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venerdì 2 giugno 2017

la festa del diploma in Svezia

la corsa fuori dalla scuola (wiki)
Ieri in città c'era lo "Studenten", il giorno in cui gli studenti dell'ultimo anno delle superiori celebrano la fine ufficiale di tutto il loro percorso scolastico. Qui è molto sentito. Vanno a scuola vestiti eleganti, le ragazze in bianco, e con in testa uno speciale cappellino che sembra un po' in stile marinaro. Poi corrono fuori dove li attendono i famigliari con fiori, palloncini gialli e blu, e dei grandi cartelli che riportano il nome dello studente e una sua foto di quando era piccolo. Nei paesi, ma anche in città spesso, c'è poi una specie di carosello di auto con a bordo i festeggiati. Di solito auto cabriolet, oppure moto con sidecar, oppure a volte persino un autocarro solo con sopra l'intera classe.

il cappellino dei diplomati (wiki)
Quando capita che mi passino vicino, allegri e festanti, mi trovo sempre con un sorriso idiota sulla faccia. Mi fanno una gran tenerezza. Loro. così belli e col futuro davanti. E i loro genitori, con quelle gigantografie dei loro figli bambini. Come a dire -  pare ieri che eri così piccolo e adesso, guardati, vestito da grande e pronto per spiccare il volo!

In effetti, la maggior parte di loro lascerà la famiglia per andare a studiare fuori nel giro di poche settimane. E quindi si capisce ancora meglio perché sia un momento così importante di demarcazione. Non che da noi non lo possa essere, in tanti vanno a studiare fuori, dopotutto. Eppure non si pensa mai a quella transizione come ad un effettivo, simbolico, tradizionale, "uscire di casa" - immagine per lo più riservata al giorno delle nozze, sempre parlando per luoghi comuni.
i cartelloni (wiki)

Mi fanno un po' invidia, pure, lo ammetto - penso a quando lessi il  mio voto di maturità su un foglio appeso ad un cancello scrostato in un cortile assolato e deserto, un luglio di leoni fa. Avrei tanto voluto urlare e fare un carosello e avere intorno gente che mi abbracciasse, francamente, perché ero al settimo cielo e quello fu un po' un anticlimax. Perché sì insomma, poi vai a casa e festeggi e tutto, ma è mancata la dimensione corale e al contempo ufficiale della faccenda.

So che da allora le cose sono un po' cambiate in Italia. Bisogna però dire che anche le ultime mode delle cerimonie di diploma sembra spesso solo una triste scopiazzata delle serie americane, e anche questo è un peccato, specialmente se si pensa che siamo un paese con una tradizione universitaria antichissima.

E ok, ammetto pure questo, la parte di me che non è impegnata a immaginarsi al loro posto, è impegnata a immaginarsi al posto dei loro genitori. Con uno di quei cartelli e magari pure dei palloncini tricolore. Così, per farci riconoscere.





domenica 9 aprile 2017

la banalità del male

Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.

E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.

Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.

Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.

Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.


sabato 10 ottobre 2015

fatti aiutare di più/2

Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di  diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.

Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo.  Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.

E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.

Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?

Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.

martedì 25 agosto 2015

lo sai che i papaveri

Che siete basse lo avete sempre saputo. Eravate basse anche nel vostro paese di origine, del resto. Solo che vi sentivate comunque in buona compagnia. Anzi,ad essere oneste, era quella tra le vostre amiche che era più alta delle altre a sentirsi strana. E a lamentarsi della taglia di scarpe che non si trova e del fatto di non potersi mettere i tacchi quando usciva col fidanzato. Voi, no, non vi sentivate strane. Basse di sicuro, ma strane no.

Veleggiavate felici sopra a tacchi vertiginosi dalle sette del mattino fino a tarda sera e che andassero di moda o meno le ballerine non avrebbero mai trovato posto nel vostro guardaroba. Coi tacchi ci avreste pure corso la maratona. Facevate parte di un mondo nel quale la bassezza era endemica, una condizione comune a tanti, e sebbene non ne foste felici non ve ne facevate mica un cruccio quotidiano.

Poi avete avuto la bella pensata di emigrare in Germania, dove avete cominciato a passare il tempo con svedesi, uomini e donne,  regolarmente sopra il metro e ottanta. Voi non ci facevate mica caso: gli alti esistono anche in Italia, e ne avete sempre frequentati. Ma agli occhi degli autoctoni l'accoppiata risultava così esilarante che qualcuno che doveva fare la battutina scema lo trovavate sempre.

Quando i vostri suoceri hanno sentito parlare di voi per la prima volta, tra le prime domande che hanno fatto c'era: ma quanto è alta? più o meno dell'altra nuora, quella di origini persiane, nonché allora metro ufficiale di esotismo e bassezza?

Una vostra conoscente vi ha chiesto con aria serissima, preoccupata quasi,  come vi sentivate all'idea che vostra figlia sarebbe certamente stata più alta di voi già alle elementari. Del resto, grazie alla cognata tedesca avete già una nipotina con la quale tra pochissimo potreste scambiarvi le scarpe. Ma vuoi mettere la soddisfazione di poter fare acquisti direttamente nel reparto bambino?

Försiktig di Ikea
Quando andate in visita dai suoceri non riuscite a vedervi allo specchio in nessuno dei bagni di casa. Avete poi scoperto con orrore che nelle case che hanno ancora i sanitari vecchi di qualche decennio (tipo la vostra, bien sur) persino il WC è qualche cm più alto che nel resto d'Europa. Così all'indomani del trasloco siete corse a comprarvi il panchetto Försiktig. Ben prima di avere figli in arrivo, ma siete felici di aver poi trovato un alibi e non doverlo nascondere alla vista degli ospiti. Pure il piano di lavoro in cucina è qualche cm più alto che in Italia. Avete uno sgabello in ogni stanza della casa, in pratica.

E ora vi chiedete: ma in un paese così politically correct che di recente si è pure parlato di vendere cerotti che replichino varie tonalità di pelle, per venire incontro alla diversità etnica, in un paese dove vivaddio hanno sdoganato pure i microshorts sopra al quintale di peso e nessuno dico nessuno alza manco un sopracciglio, ecco, in un paese che si dice così attento alle discriminazioni, come cavolo è possibile che invece sulle tappette si possa sparare a zero? Eh?

Non è un paese per bassi.

martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

mercoledì 15 luglio 2015

and I try oh my god do I try

La vacanza dai suoceri ha rinfrancato lo spirito ma anche fatto fare un balzo alla bilancia, maledizione. Urge trovare il modo di pasteggiare 5 volte al dì, come fanno i miei suoceri (evidentemente possessori di metabolismo scandinavo) riducendo le porzioni senza dare nell'occhio. Per esempio potrei mangiare un solo dolcetto con il caffè, invece che uno per tipo. Oppure potrei adottare il masticamento rallentato, cosa che mi permetterebbe di evitare il bis avendo ancora il piatto pieno della prima porzione. It's not rocket science...eppure dopo otto anni non ho ancora imparato.

E pazienza, si torna a casa, ci rimette a dieta e ci si rimette a correre. Sono i giorni di Gothia Cup (1000 squadre di calcio giovanile da 150 paesi del mondo). Il mio quartiere brulica di squadre di ragazzini e ragazzine, li vedi a volte in uniforme, a volte in gruppi disordinati. Io li guardo, specie le ragazze, perché mi ricordano la me di quelle estati in Inghilterra, quando mi trovavo in simili gruppi, a camminare su suolo straniero sentendomi grande e impavida (Ed essendo invece una squinternata con lo zainetto fluorescente). Al al campo sportivo dove vado a correre ogni giorno ci sono partite del torneo. Ieri sera giocava una squadra africana, e mentre correvo un bambino di massimo 4 anni ha lasciato la mamma a suonare il tamburo tra gli spettatori e si è messo a corrermi accanto, un sorriso bianchissimo rivolto in su verso di me. Adorabile e tutto, ma porca miseria che mazzata per l'ego.

Oggi poi Kiki compie 5 mesi e per festeggiare è stata vaccinata per la prima volta. Due belle punture, una per coscia, povera piccola che pianto che si è fatta. Non ci ero preparata alla sofferenza di vederla così disperata e specie la seconda puntura è stata una tortura pura, per me che dovevo tenerla. Ora è di pessimo umore e aveva quella faccia lì, sapete, quello sguardo di chi per la prima volta si rende conto che il mondo è pieno di stronzi. Col cavolo che mi fido ancora delle graziose infermiere, pareva dirmi, e tu l'hai lasciata fare. Quanto è dura crescere.

martedì 25 novembre 2014

Give me a touch of something sure I could be happy evermore

Reduce da una quattro giorni di convivenza coi suoceri, seguono osservazioni sparse. Come andremo a vedere i suoceri nordici sono curiosamente simili ai suoceri di qualsiasi latitudine, quello che cambia drasticamente è il grado di esternazione. Ossia, se anche pensano il peggio di voi, voi e vostro marito non lo saprete mai (almeno fino al divorzio).

