Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.
Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo. Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.
E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.
Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?
Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.
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sabato 10 ottobre 2015
mercoledì 12 agosto 2015
che sia un'andata o un ritorno
Alla fine dei miei giorni italiani, mentre mi recavo in aeroporto, il sentimento che mi riempiva era la gratitudine. E questo, nonostante i nugoli di zanzare, i 36 gradi fissi e il tasso di umidità sub-tropicale che ha messo in ginocchio tutti e tre i vacanzieri scandinavi (me compresa) riducendoci alla semi-immobilità per la maggior parte del tempo.
Sono grata alla mia famiglia per avermi, se non compresa, almeno sopportata e per aver fatto quel che chiedevo loro. Sono grata pure del loro precoce rincoglionimento nei paraggi della pupa, uno spasso.
Sono grata ai miei amici per aver dimostrato tanto affetto a me e a Kiki. Quando torno a casa ho sempre un po' di ansia all'idea di non poter organizzare rimpatriate sufficientemente bene. Ci sono talvolta degli ostacoli dovuti al fatto che in Italia io non mi sento tanto indipendente - non ho un'auto mia per esempio, né una casa mia. Inoltre ci sono ostacoli che metto io, perché ammettiamolo io sono una pippa col multitasking e sono anche fondamentalmente una couch-potato, per cui una volta che ho raggiunto la posizione orizzontale vacanziera faccio una fatica immensa a mettermi in moto tipo trottola pianificando uscite mondane pranzo, merenda e cena. Un tempo lo facevo eh, ma ormai torno sempre per così poco tempo che non ce la faccio più. Inoltre a questo giro c'era la variabile Kiki, che aggiungeva nuovi ostacoli alla mobilità, cui si aggiunga il suddetto clima equatoriale. Dunque ero molto pessimista e ad alcune persone non avevo detto che sarei rientrata. Questo aggiungeva naturalmente dei sensi di colpa (e quando mai).
Per questo sono stata grata pure allo sceneggiatore, perché nell'unica uscita di 5 minuti a piedi fatta da me e Danne, a tarda sera, per prendere un gelato, una delle mie amiche storiche del Paesello, LaSu, ci ha visto per strada passando in macchina. Ha quasi sbandato. Possibile che fosse proprio Arya che vive in Svezia?? si è chiesta. Beh, bianchi erano di sicuro, si risposta, e quello accanto a lei aveva proprio l'aria del vichingo... È seguito messaggio incredulo via WhatsApp. Al quale ho risposto col capo coperto di cenere, dicendole sostanzialmente di passare quando voleva o poteva, in quella manciata di ore che ancora mancavano alla mia partenza. Ed ecco che giusto il sabato prima del mio volo sono venute a conoscere Kiki le due amiche più antiche. L'Ale si è ovviamente messa a piangere, LaSu mi ha fatto molto ridere, e nessuna pareva essersi offesa. È stato molto bello ed io ne sono molto grata.
Gli Amici dell'Uni, gruppo che da sempre include la cara Connie, sono venuti a cena da me, in formazione un po' ridotta va detto, sopportando eroicamente mille disagi. E anche questo è stato molto bello. Era la prima volta che potevo incontrare il bambino adottato da due di loro, giunto in patria proprio in contemporanea all'arrivo di Kiki dopo anni e anni di sfibrante attesa. Anche di questo mi sono sentita molto grata, per loro, per lui e pure per Kiki, che ha ricevuto un bellissimo libro personalizzato che immagino tra qualche tempo adorerà.
