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venerdì 29 maggio 2015

I don't like you you can't stand me I can't love you anymore than this

Questa settimana l'incontro del gruppo di genitori organizzato dall'ambulatorio pediatrico si è tenuto alla locale "öppna förskolan" ossia "l'asilo aperto" che immagino in italiano possa essere tradotto con ludoteca. Si tratta di un luogo dove il comune mette a disposizione due educatrici, una cucina e una grande stanza piena di giochi. Lo scopo sarebbe offrire un luogo dove i genitori in congedo possono frequentare altri adulti mentre i bimbi giocano evitando così di uscire di testa causa prolungata solitudine a casa. Non costa niente e non ci si deve iscrivere, l'idea è di poterci andare in qualsiasi momento senza porsi troppi problemi.

Ogni giorno alle 11 si canta, e mentre ero li ho assistito ad uno di questi eventi. Sostanzialmenmte, essendo i bambini in genere sotto l'anno (età minima per essere ammessi all'asilo, non esistendo, in Svezia, il concetto di asilo nido) queste sedute vedono soprattutto i loro genitori, seduti per terra in circolo, cantare i "classici". Classici per loro, ovviamente, per me erano cose mai sentite e mi son trovata a pensare che dovrebbero prima darmi i testi se vogliono che canti anche io.

Immagino che cose simile esistano ovunque. So di averne viste spesso nei film e nelle serie tv americane o inglesi per esempio e di aver sempre pensato che fossero un'esagerazione cinematografica...e invece dal vivo non mi è sembrato meno terrificante. Venti tra uomini e donne adulti che seduti in cerchio cantano "the wheels on the bus go round and round" sono una scena che vista da fuori risulta quanto meno comica. E mi chiedo se davvero uscire di casa per andare a fare questo sia davvero un modo per slavaguardare la propria sanità mentale!

Invece i bambini, nonostante siano per la maggior parte troppo piccoli per cantare o prendere parte alla cosa, sicuramente trovano la compagnia degli altri bambini molto interessante. E capisco che andando all'asilo molto più tardi rispetto agli altri paesi europei sia anche giusto che abbiano modo di frequentare altri bambini. Insomma l'idea alla base mi pare encomiabile, è che non riesco a immaginarmi in questa situazione.

Dunque si comincia già con quello che temevo sarebbe stato uno dei miei più grandi ostacoli: come riuscire ad evitare che la mia indole da orso non si ripercuota su quell'anima innocente di mia figlia. E mica solo quella da orso, che di atteggiamenti potenzialmente deleteri ne ho a iosa. Mi dovrò fare forza e andare a cantare in circolo per la prima volta da quando a dodici anni mandai a quel paese quelli dell'oratorio estivo?


martedì 12 maggio 2015

il futuro è oggi

Era intorno al mio compleanno, il ventunesimo, ed era una sera in cui ci si vedeva "con le bimbe". Le bimbe erano, sono, le mie amiche delle scuole medie, di quel tempo in cui ancora si divideva il mondo in maschi e femmine, bimbi e bimbe, ma si stava già sul confine di qualcosa di più grande. Il tempo dei cambiamenti, dei primi baci, dei motorini, dei muretti, di Cioè comprato ogni domenica dopo la messa, dei vestiti da due lire delle bancarelle, dei giubbini di jeans con le spillette, delle Converse (the first time around) e di Non è la Rai messa in sottofondo mentre facevamo i compiti tutte insieme a casa di una o dell'altra di noi.

Erano passati già tanti anni e le nostre vite avevano preso già strade divergenti - eppure abitavamo ancora coi nostri genitori, abitavamo ancora al paesello. Ci vedevamo, per legge non scritta, quattro volte l'anno: per i nostri rispettivi compleanni e per natale. In quelle occasioni si andava in un qualche pub della vicina cittadina, ci si scambiavano dei regali, ci si raccontavano le ultime novità. Eravamo tutte già fidanzate. Eravamo già grandi, eppure ancora piccole.

