. Quando poi ho avuto qualche soldo da spendere, mi son scoperta poco interessata. La distanza geografica mi ha reso immune dal desiderio di andare a sperperare uno stipendio in quei luoghi tanto ammirati da bambina, il ricordo di quella via piena di gente ben vestita che sgomita per un parcheggio e si riempie le braccia di sacchetti non mi ha seguita nella mia vita adulta.

Ci son tornata questa settimana - ero in Italia in visita. Eravamo a cena con le mie amiche di quel tempo lì, quelle che sono mie amiche da allora, "le bimbe" come si dice ancora tra noi. E parlavamo di un sacco di cose che allora non ci toccavano, e infatti tra noi non abbiamo mai parlato di politica per esempio, e adesso che ci proviamo siamo dubbiose e circospette, non sappiamo come - e pensa che andavamo in bagno insieme, che avremmo saputo descrivere le reciproche mutande, se ce lo avessero chiesto, e invece è la politica che ci riempie di imbarazzo.

"Tu non lo sai", mi dicono "ma qui sta chiudendo tutto, è un disastro"

E dopo cena camminiamo per smaltire la pizza. Camminiamo sul corso buio e deserto. È martedì sera e non c'è niente di strano dopotutto. Ma molte vetrine sono vuote e col cartello vendesi. Ha chiuso la boutique sartoria storica dove persino mia madre, figlia di proletari, si era comprata due o tre capi favolosi che ancora vivono nel mio armadio - perché a quei tempi non c'erano vestiti lowcost e magari avevi un solo cappotto ma fatto come dio comanda. Ha chiuso il negozio di abiti da sposa davanti al quale sospiravano le mie amiche. Alcuni negozi dove entravamo senza poterci permettere che di toccare i vestiti esposti sono stati rimpiazzati con catene a bassissimo costo che avevo conosciuto abitando in Germania. Dei negozi esosi e chiccosi della nostra infanzia ne rimangono un paio, e pare abbiano dovuto abbassare i prezzi. Io scruto una vetrina - un solo elegantissimo manichino. Leggo un prezzo che mi pare altissimo. Le bimbe mi dicono che per quella cifra fino a poco tempo fa non avrebbero mai venduto quel cappotto, al massimo una giacchina. E nel gotha delle scarpe lì accanto, la sfilata di tacchi vertiginosi sta su una media di almeno cento euro inferiore a quella che era. Ed io che vengo da un paese dove la gente guadagna forse due volte tanto, in media, mi trovo a stupirmi del prezzo assurdo di quelle scarpe, sebbene ribassato.

Mi dicono, adesso i negozi sono vuoti e per il parcheggio non c'è problema.

2 commenti:

  1. mi lancio in un commento che prevedo contorto e c'entra poco con il tema centrale del post. Nel tuo racconto colgo una buona dose di pressione sociale a uniformarsi ad un certo stile di vita. Ecco, questi meccanismi mi pare che siano parecchio simili a latitudini e longitudini diverse, sebbene cambi l' 'a cosa' ci si debba uniformare. Si tratti di consumismo tracotante o di oscurantismo di genere, per dirne una, se le persone l'hanno respirato dalla nascità e non hanno avuto occasione di sperimentare altro, è difficile diventarne immuni. Forse invece la mia condizione di non essere mai realmente appartenuta a una comunità chiusa e l'essere girovaga mi mette nella felice posizione di avvcinarmi a mondi anche chiusi e mantenere una sorta di privilegiata immunità/libertà in quanto outsider? Che sia l'altra faccia della medaglia dell'inappartenenza?
    Non so se sono stata chiara né se ho espresso quello che volevo dire. Posso usare la giustificazione che in casa ci sono 39.4 gradi e la mia lucidità si sta squagliando? o forse ho già usato questa scusa, boh? vedi, neanche mi ricordo :-) un bacio, meg

    RispondiElimina
  2. e invece ci hai preso in pieno. Una delle conseguenze dell'inappartenenza è proprio un'aumentata capacità di sfuggire alla pressione sociale. Sia chiaro, io ero un'outsider anche quando abitavo là, ma da adolescente ci soffrivo un po'. Quel che da un lato mi ha intristito (le vetrine coi cartelli vendesi) dall'altro mi ha fatto riflettere: la crisi ha costretto gli abitanti della mia cittadina a rivedere alcune priorità, e mi ha fatto riflettere su come certi standard fossero stati considerati normali o abbordabili per anni, in un luogo che non era certo popolato da emiri o industriali. Forsecerte contraddizioni diventano più evidenti quando le si guarda con uno sguardo "straniero", per così dire. Accidenti 39 gradi, io sopra 25 muoro. Un bacio!

    RispondiElimina