E infine, sono davvero grata allo sceneggiatore per aver reso possibile l'incontro con Connie e la 'povna. Cosa non facile dato che si tratta pur sempre di periodo di vacanze e di viaggi, e invece tra un viaggio e degli ospiti in arrivo è stato possibile infilare una fantastica serata nella PiccolaCittà. Si parte con un aperitivo che era come un abbraccio, con quei cubetti di cocomero e melone che strizzavano l'occhio alle mie malinconie, uno scambio di libri inatteso e accorto - perché si sa che i bagagli di una mamma sherpa sono un problema, e il libro non a caso era un gioiellino anche nel senso delle dimensioni - e poi una camminata verso il centro di quella città che tanto ha visto della mia vita. Passare una sera così seduta all'aperto, con tutto quel brusio di gente e di vita intorno, un ottimo mojito, un ottimo street-food, tanti sorrisi e la straniante sensazione del sentir parlare italiano ovunque intorno a me è stato fantastico. Perché era tutto così famigliare - i luoghi, i suoni, i sapori - eppure anche così esotico, perché è proprio il tipo di vita che a Nord non si fa tanto, per ovvi motivi. Che è poi la stessa cosa che si potrebbe dire di certi incontri: ci si vede per la prima volta ma si sa già quasi tutto, in pratica ci si conosce, ed è più un rivedersi che un incontrarsi. E come posso non essere grata alla lunga serie di coincidenze, casualità, avvenimenti, link virtuali e fisici, che mi ha portato nel giro di un anno a questa serata?
E adesso vorrei anche scrivere del viaggio massacrante che ho fatto domenica - viaggio che vi giuro era quasi riuscito a spazzar via questo stato di grazia trasformandomi in una belva sudata e inferocita. Abbiamo però ritrovato le temperature a noi congeniali, la casa, i gatti e dopo due giorni persino il bagaglio che ovviamente si erano persi, miracolosamente intatto! Dunque sorvoliamo, dimentichiamo, e torniamo a guardarci indietro con il cuore pieno solo di questa parola: grazie.
giovedì 12 marzo 2015
And I must confess, my heart's all broken pieces and my head's a mess
Come Jack Frusciante, Crudelia è uscita dal gruppo.
L'ho scoperto per caso, al mio rientro al bokcirkel dopo il parto. E ci sono rimasta malissimo. Aveva a quanto pare scritto alla sola responsabile del club, dicendole che avrebbe smesso di venire agli incontri ma non aveva intenzione di dire a nessuno perché. Ero stata io a introdurla nel gruppo, assieme ad Anna dai capelli rossi, che poi se ne è andata, dunque tutte si aspettavano che io ne sapessi qualcosa. E invece, son caduta dalle nuvole. Non solo, ho dovuto ammettere di non aver ricevuto da Crudelia alcuna risposta alla mail che avevo inviato a tutte per annunciare la nascita di Kiki. A sentire questo, tutte hanno esclamato di stupore e indignazione. Io, onestamente, non ci avevo fino a quel momento fatto gran caso, non avrei mai pensato che fosse obbligatorio farmi le felicitazioni. Però in quel momento in effetti cominciavo a vedere la stranezza del tutto: Crudelia era stata tra le più solerti e affettuose nel preparare la mia baby shower. Aveva comprato tantissime cose, fatte a mano delle altre, dimostrato di aver dedicato tanto tempo a me e a Kiki, e il tutto nonostante dei bambini per sua ammissione le importasse zero. Alcune delle altre le avevano scritto per dirle che ci mancava, o per chiederle come stava ma le risposte erano state stringate e sibilline. "Non vuole più avere a che fare con noi" era la conclusione cui erano arrivate. A me si è spezzato un po' il cuore.
L'ho scoperto per caso, al mio rientro al bokcirkel dopo il parto. E ci sono rimasta malissimo. Aveva a quanto pare scritto alla sola responsabile del club, dicendole che avrebbe smesso di venire agli incontri ma non aveva intenzione di dire a nessuno perché. Ero stata io a introdurla nel gruppo, assieme ad Anna dai capelli rossi, che poi se ne è andata, dunque tutte si aspettavano che io ne sapessi qualcosa. E invece, son caduta dalle nuvole. Non solo, ho dovuto ammettere di non aver ricevuto da Crudelia alcuna risposta alla mail che avevo inviato a tutte per annunciare la nascita di Kiki. A sentire questo, tutte hanno esclamato di stupore e indignazione. Io, onestamente, non ci avevo fino a quel momento fatto gran caso, non avrei mai pensato che fosse obbligatorio farmi le felicitazioni. Però in quel momento in effetti cominciavo a vedere la stranezza del tutto: Crudelia era stata tra le più solerti e affettuose nel preparare la mia baby shower. Aveva comprato tantissime cose, fatte a mano delle altre, dimostrato di aver dedicato tanto tempo a me e a Kiki, e il tutto nonostante dei bambini per sua ammissione le importasse zero. Alcune delle altre le avevano scritto per dirle che ci mancava, o per chiederle come stava ma le risposte erano state stringate e sibilline. "Non vuole più avere a che fare con noi" era la conclusione cui erano arrivate. A me si è spezzato un po' il cuore.
