Qualche tempo fa eravamo da amici che hanno tre figli tra 0 e 6 anni. La cena fu come minimo complicata: non credo che noi adulti siamo riusciti ad essere tutti contemporaneamente seduti a tavola più di trenta secondi di fila. Quando il caos pareva essersi leggermente placato, ho pensato di raccontare loro che, per lo meno in Italia, i bambini nordici godono della fama di essere particolarmente buoni, silenziosi ed obbedienti. Hanno molto riso.
Secondo me, i bambini di nessun paese, qualsiasi sia lo stile educativo, possono essere esenti dal tantrum, dai capricci, e da certe fasi che sono legate strettamente allo sviluppo neurologico. La mia modesta opinione è che i bambini nordici si guadagnino la nomea di quieti e silenziosi soprattutto in contesti turistici e vacanzieri, nei quali si trovino a confronto coi loro coetanei più meridionali. E in quei contesti, essi spiccheranno per calma e silenziosità esattamente come i loro genitori spiccheranno per la stessa ragione. Secondo me, i bambini nordici urlano meno non perché siano geneticamente modificati, e nemmeno perché siano stati "disciplinati", ma perché, banalmente, i loro genitori urlano meno. La loro televisione urla meno. La società urla meno. Il rumore di fondo in Svezia è più basso. È come un ristorante semivuoto, dove la gente ai tavoli parla a voce bassa: se la sala si riempie, ecco che tutti piano piano alzeranno il tono.
Poi però ci sono altri fattori che forse concorrono. Il modello educativo diffuso qua, che mette "il bambino al centro", forse non è direttamente responsabile di bambini "più educati" - per lo meno non se lo si considera, come fanno molti dei detrattori, come un metodo educativo nel senso di strettamente disciplinare. Qui in effetti c'è tolleranza zero verso le punizioni corporali anche leggere e persino verso i toni troppo aggressivi. Niente scapaccioni né urlatacce, quindi - Però forse questa visione è responsabile di come la società e l'ambiente sono progettati, con al centro le esigenze dei piccoli e delle loro famiglie, e questo forse contribuisce ad un approccio in generale più paziente e rilassato verso i bambini.
Lo si vede per esempio nel fatto che ogni cento metri ci sia un parco giochi, e che ogni giorno, con qualunque tempo meteorologico, i bambini stiano fuori un paio d'ore a correre, arrampicarsi, scavare nella sabbia, tuffarsi nelle pozzanghere e rotolarsi nel fango e nella neve. Senza che nessuno dica loro di stare attenti, o di non sporcarsi, o di non sudare: ci sono vestiti apposta per ogni evenienza. Qualche tempo fa, un pomeriggio di pioggia, dovevo badare a mia nipote, una bambina iperenergetica e non certamente ubbidiente. Lei subito mi chiese di portarla fuori. La mia risposta istintiva, lo ammetto, sarebbe stata: "Ma col cavolo!". Le feci notare che fuori pioveva, al che lei rispose supplicante: "Ma poooco!". Uscimmo quindi, ben attrezzate contro gli elementi, e al rientro il pomeriggio filò via liscio. Magari i bambini più facilmente sfogano così energie che altrimenti magari finirebbero scaricate altrove? Del resto dai loro genitori, che fanno molto sport e usano in media poco la macchina, imparano forse ad essere meno lamentosi verso fatica e maltempo.
E insomma, i bambini sono gli stessi ovunque nel mondo. Sotto una certa età, secondo me, sono completamente indistinguibili. Dopo magari entra in gioco l'ambiente ma, ed è questo il succo della mia riflessione, forse più nel senso dell'esempio che dà che in quello delle regole (o delle sberle) che rifila.
Perché si sa, i bambini fanno come facciamo noi, non come diciamo loro.
venerdì 4 novembre 2016
venerdì 14 ottobre 2016
"Sono diventato il genitore che un tempo detestavo"
Questo era il titolo di un articolo che ho letto tempo fa, su un giornale svedese. Iniziava con il racconto di un padre il cui bambino di tre anni era sfuggito ad ogni controllo durante la visita ad una mostra e di come avesse semidistrutto un'opera d'arte. (Arte moderna: l'opera era fatta di pasta cruda e non era protetta da nessuna teca). Dopo l'aneddoto tutto sommato divertente, il giornalista continuava con note un po' più generali e decisamente più serie, che mi hanno colpito.
Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio). E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.
Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
Ci ho ripensato l'altra settimana, quando per un attimo mi sono ritrovata a pensare quella stessa frase del titolo. Ero fuori da un centro commerciale, ai margini del parcheggio. Danne era dentro in fila alla cassa di un negozio di scarpe, dove eravamo andati non per divertimento ma per cause di forza maggiore, per comprare le prime scarpe invernali per Kiki. Io ero seduta su una panchina e tenevo stretta in una presa da wrestler mia figlia che si divincolava a strillava fino a perdere la voce nel tentativo di fuggire correndo tra le auto. L'avevo dovuta già portare fuori di peso dal negozio (14 Kg in movimento), dove farle provare le scarpe si era rivelata una mission impossible, ma persino lì fuori, tra la gente che passava e a due passi dalle auto, le cose non erano certo più facili. È allora appunto che ho realizzato, mentre usavo tutte le fibre del mio corpo per tenerla ferma, che non la sentivo nemmeno più, le sue urla strozzate e disperate erano sottofondo, i miei gesti meccanici, e la gente che passava puro sfondo cartonato. Mi sono resa conto di cosa intendeva quel giornalista con "power-saving mode" e con "il mondo in vibra-call". È che in quei frangenti ho solo le forze mentali e fisiche sufficienti a evitare che mia figlia scappi tra le auto, non posso permettermi di pensare anche a chi passa e ne è sicuramente disturbato o irritato, e pensa che è tutta colpa mia, che loro saprebbero come fare, che sei troppo severa, troppo poco severa, che ci dovresti andare più spesso al centro commerciale così l'abitui oppure che cosa mai ce la porti a fare una bimba del genere al centro commerciale, o in tram, o al museo. Il mondo è silenziato perché non posso pensarci, se lo facessi probabilmente crollerei."Prima di essere padre odiavo i genitori che lasciano i loro bambini urlare sull'autobus o far confusione tra i tavoli di un ristorante. Detestavo i loro sguardi vuoti, la bocca semi-aperta. Come se non sentissero o non se ne curassero.Ora lo so. Che si sente e che ci se ne cura. Ma è come se ci fosse un interruttore nella testa che salta quando è semplicemente troppo. Si va come in power-save, tutte le funzioni tranne quelle assolutamente vitali e la soglia di attenzione si abbassa al livello "il bambino è vivo?".Ora sono io quello che vedete avanzare come un fantasma lungo la coda alla cassa mentre i bambini seminano terrore nel negozio. Non mi importa davvero nulla di cosa tu pensi. Semplicemente, non posso permettermelo.Sono io quello che tu vedi sentirsi un po' male sul marciapiede fuori dall'asilo. Non sono malato né ubriaco, sono solo distrutto dall'esperienza drammatica della consegna, oppure già per la fatica che abbiamo fatto sulla strada da casa. È come se mi disconnettessi dal mondo in quei casi, lo so. D'altra parte, tutti gli amici con bambini ti ripetono che andrà meglio presto. Ma è come se fossero solo parole, perché non diventa mai davvero più facile. E ti dicono: vai a quella mostra, è così bella e colorata e perfetta per i bambini! e tu dimentichi di chiedere se ci saranno teche e recinzioni. Perché tu vuoi disperatamente andare. Vuoi disperatamente crederci, che puoi fare cose come quella. Solo che non funziona mai. Ed ecco che ci si trova in power-saving mode, e col mondo in vibrazione. Potete odiarmi quanto volete. Io voglio solo che sappiate perché si diventa così."
Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio). E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.
giovedì 29 settembre 2016
Prove di bilinguismo
All'ultima visita pediatrica ci hanno chiesto se Kiki avesse un vocabolario di almeno 8-10 parole. Dipende, ho risposto, devono essere parole che esistono?
Perché ecco, mia figlia, per parlare, parla. In continuazione, a voce altissima, parla come se avesse tantissimo da dire, con tutte le espressioni facciali di chi è immerso in un dibattito serio. Solo che non la capisce nessuno.
La sua lingua è un mix di italiano e svedese, ma con un guizzo creativo in più. Sa che ogni oggetto ha due nomi, e li comprende entrambi, ma delle due parole, quella svedese e quella italiana, sceglie di usarne solo una, di solito la più corta. Questo a prescindere dall'interlocutore. Inoltre la semplifica ulteriormente, di solito ripetendo la sillaba iniziale. Dunque cuscino e kudde diventano gugghe, fiore e blomma diventano fuffe. Spesso poi estende la parola a tutta una categoria, e non è facile capire il criterio. Per esempio, quaqua è la papera, ma anche tutto ciò che abbia un becco. E Nina è kanin (coniglio, come il suo peluche) ma anche la piccola copertina che si porta a letto come coccola. Per non parlare del fatto che tutte le parole che iniziano con Pa, in qualsiasi lingua, diventano Pappa, e quelle che iniziano con Ca sono tutte kakka.