La suocera nordica vive in media a centinaia di km di distanza, dunque le visite sono rare e mai improvvise.
In questo caso vi chiama al cellulare, proprio voi, non il figlio, per chiedervi come stiate e poi aggiunge: non è che vi serve che veniamo ad aiutarvi a piastrellare la cucina? Così ti pulisco anche le finestre.
Voi acconsentirete entusiaste. E non potete non notare che lo stato pietoso delle vostre finestre non è certo passato inosservato. Senza scuse, ché non le pulivate mai nemmeno quando non eravate incinta.

il risultato 
Seguirà contrattazione per definire i termini della visita. I suoceri nordici gradirebbero, possibilmente, soggiornare nelle vicinanze, ma non a casa vostra. Lungi dall'offendervi, vi rassicura sapere che all'indomani del parto nessuno si piazzerà stabilmente nel vostro salotto. Se insistete che restino da voi, per necessità o semplicità, essi si presentano con più bagagli che per un coast to coast. Perché quando vengono in visita si portano da casa lenzuola, cuscini e coperte - per non disturbare. Sia chiaro che il viceversa, come diceva il mio prof di analisi uno, è generalmente falso. Ossia, voi guardatevi bene dal fare altrettanto. Voi avete fatto il possibile per rassicurarli, dopo un paio di tentativi avete pensato fate un po' come vi pare e vi godete le lavatrici in meno.

Essi recano seco anche tutta una serie di cibarie cui sono abituati e cui non vogliono rischiare di dover rinunciare anche solo per tre giorni. Si tratta soprattutto di (graditi) doni dalla campagna svedese: le uova del contadino, il miele dell'apicoltore, il pane del forno locale. Meno giustificati, ma irrinunciabili: il loro formaggio, il loro burro, il loro caffè preferito, perché sia mai che provino un'altra marca e voi sicuramente comprate quelle sbagliate. La suocera svedese, siccome vuole pulirvi le finestre, viene anche provvista di tutto il materiale, che è ovvio che voi non possedete, anche perché se no le avreste pulite, no? (ehm).

Scoprite che avete serenamente rinunciato al concorrere alla palma di casalinga del secolo (ma quando mai, del resto) e vi godete il fatto che vi pulisca casa senza subirlo come una critica implicita (probabilmente lo è). Passa l'aspirapolvere più volte lei in un giorno che voi in un anno. Voi non muoverete un dito per dissuaderla, o per sostituirvi a lei nell'operazione. La lasciate decidere come apparecchiare, e cosa mangiare, perché certe piccolezze sembrano rivestire un'importanza notevole e voi non ci arrivate nemmeno se vi sforzate.

Bisogna anche ammettere questo: se anche vi tirasse delle fracciatine, esse vi passerebbero parecchio sopra la testa: parla una lingua di cui vi sfuggono ancora le sfumature (ed è un buon venti cm più alta di voi). E voi benedite l'ignoranza, tanto.

La suocera nordica del resto pensa che suo figlio non vi meriti e vi chiede regolarmente e seriamente come facciate a sopportarlo. E se una ha da ridire su un figlio così, è proprio il caso di mettersi l'animo in pace. L'uomo nordico peraltro vi dà il buon esempio di reazione zen poiché riesce a interfacciarsi con i suoi con il mero ausilio di dosi massicce di sarcasmo, e il suo tono resta sempre rigorosamente sotto l'udibile persino in quei frangenti (tipo piastrellare una cucina) che a casa vostra in Italia paiono più puntate del Jerry Springer Show.

Avete smesso di cercar di stabilire se ci sia un modo giusto o sbagliato, vi guardate la famiglia nordica con la stessa fascinazione di un documentario del national geographic e lasciate che tutto faccia il suo corso anche se, molto probabilmente, la famiglia nordica vi osserva contemporaneamente con pari sgomento, chiedendosi con un sopracciglio alzato se per caso voi non siate state cresciute dagli orango.

giovedì 20 novembre 2014

nobody will give you a medal

Ultimamente colleziono post nelle bozze ma non riesco davvero a scrivere quello che sto attraversando. Sono molto insonne e molto fragile. Sento che ho bisogno di fermare i pensieri almeno qua sopra ma per spiegarmi meglio è necessario anche descrivere come funzionano le cose in Svezia in gravidanza. Magari è noioso, ma considerando che i blog degli altri hanno rappresentato per me una valida fonte di informazioni, magari a qualcuno che passasse di qu tutto questo potrebbe risultare utile.

Questa settimana sono andata ogni giorno alla clinica ostetrica. Lunedì avevo una visita di routine, oggi il primo incontro del corso preparto. Nel mezzo, martedì, una visita urgente e fuori programma perché è diventato evidente che ho bisogno di supporto psicologico o quanto meno emotivo. Martedì, peraltro, uscita dalla clinica, sono andata nella adiacente biblioteca e ho letto per tre ore filate libri molto tecnici, in svedese, sull'argomento.

In Svezia funziona così: non esistono cliniche private per partorire, tutti nascono in strutture gestite dallo stato. Ginecologi privati esistono ma praticamente nessuna vi ricorre, a meno, immagino di particolari patologie, necessità, fissazioni. Per tutta la durata della gravidanza, si frequenta, gratuitamente, una clinica ostetrica di riferimento (quella più vicina geograficamente) dove si incontrano solo ostetriche. La mia è a dieci minuti a piedi, dentro ad un centro commerciale, scollegata da qualsiasi ospedale. Se le ostetriche notano qualcosa di cui non si sentono sicure sono esse stesse a metterti in contatto con un ginecologo, che ti visiterà all'interno della stessa struttura, sempre gratuitamente. Se si rendono necessari esami particolari, saranno sempre le ostetriche a farti chiamare dall'ospedale che ti notificherà un appuntamento. Durante la gravidanza non sta mai a noi prenotare visite, e dalle nostre mani non transita nessun risultato di analisi. Tutto quello che hanno misurato, sta nei loro computer e se è tutto nella norma non ne verrai informata direttamente. Dal loro punto di vista, tutto questo è fatto per limitare le tue preoccupazioni. Per chi viene dall'Italia, abituata a portare personalmente i risultati delle analisi al proprio medico, per interpretarli, tutto ciò può causare anche un senso di insicurezza, di mancanza di controllo, ma in generale ammetto che lo stress è inferiore, nonché il tempo necessario a recarsi in vari luoghi per prenotare visite, e ritirare esami. Gli incontri sono regolari e sempre con la stessa ostetrica, circa uno al mese. Le ecografie sono invece molto poche, e in teoria nessuna dopo il 5o mese. Alle visite si prendono piuttosto le misure esterne, si misura il battito cardiaco, si fanno delle analisi del sangue veloci e mirate e sopratutto si parla.

L'ostetrica che ti segue in teoria è sempre la stessa. A me non è andata così, ma credo sia un caso dovuto al fatto che nei mesi estivi molte sono in vacanza e vengono sostituite da colleghe. Ad ogni modo tutte le mie informazioni, anche le cose che avevo menzionato brevemente ed ero certa fossero state dimenticate, stanno nel mio file. Questo file è accessibile da entrambi gli ospedali cittadini dove potrei trovarmi a partorire, a seconda delle disponibilità di posti. Il numero da chiamare in caso di dubbi, di avvio del travaglio o di qualsiasi emergenza è uno solo, che coordina entrambi gli ospedali. L'ostetrica che ti segue in gravidanza non è la stessa che ti segue nel momento del parto, ovviamente, ma se per qualche ragione una si trovasse a sentire che a pelle con questa persona non si instaura un buon rapporto, si può sempre chiedere di sostituirla senza problemi  senza dover discutere. In ospedale non si vedranno ginecologi a meno di problemi, ma un medico è sempre presente e così anche un anestesista. Per l'epidurale non c'è da fare richieste particolari e preventive ma se si è molto decise per averne una, può essere bene che questa informazione compaia subito nel famoso file personale, così come altre necessità, paure, preoccupazioni etc. Altre forme di trattamento del dolore sono il gas esilarante, disponibile per tutto il travaglio in tutte le stanze, l'agopuntura (ohibò), una stimolazione con elettrodi (credo si chiami TENS) e delle infiltrazioni di acqua sterile sottocute.

Tempo fa avevo chiesto all'ostetrica, che però era una delle supplenti, del cosiddetto programma Aurora. Si tratta di un programma speciale per le donne che sentono di aver molta paura del parto. Lei tagliò subito corto dicendomi che quel programma aveva posti limitati, e che la precedenza era data a donne al secondo parto che ne avessero avuto uno traumatico prima. Quella risposta mi aveva scoraggiata dal chiedere oltre. Lunedì invece. le mie lacrime a fiume nel momento in cui una giovane apprendista ostetrica mi aveva semplicemente chiesto perché non dormissi, hanno fatto un'impressione maggiore. Sono stata presa molto sul serio. Il giorno dopo mi hanno voluto incontrare di nuovo, sia la mia ostetrica ufficiale, Gunilla, che l'apprendista e mi hanno fatto parlare in inglese, cosa che mi permette di esprimermi più naturalmente. Quel che è venuto fuori, vorrei riuscire a scriverlo presto, per ora mi limito ai fatti concreti: hanno fatto richiesta di iscrivermi al programma Aurora ma mi hanno anche offerto tutta una serie di altri supporti che fino ad allora, per disinformazione mia, pensavo fossero disponibili solo dentro ad Aurora. Ossia, incontri con una psicologa specificatamente formata (che spero di fare presto) e visite informative ad entrambi i reparti di ostetricia dei due ospedali. Questa pare una stupidaggine, ma per me è davvero importante vedere, farmi un'idea prima. In fondo, tutte le immagini che ho nella testa si riferiscono ad altri paesi (gli USA della tele e l'Italia dei racconti, magari pure datati).