lunedì 26 gennaio 2015
A B C D can I bring my friend to tea?
Fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa, diceva quello. Esci dalla tua comfort zone, dicono altri.
La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.
E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.
A volte poi penso che si fanno commenti per paura di sembrare "antipatiche" a non farli, perché alle donne in attesa si pensa faccia piacere essere al centro dell'attenzione...lo avrò fatto certamente, a suo tempo. Il problema è che per carattere io detesto essere al centro dell'attenzione. Per me è tortura.
E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.
Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.
Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!
La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.
E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.
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| Fatto da Crudelia, ovviamente |
E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.
Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.
Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!
lunedì 31 marzo 2014
Go, girl!
Lei era la mia office-mate tanti anni fa. Altissima, regale, con una pelle bizzarramente scura in cui i suoi occhi azzurri brillavano come due fari accesi - la chiamavano la svedese del sud, certi colleghi italiani che per lei inventavano strane alchimie genealogiche, e le chiedevano se i suoi genitori fossero svedesi, e lei rispondeva, i miei sì, ma l'idraulico era marocchino.
Dovunque andava, ali di uomini cadevano ai suoi piedi. Per ogni giorno, degli oltre 400 che abbiamo passato nello stesso ufficio, nella stessa città, nello stesso paese europeo, è stata single. E l'ho ascoltata raccontarmi sinceramente stupita dell'ennesimo uomo che si era rivelato innamorato di lei, dell'ennesimo collega che si era mostrato ferito nell'orgoglio per aver male interpretato la sua genuina disponibilità ad amicizie senza sbocchi, dell'ennesimo imbecille che aveva ipotizzato perciò che non le piacessero gli uomini. Ho anche visto come i nostri capi donna la detestassero, e l'ho ammirata per l'incrollabile eleganza con cui rispondeva colpo su colpo, senza mai un accenno di cat fight.
Abbiamo passato anche dozzine di weekend nel nostro ufficio, alle prese con le nostre tesi, con le nostre frustrazioni, con la stessa macchina infernale cui dedicare la nostra vita. Abbiamo passato insieme molti sabati sera nel suo appartamento, abbiamo cucinato l'anatra alla pechinese e i ravioli cinesi, l'insalata bulgara, e il tiramisù...finendo poi a inzuppare savoiardi nell'amaretto. Siamo andate al lavoro nella sua volvo, che chiamavamo il cigno bianco, anche se non metteva le gomme da neve e al semaforo rosso una volta siamo andate dritte, e immagino sia stato un miracolo non rimanerci secche, ma lei ha solo alzato un sopracciglio e mi ha detto, "hai visto?".
Abbiamo passato giornate interno nello stesso laboratorio dove non ci si sentiva per il rumore dei compressori e delle pompe. Mi ha aiutata tanto. L'ho guardata e ammirata, per quel suo spirito coraggioso, la sua indipendenza, il suo talento, la sua capacità di trascinare il mondo con lei, senza un'oncia di superbia, di tracotanza, di narcisismo. E l'ho ascoltata tanto, e mi sono sorpresa per la sua ingenuità, per il suo non aver idea di quel che accadeva a volte dentro e fuori di lei - se solo l'animo umano fosse così chiaro come quel che accade dentro un atomo!