La confusione negli astanti è spesso totale, specie se conoscono una sola delle due lingue. Sostanzialmente, tutti tranne me. Deve essere frustrante, per lei, parlare senza essere capita, cosa che forse spiega molte delle sue crisi di rabbia e il suo sempre maggiore attaccamento a me. Sarà per questo che spesso integra con gesti ed onomatopee. Per esempio, se ha fame, indica quello che vuole, dice "MUMMUMME" e poi indica la sua bocca aperta.
Sostanzialmente, parla come Simon's cat:
Un po' barbaro ma efficace.
Perché ecco, mia figlia, per parlare, parla. In continuazione, a voce altissima, parla come se avesse tantissimo da dire, con tutte le espressioni facciali di chi è immerso in un dibattito serio. Solo che non la capisce nessuno.
La sua lingua è un mix di italiano e svedese, ma con un guizzo creativo in più. Sa che ogni oggetto ha due nomi, e li comprende entrambi, ma delle due parole, quella svedese e quella italiana, sceglie di usarne solo una, di solito la più corta. Questo a prescindere dall'interlocutore. Inoltre la semplifica ulteriormente, di solito ripetendo la sillaba iniziale. Dunque cuscino e kudde diventano gugghe, fiore e blomma diventano fuffe. Spesso poi estende la parola a tutta una categoria, e non è facile capire il criterio. Per esempio, quaqua è la papera, ma anche tutto ciò che abbia un becco. E Nina è kanin (coniglio, come il suo peluche) ma anche la piccola copertina che si porta a letto come coccola. Per non parlare del fatto che tutte le parole che iniziano con Pa, in qualsiasi lingua, diventano Pappa, e quelle che iniziano con Ca sono tutte kakka.
La confusione negli astanti è spesso totale, specie se conoscono una sola delle due lingue. Sostanzialmente, tutti tranne me. Deve essere frustrante, per lei, parlare senza essere capita, cosa che forse spiega molte delle sue crisi di rabbia e il suo sempre maggiore attaccamento a me. Sarà per questo che spesso integra con gesti ed onomatopee. Per esempio, se ha fame, indica quello che vuole, dice "MUMMUMME" e poi indica la sua bocca aperta.
Sostanzialmente, parla come Simon's cat:
Un po' barbaro ma efficace.
lunedì 26 settembre 2016
Da dove si ricomincia? Perché di ricominciare avrei davvero bisogno, ma finora non ho trovato davvero il modo. Pensieri sconclusionati affollano la mia mente, e pure la lista delle bozze. Tutto della mia vita pare in disordine, dentro e fuori.
Potrei dire di come abbiamo cambiato casa, comprandone una e vendendone un'altra, lasciando in entrambi i casi grande margine allo sceneggiatore per sbizzarrirsi con le coincidenze ed il tempismo. Un certo ruolo in tutto questo lo ha giocato il fatto che la compravendita immobiliare in Svezia risponde a regole un po' diverse e sia in generale una questione molto veloce e burocraticamente semplice. Per dire, tra la pubblicazione del nostro annuncio "vendesi"sull'apposita pagina web e la firma ufficiale del contratto di vendita sono passate meno di otto ore ad orologio. Ma il vero tocco surreale a tutta la faccenda è dato dal fatto che ci siamo trasferiti a 300m di distanza in un appartamento i-den-ti-co al precedente, con la differenza che stavolta in soggiorno c'è una porta dalla quale si accede a due camere da letto in più. Aver tenuto i due appartamenti in parallelo per qualche settimana ha poi dato il colpo di grazia alla sanità mentale di tutti i coinvolti. Io per esempio continuavo ad andare a cercare lo specchio in corridoio ritrovandomi a fissare un muro prima di rendermi conto che ero nella casa sbagliata.
E potrei dire di Kiki. Dal mese di luglio, dopo la settimana in cui ha avuto la sesta malattia, da rompicazzi sporadica è salita al livello PRO e ormai anche attività che potevo concedermi, come un pranzo fuori con lei o un giro al supermercato, sono diventate impossibili. Crisi di frustrazione per qualunque cosa non vada esattamente come vuole lei, pianti disperati di fronte a qualsiasi rifiuto. Reazione isteriche se per caso le dai il dolcetto che tanto voleva diviso in due invece che intero - in quel caso ci siamo ritrovati con questa bambina coi lacrimoni in mezzo alla pasticceria, che urlava così tanto da rimanere senza fiato. Oppure passato alla cassa prima di averlo se deve attendere che il suo succo di frutta venga passato alla cassa prima di averlo. La cassiera era desolata: doveva finire il cliente precedente e intanto vedeva questa bambina sconsolata, accasciata su se stessa mentre singhiozzava disperata come a dire "nessuno mi capisce!". Il che, incidentalmente, è spesso anche vero.
Del resto ora va al nido. Ci va serena, diciamo. È serena tutto il tempo, anche la notte dorme ancora le sue tredici ore. Anzi adesso ha preso a dormire nel letto senza sbarre, un grande fouton ad una piazza e mezza dove può rotolarsi in totale autonomia. La sera tu le dici: vuoi fare la nanna? e lei agguanta il suo cuscino (Gugghe), la sua copertina (Nina) il suo ciuccio (Zuzzo), si butta a pesce sul materasso e ci dice: Cià Cià! facendo anche ciao con la mano. E dorme, quasi sempre fino alla mattina dopo. Poi la mattina, però, dopo aver camminato serena al mio fianco per i 650 m che ci separano dall'asilo, dopo essere entrata serena dentro la scuola, essersi tolta serena scarpe e giacca, ecco che scoppia il finimondo al mio primo accenno ad andarmene. L' educatrice allora la porta via e mi dice di andarmene velocemente, mentre mia figlia urla e si dispera e piange e versa lacrime. Io mi scapicollo fuori come al solito un po' scombussolata. Ogni maledetta mattina. Poi però, mi dicono, appena volto l'angolo lei smette e sta tranquilla. E pure io appena volto l'angolo smetto e sto tranquilla. Ma cosa non darei per evitarmi quei due minuti quotidiani di inferno.
Ricominciamo così, dunque, come un anno scolastico, come l'autunno della mia infanzia, quello che qui in Svezia comincia ad agosto ma che quest'anno, chissà perché, si è nascosto dietro inattese giornate di sole caldo fino all'altra settimana. Adesso è qui, però, come è giusto che sia, ed è proprio tempo di rientri.
Potrei dire di come abbiamo cambiato casa, comprandone una e vendendone un'altra, lasciando in entrambi i casi grande margine allo sceneggiatore per sbizzarrirsi con le coincidenze ed il tempismo. Un certo ruolo in tutto questo lo ha giocato il fatto che la compravendita immobiliare in Svezia risponde a regole un po' diverse e sia in generale una questione molto veloce e burocraticamente semplice. Per dire, tra la pubblicazione del nostro annuncio "vendesi"sull'apposita pagina web e la firma ufficiale del contratto di vendita sono passate meno di otto ore ad orologio. Ma il vero tocco surreale a tutta la faccenda è dato dal fatto che ci siamo trasferiti a 300m di distanza in un appartamento i-den-ti-co al precedente, con la differenza che stavolta in soggiorno c'è una porta dalla quale si accede a due camere da letto in più. Aver tenuto i due appartamenti in parallelo per qualche settimana ha poi dato il colpo di grazia alla sanità mentale di tutti i coinvolti. Io per esempio continuavo ad andare a cercare lo specchio in corridoio ritrovandomi a fissare un muro prima di rendermi conto che ero nella casa sbagliata.
E potrei dire di Kiki. Dal mese di luglio, dopo la settimana in cui ha avuto la sesta malattia, da rompicazzi sporadica è salita al livello PRO e ormai anche attività che potevo concedermi, come un pranzo fuori con lei o un giro al supermercato, sono diventate impossibili. Crisi di frustrazione per qualunque cosa non vada esattamente come vuole lei, pianti disperati di fronte a qualsiasi rifiuto. Reazione isteriche se per caso le dai il dolcetto che tanto voleva diviso in due invece che intero - in quel caso ci siamo ritrovati con questa bambina coi lacrimoni in mezzo alla pasticceria, che urlava così tanto da rimanere senza fiato. Oppure passato alla cassa prima di averlo se deve attendere che il suo succo di frutta venga passato alla cassa prima di averlo. La cassiera era desolata: doveva finire il cliente precedente e intanto vedeva questa bambina sconsolata, accasciata su se stessa mentre singhiozzava disperata come a dire "nessuno mi capisce!". Il che, incidentalmente, è spesso anche vero.
