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domenica 7 settembre 2014

möhippa

Una möhippa è la versione svedese di un addio al nubilato. Immagino non ci sia un protocollo standard. Quella a cui sono stata ieri aveva però alcune peculiarità.
La prima, cominciava alle nove di mattina e sarebbe finita verso le otto di sera. La ragione, probabilmente il fatto che tre su cinque delle partecipanti erano mamme, sposa inclusa.
Questo probabilmente ha determinato anche il programma della giornata.
Primo step: trovarci alla suddetta ora antelucana (per me, di sabato mattina) per preparare le vivande. 
Causa la mia presenza, era stato comprato anche dello champagne analcolico, per il resto c'era cibo per un esercito. Una delle due presenti di origine polacca ha confessato che in Polonia se si prepara cibo per una festa, ce ne deve essere da far cadere ammazzata la gente. Ho convenuto che allora non ci accomuna solo la morale cattolica. 
La sposa è arrivata un filo irritata perché aveva programmato che quel giorno era il giorno in cui avrebbe espletato gli ultimi preparativi del matrimonio, ossia ordinare il bouquet. Aveva chiesto a me di accompagnarla, ed essendo la festa una sorpresa avevo risposto con un laconico: no scusa sono impegnata tutto il giorno. Al che mi era giunta altrettanto laconica risposta: vabbè vado da sola. E invece.
Dopo l'arrivo della sposa è stata la volta dell'arrivo del massaggiatore a domicilio. Mentre lei veniva rilassata a dovere, noi abbiamo ricevuto un corso di pittura ad acrilici. Dopo di ché tutte insieme abbiamo mangiato, ed io ho cominciato a sentirmi come ormai mi sento dopo aver mangiato anche solo un cracker ossia sul punto di esplodere come la bambina-palla del primo willy wonka (che non mi ricordo se stava anche nel film con johnny depp).

Peraltro, a tavola, la mia bottiglia di (orrido) spumante analcolico è stata divisa con la sposa, che di bere proprio non se la sentiva. Magari dopo, ha detto. Le altre invece avevano assunto lo stesso colorito rosé dello spumante (non analcolico) e si erano lanciate in bellissimi racconti di parti, endometriosi, gravidanze da film dell'orrore. Per finire, la sposa mi ha conisgliato di non fare come lei e scegliere l'epidurale. Al che io (perdonatemi, non mi son saputa trattenere) le ho detto che è da quando ho sedici anni che  ho preso la decisione (tra le varie cose, inclusa quella di non sposarmi mai) che senza la garanzia di un'epidurale non avrei manco cominciato una gravidanza, e cosa cavolo aveva in testa lei quando inizialmente in sala travaglio l'aveva rifiutata (per poi ricredersi ore dopo, che ve lo dico a fare). In Italia manco hai la certezza di poterla fare, e queste qui fanno le eroine moderne, chi ha il pane non ha i denti, non c'è che dire.
Dopo di che mi hanno consigliato di andare a parlare col centro che offre sostegno psicologico alle donne che hanno paura del parto, e se tale sostegno non dovesse bastare, un cesareo su richiesta. Penso che andrò a farci un giro. Ad ogni modo, sarà il tema o la gravidanza, a fine pasto avevo solo voglia di vomitare.

E invece era l'ora di metter mano ai pennelli e ai colori. E mi sono divertita parecchio. La padrona di casa aveva selezionato delle belle foto di paesaggi scattate nei suoi viaggi che avremmo potuto usare come modello per i nostri quadretti. Ci ha seguito passo passo ed aiutato a mettere insieme della roba decente.
Dopo di che è cominciata una sequela di maschere esfolianti, idratanti, manicure eccetera alla quale non ho partecipato più che altro perché l'idea di trascorrere troppo tempo davanti allo specchio ultimamente mi acciacca: piuttosto ho chiacchierato (in svedese) con questa o quella che in quel momento non fosse al trucco e parrucco. Distrattamente ho pure bevuto dal bicchiere sbagliato beccandomi un sorso d'alcol, cosa che ha prontamente fatto scattare tutti gli allarmi in tutti i centri ostetrici del Regno.