Gunilla avrebbe voluto che posticipassi il corso preparto di oggi fino a quando non avessi avuto modo di vedere la psicologa. Probabilmente aveva paura che reagissi male alla vista del celebre filmato esplicativo. Io ho insistito per andarci, perché sento che la causa più grande di preoccupazione viene da quel che non so più che da quello che so, anche se forse agli altri può sembrare strano che mi angusti per non sapere che forma hanno le sedie, i letti, le camicie da notte e le mutande di rete (pure su questo dovrei tornare, ma per ridere).
Dunque ci sono andata. Il corso era tenuto da una ostetrica sulla sessantina, molto calma, molto asciutta nei toni e persino sarcastica: un tipo che si adatta molto bene a me. Io ho più problemi con le persone che sviolinano sulla forza delle donne e si ammantano di toni new-age, nonché ovviamente con quelle dai toni molto bruschi, il tipo "insegnante di educazione fisica" incazzosa. La signora peraltro mi teneva d'occhio, l'ho visto bene, e so che si riferiva a me quando diceva che se qualcuno non se la sentiva di vedere il filmato poteva certo assentarsi. Aveva parlato con Gunilla, lo so perché mi ha passato un foglio che Gunilla si era dimenticata di stamparmi ieri. Su di me è stata messa una bandierina che dice "maneggiare con cura" e non mi dispiace affatto, mi rassicura. Mi rende fiduciosa che a qualcuno importa di come sto dentro.

Il risultato di questi tre giorni è che ho pianto davvero tanto, di notte e di giorno, ho dormito davvero poco, ho parlato, ho pensato, ho letto e ho scritto e sto un po' meglio. So per certo che il "ma su non ci pensare" con me non funziona: io ci devo pensare eccome. So anche che non sempre si trova la persona giusta con la quale parlarne, e penso che se ci fosse stata solo Gunilla, lunedì, nulla di questo sarebbe venuto fuori. Parlarne davvero, al di là delle battute, al di là delle brevi menzioni di ovvie e comuni paure, è difficile perché si sente chiara la pressione sociale a non farla tanto lunga, in fondo partoriscono tutti, da sempre. Devo ringraziare questa ragazza così giovane (apprendista ma già mamma a sua volta quindi non è questione) per aver saputo riconoscere i segnali e aver dato loro importanza.


venerdì 17 ottobre 2014

confessions of a meteoropathic

Quanto è difficile tirarsi fuori da questo pantano emotivo adesso che piove e non ho più corsi di svedese che mi obblighino ad uscire.
Per esorcizzare, mi sono messa le calosce e sono uscita sotto una pioggia torrenziale (e con l'andatura da ippopotamo, ma non è il punto).
Tipo, queste son le scarpe che mi compro adesso
È un trucco che ho imparato in Scozia. Le prime volte tornavo dall'università fradicia, arrabbiata, sull'orlo delle lacrime: quaranta minuti a piedi e la pioggia ti entrava fino nelle orecchie. Ed io la prendevo sul personale, come mio solito. In più era un periodaccio in cui stare al mondo già di per sé non mi pareva tanto attraente. Poi entrai in un negozio orrendo e mi comprai questi stivali verdi, inguardabili, perché erano i più economici e non avevo i soldi per comprarmi quelli modaioli che si vedevano allora nelle boutique. E poi perché ero in rotta con l'universo e pure per fare shopping ci vuole ottimismo, in effetti. Allora, con i jeans infilati in queste tristissime calosce verdi, la testa coperta da un berretto con visiera e le mani infilate nei guanti Thinsulate, me ne andavo su e giù per le scoscese strade di Edinburgo e sfidavo la pioggia con tutta la faccia. E stranamente, più ci camminavo dentro a quel modo, ben coperta insomma, e meno mi stava antipatica, la pioggia. E anche il mondo in senso lato. Decisamente quello fu il primo passo della riabilitazione di una meteoropatica, nonché, ora che ci penso, il primo passo verso il malvestitismo da expat.

Le calosce rosse - mi ricordavano Candy Candy
Mi ricordo la mia prima vacanza studio in Inghilterra, a 14 anni: pomeriggi interi a mangiare sundae al cioccolato e ridere delle curiose scelte di abbigliamento delle autoctone. Hai visto quella, ha messo il rosso col viola! E quell'altra, con la gonna a fiori e la maglietta a pois? Eccetera. Poi le mandai a cagare, tutto quel gruppetto di chearleader col quale ero partita, e cominciai a passare i pomeriggi in altro modo, e ci rimediai pure di imparare l'inglese, ma questa è un'altra storia. Una volta espatriata son diventata più tollerante verso il malvestitismo altrui, ma per anni ho sentito chiari dentro di me i diktat modaioli del mio paese di provenienza. Incidentalmente, mi vestivo anche molto più spesso di nero. Tendevo a mettermi piuttosto le scarpe che si abbinavano meglio come stile piuttosto che le scarpe che servivano alla stagione o ai km da fare. Ed ero sconvolta quando vedevo ragazze che per andare alle feste mettevano sopra all'abituccio da sera una giacca a vento fluorescente. Poi ho desistito, e già dopo il primo anno il mio guardaroba si era fatto multicolore, le mie scarpe decisamente più comode e le mie giacche decisamente più impermeabili. Fino a che un sabato pomeriggio, in Germania, mi sono trovata dentro ad un supermercato con i pantaloni di una tuta blu, una felpa con cappuccio e una giacca marrone. Per dire.

E ieri avevo le calosce rosse, i guanti neri, una sciarpa verde e le calze blu.
E, malvestita ma incurante, mi sono infilata nelle pozzanghere e ho camminato nel parco infangandomi. Non contenta sono poi passata al centro commerciale - sì, quello coi negozzi fighetti, in teoria, solo che qui non esiste lo struscio, mai - dove ho comprato i panini coi semi di zucca nella mia panetteria/caffetteria preferita. Li ho messi nella mia borsa super impermeabile (marrone) e me ne sono tornata a casa. Decisamente più felice di quando ero uscita. Domani bisogna che faccia altrettanto, la cura scozzese ricomincia.

Certo le altre mie paturnie non si guariscono con degli stivali rossi di gomma o con i panini ai semi di zucca, ma da qualche parte bisogna cominciare. À nous deux, inverno!

martedì 16 settembre 2014

don't give up your day job

Mi devo essere persa qualche lezione fondamentale, quando andavo a scuola.
Perché non ricordo affatto di aver mai studiato Retorica. Ovvero, l'arte del dibattito, di come scrivere un articolo di giornale, un discorso di ringraziamento agli oscar (o al nobel, ai telegatti, a miss Italia dipende dai vostri gusti), il discorso che fa il testimone in onore degli sposi, una dichiarazione d'amore, una campagna elettorale o il buon anno del presidente.
E invece, evidentemente, in Svezia te lo insegnano alle superiori.
I contenuti delle lezioni in realtà per me non sono nuovi: si parla di figure stilistiche come litoti, anafore, metafore, iperboli...tutta roba che io non devo manco cercar sul dizionario grazie ad anni di analisi del testo poetico e quelle sadiche delle mie insegnanti di lettere. Ma appunto, noi le applicavamo a Pascoli ste cose, o sbaglio? No, qui le si applica al discorso che Daniel ha fatto al suo matrimonio con la Principessa Victoria.

il discorso è in inglese e svedese, se interessa

Discorso che, sia chiaro, io mi sono vista su youtube e ho pure studiato e sottolineato riga per riga alla ricerca degli artifici retorici. La parte in cui dice: 
"C'era una volta un giovane uomo...ok, forse non proprio un ranocchio all'inizio della storia...come nella favola dei fratelli Grimm, ma di certo nemmeno un principe. E il primo bacio non l'ha trasformato."
Ecco, questa è un'allusione (state piangendo?). Ed io devo imparare a scrivere e parlare così, se voglio passare questo cavolo di esame. Del resto Victoria ha segnato mille punti nei cuori degli svedesi quando si è rivolta così alla nazione il giorno delle nozze: 
"Miei cari, cari amici. Vorrei cominciare con il ringraziare voi, perché voi, popolo svedese, avete donato a me il mio Principe." 
(se non piangete qui siete dei cuori di pietra). Ad averlo saputo prima, il discorso al mio matrimonio non lo avrei improvvisato su due piedi, per giunta instabili sul tacco 12. (Sì ho veramente tenuto un discorso di brindisi al mio matrimonio, perché se aspettavo quell'orso che ho sposato, e che chiaramente dell'ora di svedese a scuola se ne sbatteva, eravamo ancora lì).