Del resto ora va al nido. Ci va serena, diciamo. È serena tutto il tempo, anche la notte dorme ancora le sue tredici ore. Anzi adesso ha preso a dormire nel letto senza sbarre, un grande fouton ad una piazza e mezza dove può rotolarsi in totale autonomia. La sera tu le dici: vuoi fare la nanna? e lei agguanta il suo cuscino (Gugghe), la sua copertina (Nina) il suo ciuccio (Zuzzo), si butta a pesce sul materasso e ci dice: Cià Cià! facendo anche ciao con la mano. E dorme, quasi sempre fino alla mattina dopo. Poi la mattina, però, dopo aver camminato serena al mio fianco per i 650 m che ci separano dall'asilo, dopo essere entrata serena dentro la scuola, essersi tolta serena scarpe e giacca, ecco che scoppia il finimondo al mio primo accenno ad andarmene. L' educatrice allora la porta via e mi dice di andarmene velocemente, mentre mia figlia urla e si dispera e piange e versa lacrime. Io mi scapicollo fuori come al solito un po' scombussolata. Ogni maledetta mattina. Poi però, mi dicono, appena volto l'angolo lei smette e sta tranquilla. E pure io appena volto l'angolo smetto e sto tranquilla. Ma cosa non darei per evitarmi quei due minuti quotidiani di inferno.
Ricominciamo così, dunque, come un anno scolastico, come l'autunno della mia infanzia, quello che qui in Svezia comincia ad agosto ma che quest'anno, chissà perché, si è nascosto dietro inattese giornate di sole caldo fino all'altra settimana. Adesso è qui, però, come è giusto che sia, ed è proprio tempo di rientri.
venerdì 3 giugno 2016
un barattolo di sole
Se potessi, creerei per me un mondo dove è sempre estate come quando è estate al Nord.
Certo, l'estate al Nord è una cosa un poco effimera e imprevedibile, non sai mai quando arriva, o quanto durerà, e dunque bisogna vivere un po' come sui blocchi di partenza delle corse, pronti allo scatto, pronti a buttarsi a capofitto nel sole. Nell'estate del Nord si impara a cogliere l'attimo, e a non rimandare mai quello che si potrebbe fare oggi.
Però, quando arriva, l'estate al Nord mi ripaga di tutto.

E nell'estate del Nord mi trovo piena di energie, senza afa che le fiacchi, a vivere giorni che sembrano non aver mai fine, incantata dai verdi e dagli azzurri, coi piedi nudi sull'erba fresca dei prati, incapace di dormire sotto cieli rosa che non diventano mai bui.
Nell'estate del Nord i canoni di abbigliamento scompaiono sotto l'imperativo di non sprecare nemmeno un raggio di sole, e donne di ogni età mettono il bikini per andare al parco, o anche solo nel prato condominiale, senza curarsi di chi le vedrà. Nell'estate del Nord si vive di barbecue, di picnic, di coperte stese, di cestini pieni d'uva e di ciliegini, e si gioca a badminton e a kubb.
Nell'estate del Nord vivo ogni giorno con gratitudine, non do per scontato nulla, e con la stessa meraviglia di Kiki raccolgo conchiglie, soffio soffioni, lancio sassi nell'acqua, mi curo poco della forma e riempio il mio barattolo di sole.
Certo, l'estate al Nord è una cosa un poco effimera e imprevedibile, non sai mai quando arriva, o quanto durerà, e dunque bisogna vivere un po' come sui blocchi di partenza delle corse, pronti allo scatto, pronti a buttarsi a capofitto nel sole. Nell'estate del Nord si impara a cogliere l'attimo, e a non rimandare mai quello che si potrebbe fare oggi.
Però, quando arriva, l'estate al Nord mi ripaga di tutto.

![]() |
E nell'estate del Nord mi trovo piena di energie, senza afa che le fiacchi, a vivere giorni che sembrano non aver mai fine, incantata dai verdi e dagli azzurri, coi piedi nudi sull'erba fresca dei prati, incapace di dormire sotto cieli rosa che non diventano mai bui.
Nell'estate del Nord i canoni di abbigliamento scompaiono sotto l'imperativo di non sprecare nemmeno un raggio di sole, e donne di ogni età mettono il bikini per andare al parco, o anche solo nel prato condominiale, senza curarsi di chi le vedrà. Nell'estate del Nord si vive di barbecue, di picnic, di coperte stese, di cestini pieni d'uva e di ciliegini, e si gioca a badminton e a kubb.
Nell'estate del Nord vivo ogni giorno con gratitudine, non do per scontato nulla, e con la stessa meraviglia di Kiki raccolgo conchiglie, soffio soffioni, lancio sassi nell'acqua, mi curo poco della forma e riempio il mio barattolo di sole.
domenica 29 maggio 2016
son soddisfazioni
Oggi in Svezia è la festa della mamma.
Di solito il giorno prima mio suocero chiama Danne per ricordarglielo. Ieri invece ha chiamato mia suocera. Per ricordargli di regalarmi qualcosa.
Danne si è lamentato: ma non è mica mia madre!
In effetti.
Poi è venuto da me e col solito fare poetico che contraddistingue tutte le nostre interazioni ha detto: dimmi che vuoi che ti regali se no mia madre mi darà l'inferno.
Beh, che mi importa, ho risposto, veditela con lei, mica è mia madre.
Direi che abbiamo centrato il tema del giorno, quantomeno.
Di solito il giorno prima mio suocero chiama Danne per ricordarglielo. Ieri invece ha chiamato mia suocera. Per ricordargli di regalarmi qualcosa.
Danne si è lamentato: ma non è mica mia madre!
In effetti.
Poi è venuto da me e col solito fare poetico che contraddistingue tutte le nostre interazioni ha detto: dimmi che vuoi che ti regali se no mia madre mi darà l'inferno.
Beh, che mi importa, ho risposto, veditela con lei, mica è mia madre.
Direi che abbiamo centrato il tema del giorno, quantomeno.
sabato 7 maggio 2016
that's what i do, I drink and I know things
Qui, fisicamente, si arranca. L'agognato congedo di paternità è arrivato e, escludendo le settimane che passiamo in viaggio, è finora stato devoluto a inghippi, rogne, patemi, perlopiù causati da un progetto lavorativo di Danne che ormai non può proprio essere abbandonato. E invece questi giorni dovevano essere finalmente la mia chance di riprendere in mano la mia vita. Non c'è stato verso e non ci sarà, ed io sono arrabbiata, stanca, nervosa, furente, scoraggiata. Non è colpa di nessuno, è la sfiga, è la vita, è il destino, è il karma ed io mi sono rotta le palle.
I viaggi sono tra le ragioni della stanchezza, sebbene siano la ragione migliore. Dopo essere stati dai suoceri in Småland, aprile si è chiuso con una stranamente lunga parentesi toscana a casa dei miei. E uno dice: beh, ti sarai riposata. Eh. No, ormai l'ho detto mille volte, io a casa dei miei non mi riposo mai, perché ho sviluppato la malsana abitudine di passare tutto il tempo a pulire e svuotare casa loro. Beh, a provarci. Il tutto litigando e poi crogiolarmi in orribili sensi di colpa, perché mi sento l'odiosa saccente che non vorrei essere.
Abbiamo comunque potuto goderci qualche serata o pomeriggio in solitaria, lasciando Kiki coi nonni. Al ritorno di solito trovavamo i miei completamente distrutti e penso che in questo modo abbiamo messo fine alla domanda: ma quando lo fate il fratellino? Abbiamo quindi rivisto care amiche e abbiamo mangiato un sacco. Troppo, ovviamente. E mi sono goduta il vino. Sì, ok, datemi dell'alcolista, non potete capire che cosa significhi avere il vino, ottimo vino, sul tavolo ad ogni pasto senza che sia un affare di stato e berne un mezzo bicchiere solo perché, cazzo, è quel che ci vuole col buon cibo. Ecco. E poi il gelato. E poi almeno qualche pomeriggio di sole e piedi nudi nelle ballerine prima che l'inverno tornasse di colpo a rompere le scatole. Noi eravamo comunque contenti, visto che contemporaneamente in Svezia nevicava.