Quella sera iniziò come tutte le altre, con L'Ale che passava con la sua pandina (ancora del tipo vecchio, una delle ultime vendute, io credo) a prendere prima LaSu e poi me. L'articolo davanti al nome è ancora il modo con cui ci riferiamo a noi. Lo uso solo per loro due, l'articolo, è un retaggio dialettale ed infantile insieme, un dettaglio che è come un fingerprint dell'epoca e del luogo in cui quell'amicizia è iniziata. E dunque eravamo nella panda, LaSu davanti ed io dietro - incredibile che me lo ricordi tanto bene - quando L'Ale prese una strada diversa da quella che porta nella cittadina vicina. E prima che possiamo chiederle che sta facendo, l'Ale ci dice "vi devo far vedere una cosa". E ci ritroviamo in una piccola corte buia dove hanno costruito da pochi anni delle case nuove. Questa è casa mia, fa lei, con la voce piena d'orgoglio.

L'Ale era l'unica di noi che aveva un lavoro fisso. Lo è tuttora a dir la verità. I suoi l'avevano in pratica costretta a fare un istituto tecnico e le avevano detto chiaro che all'università non l'avrebbero mandata. Mi ero arrabbiata tanto, in silenzio, allora. Perché l'Ale amava studiare. Penso che avrebbe fatto psicologia, avesse potuto. E insomma, lei già guadagnava benino ai tempi, e suo padre l'aveva convinta ad investire in un appartamento. Lui metteva la firma perché la banca le concedesse il prestito, il mutuo lo avrebbe pagato interamente lei, da sola. Centosessanta rate. Un mutuo praticamente infinito che si estendeva in un futuro lontanissimo del quale non riuscivamo a scorgere niente.

La prima domanda che le facemmo fu quando si sarebbe trasferita. Anzi quando si sarebbero trasferiti, insieme, lei e il suo fidanzato. E invece non solo non c'erano progetti in tal senso ma addirittura. anche se questo ancora non lo sapevamo, quella casa avrebbe segnato la loro fine. Il fatto è che il fidanzato de L'Ale, che aveva un paio d'anni di più e lavorava anche lui senza aver laciato casa dei suoi, aveva da poco cominciato a pensar di comprar casa quando la sua ragazza di colpo lo aveva battuto sul tempo. E alla notizia era andato in panico. Che si fa ora? chiedeva affannato. L'idea di trasferirsi con lei in una casa che non fosse sua, magari contribuendo alle spese correnti, era impossibile. E se ci lasciamo che faccio? resto con niente, le disse. Ed io non potevo che notare che in fondo a parti invertite nessuno ci avrebbe trovato da ridire. Anzi, era proprio quello che aveva intenzione di far lui, comprar casa a nome suo e andarci a stare con lei. E però certe cose vanno bene per gli uomini ma non per le donne, questo era, al paesello, nell'autunno del 2001. Ma l'Ale non era più la ragazzina delle medie che non aveva opposto resistenza alcuna agli obblighi famigliari. L'Ale era già la donna che è adesso, forte, indipendente, taciturna e bellissima, e quella fu appunto l'inizio della loro fine. Una fine che lui non ha mai compreso e della quale forse non si è mai fatto una ragione.

