Oggi ero a pranzo con una delle mie amiche di qua, una di queste amicizie delle quali non so parlare, che non so definire.
Pensavo che lei, R., con la sua vita, illustra pienamente cosa intendo per inappartenenza.
È nata in Cambogia, da genitori cinesi. Sono i cinesi della diaspora, così mi pare di aver capito, che in qualche modo furono costretti a lasciare la Cina a causa dei cambiamenti politici e formarono colonie in varie altre parti dell'Asia, tipo Singapore, per esempio. Sono cinesi, eppure non sono cinesi.
Lei e le sue sorelle hanno infatti nomi che suonano indiani, nomi bellissimi che parlano di fiori e colori e hanno suoni dolci. Suo padre era un diplomatico. Quando era piccola si trasferirono in Francia e lei è cresciuta in un quartiere che si potrebbe definire una China-Town. E però non avevano quasi nulla in comune con gli altri cinesi. Men che meno erano francesi. A scuola andava benissimo. La sua era una famiglia colta, elegante, sua madre aveva grandi ambizioni. Non ho mai imparato a far le cose semplici, mi ha detto una volta, non mi ha insegnato nessuno.
Ha fatto una scuola fichissima, dove si formano i manager. Il suo sogno era lavorare in Cina, aprire relazioni commerciali. In quel periodo non era possibile, dunque per ripiego si è specializzata in Giappone. Ha imparato il giapponese, ha vissuto là. Tornata in Europa ha cercato qualcuno che nell'impero delle marche di lusso credesse in lei e le desse il suo sogno. Dopo qualche anno di caparbi tentativi, un importantissimo industriale di cui non faccio il nome le ha dato carta bianca. La Cina era sua, un nuovo ramo da fondare da zero. In Cina, ha dovuto imparare il cinese, perché non era la sua lingua. Doveva fare conferenze stampa e parlare coi giornalisti, e tutto in cinese, e caparbiamente è andata avanti, diventando nel suo campo una piccola leggenda. Ma in Cina non era a casa. Da là chiamava i suoi disperata e raccontava di un mondo che non capiva, una lingua che risultava ostica, così lontana da quelle respirata a casa. Suo padre un giorno le disse che era andata a cercare una cosa che non c'era più, la Cina di chi l'aveva dovuta lasciare, ed era andata a cercarla nel posto dove era meno possibile trovarla, la Cina di chi l'aveva distrutta.
In Cina ha incontrato suo marito: un francese (con origini però in altro paese occidentale) con cui aveva frequentato l'università a Parigi, anche lui temporaneamente in Asia. Lo ha poi seguito nel suo assegnamento successivo, in India, e infine in Svezia. Sua madre avrebbe voluto che seguisse la tradizione. La figlia maggiore di una figlia maggiore, certe responsabilità in famiglia sarebbero passate a lei. Invece lei le ha rifiutate, sposando un francese agnostico e comunista. I rapporti con sua madre sono stati tesi, per un po', finché non è stato accettato che il fardello passasse a sua sorella, che ha sposato un cinese di Singapore e vive in USA. Sua madre è tornata in Cambogia, suo padre e suo fratello invece sono in Francia. E la Francia è il paese dove vorrebbe tornare, dove compreranno casa, dove è sempre stato il loro baricentro in questi anni peregrini. Ma è anche un luogo che comporta notevoli contraddizioni, un luogo dove lei sarà sempre, visibilmente, per prima cosa, cinese.
Mi ha detto che era in giro con delle sue amiche, a Parigi, tutte di origine asiatica, e parlavano ovviamente francese tra di loro. La gente le guardava perplessa: non erano turiste, non erano immigrate, come conciliare l'immagine di un gruppo di sole donne asiatiche con il fatto che parlassero da vere parigine? Strano come ci siano ancora così tanti criteri invisibili dietro il modo di guardarci intorno. Del resto, in Svezia, quando parla inglese la vedono come una ricca turista. Quando passa allo svedese, ecco che è la sua faccia, i suoi occhi a mandorla, a parlare per lei, e diventa una rifugiata, un'immigrata, qualcuno che forse non ha studiato, qualcuno che forse vive di sussidi. A me, coi miei occhi chiari e le mie lentiggini, questo non succede mai. A me dicono: come sei brava che parli così bene! E mi raccontano che la Regina, che pure è qui da 40 anni, ha ancora un forte accento tedesco.
Di queste cose R. parla solo con me. Per tante ragioni sento di capirla, anche se nulla nella mia vita è lontanamente paragonabile alla sua. Forse la capisco per via di J., il mio amico di Singapore, cinese di faccia, inglese di lingua, figlio maggiore di figlio maggiore, in rotta con le tradizioni cinesi eppure disperatamente determinato a lasciare la Germania e tornare "a casa". La scelta, mi dice J. è tra essere un cinese in Germania, e tra essere "uno strano", un ribelle, a Singapore. E siccome ha un figlio, per lui, per dare a lui la chance di non essere uno straniero per sempre, ha scelto la seconda.
Una volta R., alla fine di una di queste conversazioni, in cui avevamo parlato di radici, di Svezia, di essere immigrate o emigrate o comunque nomadi, mi ha detto:"Tu non sei adatta ad un paese cattolico"
Ci sono rimasta di sasso perché non ci avevo mai pensato. È vero che al di là dell'essere credente o meno, la struttura sociale del paese in cui si vive dipende anche dalla storia della sua religione, e forse ci voleva una che aveva bazzicato in così tante culture (e religioni) senza sentirsi mai a casa per dire una cosa del genere. Uno dei miei primi ricordi di inappartenenza infatti era all'asilo dalle suore. Ma lei non lo sapeva, questo.
Tra un paio d'anni tornerà a Parigi e mi diceva oggi "allora dovrò affrontare la realtà". Essere stranieri in terra straniera, o stranieri a casa. E trovare la nostra identità e la nostra appartenenza in un piccolo luogo dell'anima, dove certi spiriti affini trovano accesso, come per magia, a dispetto della loro lingua, della forma dei loro occhi, della loro pelle, della loro religione.