La vera ragione per cui comunque non possiamo tornare dall'Italia riposati (rinfrancati, ingrassati, abbronzati magari, ma riposati no) è che volare con Kiki non è proprio cosa. Io vi ammiro, plurimamme expat che vi fate voli transoceanici in solitaria con prole al seguito, mi chiedo davvero, onestamente, perché per noi sia tanto più difficile. Siamo noi, è lei, sono i voli brevi a fare la differenza? Mia figlia non si distrae con ipad, e cellulari, lei ve li strappa dalle mani e ve lo giuro è in grado di romperveli senza appello in meno di un minuto. Mia figlia non dorme, o meglio: dorme nel suo letto, al buio, possibilmente da sola e col silenzio intorno. Noi dobbiamo per forza viaggiare con la Ryan, e lì con un bambino sotto i due anni puoi fare una sola cosa: tenertelo in collo, legato alla tua cintura e pregare che non scateni l'inferno. Solo che Kiki in braccio non ci sta mai, nemmeno a casa, nemmeno quando è felice e serena, figurarsi stanca, con le orecchie tappate, alle undici di sera su un aereo pieno di gente e con le luci sparate. Se non fossimo stati in due non sarebbe stato materialmente possibile gestire lei, le borse, le ginocchiate nello spazio microscopico e la voglia di dare fortissimo una testata nel finestrino.
Ecco perché rientrare a casa è tutto sommato un sollievo. La bambina indemoniata si spegne di botto nel suo lettino, la faccia finalmente serena, noi accendiamo il canale HBO e ci guardiamo finalmente la nuova stagione di Game of Thrones sorseggiando l'ottimo limoncello di mia madre. All is well what ends well.
I viaggi sono tra le ragioni della stanchezza, sebbene siano la ragione migliore. Dopo essere stati dai suoceri in Småland, aprile si è chiuso con una stranamente lunga parentesi toscana a casa dei miei. E uno dice: beh, ti sarai riposata. Eh. No, ormai l'ho detto mille volte, io a casa dei miei non mi riposo mai, perché ho sviluppato la malsana abitudine di passare tutto il tempo a pulire e svuotare casa loro. Beh, a provarci. Il tutto litigando e poi crogiolarmi in orribili sensi di colpa, perché mi sento l'odiosa saccente che non vorrei essere.
Abbiamo comunque potuto goderci qualche serata o pomeriggio in solitaria, lasciando Kiki coi nonni. Al ritorno di solito trovavamo i miei completamente distrutti e penso che in questo modo abbiamo messo fine alla domanda: ma quando lo fate il fratellino? Abbiamo quindi rivisto care amiche e abbiamo mangiato un sacco. Troppo, ovviamente. E mi sono goduta il vino. Sì, ok, datemi dell'alcolista, non potete capire che cosa significhi avere il vino, ottimo vino, sul tavolo ad ogni pasto senza che sia un affare di stato e berne un mezzo bicchiere solo perché, cazzo, è quel che ci vuole col buon cibo. Ecco. E poi il gelato. E poi almeno qualche pomeriggio di sole e piedi nudi nelle ballerine prima che l'inverno tornasse di colpo a rompere le scatole. Noi eravamo comunque contenti, visto che contemporaneamente in Svezia nevicava.
La vera ragione per cui comunque non possiamo tornare dall'Italia riposati (rinfrancati, ingrassati, abbronzati magari, ma riposati no) è che volare con Kiki non è proprio cosa. Io vi ammiro, plurimamme expat che vi fate voli transoceanici in solitaria con prole al seguito, mi chiedo davvero, onestamente, perché per noi sia tanto più difficile. Siamo noi, è lei, sono i voli brevi a fare la differenza? Mia figlia non si distrae con ipad, e cellulari, lei ve li strappa dalle mani e ve lo giuro è in grado di romperveli senza appello in meno di un minuto. Mia figlia non dorme, o meglio: dorme nel suo letto, al buio, possibilmente da sola e col silenzio intorno. Noi dobbiamo per forza viaggiare con la Ryan, e lì con un bambino sotto i due anni puoi fare una sola cosa: tenertelo in collo, legato alla tua cintura e pregare che non scateni l'inferno. Solo che Kiki in braccio non ci sta mai, nemmeno a casa, nemmeno quando è felice e serena, figurarsi stanca, con le orecchie tappate, alle undici di sera su un aereo pieno di gente e con le luci sparate. Se non fossimo stati in due non sarebbe stato materialmente possibile gestire lei, le borse, le ginocchiate nello spazio microscopico e la voglia di dare fortissimo una testata nel finestrino.
Ecco perché rientrare a casa è tutto sommato un sollievo. La bambina indemoniata si spegne di botto nel suo lettino, la faccia finalmente serena, noi accendiamo il canale HBO e ci guardiamo finalmente la nuova stagione di Game of Thrones sorseggiando l'ottimo limoncello di mia madre. All is well what ends well.
lunedì 11 aprile 2016
Now I'm just waiting for something that might never come
Qui si è intenti in un faticoso risveglio dall'inverno del nostro scontento.
Le temperature salgono lentamente, le ore di luce aumentano esponenzialmente e nelle aiuole è tutta un'esplosione di fiori selvatici, sui quali mi sto facendo una cultura: anemoni bianchi (vitsippa), azzurri o lilla (blåsippa), crochi, ranuncoli, mughetti. Se non avete vissuto un po' al nord non potete capire quanto sia sentita e partecipata questa cosa: c'è rischio che pure i convenevoli in ascensore virino con entusiasmo sugli anemoni.
Primavera vuol dire anche decluttering, un po' per tutti e specie per chi come me ne ha evidentemente fatto un'ossessione, complici la cronica mancanza di spazio in appartamento (acuita dalla famiglia che cresce e diostrafulmini il prossimo che regala un altro gioco alla pupa) e un vissuto famigliare complicato.
Bene, a questo giro mancheremo, essendo in Italia, il semestrale passaggio del container per i rifiuti ingombranti, quelli che si accumulano in cantina e che io non vedo l'ora di far sparire. Non solo: ho traslocato in cantina pure la gran parte dei nostri libri e dvd perché non facevo che raccoglierli dal suolo e rimetterli sulle mensole, in loop, e ora quando passo dal nostro box strapieno iperventilo.
Mia suocera pure è intenta nella stessa attività. Dopo aver tenuto tutto per 40 anni, ha ora deciso di cominciare ad eliminare il superfluo, ed ha approfittato della nostra visita la settimana scorsa per costringere suo figlio a scremare l'eredità della sua infanzia: era stato finora conservato tutto. Ci sono volute quattro serate intere per passare tutto in rassegna e poi portare la gran parte in discarica.
Chiaramente, è stata la morte di sua madre a convincere mia suocera della necessità di sgomberare. Infatti c'erano ancora le cose di Mormor da eliminare o valutare. Tra di esse, una scatola di latta piena di monete antiche. Io ho preso la scatola, pensando di usarla per il cucito, mentre Danne ha passato una serata intera su Tradera (l'ebay svedese) per avere un'idea del valore delle monete. E abbiamo scoperto con mia grande sorpresa che pure monete del 1600 non valgono in realtà poi molto, e tanto valeva sbarazzarsi di tutto.
Al ritorno a casa, poi, pure la scatola poi si è rivelata scomoda e ho deciso di smaltirla assieme al metallo nella differenziata. Mentre andavamo insieme ai cassonetti Danne si è stupito che la buttassi, gli pareva bella. Ma sì, gli ho detto, guarda che non era nulla di che, vedi che dietro c'è scritto Haribo? Era una vecchia scatola delle caramelle.
E mentre io mi dedicavo allo smaltimento, mettendo i vari oggetti ognuno nel cassonetto apposito, lui leggeva qualcosa sul cellulare. Quando ormai avevo finito, ed ero pure irritata dal mancato aiuto, mi ha detto, trattenendo una risata: sai quanto valeva quella scatola su ebay?
E niente, ho infilato il braccio e l'ho ritirata su.
Le temperature salgono lentamente, le ore di luce aumentano esponenzialmente e nelle aiuole è tutta un'esplosione di fiori selvatici, sui quali mi sto facendo una cultura: anemoni bianchi (vitsippa), azzurri o lilla (blåsippa), crochi, ranuncoli, mughetti. Se non avete vissuto un po' al nord non potete capire quanto sia sentita e partecipata questa cosa: c'è rischio che pure i convenevoli in ascensore virino con entusiasmo sugli anemoni.
Primavera vuol dire anche decluttering, un po' per tutti e specie per chi come me ne ha evidentemente fatto un'ossessione, complici la cronica mancanza di spazio in appartamento (acuita dalla famiglia che cresce e diostrafulmini il prossimo che regala un altro gioco alla pupa) e un vissuto famigliare complicato.
Bene, a questo giro mancheremo, essendo in Italia, il semestrale passaggio del container per i rifiuti ingombranti, quelli che si accumulano in cantina e che io non vedo l'ora di far sparire. Non solo: ho traslocato in cantina pure la gran parte dei nostri libri e dvd perché non facevo che raccoglierli dal suolo e rimetterli sulle mensole, in loop, e ora quando passo dal nostro box strapieno iperventilo.