Di colpo mi è più chiaro come mai la campagna elettorale appena conclusasi in Svezia mi fosse apparsa così esotica. I politici parlano con questa roba ben chiara in testa. I politici qui imparano a preparare i loro discorsi seguendo questo schema: intellectio, inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio/pronunciatio 
(pure la pronunciatio, maledetti).

E dunque vanno in tv e anche quando si odiano visceralmente non urlano, non si prendono a sberle, o mostrano il dito medio con l'anellozzo, non si mandano nemmeno a quel paese. Non chiamano all'improvviso al telefono i conduttori televisivi per protestare per le interviste ad altri. Non si alzano nemmeno in piedi di botto abbandonando lo studio perché le domande non li aggradano. Stanno lì, sorridono, restano calmi anche quando bollono (qui sicuramente aiuta essere svedesi più che la scuola) non si parlano nemmeno addosso e se ne escono con frasi ad effetto che dici "ah beh, ecco perché il politico lo fa lui e non io".

Finito il dibattito, è il turno degli esperti di retorica. Ossia un gruppo di giornalisti e studiosi commentano come i politici si sono comportati durante l'intervista o il faccia a faccia appena conclusosi. Sottolineano i passaggi dove sono stati efficaci e quelli dove sono stati deboli. 

Per esempio, primo ministro appena eletto, leader del partito social democratico, è stato talvolta criticato perché essendo di professione sindacalista e non "politico" ha mostrato di non avere una gran strategia del dibattito. Molto criticato persino all'estero (magari non in Italia) quando ha mal gestito un dialogo TV con la leader del partito di centro. Ella aveva fatto due passi verso di lui con dei fogli in mano, dicendo "ecco guardi questi dati" e lui ha rifiutato di accettare quei fogli dicendo che li conosceva bene e l'ha per così dire respinta, con un gesto considerato poco elegante. Ecco, questo gesto, hanno commentato alcuni esperti, non è stata una gran mossa: ha mostrato una certa debolezza, come una paura di quei dati, cosa che potrebbe anche aver danneggiato il risultato finale di queste elezioni. Io mi ero solo stupita non ci fosse scappata una spinta. Penso che se quegli esperti potessero assistere ad un dibattito tv italiano andrebbero in berserk (ah, solo io e altri tre nerd guardavamo Neon Genesis Evangelion? ok, diciamo corto circuito allora).

Al di là di questo escursus politico ora resta il fatto che io non mi ero mai posta il problema di come scrivere un discorso finora e invece entro domani mi deve venir qualche buona idea. Già il mio articolo di dibattito è finito maluccio causa evidente mancanza di dispositio. Poi la mia appassionata arringa sull'abuso di alcol non ha evidentemente appassionato nessuno (mancava pathos, me la cavavo però con logos e ethos). Adesso quindi devo ripeterlo, nella speranza di un voto più alto, infilandoci qualche bella figura stilistica, qualche artificio, un esordio accattivante...

O almeno un'anafora, per dio!



domenica 14 settembre 2014

Spudoratamente rubo l'idea mi faccio ispirare da Amiche di Fuso e procedo con la lista delle piccole grandi metamorfosi causate dalla mia migrazione verso nord (consapevole che non sarò né la prima né l'ultima a subirle).

10 segni che ti sei svedesizzata


1- Hai più scarpe ecco che altro
Ecco è una marca danese di scarpe di buona qualità, del tipo che la gente si compra quando sa che deve camminarci dentro parecchio. È la marca degli orribili sandali che gli scandinavi si mettono quando vanno a fare i turisti estivi nelle grandi città. Col tempo hai convenuto che non sono tutte orrende, anzi, e che la vita era troppo breve per sprecarla in vesciche (spendevi alla fine più di cerotti che di scarpe). Soprattutto, col tempo ti sei resa conto che le scarpe che tua mamma definiva "con la para" non paravano un accidente e che questi climi hanno bisogno di roba seria se non si vuol passare la vita coi piedi in ammollo. Infine, hai scoperto che ecco faceva anche scarpe col tacco nelle quali era possibile camminare su tragitti maggiori dell'italianissimo casa-macchina e macchina-sedia (dell'ufficio, del ristorante, di quel che è). Ora hai i piedi comodi, ma il tuo orgoglio patrio ne ha risentito e quando vai in Italia ti coglie un senso di inadeguatezza e la paura che ti straccino il passaporto.

2 - Hai due stazioni meteo e una dozzina di sonde di temperatura
Gli svedesi sono misuratori compulsivi di temperatura. Il signor Celsius, non a caso, era svedese. Gli svedesi hanno termometri a sonda che all'occorrenza usano per sapere esattamente che temperatura c'è nel freezer, per esempio. (Cosa molto utile quando vi si vuole mettere bresaola e prosciutto crudo a -18C, in modo da sterminare l'eventuale toxo e far sì che la moglie incinta non debba rinunciare per nove mesi alla sua dose di buoni prodotti italiani). Inoltre, hanno queste piccole stazioni meteo che leggono la temperatura e l'umidità interne ed esterne e non esci di casa senza avergli dato un'occhiata.  Gli svedesi sanno che a volte "guardar fuori di finestra" non assicura di una corretta scelta del vestiario. Un bel sole splendende e una temperatura di -5 possono fregarti in un attimo. A questo punto si aggiunge il corollario: ogni sera controlli le previsioni meteo su internet ci sono vari siti web che forniscono previsioni meteo ora per ora e su lunga distanza. Sport nazionale svedese è leggerli tutti, compararli, e poi utilizzarli come basi per le innumerevoli conversazioni sul tempo che qui costituiscono lo zoccolo duro dei rapporti sociali.

3- Non conosci più il significato di tenda o tapparella
E quando vai in italia ti trovi a stupirti che le case siano così buie e che tua madre tiri giù le tapparelle quando esce. Ti fa strano anche alzarti la notte per andare in bagno e non vederci un accidente, specie d'estate.

4- Fai la fika a metà mattina e metà pomeriggio
Ossia ti bevi una tazza di caffè, o di the, e ti mangi un dolcetto assieme ai tuoi colleghi di lavoro. O alle tue colleghe di disoccupazione. O coi tuoi suoceri quando sei in visita da loro e viceversa. Dalla fika non si prescinde! In città ci sono più caffetterie che piccioni in effetti ed in effetti ti senti sempre parecchio fica a far la fika.

5- Se sei invitato da qualcuno ti presenti all'ora stabilita
E nel dubbio tra prendere il tram prima e arrivare in anticipo, o quello dopo e arrivare con "solo 5 min di ritardo", scegli sempre la prima opzione, al limite aspetti a suonare il campanello. Il ritardo è un affronto, un atto di sfida, un gesto che mostra insensibilità, egoismo e soprattutto, scarsa capacità organizzativa. Merde!

6- Maneggi il tagliaformaggio con nonchalance
da wikipedia

Il formaggio svedese si compra quasi sempre in blocchi e viene tagliato in fette sottili da un attrezzo che qui è imperante e altrove, mi pare, piuttosto esotico. I primi tempi, specie se invitata a casa altrui, ti sentivi in imbarazzo a servirti da sola come è costume, perché rischiavi sempre di fare un disastro. Con gli anni ha imparato che è tutta questione di polso.

7- Mangi salato a colazione (e non ti fa schifo manco il kaviar)
Se avete letto "Uomini che odiano le donne" avrete magari notato che persino Lisbeth Salander quando si alza si fa una tazza di caffè nero bollente e ci accompagna dei sandwich. In realtà non sono veri sandwich, sono fette singole di pane imburrato su cui va uno strato di formaggio (oppure affettati) e come topping fettine sottili di cetrioli o pomodori. Tu ogni tanto ci abbini anche un uovo alla coque.

8- Dici grazie ogni due secondi
La conversazione con una cassiera contiene un minimo di sei grazie detti da entrambe le persone coinvolte. Dici grazie per dire no e grazie per dire sì. Dici grazie a chi ti ha detto grazie. Mandi un messaggio (oppure telefoni) per dire grazie all'indomani di una cena insieme o di qualsiasi altro evento. La frase è: Tack för igår! grazie per ieri! cui ovviamente segue: ma grazie a te!

9- Non possiedi un ombrello, ma hai due paia di sovrapantaloni impermeabili
Qui piove in orizzontale, quindi gli ombrelli servono a poco. Gli svedesi escono tutto l'anno con giacche tecniche (cambia solo lo spessore) accessoriate di cappucci e impermeabili per davvero (non come quelle che noi in Italia consideriamo impermeabili) e soprattutto coi sovrapantaloni ripiegati in tasca o in borsa, che mettono all'occorrenza. Anche le calosce da pioggia vanno messe in conto.