Ma appunto, quella sera noi di tutto questo non sapevamo ancora niente. E quella fu la prima di tante sere passate là, sdraiate sul pavimento, qualche candela accesa, le finestre aperte sul buio e da fuori il rumore del treno e dei grilli e l'odore del canale - tutte cose famigliari, al paesello. Sono passati tanti anni prima che lei ci si trasferisse, da sola. Mi ricordo quando mi disse che si era sentita triste a scegliere da sola i mobili, chiedere aiuto a suo fratello per montarli. Ma scherzi? le dissi, vuoi mettere la fortuna di poter scegliere da sola? E sono passati tanti anni anche da allora. Ci sono stati svariati altri fidanzati, per tutte noi. Ci sono stati traslochi, viaggi, lauree e disastri. Ci sono state proposte di matrimonio accettate e rifiutate. Ci sono state nuove macchine, nuovi lavori, disoccupazione, malattie. Il vicino "molto figo" è poi divenuto un "quasi convivente", ognuno col suo appartamento perché è dura rinunciare alla propria indipendenza quando la si è ottenuta, strappata, meritata e sofferta. Se ci trasferissimo in un'altra casa assieme, mi ha detto l'Ale l'ultima volta, penso che avrei bisogno di tenere almeno una stanza solo per me. È una donna saggia che ne ha fatta di strada, la mia amica.

E niente, adesso whatsapp è il territorio su cui si consumano i nostri discorsi. Una bella distanza, tecnologica e geografica, da quelle chiacchiere sul tappeto a tredici anni, circondate da un mare di giornaletti e di poster, le smemo, il catologo di postalmarket, le risate a scuola fino a stare male - celebre fu un pomeriggio in cui la "tettonica a zolle" ci ridusse in convulsioni - lo sguardo sul soffitto a chiederci che futuro avremmo avuto.

E su Whatsapp ci è arrivata la foto di una schermata di computer, la pagina di online banking.
Rate pagate: centosessanta. Rate rimaste: zero.
Ho condiviso con voi l'inizio, voglio condividere con voi anche la fine.


giovedì 7 maggio 2015

Opportunities to find the deeper powers in ourselves

Non sono giorni facili. Neanche un po'. Sono giorni talvolta troppo pieni e talvolta troppo vuoti.
Avere i suoceri qui in visita è un troppo pieno. Avere nello stesso giorno il corso di massaggio, il bookclub e un acquazzone è un troppo pieno. Avere da mandare cv e lettere alle quali ti immagini già la risposta è un troppo vuoto. Guardarsi allo specchio e chiedersi com'è che è finita che di tutte le tue amiche quella che fa la mamma e la casalinga sei proprio tu, è un troppo vuoto. Kiki che piange disperata senza motivo apparente mentre due gatti reclamano cibo e tu non hai ancora fatto colazione, è un troppo pieno. Tu che provi a consolarla e non ci riesci...un maledetto vuoto, d'autostima. Kiki che ride con tutta la bocca aperta due secondi dopo è un pieno e basta. Just the right amount.

Mia suocera continua a dirmi che dovrei buttar giù note e appunti su Kiki mentre cresce. Prima che dimentichi. Ed io finora non l'ho proprio fatto. E come farsi sfuggire una tale occasione, nell'immenso buffet di sensi di colpa che è diventata la mia vita? Infatti. Chissà a quali appunti pensa lei, esattamente. Un mio amico mi ha detto che andando a riguardare gli appunti sulla prima figlia hanno constatato che la seconda mangiava esattamente uguale, anche se a loro pareva mangiasse di più. Capite, questi avevano un diario (immagino un foglio excel, son mica ingegneri a caso) in cui annotavano i millilitri di ogni pasto di ogni giorno. Tu no? mi fa lui. Ehm, no. Oui, je suis Mèredemerde (lui è francese). Forse mia suocera pensa a questo. O forse che dovrei annotare tutti i mal di pancia, tutti gli episodi di vomito in stile esorcista e quelli che hanno visto protagonista il povero muro opposto al fasciatoio. (A questo proposito, pensavamo di aver battuto ogni record e invece no. Ho persino una foto che testimonia il tutto, e quel che da allora è stato ribattezzato "the shittiest day since measurement began". Ma evito di postarla perché ho pietà di voi). È importante, mi dice, avere i dettagli precisi e non ricordi fumosi, ed ha ragione, medicalmente parlando. Eppure io mi trovo ad annotare altro.