Mia suocera pure è intenta nella stessa attività. Dopo aver tenuto tutto per 40 anni, ha ora deciso di cominciare ad eliminare il superfluo, ed ha approfittato della nostra visita la settimana scorsa per costringere suo figlio a scremare l'eredità della sua infanzia: era stato finora conservato tutto. Ci sono volute quattro serate intere per passare tutto in rassegna e poi portare la gran parte in discarica.
Chiaramente, è stata la morte di sua madre a convincere mia suocera della necessità di sgomberare. Infatti c'erano ancora le cose di Mormor da eliminare o valutare. Tra di esse, una scatola di latta piena di monete antiche. Io ho preso la scatola, pensando di usarla per il cucito, mentre Danne ha passato una serata intera su Tradera (l'ebay svedese) per avere un'idea del valore delle monete. E abbiamo scoperto con mia grande sorpresa che pure monete del 1600 non valgono in realtà poi molto, e tanto valeva sbarazzarsi di tutto.
Al ritorno a casa, poi, pure la scatola poi si è rivelata scomoda e ho deciso di smaltirla assieme al metallo nella differenziata. Mentre andavamo insieme ai cassonetti Danne si è stupito che la buttassi, gli pareva bella. Ma sì, gli ho detto, guarda che non era nulla di che, vedi che dietro c'è scritto Haribo? Era una vecchia scatola delle caramelle.
E mentre io mi dedicavo allo smaltimento, mettendo i vari oggetti ognuno nel cassonetto apposito, lui leggeva qualcosa sul cellulare. Quando ormai avevo finito, ed ero pure irritata dal mancato aiuto, mi ha detto, trattenendo una risata: sai quanto valeva quella scatola su ebay?
E niente, ho infilato il braccio e l'ho ritirata su.
venerdì 11 marzo 2016
bad cop good cop
A 12 mesi i bambini svedesi vanno dal dentista.
In realtà, potrebbero pure rimanere a casa e far andare i genitori, tanto lo scopo principale del colloquio è terrorizzare informare i genitori. Poi mica tutti hanno un sacco di denti come Kiki, e mica tutti sono disponibili ad aprire la bocca. Invece si può benissimo raccontare a mamma e papà come le loro abitudini alimentari siano potenzialmente letali e come spazzolare i denti delle loro creature non sia un'attività da sottovalutare nemmeno a 12 mesi.
I bambini svedesi sono, del resto, quelli con meno carie del mondo, ci ha tenuto a dirmi. Così, nel caso mi fosse venuto un attacco di sticazzismo.
La dentista ha riscontrato che gli incisivi superiori non erano stati correttamente spazzolati. Ho provato a spiegare che questo era conseguenza del fatto che la piccola anguilla non è molto collaborativa, non ama stare ferma seduta sulle ginocchia di chicchessia e non riusciamo a farle sollevare per bene il labbro. È che è una bambina testarda, ho detto. E allora tu devi essere più testarda di lei! ha ribattuto la dentista.
Dunque me ne sono tornata a casa con uno spazzolino omaggio e la mia brava doggy bag di sensi di colpa e buoni propositi, e a casa è cominciato il New Deal. Lo facciamo in due, poliziotto buono e poliziotto cattivo, uno la tiene e l'altra spazzola, o viceversa, e dopo due settimane possiamo affermare che ci sono stati evidenti cambiamenti. Enormi cambiamenti.
Ora Kiki si butta lunga distesa a terra, nella celebre mossa difensiva del judoka, già alla vista dello spazzolino. Se prima mancavamo gli incisivi superiori, ora è già tanto se centriamo la bocca, mentre urla disperata e cerca di divincolarsi.
Ora Kiki si butta lunga distesa a terra, nella celebre mossa difensiva del judoka, già alla vista dello spazzolino. Se prima mancavamo gli incisivi superiori, ora è già tanto se centriamo la bocca, mentre urla disperata e cerca di divincolarsi.
Prossimo controllo tra un anno. Ce la porta Pappa.
martedì 23 febbraio 2016
esta es la bendicion de tu madre
Alla casa sul lago
Al cielo sopra al lago, incorniciato dagli abeti, al silenzio, alla mia gonna a fiori, al rumore del remo nell'acqua
A quando nostra figlia ride
A quella pasticceria di Strasburgo con le rose sul soffitto, quando nessuno sapeva fossimo lì
A quella volta che lui mi disse I love you ed io risposi fuck
A quel pomeriggio ad Heidelberg che pareva di essere in vacanza ed io gli dissi, ecco, ricordamelo ogni tanto che io oggi ero felice
A quella volta lungo il Reno che per passare quei cento metri di strada allagata mi portò in spalla, con l'acqua alle ginocchia, ed io ridevo
A quella volta lungo il Reno che per passare quei cento metri di strada allagata mi portò in spalla, con l'acqua alle ginocchia, ed io ridevo
A ieri che mi ha regalato una borsa e mi ha detto un tempo ti piacevano, le borse
Alle cose che un tempo mi piacevano
...
Poi suona un campanellino e posso smettere di respirare profondamente e di concentrarmi così attivamente sulle cose cui pensare, a rimbalzare i pensieri negativi con così tanto impegno da far quasi male.
Posso dunque arrotolare il tappetino, piegare la coperta, raccogliere il cuscino e tornare a smarrirmi tra la lista della spesa e quella dei rimpianti già mentre cammino verso casa. E la notte, mentre mi giro e rigiro nel letto, posso riprendere con la nenia infinita di autoaccuse e la costante presa d'atto dei miei fallimenti, solo che in sottofondo c'è lo strambo cd scelto dalla maestra di yoga, stranamente in spagnolo.
Si vede che 5 lezioni, per ora, non sono sufficienti.
lunedì 15 febbraio 2016
Buon compleanno #1
Quella sera che decidemmo di tornare a casa dall'ospedale, chiamai l'infermiera di guardia perché mi aiutasse a vestirti. Non avevo idea di come fare, non lo avevo mai fatto ancora perché in ospedale i bambini venivano tenuti solo pelle a pelle. La donna era una signora di origine iraniana, dall'aria molto materna, che sorrise comprensiva e allegra. Le misi davanti la scelta di vestiti che mi ero portata da casa, perché mi aiutasse a scegliere i più adatti per la temperatura di fuori. Tutta avvolta in quei capi troppo grandi, e poi persa nel seggiolino sulla macchina, quanto parevi minuscola.
Ce la lasciano davvero portare a casa, così?
Ci hanno lasciato portarti a casa, anche se noi di bambini non sapevamo nulla. Anche se non ne sappiamo molto nemmeno ora, e nemmeno ora davvero riesco a sentirmi compresa nella categoria delle mamme. Forse è perché ancora nessuno mi identifica socialmente come la mamma di qualcuno.
Però nel frattempo da minuscola che eri, mentre coi pugni e gli occhi chiusi ti lasciavi annusare con sospetto dai gatti di casa, sei diventata una piccola persona con un carattere deciso, lo sguardo attento e sempre a un passo dalla risata. Tutti sottolineano quanto sorridi, quanto poco tu sembri aver bisogno di tenermi vicina, quanto tu sia forte e irruenta e chiassosa e buffa. Se ripenso a noi tutti un anno fa, penso che non ho sentito mai di aver nulla di innato, nessun istinto che abbia preso il sopravvento o mi abbia guidato. Non ci conoscevamo affatto, avevamo tutti bisogno di annusarci, guardarci, abituarci. Quello che adesso guida le mie scelte di tutti giorni, le scelte che un anno fa non pensavo di essere in grado di fare al punto di chiedere ad una signora mai vista di farle per me, non è l'istinto ma l'averti imparato a conoscere.
Ed è solo l'inizio.
Ce la lasciano davvero portare a casa, così?
Ci hanno lasciato portarti a casa, anche se noi di bambini non sapevamo nulla. Anche se non ne sappiamo molto nemmeno ora, e nemmeno ora davvero riesco a sentirmi compresa nella categoria delle mamme. Forse è perché ancora nessuno mi identifica socialmente come la mamma di qualcuno.
Però nel frattempo da minuscola che eri, mentre coi pugni e gli occhi chiusi ti lasciavi annusare con sospetto dai gatti di casa, sei diventata una piccola persona con un carattere deciso, lo sguardo attento e sempre a un passo dalla risata. Tutti sottolineano quanto sorridi, quanto poco tu sembri aver bisogno di tenermi vicina, quanto tu sia forte e irruenta e chiassosa e buffa. Se ripenso a noi tutti un anno fa, penso che non ho sentito mai di aver nulla di innato, nessun istinto che abbia preso il sopravvento o mi abbia guidato. Non ci conoscevamo affatto, avevamo tutti bisogno di annusarci, guardarci, abituarci. Quello che adesso guida le mie scelte di tutti giorni, le scelte che un anno fa non pensavo di essere in grado di fare al punto di chiedere ad una signora mai vista di farle per me, non è l'istinto ma l'averti imparato a conoscere.