10 - Non sai più stare in casa con le scarpe 
Inizialmente non l'avresti mai detto, ma questa cosa che in casa ci si deve togliere le scarpe, anche quando si è ospiti, anche se si tratta di una festa elegante e sono tutti in abito da sera, non ti pare più tanto male. Anzi! Quando vai in visita in Italia ed entri a casa di qualcuno senti l'impulso fortissimo di togliertele ma temi che saresti presa per pazza.



domenica 7 settembre 2014

möhippa

Una möhippa è la versione svedese di un addio al nubilato. Immagino non ci sia un protocollo standard. Quella a cui sono stata ieri aveva però alcune peculiarità.
La prima, cominciava alle nove di mattina e sarebbe finita verso le otto di sera. La ragione, probabilmente il fatto che tre su cinque delle partecipanti erano mamme, sposa inclusa.
Questo probabilmente ha determinato anche il programma della giornata.
Primo step: trovarci alla suddetta ora antelucana (per me, di sabato mattina) per preparare le vivande. 
Causa la mia presenza, era stato comprato anche dello champagne analcolico, per il resto c'era cibo per un esercito. Una delle due presenti di origine polacca ha confessato che in Polonia se si prepara cibo per una festa, ce ne deve essere da far cadere ammazzata la gente. Ho convenuto che allora non ci accomuna solo la morale cattolica. 
La sposa è arrivata un filo irritata perché aveva programmato che quel giorno era il giorno in cui avrebbe espletato gli ultimi preparativi del matrimonio, ossia ordinare il bouquet. Aveva chiesto a me di accompagnarla, ed essendo la festa una sorpresa avevo risposto con un laconico: no scusa sono impegnata tutto il giorno. Al che mi era giunta altrettanto laconica risposta: vabbè vado da sola. E invece.
Dopo l'arrivo della sposa è stata la volta dell'arrivo del massaggiatore a domicilio. Mentre lei veniva rilassata a dovere, noi abbiamo ricevuto un corso di pittura ad acrilici. Dopo di ché tutte insieme abbiamo mangiato, ed io ho cominciato a sentirmi come ormai mi sento dopo aver mangiato anche solo un cracker ossia sul punto di esplodere come la bambina-palla del primo willy wonka (che non mi ricordo se stava anche nel film con johnny depp).

Peraltro, a tavola, la mia bottiglia di (orrido) spumante analcolico è stata divisa con la sposa, che di bere proprio non se la sentiva. Magari dopo, ha detto. Le altre invece avevano assunto lo stesso colorito rosé dello spumante (non analcolico) e si erano lanciate in bellissimi racconti di parti, endometriosi, gravidanze da film dell'orrore. Per finire, la sposa mi ha conisgliato di non fare come lei e scegliere l'epidurale. Al che io (perdonatemi, non mi son saputa trattenere) le ho detto che è da quando ho sedici anni che  ho preso la decisione (tra le varie cose, inclusa quella di non sposarmi mai) che senza la garanzia di un'epidurale non avrei manco cominciato una gravidanza, e cosa cavolo aveva in testa lei quando inizialmente in sala travaglio l'aveva rifiutata (per poi ricredersi ore dopo, che ve lo dico a fare). In Italia manco hai la certezza di poterla fare, e queste qui fanno le eroine moderne, chi ha il pane non ha i denti, non c'è che dire.
Dopo di che mi hanno consigliato di andare a parlare col centro che offre sostegno psicologico alle donne che hanno paura del parto, e se tale sostegno non dovesse bastare, un cesareo su richiesta. Penso che andrò a farci un giro. Ad ogni modo, sarà il tema o la gravidanza, a fine pasto avevo solo voglia di vomitare.

E invece era l'ora di metter mano ai pennelli e ai colori. E mi sono divertita parecchio. La padrona di casa aveva selezionato delle belle foto di paesaggi scattate nei suoi viaggi che avremmo potuto usare come modello per i nostri quadretti. Ci ha seguito passo passo ed aiutato a mettere insieme della roba decente.
Dopo di che è cominciata una sequela di maschere esfolianti, idratanti, manicure eccetera alla quale non ho partecipato più che altro perché l'idea di trascorrere troppo tempo davanti allo specchio ultimamente mi acciacca: piuttosto ho chiacchierato (in svedese) con questa o quella che in quel momento non fosse al trucco e parrucco. Distrattamente ho pure bevuto dal bicchiere sbagliato beccandomi un sorso d'alcol, cosa che ha prontamente fatto scattare tutti gli allarmi in tutti i centri ostetrici del Regno.

Ed era di colpo ora del piatto forte della giornata: il corso di cupcake. Si teneva in un caffè nei dintorni, un posto dal nome piuttosto ovvio di cupcake time, gestito da una ragazza americana. Questo è il mio coming out: a me gli arredi romantici, con la carta da parati color pastello disseminata di rose, le tazzine vintage del servito da tè della nonna, le sedie shabby chic di legno decapato, i cuscini candy stripes nei colori delle caramelle, e in generale l'attitudine da girlygirl hanno stancato proprio. Mi è venuta la carie già sulla porta.
I miei sono quelli in seconda fila, se interessa
Il corso consisteva nell'imparare a fare roselline di pasta di zucchero e farci spiegare la differenza tra frosting, icing e royal icing. (non la sapete? sapevatela!) Ci attendevano tre cupcake già cotti a testa e stava a noi decorarli con vari tipi di creme formaggiose (frosting all'americana), una miriade di tipi di zuccherini e perline e formine ritagliate nella pasta di zucchero. 

L'idea era di mangiare poi una delle nostre creazioni sul posto, sorseggiando un tè nelle tazzine delle bambole,  e di portare a casa le altre due. Ora, sappiate che una di noi, per la privacy diremo "una che NON era incinta" al primo boccone di glassa ai mirtilli e sottostante cupcake al cioccolato e fudge ha quasi vomitato per il brutale chock da zuccheri modello pugno nello stomaco. Ed io sono una demente, perché avrei dovuto far tesoro della sua faccia e impacchettare anche il terzo cupcake nella doggy bag. Invece, stoica come non mai, perché mi spiaceva essere scortese, me lo sono mangiato combattendo la nausea. Perché l'unico sapore che ho sentito era: zucchero! zucchero! zucchero!!! Danne si è mangiato i rimanenti due alle nove di sera sotto il mio sguardo: a tuo rischio e pericolo. E niente, si conferma la mia incapacità di comprendere o godere della pasticceria americana.
All'uscita vedevo vagamente la madonna (cit.)

 Ma era tempo di andare al ristorante. Un posto che fa roba molto molto insolita, anche quello di ispirazione americana, con voli pindarici fusion nella cucina giapponese, indiana, cinese e cajun. Erano tutte entusiaste ed io penso che senza il cupcake, il brunch megalomane di ispirazione polacca di qualche ora prima e soprattutto a bun in the oven, forse lo sarei stata anche io. Purtroppo avevo solo in mente di sopravvivere senza produrmi in funzioni corporali troppo pubbliche e andarmi a stendere. Cosa che poi ho fatto, almeno  per qualche ora: è dalle quattro del mattino che vago per casa, tra il bagno e il soggiorno, e avendo abbandonato ogni speranza di dormire o farmi passare il maldistomaco alle sei ho deciso di farci su un post.

Nel complesso mi sono pure divertita, e posso anche dire di aver bevuto più della festeggiata, che rende l'idea della gente con la quale ho a che fare.

sabato 30 agosto 2014

I don't care what they say about us anyway

Giovedì è stata una di quelle giornate che sembrano fatte apposta per riconciliarti col mondo. Con la Svezia, quantomeno.

Faccio parte di un book club composto di ragazze straniere da poco in città. Ci siamo conosciute tramite vari corsi di lingua e abbiamo costruito una specie di rete allargata. La maggior parte di noi non lavora, da qui il soprannome "The real housewives of Gothembourg", se avete presente la serie di orridi reality show dagli USA. Insieme leggiamo libri di scrittori svedesi e ci troviamo una volta a settimana per parlarne, in svedese. D'estate abbiamo letto il decimo libro di Camilla Läckberg, "Änglarmakerskan" (non c'è ancora la versione italiana) e ci è venuta voglia di farci un giro a Fjällbacka, la cittadina sulla costa ovest dove sono ambientati tutti i suoi libri e dove lei stessa è nata.
Fjällbacka dalla collina rocciosa protagonista de "Il predicatore"
Ci abbiamo messo mesi ma finalmente siamo riuscite a recuperare due auto e un buon numero di noi, e siamo partite con borse di provviste, coperte, thermos di té e caffè, costumi da bagno, crema solare, scarpe da trekking, macchine fotografiche, giacche impermeabili, felpe, e una quantità imbarazzante di plock-godis, le caramelle che si comprano sfuse praticamente in tutti i negozi. Si vede che ci siamo svedesizzate?
È stata una giornata semplicemente fantastica, pura estate nonostante non ne avessimo più speranza (agosto è considerato ufficialmente autunno, qui). Sole, cielo azzurro, il mare di un blu intenso e il verde dei boschi e dei prati (tutte cose che stanno pure nell'inno nazionale, e francamente ora capisco perché).
Fjällbacka dal molo
A Fjällbacka avevamo anche prenotato una barca che ci portasse all'isola di Valö, che sta proprio davanti alla cittadina ed è il luogo dove è ambientato il decimo romanzo. Si tratta di un isola piuttosto grande e quasi completamente deserta. Vi si trova una grande casa antica, che al momento è un hotel e che nel libro era un internato per studenti facoltosi. Dall'hotel abbiamo fatto una lunga passeggiata su sentieri molto impervi, che ci ha portato fino sulla parte più alta dell'isola, che è molto rocciosa. Quando dico impervi non esagero, c'era da usare le braccia per arrampicarsi, da schivare fango e rocce instabili e abbiamo lodato il fatto di esserci messe le scarpe giuste senza saperlo. Vedi a svedesizzarsi.
vista di Fjällbacka dall'hotel sull'isola di Valö