Ed era di colpo ora del piatto forte della giornata: il corso di cupcake. Si teneva in un caffè nei dintorni, un posto dal nome piuttosto ovvio di cupcake time, gestito da una ragazza americana. Questo è il mio coming out: a me gli arredi romantici, con la carta da parati color pastello disseminata di rose, le tazzine vintage del servito da tè della nonna, le sedie shabby chic di legno decapato, i cuscini candy stripes nei colori delle caramelle, e in generale l'attitudine da girlygirl hanno stancato proprio. Mi è venuta la carie già sulla porta.
I miei sono quelli in seconda fila, se interessa
Il corso consisteva nell'imparare a fare roselline di pasta di zucchero e farci spiegare la differenza tra frosting, icing e royal icing. (non la sapete? sapevatela!) Ci attendevano tre cupcake già cotti a testa e stava a noi decorarli con vari tipi di creme formaggiose (frosting all'americana), una miriade di tipi di zuccherini e perline e formine ritagliate nella pasta di zucchero. 

L'idea era di mangiare poi una delle nostre creazioni sul posto, sorseggiando un tè nelle tazzine delle bambole,  e di portare a casa le altre due. Ora, sappiate che una di noi, per la privacy diremo "una che NON era incinta" al primo boccone di glassa ai mirtilli e sottostante cupcake al cioccolato e fudge ha quasi vomitato per il brutale chock da zuccheri modello pugno nello stomaco. Ed io sono una demente, perché avrei dovuto far tesoro della sua faccia e impacchettare anche il terzo cupcake nella doggy bag. Invece, stoica come non mai, perché mi spiaceva essere scortese, me lo sono mangiato combattendo la nausea. Perché l'unico sapore che ho sentito era: zucchero! zucchero! zucchero!!! Danne si è mangiato i rimanenti due alle nove di sera sotto il mio sguardo: a tuo rischio e pericolo. E niente, si conferma la mia incapacità di comprendere o godere della pasticceria americana.
All'uscita vedevo vagamente la madonna (cit.)

 Ma era tempo di andare al ristorante. Un posto che fa roba molto molto insolita, anche quello di ispirazione americana, con voli pindarici fusion nella cucina giapponese, indiana, cinese e cajun. Erano tutte entusiaste ed io penso che senza il cupcake, il brunch megalomane di ispirazione polacca di qualche ora prima e soprattutto a bun in the oven, forse lo sarei stata anche io. Purtroppo avevo solo in mente di sopravvivere senza produrmi in funzioni corporali troppo pubbliche e andarmi a stendere. Cosa che poi ho fatto, almeno  per qualche ora: è dalle quattro del mattino che vago per casa, tra il bagno e il soggiorno, e avendo abbandonato ogni speranza di dormire o farmi passare il maldistomaco alle sei ho deciso di farci su un post.

Nel complesso mi sono pure divertita, e posso anche dire di aver bevuto più della festeggiata, che rende l'idea della gente con la quale ho a che fare.

venerdì 27 giugno 2014

la fortuna è la dea bendata...la sfiga invece ci vede benissimo

Vorrei avere qualcosa di interessante da dire, ma la mia vita si snoda tra disumani compiti di svedese e il cataclisma del cambio di cucina. Al momento abbiamo tutta la nuova cucina ikea in scatoloni dentro alla stanza degli ospiti e quella vecchia semismontata ma ancora nell'appartamento, in attesa di un massacrante viaggio in discarica lunedì. Nel frattempo, una perdita d'acqua ci ha costretto ad un bel buco in un muro in ingresso, una dozzina di visite da parte degli addetti alla manutenzione del condominio e altrettante future per riparare il suddetto buco.
E stamani mentre gli addetti alle consegne ci portavano su la cucina ikea, abbiamo visto che grazie ad un errore dell'impedita decerebrata signorina ikea che ci ha fatto l'ordine, abbiamo pagato per due lavelli, uno dei quali già incollato alla lastra di melanimico lunga tre metri che poi è il ripiano fatto su misura per la nostra cucina. Ecco, grazie a questa genialata dell'averci fatto pagare per incollare un ulteriore lavello alla lastra (400 euro) ora il lastrone suddetto non passa più per le scale e quindi giace all'ingresso del condominio. Il servizio clienti dice che noi abbiamo firmato per il doppio lavello, quindi se ne lavano le mani - ora, è ovvio che se fosse stato minimamente evidente sull'ordine che stavamo pagando per due lavelli lo avremmo evitato no? la decerebrata sostiene di averlo reso chiaro...certo, tanto chiaro che le avevamo pure chiesto consiglio su come incollare il lavello, quello che infatti ci hanno consegnato sciolto.
Adesso non sappiamo proprio come fare, Danne mi è andato in corto circuito e al momento aspettiamo che rientrino dei vicini per chiedere aiuto a loro. Sigh.
E in teoria io dovrei leggere una novantina di pagine di letteratura settecentesca in svedese.