Ed è solo l'inizio.
martedì 9 febbraio 2016
And when we've been through all the pages we just start again
Forse avevano ragione quei popoli che aspettavano che un bambino fosse cresciuto per dargli un nome definitivo. Se l'avessi conosciuta come la conosco ora, Kiki qui sul blog l'avrei chiamata Masha, come la bambina di Masha e Orso. (A proposito, leggete qui se vi va) Me la ricorda parecchio mentre mi mette a soqquadro* casa e quando mi arrabbio non si scompone manco per un secondo, solo si ferma a guardarmi prima di scoppiare a ridere. Come Masha è iperenergetica e coraggiosa ed è temutissima dagli animali di casa. Pure la casetta nel bosco ci abbiamo, alla bisogna, e il papà Orso di nome e di fatto.
Quando è nata i miei mi hanno fatto avere il libretto su cui avevano annotato i miei primi anni. Vi si legge, con la calligrafia di mio padre, che ero riflessiva e furbetta, terribile e rompiscatole. La mia bisnonna, che poveretta era semiparalizzata ed è morta quando avevo poco più di due anni, pare che si lamentasse esclamando alla mia vista: oh no! c'è di nuovo quel bimbo! (mia madre mi vestiva d'azzurro).
Danne d'altro canto pare sia stato un angioletto, del tipo che ti resta sempre vicino e non ti fa vivere col terrore di sentire l'altoparlante che annuncia che hanno trovato un bambino biondo, venitelo a riprendere. Cosa che però succedeva col fratello (pare lo tenessero al guinzaglio), quindi pure da quella parte della famiglia non è che siano privi di bambini impegnativi. Anzi, narra la leggenda che, più grandicelli, i due fratelli insieme si siano dedicati ad una serie di attività ai limiti dell'infarto, tra le quali lanciarsi dal tetto innevato con lo slittino e far esplodere ordigni artigianali in giardino.
Pure la Cuginetta è un po' così, un terremoto, sempre a prendere qualcosa a calci, sempre a saltare e lanciarsi e in generale tentare di ammaccarsi. Spesso torna dall'asilo coperta di sabbia e terra e fango fino alla punta dei capelli, (qui li tengono fuori a giocare tutto l'anno) e con le gambette esili che sono tutto un livido, dunque so già che cosa ha in serbo per me il mio futuro. Mia cognata la iscrive a corsi tipo danza e baby-yoga, con scarsi risultati, io sto valutando di cercare una squadra di rugby per quando sarà.
L'altro giorno parlavo con mio padre e gli raccontavo di come Kiki non mostri mai di aver paura di qualcosa. In realtà ci sono cose che non le piacciono o la lasciano in dubbio, ma lei le affronta da sola, senza coinvolgermi, senza venire a nascondersi dietro di me oppure scrutando le mie reazioni. Però non avevo nemmeno finito la frase che subito mio padre ha sentenziato: male! la paura del pericolo è importante! Eh già.
Naturalmente non mi sono stupita nemmeno un po'. A casa mia, la paura, l'insicurezza, il non correre rischi, sono sempre stati visti come virtù. E non che non abbiano i loro lati positivi. Però mi è tornato anche in mente quello che mi disse mia suocera, madre della succitata coppia di stuntmen. Quando erano piccoli e giocavano in giardino, e la cosa più tranquilla che facevano era arrampicarsi sugli alberi, lei si imponeva di non inseguirli dicendo "attento che cadi" né di andarli a tirare giù. Anche se era terrorizzata che si facessero male. Perché per quanto tremendo per lei, era convinta che fosse importante farle quelle cose, per loro. Le loro scoperte e le loro imprese. A loro non faceva percepire nulla, glielo confessò solo molti anni più tardi che per l'angoscia a volte doveva imporsi di distogliere lo sguardo.
Per la legge degli equilibri cosmici, tra me e Danne l'apprensivo è lui. L'universo ha il senso dell'ironia. Chissà se riusciremo a gestire il labile confine tra la nostra paura e quella di Kiki, a dare più strumenti che limiti, a spiegare i rischi che esistono senza che essi diventino paralizzanti.
*giuro che è dalla terza elementare che aspettavo questa occasione
| Kiki e il Telecomando, l'eterna lotta per la supremazia domestica |
Quando è nata i miei mi hanno fatto avere il libretto su cui avevano annotato i miei primi anni. Vi si legge, con la calligrafia di mio padre, che ero riflessiva e furbetta, terribile e rompiscatole. La mia bisnonna, che poveretta era semiparalizzata ed è morta quando avevo poco più di due anni, pare che si lamentasse esclamando alla mia vista: oh no! c'è di nuovo quel bimbo! (mia madre mi vestiva d'azzurro).
Danne d'altro canto pare sia stato un angioletto, del tipo che ti resta sempre vicino e non ti fa vivere col terrore di sentire l'altoparlante che annuncia che hanno trovato un bambino biondo, venitelo a riprendere. Cosa che però succedeva col fratello (pare lo tenessero al guinzaglio), quindi pure da quella parte della famiglia non è che siano privi di bambini impegnativi. Anzi, narra la leggenda che, più grandicelli, i due fratelli insieme si siano dedicati ad una serie di attività ai limiti dell'infarto, tra le quali lanciarsi dal tetto innevato con lo slittino e far esplodere ordigni artigianali in giardino.
Pure la Cuginetta è un po' così, un terremoto, sempre a prendere qualcosa a calci, sempre a saltare e lanciarsi e in generale tentare di ammaccarsi. Spesso torna dall'asilo coperta di sabbia e terra e fango fino alla punta dei capelli, (qui li tengono fuori a giocare tutto l'anno) e con le gambette esili che sono tutto un livido, dunque so già che cosa ha in serbo per me il mio futuro. Mia cognata la iscrive a corsi tipo danza e baby-yoga, con scarsi risultati, io sto valutando di cercare una squadra di rugby per quando sarà.
L'altro giorno parlavo con mio padre e gli raccontavo di come Kiki non mostri mai di aver paura di qualcosa. In realtà ci sono cose che non le piacciono o la lasciano in dubbio, ma lei le affronta da sola, senza coinvolgermi, senza venire a nascondersi dietro di me oppure scrutando le mie reazioni. Però non avevo nemmeno finito la frase che subito mio padre ha sentenziato: male! la paura del pericolo è importante! Eh già.
Naturalmente non mi sono stupita nemmeno un po'. A casa mia, la paura, l'insicurezza, il non correre rischi, sono sempre stati visti come virtù. E non che non abbiano i loro lati positivi. Però mi è tornato anche in mente quello che mi disse mia suocera, madre della succitata coppia di stuntmen. Quando erano piccoli e giocavano in giardino, e la cosa più tranquilla che facevano era arrampicarsi sugli alberi, lei si imponeva di non inseguirli dicendo "attento che cadi" né di andarli a tirare giù. Anche se era terrorizzata che si facessero male. Perché per quanto tremendo per lei, era convinta che fosse importante farle quelle cose, per loro. Le loro scoperte e le loro imprese. A loro non faceva percepire nulla, glielo confessò solo molti anni più tardi che per l'angoscia a volte doveva imporsi di distogliere lo sguardo.
Per la legge degli equilibri cosmici, tra me e Danne l'apprensivo è lui. L'universo ha il senso dell'ironia. Chissà se riusciremo a gestire il labile confine tra la nostra paura e quella di Kiki, a dare più strumenti che limiti, a spiegare i rischi che esistono senza che essi diventino paralizzanti.
*giuro che è dalla terza elementare che aspettavo questa occasione
martedì 2 febbraio 2016
lady dal fiocco blu
È un po' di tempo che rinuncio alle discussioni. Mi sento talvolta in un disaccordo così totale che diventa quasi paralizzante. Purtroppo succede anche con le persone con le quali un tempo avrei discusso volentieri. Non nel senso che allora saremmo state necessariamente d'accordo: semplicemente un tempo sentivo di avere energia per il confronto. E ora invece mollo il colpo, pronuncio il mio silente vaffa interiore e cerco di passare avanti.
Il più delle volte la mia sofferenza viene dall'essere messa, dialetticamente, di fronte a scelte impossibili come se fossero le uniche al mondo. Ti fanno sempre credere di avere solo due opzioni estreme, quelli che impostano il dialogo su basi disoneste. La verità non emerge mai con chiarezza dai dibattiti, è sconfortante.