la vista dal luogo del picnic















Sulla cima ci siamo stese sulle rocce al sole e abbiamo fatto un lunghissimo picnic con davanti una vista pazzesca. Poi ci siamo rimesse in marcia scendendo sull'altro versante, sempre su sentieri davvero impegnativi, fino a raggiungere una piccola spiaggia. Ci sono alcune piccole case di vacanza super moderne che hanno l'aria di costare miliardi ma essendo la stagione finita erano deserte. E poi ci sono dei vecchi capanni di pescatori che sono stati rimordernati e trasformati in minuscole casette per vacanzieri proprio sulla spiaggia. Una di noi si è veramente messa il costume e buttata nell'acqua gelida dal pontile.
la spiaggetta

Di ritorno all'hotel il gestore ha richiamato la barca che ci avrebbe riportato indietro e abbiamo finito la giornata curiosando nei negozi costosissimi pieni di vestiti per velisti e arredamento per case di vacanze, a tema rigorosamente marittimo. Moltissimi svedesi sono velisti e questo è un tema che tira parecchio. Ci siamo poi prese un caffè in un ristorante dove il pizzaiolo si è rivelato essere un modenese che non parlava una parola di svedese e che non voleva più mollarmi, volendo raccontarmi del suo amore per i paesaggi svedesi, per la natura e per i luoghi. Si vede che era un giorno che ispirava!  La padrona invece si è molto divertita all'idea che il nostro variopinto gruppo di plurime nazionalità fosse un book club sulle orme di Camilla Läckberg. E ci ha pure indicato, dalla finestra,  la casa dove la scrittrice è nata, pensando chiaramente che fossimo un gruppo di fanatiche.

un tour sulle orme della giallista (è lei nella foto) costa circa 15 euro
Del resto in paese si organizzano anche visite guidate ai luoghi degli omicidi dei romanzi (il Camilla Läckberg tour) e cercano di sfruttare questa cosa dal punto di vista turistico. Quel che mi colpisce è che la scrittrice è del 1974 e la maggior parte degli svedesi non la considera certo un esempio di alta letteratura (e concordo). Insomma sarebbe come un Moccia Tour per Roma.
Ingrid Bergman, la star di molti film di Hitchcock
Inoltre, Fjällbacka ha un'altra cittadina illustre, Ingrid Bergman, che qui ha fatto spargere le sue ceneri e alla quale è dedicata la piazza del paese. Non so, francamente penso sia una figura destinata a rimanere nella storia più di una giallista di moda...ma forse è solo l'aura della star defunta, e di certo il marketing è sempre il marketing!





Alla fine, parlando tra noi, ci siamo trovate daccordo su questo punto. Che la Svezia è un luogo capace di grandi contrasti emotivi. Il buio inverno e l'estate scintillante. Si pensa spesso che la conseguenza di questo sia un popolo di depressi con manie suicide (un dato che in realtà non ha una vera valenza statistica ma viene spesso ripetuto) ma io credo piuttosto che la conseguenza principale sia un rapporto più intenso con la natura. Quando ti trovi davanti a scenari come questi e pensi che presto arriverà un lungo periodo di pioggia e gelo, ti trovi a respirarlo a fondo, taking it all in, per portarlo con te. E quando il sole torna, è davvero come uscire da un letargo. Dunque arrivederci estate, cercherò di fare tesoro di questi ricordi!

domenica 3 agosto 2014

Il termometro segna ancora 28 gradi, e 60% di umidità. Ha piovuto stanotte ma adesso c'è di nuovo il sole.Caldo umido e piogge tropicali. Sicuri che questa sia la Svezia?

Non sono molto attiva ultimamente, il caldo mi fiacca in una maniera patetica. Non mi sono trasferita al nord per stare così! mugolo di tanto in tanto, perché sono una piattola.


Ho ricominciato a fare yoga cercando su youtube dei tutorial per lo yoga in gravidanza. Non che ci sia moltissima differenza, perlomeno non ancora, per me. E oggi ho male un po' in tutti i muscoli, segno che sono fuori allenamento in maniera imbarazzante. E mi manca di correre, davvero.

Mi manca l'idea del mio programma di allenamento che aveva mete chiare ed evidenti: correre un pochino di più o un pochino più veloce, ogni volta. Il fatto è che mi è stato detto di dover fare almeno tre ore di esercizio o di sport alla settimana, in gravidanza, adducendo il fatto che non ho molti muscoli, almeno per i canoni svedesi. E però contemporaneamente mi hanno proibito la corsa perché "aver corso tre volte alla settimana da diversi mesi non faceva di me una persona sufficientemente allenata" dunque son rimasta un po' senza alternative - oltre che senza molta stima di me, declassata a pappamolla senza muscoli nel giro di un minuto dall'inizio del mio primo colloquio con l'ostetrica. Perché io non vado in piscina, punto.

In realtà, a sentir l'ostetrica, l'alternativa per me era il nordic walking. Ossia lo sport ufficiale delle casalinghe e delle pensionate del nord-europa, altra bella legnata all'autostima. Mi ha pure dato dei consigli, mi ha mostrato i suoi bastoni e mi ha dato una dimostrazione pratica, nel bel mezzo della clinica ostetrica, ci teneva a farmi vedere che era uno sport di tutto rispetto e non solo per le signore attempate (sì ok però). Che scena surreale. Prima visita e non un prelievo, non un'analisi, solo una dimostrazione di nordic walking, e un bel cazziatone per la mia mancanza di forma fisica da parte di una sessantenne..

Ma il bello era che mentre da una parte mi rimbrottava per essere così fuori forma, dall'altro mi rimbrottavaa pure per il fatto di essere troppo magra (ma quando mai? io? nessuno in vita mia mi ha mai definito magra). Guardando solo il mio peso (lo avevo scritto compilando il modulo di entrata, ma nessuno mi ha pesato, ci avevo pure aggiunto un chilo per portarmi avanti) e non la mia altezza (nanerrima) ha sentenziato che avrei dovuto metter su minimo 16 kg, ma forse anche 20 va'. È seguita lista di prodotti caseari a base di latte rigorosamente intero, niente di quella robaccia light mi raccomando, burro come se piovesse, gelato fatto con la panna e non con il latte, e mi raccomando non ti mettere in testa che siccome sei incinta ora ti devi riempire solo di verdure. Ora ci rido ma in quel momento mi son vista costretta a trasformarmi in una palla (un aumento di 20 kg per me è un aumento del 40% della mia massa corporea, suvvia, siamo seri) e stavo quasi per mettermi a piangere. Al che lei: ma ti vedo preoccupata....dai almeno promettimi che mangi un po' di gelato! Che scena surreale, e due.

Non ho mai più incontrato quella ostetrica e ho un po' l'incubo che mi ricapiti (qui non c'è verso di essere seguiti da una sola persona, va sempre a rotazione ed è una scocciatura) perché chissà come prenderà la notizia che non ho messo su quasi niente, nonostante non abbia mai vomitato e nonostante sia stata preda di una fame assassina e debilitante per i passati tre mesi (ora non mi capita più). In italia magari  mi cazzierebbero per il contrario. Quelle che ho incontrato alle visite successive non sono state altrettanto interessate alla mia forma fisica, ma più al fatto di controllare che ci fosse effettivamente un bambino in arrivo - strano eh?  Però, peso a parte, sento un po' questa cosa che non faccio abbastanza moto. Sarebbe solo più facile facesse un filo più fresco.
Ecco che torna la piattola.

non sono l'unica in casa che col caldo si impigrisce



 

lunedì 28 luglio 2014

like a band-aid

Questo post mi causa fatica e sollievo al tempo stesso, e so già che uscirà fuori un po' stropicciato e frettoloso, e che non ne sarò troppo soddisfatta, perché sono troppe le emozioni da tenere a bada mentre scrivo. Oggi ho fatto un test che per me era uno spartiacque immaginario, il momento in cui avrei finalmente potuto dire quello che con poche eccezioni mi tengo dentro da qualche mese. Per la precisione, da 12 settimane e due giorni. Sono incinta.