UPDATE: all's well what ends well

il lastrone della discordia
la cucina qusi per intero

Alla fine è andata così. I vicini del piano terra, che poi sono gli unici che conosciamo davvero, sono rientrati a fine pomeriggio. Sono una coppia si settantenni che vive in perenne turno di guardia, vedono chiunque entri od esca e grazie al fatto che vivono al piano terra hanno facilità ad attaccare bottone con chiunque. Sono quelli che ci hanno fatto avere il garage e sono sotto ogni punto di vista molto molto carini, anche se un filo logorroici. Loro ovviamente sapevano tutto della nostra cucina, eravamo anche stati a vedere la loro per prendere spunto e si erano già offerti di aiutarci. Il problema però è che muovere un lastrone di tre metri con attaccato un lavello attraverso tre piani di scale troppo strette non è esattamente il tipo di cosa che dipende dalla buona volontà a prestare aiuto...c'era della geometria in ballo! L'idea che ci è venuta era quella di aprire tutte le finestre ai pianerottoli, per poter farvi passare parte della lastra e guadagnare spazio per girarla. Questo però non era sufficiente. Era necessario anche che almeno uno dei condomini ad ogni piano ci aprisse la porta di casa, e quella del bagno che vi sta di fronte, in modo tale che potessimo guadagnare ancora spazio di manovra. Noi non conosciamo i nostri vicini. In Svezia i rapporti nei condomini sono cordiali ma distanti, e raramente si va oltre il buongiorno buonasera. Ma l'asso nella manica erano Björn e Catarina, i due pensionati. Loro conoscono tutti per nome, sanno che problemi hanno, che orari fanno, sanno se sono persone disponibili oppure no. In linea di massima, il 90% è disponibile, perché è impossibile dire no a Catarina. Loro abitavano in campagna, prima di trasferirsi in città per star vicino ai nipoti, e hanno mantenuto l'approccio del piccolo villaggio. Senza perdere un colpo hanno intercesso per noi, bussando ad ogni porta, ottenendo anche aiuto da un paio di uomini ben in forma. Alla fine, quasi tutto il condominio ha contribuito, tra chi ci ha aperto la porta e chi ci ha aiutato fisicamente, e adesso l'impossibile catafalco è nel nostro ingresso (e blocca un paio di porte).
Il sollievo è stato immenso: non siamo stati costretti a tagliare la lastra rimettendoci parecchio tempo e denaro, e per giunta abbiamo sentito quella bella senzazione di avere tutti questi semisconosciuti pronti ad aiutarci. Noi che abbiamo vissuto a lungo all'estero, lontano da tutti i nostri contatti più stretti, con le barriere linguistiche e culturali in mezzo, non siamo abituati a pensare di poter semplicemente chiedere aiuto, a volte.

 











giovedì 3 ottobre 2013

Ancora sulla pasta

I cliché sul cibo italiano mi affascinano. Perché non si tratta di semplice mancanza di esperienza diretta, come ne avrei io per esempio nei confronti della cucina cinese. Quel che mi affascina è che all'estero ci si esprime in merito con una serie di certezze granitiche. Ossia, la gente studia, si informa, e parla con quella che credono essere cognizione di causa.

Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).

Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!

Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?

In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.

Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.

Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.

Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.

Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.

Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".