Ho guardato il dibattito che andava in onda domenica su la7. Poi ho letto i commenti di chi pure lo aveva guardato e ne aveva ricavato sensazioni diametralmente opposte alle mie. Ogni volta in cui io, da spettatrice, avevo pensato di aver assistito ad un punto segnato a favore di una certa posizione, loro lo avevano preso come punto segnato contro. Come è possibile?
Anche adesso vorrei scriverne e non ci riesco, sento che ogni frase che scriverei non dimostrerebbe nulla a nessuno. Chi leggerà, terrà la sua idea, qualunque sia. Le idee sono ormai sempre più spesso questione di fede. Ed io, che di fede non ne ho mai avuta, mi sento spaesata e pure triste. Difficile essere ottimisti ultimamente.
Ho trovato per caso questo blog, scritto da una maestra canadese, madre di una bambina di 5 anni affetta da autismo. Questa bambina porta i capelli corti e adora le tartarughe ninja. Come per molti bambini autistici non è facile per lei modellare i suoi comportamenti su quello che la società si aspetta da lei. La sua mamma a quanto pare si trova regolarmente a dover difendere la ragione per cui permetta a sua figlia di portare i capelli corti. Perché le bambine hanno i capelli lunghi. Incredibile come la gente manchi di empatia, nei confronti di una bambina affetta da un disordine neurologico; ma soprattutto, se anche Kate fosse stata neurotipica, non avrebbe comunque avuto il diritto di portare i capelli come cavolo le piaceva di più? E nel caso che la scelta l'avesse fatta sua madre, così come mi ricordo la facevano le mamme di molte mie compagne di classe, perché i capelli corti sono più pratici o per diosacosa, non sarebbe stato lo stesso perfettamente accettabile?
Da quando è diventato così importante poter distinguere da 1 Km di distanza bambini maschi e femmine? La gente scende in piazza per protestare che le lobby omosessuali, le femministe, la Spectre, stanno cercando di confonderci e mescolarci e stordirci in un blur di generi, ma a me pare che mai più di ora questa loro necessità di dividerci per squadre rosa e celesti venga sostenuta dai messaggi che si raccolgono nel mondo. Mai più di ora i giochi, i vestiti, i cartoni, parlano di mondi di maschi e femmine stereotipati e divisi.
Noi siamo cresciute con Lady Oscar. Non ci mettevano quasi mai la gonna per andare a scuola. Il Lego non aveva la versione rosa confetto semplificata e pucciosa per le bambine che poverine se no come fanno a costruire le cose difficili. Questi i costumi di carnevale che mia madre mi ha comprato: arlecchino, gatto con gli stivali, pagliaccio, D'Artagnan, non c'era una femmina a pagarla. La mia maestra mi fece leggere "Extraterrestre alla pari" della Pitzorno e la mia prof di lettere delle medie "Una donna" di Sibilla Aleramo, senza che le nostre mamme si consultassero preoccupate in una chat di whatsapp. Alle medie un mio compagno di scuola era apertamente omosessuale ma non veniva bullato più di altri, nonostante noi fossimo una scuola di frontiera in un paesino di merda. Uno dei miei romanzi preferiti era "Camilla e i suoi amici" di Sandra Scoppettone (pubblicato nella collana Gaia Junior di Mondadori) che parlava di omosessualità, lo misi nella biblioteca di classe e ne parlammo tutti insieme, in seconda media, nell'ora di religione. Davvero, nell'ora di religione. Senza che a nessuno venisse una sincope.
Sono uscita dalle medie con nel cuore la certezza che andassimo incontro ad un luminoso destino e che il mondo sarebbe stato persino migliore , in termini di libertà personali, di quello, già molto più fortunato del precedente, in cui vivevo allora.
Che cazzo è successo nel frattempo?
UPDATE
In altre parole, quello che ho notato in questi mesi è stato che c'è chi si preoccupa (al punto di bandire libri) dei condizionamenti che darebbe la scuola, promuovendo idee pericolose che mirino, secondo loro, alla cancellazione del netto confine maschio-femmina. Eppure non notano che il mondo tutto intorno (giochi, cartoni, vestiti, marketing) nel quale i bambini passano molto più tempo che a scuola, passa condizionamenti quasi opposti. E molti di più di quelli cui eravamo sottoposti trent'anni fa. E allora a loro, che sono così preoccupati, vorrei dire, tranquilli! se siamo cresciuti bene noi direi che per nostri figli non c'è proprio pericolo che si confondano le idee. Sapranno sempre chi porta i pantaloni e chi no.
Per chi volesse, questi sono due articoli che ho trovato interessanti (Grazie Fughetta!).
Cosa vendiamo alle bambine: marketing to girls, confronto 1981-2014
I bambini non sono cambiati, noi sì: la bambina della pubblicità Lego 1981
Il più delle volte la mia sofferenza viene dall'essere messa, dialetticamente, di fronte a scelte impossibili come se fossero le uniche al mondo. Ti fanno sempre credere di avere solo due opzioni estreme, quelli che impostano il dialogo su basi disoneste. La verità non emerge mai con chiarezza dai dibattiti, è sconfortante.
Ho guardato il dibattito che andava in onda domenica su la7. Poi ho letto i commenti di chi pure lo aveva guardato e ne aveva ricavato sensazioni diametralmente opposte alle mie. Ogni volta in cui io, da spettatrice, avevo pensato di aver assistito ad un punto segnato a favore di una certa posizione, loro lo avevano preso come punto segnato contro. Come è possibile?
Anche adesso vorrei scriverne e non ci riesco, sento che ogni frase che scriverei non dimostrerebbe nulla a nessuno. Chi leggerà, terrà la sua idea, qualunque sia. Le idee sono ormai sempre più spesso questione di fede. Ed io, che di fede non ne ho mai avuta, mi sento spaesata e pure triste. Difficile essere ottimisti ultimamente.
Ho trovato per caso questo blog, scritto da una maestra canadese, madre di una bambina di 5 anni affetta da autismo. Questa bambina porta i capelli corti e adora le tartarughe ninja. Come per molti bambini autistici non è facile per lei modellare i suoi comportamenti su quello che la società si aspetta da lei. La sua mamma a quanto pare si trova regolarmente a dover difendere la ragione per cui permetta a sua figlia di portare i capelli corti. Perché le bambine hanno i capelli lunghi. Incredibile come la gente manchi di empatia, nei confronti di una bambina affetta da un disordine neurologico; ma soprattutto, se anche Kate fosse stata neurotipica, non avrebbe comunque avuto il diritto di portare i capelli come cavolo le piaceva di più? E nel caso che la scelta l'avesse fatta sua madre, così come mi ricordo la facevano le mamme di molte mie compagne di classe, perché i capelli corti sono più pratici o per diosacosa, non sarebbe stato lo stesso perfettamente accettabile?
Da quando è diventato così importante poter distinguere da 1 Km di distanza bambini maschi e femmine? La gente scende in piazza per protestare che le lobby omosessuali, le femministe, la Spectre, stanno cercando di confonderci e mescolarci e stordirci in un blur di generi, ma a me pare che mai più di ora questa loro necessità di dividerci per squadre rosa e celesti venga sostenuta dai messaggi che si raccolgono nel mondo. Mai più di ora i giochi, i vestiti, i cartoni, parlano di mondi di maschi e femmine stereotipati e divisi.
Noi siamo cresciute con Lady Oscar. Non ci mettevano quasi mai la gonna per andare a scuola. Il Lego non aveva la versione rosa confetto semplificata e pucciosa per le bambine che poverine se no come fanno a costruire le cose difficili. Questi i costumi di carnevale che mia madre mi ha comprato: arlecchino, gatto con gli stivali, pagliaccio, D'Artagnan, non c'era una femmina a pagarla. La mia maestra mi fece leggere "Extraterrestre alla pari" della Pitzorno e la mia prof di lettere delle medie "Una donna" di Sibilla Aleramo, senza che le nostre mamme si consultassero preoccupate in una chat di whatsapp. Alle medie un mio compagno di scuola era apertamente omosessuale ma non veniva bullato più di altri, nonostante noi fossimo una scuola di frontiera in un paesino di merda. Uno dei miei romanzi preferiti era "Camilla e i suoi amici" di Sandra Scoppettone (pubblicato nella collana Gaia Junior di Mondadori) che parlava di omosessualità, lo misi nella biblioteca di classe e ne parlammo tutti insieme, in seconda media, nell'ora di religione. Davvero, nell'ora di religione. Senza che a nessuno venisse una sincope.
Sono uscita dalle medie con nel cuore la certezza che andassimo incontro ad un luminoso destino e che il mondo sarebbe stato persino migliore , in termini di libertà personali, di quello, già molto più fortunato del precedente, in cui vivevo allora.
Che cazzo è successo nel frattempo?