Ed essendo come sono, e restando vero tutto quel che ho sempre detto, scritto e sbandierato, non sono stati tre mesi di fuochi artificiali e coriandoli, come magari lo sono per tante, bensì sono stati infarciti di momenti di puro panico, settimane di insonnia, esclamazioni folli, paranoie al limite del record olimpico e varie ed eventuali. Ma le cose sono andate migliorando, ed oggi è stata sollevata la paura che mi aveva costretto ad essere più circospetta. Presto (tipo tra un paio d'ore) temo verrà sostituita da altre paure, come è ovvio. Per questo devo scrivere adesso, che sono appena rientrata dalla clinica ostetrica, se no rischio di non trovare mai il coraggio. E spero che dopo aver scritto qui, io lo trovi anche per fare annunci di persona, perché sono tante le persone cui avrei dovuto, potuto e voluto dirlo, e non l'ho ancora fatto per mille strambe ragioni.

Paradossalmente, ne sono venute a conoscenza persone a cui non sono molto legata, che conosco da poco e con le quali non mi verrebbe spontaneo confidarmi. Questo è quel che accade ad essere incinta in Svezia. Esci il venerdì sera, il cosiddetto giorno degli after-work party, con amiche e amici e ti tocca dire al barman "ma avete qualcosa di analcolico?". Al che ci manca poco che il dj fermi la musica, gli avventori restino col bicchiera a mezzaria e da un albero nelle vicinanze si libri in voli uno stormo di piccioni in un silenzio surreale. "Niente alcol? ma sei sicura?"
In Italia avrei senza fatica passato in rassegna la pagina "cocktail analcolici" senza destare nessun interesse, invece qui manco le mettono sul menú le alternative. E ti dicono: mah, abbiamo acqua minerale, succo di arancia oppure cocacola...E tu gli dici, vabbè dammi sta cocacola e sai già che TUTTI i tuoi amici che hanno assistito alla scena stanno pensando che sei incinta, perché non esiste altra ragione per non bere di venerdì sera. Con un sopracciglio alzato uno di loro ti dice "E così, niente alcol eh?" Per un attimo ho considerato di dire che avevo preso degli antidolorofici poco prima, ma mi sono sentita così idiota a mentire e soprattutto ero sicura che me lo avrebbero letto in faccia. E invece di rispondere ho fatto una smorfia come dire "eh già", e allora tutti hanno detto "Beh, congratulazioni allora!". E non c'è stato bisogno di dire proprio niente. Che poi era quel che mi serviva.

venerdì 18 luglio 2014

bra jobbat

Sono state tre settimane atroci. Calcinacci, scatoloni, elettricisti, polvere ovunque, vecchi mobili fatti a pezzi, mobili in uso accatastati a caso in altre stanze, i ritmi di pulizia a ramengo, piatti e bicchieri di carta, un microonde per riscaldare le monoporzioni del banco freezer e poi pizza e hamburger del turco sotto casa. Sono sfinita, la sera già verso le otto mi si chiudono gli occhi, si muore di caldo e i gatti sono irascibili perché devono vagare tipo percorso a ostacoli militare tra attrezzi e detriti vari. (e una di loro è pure cieca poraccia)
Ma è finita.

Abbiamo da ieri preso possesso della cucina, mandato la prima lavastoviglie, cucinato la prima cena.
L'appartamento è ancora un campo di battaglia, ma sono stati fatti immensi passi avanti. Niente più montagna di scatoloni e polistirolo, niente più assi di legno e detriti accumulati sul balcone,. Restano da fare ancora molte cose (le liste di rifinitura contro soffitto e pavimento, e delle mensole su misura per sfruttare gli ultimi 20 cm di parete nell'angolo dietro la porta) e poi le mattonelle per le quali ci siamo rassegnati a chiamare un professionista. E considerato che non abbiamo chiamato nemmeno un idraulico (e passato un weekend con la paura di non poter più riaprire l'acqua calda, ma è tutta una learning experience) è chiaro quanto ci costa questa risoluzione.

Perché noi eravamo quelli che volevano far tutto da sé, che ci vuole. Ecco cosa succede ad abitare in Svezia, nella mia modesta opinione, la Terra del Faidate. Qui tutti fanno da sé, restaurano case, dipingono facciate, disegnano e realizzano mobili, decorano, e soprattutto si rifanno la cucina. È difficile non farsi convincere, parlando con amici e colleghi, e soprattutto è difficile non sviluppare il moto di orgoglio: ma sì, son capaci tutti, saremo proprio noi gli unici idioti? Perché poi c'è un grande senso di soddisfazione a lavoro finito, bisogna ammetterlo. Oggi mi guardo intorno e in effetti la sento vocina che dice "bra jobbat!" (bel lavoro!)

È anche per questo che ho sempre sognato di fare il falegname. Deve essere bellissimo riuscire a creare con le proprie mani, deve essere una gran soddisfazione arrivare alla fine di un progetto. A volte i lavori di concetto ti lasciano invece il dubbio "ma dove è il senso di questa mia giornata di lavoro?". Vabbè, divago.

E insomma, forse non è un caso che l'ikea sia svedese, e anche che dopotutto anche le altre catene di arredamento che ci sono da queste parti abbiano spesso concetti molto simili, anche quando i prezzi sono più alti. E cioè che te li monti da te. (Quando avrò un briciolo di tempo vorrei scrivere un po' dell' ikea, che ne ho accumulate di cose da dire). E sarà per questo che in tv i programmi di faidate, arredamento, restauro e architettura sono quasi più di quelli di cucina. Una mia amica ha di recente comprato a prezzo irrisorio una casa molto vecchia, interamente da restaurare e lo farà completamente da sola, perché come dice lei "il bricolage è la mia terapia"

L'unica condizione che metterei è quella di avere una stanza adibita a laboratorio, perché vivere in un appartamento mentre lo restauri è un'esperienza allucinante che potendo avrei evitato. Ci abbiamo messo un anno, e finalmente questo appartamento è finito. Phew.







martedì 8 luglio 2014

yeah you bleed just to know you're alive

Sono nel bagno di un club sciccosetto, è sabato sera, mi lavo le mani guardando nello specchio di fronte a me. Vedo dietro di me una ragazza dirigersi sparata verso il muro alla mia destra, un perfetto rettangolo di cemento liscio, fermarsi di botto e cominciare a tastarlo in più punti. Con aria disperata poi grida, al mio indirizzo: ma dove cazzo è la porta? Ed io ridendo le indico il muro alla mia sinistra, dove stava un bel rettangolo di legno con maniglia, quello stesso dal quale lei chiaramente doveva essere entrata poco prima. Il bagno, saranno stati 10 m2 in tutto.

Fuori, un clima di grande euforia. Ragazze in minigonne impietose su gambotte pallide e tonde, era dai tempi in cui bazzicavo il regno unito che non ne vedevo così tante, vestitini così aderenti che le strizzano come salamelle, e poi le risate, il traballare su tacchi scomodissimi, gli strilli.

Ebbene sì
A volte vorrei passare di nuovo una sera davvero scema con qualche amica un po' svitata, dopo aver passato mille ore davanti allo specchio a scegliere un vestito e un trucco inopportuno. Ed essere così brilla che quando ti presenti al locale successivo si rifiutano di farti entrare. Come quella volta che avevo bevuto troppa orrida acquavite danese e avevo una corona di fiori di campo in testa - era midsummer -  e me la fecero lasciare all'ingresso, perché in Germania del dresscode se ne fregavano, ma la corona di fiori era troppo anche per loro.

A volte vorrei avere di nuovo vent'anni. Ma poi mi passa, eh.

lunedì 16 giugno 2014

ciao bella

Sono andata a correre con la mia maglietta dell'Italia, ieri, cosa che faccio spesso, sia chiaro, non era per via della partita. Dei ragazzini dalla pelle scura mi hanno apostrofata in svedese "Italien vann igår!" ed io ho sorriso.

I mondiali mi riportano sempre al 2006, col pensiero. La prima maglietta la comprai quell'anno - era diversa da quella che avevo oggi, perché ha tre stelle sullo stemma invece che quattro, ovviamente. Quella di allora, quella con tre stelle, di un colore più chiaro, azzurra davvero e non blu, la trovai in un negozietto di roba improbabile, per puro caso, uno di quei caldi pomeriggi di giugno in cui la Germania tutta si era scoperta orgogliosa dei suoi colori. Me lo ricordo come fosse ieri, che mentre mi provavo la maglietta, dalla finestra del negozio vedevo che in strada erano scesi i tifosi tedeschi che celebravano la vittoria di una loro partita appena finita. Tutte le auto avevano una o più bandierine tedesche, tutte le case ne avevano messa su una. In Germania, per ovvie ragioni, non era mai stato vista di buon occhio l'idea di mostrare sentimenti troppo patriottici, per loro quella di quei modiali del 2006, organizzati in casa, era stada una vera e propria liberazione. Peraltro, i tedeschi non facevano caroselli dopo le prime vittorie, cominciarono dopo che i tanti immigrati delle varie nazionalità (ma soprattutto italiani) avevano dato l'esempio.

Fino a che le partite andavano avanti nei vari gironi, l'atmosfera al lavoro era stata tranquilla. Io facevo il fantacalcio con la mia collega tedesca N. e poi guardavamo le partite in piazza, sul megaschermo, nella bolgia più assoluta, bevendo litri su litri di radler. Poi era diventato chiaro che Italia e Germania si sarebbero incontrate in semifinale, e nei giorni precedenti lo scontro gli spunti per litigare si moltiplicavano. Questa partita Italia-Germania pare avere sempre una portata maggiore delle altre, sia su un fronte che sull'altro. Si sprecavano le offese, le litigate, le catene di mail con battutine su una squadra o l'altra. al lavoro, partecipavano anche quelli degli altri paesi, schierandosi da una parte o dall'altra per varie ragioni.

La mattina della partita, andai al lavoro con quella famosa maglietta.
Per strada fui salutata da quasi tutti i tedeschi che incontravo, con mille sorrisi. Al lavoro ero l'unica italiana ad indossarla. N. aveva invece indossato la sua maglietta della Germania. Ci hanno visto abbracciarci ridendo quando ci siamo trovate per caso di fronte l'una all'altra, sorprese per aver avuto la stessa idea. Ho sentito un mio collega commentare che era una bella scena. E un altro sottolineare che ero l'unica che aveva avuto coraggio. Gli altri miei colleghi italiani, quelli che magliette simile se le sarebbero messe eccome il giorno dopo, avevano evitato.

Dopo la partita ci furono caroselli in città fino a notte fonda, traffico completamente bloccato, compresi i tram. A me, in tutta onestà passò la voglia di festeggiare. Perché mi ricordavo ancora bene come ci si sente quando si viene eliminati, quando finiscono i giochi...l'aria di silenzio surreale che c'era in città dopo quella partita con la Corea, per esempio! Ecco, mi immaginavo come ci saremmo sentiti se quel pomeriggio, tornando mesti a casa dai vari megaschermi, ci fossimo imbattuti in orde di coreani felici che ci impedissero di procedere con la macchina, parandosi di fronte alla nostra auto con una grande bandiera della Corea..in Italia! Ecco, mi pareva che fosse il caso di ricordarsi che eravamo in Germania dopotutto, e un minimo di rispetto per il dolore altrui potevamo anche mostrarlo, pur festeggiando.

Qui in Svezia le cose sono molto diverse, mi rendo conto, l'altra sera non si è sentito assolutamente nulla. La comunità italiana è molto ridotta rispetto alla Germania. Eppure non credo di entrare mai in un negozio del centro senza sentire pezzi di conversazioni italiane intorno a me. Diciamo che quelli che ci sono sono in ogni caso molto più silenziosi. Si fa fatica anche ad aggregarli, gli italiani, perché spesso si ha la sensazione che molti preferiscano evitare. 

E dunque, ieri sono uscita con la mia maglietta sollevando un bel po' di sguardi sorpresi...qui la maglietta azzurra la vedi quasi sempre addosso ad iraniani che vogliono spacciarsi per italiani! Ci hanno fatto anche un film (per me) esilarante: Ciao Bella.

lunedì 9 giugno 2014

above us only sky

Oggi ero a pranzo con una delle mie amiche di qua, una di queste amicizie delle quali non so parlare, che non so definire.
Pensavo che lei, R., con la sua vita, illustra pienamente cosa intendo per inappartenenza.

È nata in Cambogia, da genitori cinesi. Sono i cinesi della diaspora, così mi pare di aver capito, che in qualche modo furono costretti a lasciare la Cina a causa dei cambiamenti politici e formarono colonie in varie altre parti dell'Asia, tipo Singapore, per esempio. Sono cinesi, eppure non sono cinesi.
Lei e le sue sorelle hanno infatti nomi che suonano indiani, nomi bellissimi che parlano di fiori e colori e hanno suoni dolci. Suo padre era un diplomatico. Quando era piccola si trasferirono in Francia e lei è cresciuta in un quartiere che si potrebbe definire una China-Town. E però non avevano quasi nulla in comune con gli altri cinesi. Men che meno erano francesi. A scuola andava benissimo. La sua era una famiglia colta, elegante, sua madre aveva grandi ambizioni. Non ho mai imparato a far le cose semplici, mi ha detto una volta, non mi ha insegnato nessuno.
Ha fatto una scuola fichissima, dove si formano i manager. Il suo sogno era lavorare in Cina, aprire relazioni commerciali. In quel periodo non era possibile, dunque per ripiego si è specializzata in Giappone. Ha imparato il giapponese, ha vissuto là. Tornata in Europa ha cercato qualcuno che nell'impero delle marche di lusso credesse in lei e le desse il suo sogno. Dopo qualche anno di caparbi tentativi, un importantissimo industriale di cui non faccio il nome le ha dato carta bianca. La Cina era sua, un nuovo ramo da fondare da zero. In Cina, ha dovuto imparare il cinese, perché non era la sua lingua. Doveva fare conferenze stampa e parlare coi giornalisti, e tutto in cinese, e caparbiamente è andata avanti, diventando nel suo campo una piccola leggenda. Ma in Cina non era a casa. Da là chiamava i suoi disperata e raccontava di un mondo che non capiva, una lingua che risultava ostica, così lontana da quelle respirata a casa. Suo padre un giorno le disse che era andata a cercare una cosa che non c'era più, la Cina di chi l'aveva dovuta lasciare, ed era andata a cercarla nel posto dove era meno possibile trovarla, la Cina di chi l'aveva distrutta.

In Cina ha incontrato suo marito: un francese (con origini però in altro paese occidentale) con cui aveva frequentato l'università a Parigi, anche lui temporaneamente in Asia. Lo ha poi seguito nel suo assegnamento successivo, in India, e infine in Svezia. Sua madre avrebbe voluto che seguisse la tradizione. La figlia maggiore di una figlia maggiore, certe responsabilità in famiglia sarebbero passate a lei. Invece lei le ha rifiutate, sposando un francese agnostico e comunista.  I rapporti con sua madre sono stati tesi, per un po', finché non è stato accettato che il fardello passasse a sua sorella, che ha sposato un cinese di Singapore e vive in USA. Sua madre è tornata in Cambogia, suo padre e suo fratello invece sono in Francia. E la Francia è il paese dove vorrebbe tornare, dove compreranno casa, dove è sempre stato il loro baricentro in questi anni peregrini. Ma è anche un luogo che comporta notevoli contraddizioni, un luogo dove lei sarà sempre, visibilmente, per prima cosa, cinese.

Mi ha detto che era in giro con delle sue amiche, a Parigi, tutte di origine asiatica, e parlavano ovviamente francese tra di loro. La gente le guardava perplessa: non erano turiste, non erano immigrate, come conciliare l'immagine di un gruppo di sole donne asiatiche con il fatto che parlassero da vere parigine? Strano come ci siano ancora così tanti criteri invisibili dietro il modo di guardarci intorno. Del resto, in Svezia, quando parla inglese la vedono come una ricca turista. Quando passa allo svedese, ecco che è la sua faccia, i suoi occhi a mandorla, a parlare per lei, e diventa una rifugiata, un'immigrata, qualcuno che forse non ha studiato, qualcuno che forse vive di sussidi. A me, coi miei occhi chiari e le mie lentiggini, questo non succede mai. A me dicono: come sei brava che parli così bene! E mi raccontano che la Regina, che pure è qui da 40 anni, ha ancora un forte accento tedesco.

Di queste cose R. parla solo con me. Per tante ragioni sento di capirla, anche se nulla nella mia vita è lontanamente paragonabile alla sua. Forse la capisco per via di J., il mio amico di Singapore, cinese di faccia, inglese di lingua, figlio maggiore di figlio maggiore, in rotta con le tradizioni cinesi eppure disperatamente determinato a lasciare la Germania e tornare "a casa". La scelta, mi dice J. è tra essere un cinese in Germania, e tra essere "uno strano", un ribelle, a Singapore. E siccome ha un figlio, per lui, per dare a lui la chance di non essere uno straniero per sempre, ha scelto la seconda.

Una volta R., alla fine di una di queste conversazioni, in cui avevamo parlato di radici, di Svezia, di essere immigrate o emigrate o comunque nomadi, mi ha detto:"Tu non sei adatta ad un paese cattolico"
Ci sono rimasta di sasso perché non ci avevo mai pensato. È vero che al di là dell'essere credente o meno, la struttura sociale del paese in cui si vive dipende anche dalla storia della sua religione, e forse ci voleva una che aveva bazzicato in così tante culture (e religioni) senza sentirsi mai a casa per dire una cosa del genere. Uno dei miei primi ricordi di inappartenenza infatti era all'asilo dalle suore. Ma lei non lo sapeva, questo.

Tra un paio d'anni tornerà a Parigi e mi diceva oggi "allora dovrò affrontare la realtà". Essere stranieri in terra straniera, o stranieri a casa. E trovare la nostra identità e la nostra appartenenza in un piccolo luogo dell'anima, dove certi spiriti affini trovano accesso, come per magia, a dispetto della loro lingua, della forma dei loro occhi, della loro pelle, della loro religione.