UPDATE
In altre parole, quello che ho notato in questi mesi è stato che c'è chi si preoccupa (al punto di bandire libri) dei condizionamenti che darebbe la scuola, promuovendo idee pericolose che mirino, secondo loro, alla cancellazione del netto confine maschio-femmina. Eppure non notano che il mondo tutto intorno (giochi, cartoni, vestiti, marketing) nel quale i bambini passano molto più tempo che a scuola, passa condizionamenti quasi opposti. E molti di più di quelli cui eravamo sottoposti trent'anni fa. E allora a loro, che sono così preoccupati, vorrei dire, tranquilli! se siamo cresciuti bene noi direi che per nostri figli non c'è proprio pericolo che si confondano le idee. Sapranno sempre chi porta i pantaloni e chi no.
Per chi volesse, questi sono due articoli che ho trovato interessanti (Grazie Fughetta!).
Cosa vendiamo alle bambine: marketing to girls, confronto 1981-2014
I bambini non sono cambiati, noi sì: la bambina della pubblicità Lego 1981
lunedì 18 gennaio 2016
Spigolature
Niente, questo anno non ingrana , ve ne sarete accorti.
E i post in bozza diventano così irritanti che alla fine li cancello e buonanotte.
Facciamo così, diciamole in breve, le cose, e poi passiamo oltre.
Kiki ha 11 mesi e 12 denti, capelli ancora pochi e distribuiti bizzarramente. Ha fatto i suoi primi passi qualche settimana fa ma ha subito deciso di non ripetere l'esperienza. Opta invece per la curiosa via di mezzo di camminare eretta sulle ginocchia, maggior risultato col minimo sforzo. Ogni giorno, al netto delle sue 12 ore di sonno notturno, ha una rigida routine che prevede: sgombero del tavolino del salotto da ogni inutile orpello; sgombero del comodino di mamma da oggetti senza importanza quali e-reader e occhiali; testare se nella notte è cresciuta abbastanza da raggiungere il laptop sul tavolo e procedere indi alla sua distruzione; acciuffare un gatto a piacere e sfidarlo a duello (per ora vince il gatto); tentare un furto di croccantini royal canin; svuotare la cesta dei giochi su un'area il più vasta possibile perfezionando l'uso degli arti superiori; nascondere la palla gialla e fare in modo che non venga mai più ritrovata (per ora ci sono stati avvistamenti nel cestino dell'immondizia e nel cassetto della mia biancheria, ma da martedì risulta di nuovo missing in action). È una full schedule, come si nota. Resta giusto il tempo di appendersi alle ginocchia della genitrice millesima volte al dì producendo ultrasuoni.
Non ho più male al polso dal 23 dicembre scorso. E vivo nell'angoscia che ritorni. Tutto ciò mi ha portato a riflessioni su quanto il dolore fisico possa condizionare le nostre azioni. Per diverse settimane per esempio non riuscivo lo stesso a compiere in modo rilassato azioni che temevo mi avrebbero fatto male. Mi ricordavo certi cani maltrattati che continuano ad aver paura delle scope a distanza di anni. E se ci si pensa, non si apprezza mai davvero a sufficienza cosa significa vivere una quotidianità esente dal dolore fisico, finché ce l'abbiamo.
A marzo verrà a trovarmi il mio amico J., che vive nella Germania del Nord ma viene da Singapore. E ha già cominciato tutta una storia che in Svezia fa freddo e lui viene dall'equatore, quindi starà malissimo e ommioddiochiglielofafare - e pensare che l'idea era sua! E io vi giuro, ho una gran voglia di mandarlo a quel paese. Un po' trovo quasi comica l'idea di uno che dalla Germania del Nord viene un giorno nella Svezia del Sud e si aspetta chissà che cambiamento epocale di clima. Mi chiedeva se qui dove sto io poteva vedere l'aurora boreale, per dire, e ci è mancato poco non gli chiedessi se per caso non voleva farsi un giro della città su una slitta trainata da renne, che insomma, siamo lì. D'altro canto mi fa un po' rabbia perché spesso si lamenta di come la gente che incontra mostri ignoranza sul suo paese d'origine, magari non distinguendo cinesi da giapponesi, ma poi non si rende conto che fa uguale (in questo caso con la Svezia, ma è capitato con l'Italia). E una volta corretto ci resta pure male! Gli ho detto, pazientemente, che il clima non dipende così strettamente dalla latitudine, e lui mi fa: ma ho un'amica in Norvegia che muore di freddo! Ah beh, ok, se la sua amica tailandese in Norvegia ha freddo allora evidentemente la Corrente del Golfo deve aver svoltato e bisogna allertare i meteorologi.
Ah, e poi la vera notizia di questi giorni, l'unica cosa che mi tiene in piedi: dal 26 comincio con Crudelia un corso di Yoga, una sera a settimana. Un'ora e mezza di musica pling-plong senza strilli e manine che mi tirano da tutte le parti, direi che anche se non meditassi e mi facessi una dormitina ne uscirei comunque ritemprata.
E i post in bozza diventano così irritanti che alla fine li cancello e buonanotte.
Facciamo così, diciamole in breve, le cose, e poi passiamo oltre.
Kiki ha 11 mesi e 12 denti, capelli ancora pochi e distribuiti bizzarramente. Ha fatto i suoi primi passi qualche settimana fa ma ha subito deciso di non ripetere l'esperienza. Opta invece per la curiosa via di mezzo di camminare eretta sulle ginocchia, maggior risultato col minimo sforzo. Ogni giorno, al netto delle sue 12 ore di sonno notturno, ha una rigida routine che prevede: sgombero del tavolino del salotto da ogni inutile orpello; sgombero del comodino di mamma da oggetti senza importanza quali e-reader e occhiali; testare se nella notte è cresciuta abbastanza da raggiungere il laptop sul tavolo e procedere indi alla sua distruzione; acciuffare un gatto a piacere e sfidarlo a duello (per ora vince il gatto); tentare un furto di croccantini royal canin; svuotare la cesta dei giochi su un'area il più vasta possibile perfezionando l'uso degli arti superiori; nascondere la palla gialla e fare in modo che non venga mai più ritrovata (per ora ci sono stati avvistamenti nel cestino dell'immondizia e nel cassetto della mia biancheria, ma da martedì risulta di nuovo missing in action). È una full schedule, come si nota. Resta giusto il tempo di appendersi alle ginocchia della genitrice millesima volte al dì producendo ultrasuoni.
Non ho più male al polso dal 23 dicembre scorso. E vivo nell'angoscia che ritorni. Tutto ciò mi ha portato a riflessioni su quanto il dolore fisico possa condizionare le nostre azioni. Per diverse settimane per esempio non riuscivo lo stesso a compiere in modo rilassato azioni che temevo mi avrebbero fatto male. Mi ricordavo certi cani maltrattati che continuano ad aver paura delle scope a distanza di anni. E se ci si pensa, non si apprezza mai davvero a sufficienza cosa significa vivere una quotidianità esente dal dolore fisico, finché ce l'abbiamo.
A marzo verrà a trovarmi il mio amico J., che vive nella Germania del Nord ma viene da Singapore. E ha già cominciato tutta una storia che in Svezia fa freddo e lui viene dall'equatore, quindi starà malissimo e ommioddiochiglielofafare - e pensare che l'idea era sua! E io vi giuro, ho una gran voglia di mandarlo a quel paese. Un po' trovo quasi comica l'idea di uno che dalla Germania del Nord viene un giorno nella Svezia del Sud e si aspetta chissà che cambiamento epocale di clima. Mi chiedeva se qui dove sto io poteva vedere l'aurora boreale, per dire, e ci è mancato poco non gli chiedessi se per caso non voleva farsi un giro della città su una slitta trainata da renne, che insomma, siamo lì. D'altro canto mi fa un po' rabbia perché spesso si lamenta di come la gente che incontra mostri ignoranza sul suo paese d'origine, magari non distinguendo cinesi da giapponesi, ma poi non si rende conto che fa uguale (in questo caso con la Svezia, ma è capitato con l'Italia). E una volta corretto ci resta pure male! Gli ho detto, pazientemente, che il clima non dipende così strettamente dalla latitudine, e lui mi fa: ma ho un'amica in Norvegia che muore di freddo! Ah beh, ok, se la sua amica tailandese in Norvegia ha freddo allora evidentemente la Corrente del Golfo deve aver svoltato e bisogna allertare i meteorologi.
Ah, e poi la vera notizia di questi giorni, l'unica cosa che mi tiene in piedi: dal 26 comincio con Crudelia un corso di Yoga, una sera a settimana. Un'ora e mezza di musica pling-plong senza strilli e manine che mi tirano da tutte le parti, direi che anche se non meditassi e mi facessi una dormitina ne uscirei comunque ritemprata.
Iscriviti a:
Post (Atom)