Poi un giorno, quando già era lontana, mi ha detto di essersi innamorata - e lui è così intelligente! Ed io ho pensato che era strano questo ragazzo, c'era qualcosa, ma era la prima volta che la sentivo così sicura di quel che provava. E pochi mesi dopo, a poche settimane dal parto, quest'uomo incomprensibile ha voltato le spalle a lei e alla loro vita insieme, e lei era scioccata, e calma, come quella volta sul ghiaccio, era senza parole e mi chiedeva "ma come è successo?"
Lei non mi manda mai foto di suo figlio. Le nostre conversazioni sono rare, sporadiche, piene di notizie come quella, grandi dolori e immensi sconvolgimenti raccontate senza un filo di esagerazione, con già incorporata la voglia di andare avanti e combattere. L'ho pensata tanto, la ragazza madre che di giorno fa il fisico nucleare, che abitava a migliaia di km da me (ed ora son poche dozzine), che leggeva "perché le donne forti si innamorano degli stronzi" senza che questo le impedisse di incapparvi, che mi diceva go girl, che mi aveva guardata scardinare la mia vita senza che le uscisse mai di bocca un'opinione, una critica.
Stamani l'ho vista comparire su skype, dopo aver scritto uno status un poco preoccupante su facebook. Le ho scritto in svedese - non non avevamo parlato in quella lingua - d'istinto, dopo tanto tempo. E ho scoperto che stava giù, per varie questioni, che aveva fatto delle scoperte su se stessa, che aveva paura di non riuscire a cambiare, mi ha detto che ha paura, tanta paura, che essere una mamma single la spaventa a morte - un fiume in piena e con la bizzarra sensazione di non aver mai smesso di parlare in questi anni.
Mi ha detto che sono la persona più intelligente che conosca, che posso fare qualsiasi cosa. Le ho detto che sono sempre stata orgogliosa di lei, non solo adesso che ha un figlio da crescere sola.
Mi ha chiesto se domani ci sono per un'altra chiacchierata.
Non la vedo da anni.
Non parliamo, a voce, da anni.
Ma ci siamo, siamo ancora ad aprirci il cuore a vicenda in quell'ufficio di due metri quadrati, una serra di vetro sul lato ovest, dove nei pomeriggi di estata facevano trenta gradi...e in quel sole di allora ho sentito sciogliersi la morsa gelata di questi anni.
Dovunque andava, ali di uomini cadevano ai suoi piedi. Per ogni giorno, degli oltre 400 che abbiamo passato nello stesso ufficio, nella stessa città, nello stesso paese europeo, è stata single. E l'ho ascoltata raccontarmi sinceramente stupita dell'ennesimo uomo che si era rivelato innamorato di lei, dell'ennesimo collega che si era mostrato ferito nell'orgoglio per aver male interpretato la sua genuina disponibilità ad amicizie senza sbocchi, dell'ennesimo imbecille che aveva ipotizzato perciò che non le piacessero gli uomini. Ho anche visto come i nostri capi donna la detestassero, e l'ho ammirata per l'incrollabile eleganza con cui rispondeva colpo su colpo, senza mai un accenno di cat fight.
Abbiamo passato anche dozzine di weekend nel nostro ufficio, alle prese con le nostre tesi, con le nostre frustrazioni, con la stessa macchina infernale cui dedicare la nostra vita. Abbiamo passato insieme molti sabati sera nel suo appartamento, abbiamo cucinato l'anatra alla pechinese e i ravioli cinesi, l'insalata bulgara, e il tiramisù...finendo poi a inzuppare savoiardi nell'amaretto. Siamo andate al lavoro nella sua volvo, che chiamavamo il cigno bianco, anche se non metteva le gomme da neve e al semaforo rosso una volta siamo andate dritte, e immagino sia stato un miracolo non rimanerci secche, ma lei ha solo alzato un sopracciglio e mi ha detto, "hai visto?".
Abbiamo passato giornate interno nello stesso laboratorio dove non ci si sentiva per il rumore dei compressori e delle pompe. Mi ha aiutata tanto. L'ho guardata e ammirata, per quel suo spirito coraggioso, la sua indipendenza, il suo talento, la sua capacità di trascinare il mondo con lei, senza un'oncia di superbia, di tracotanza, di narcisismo. E l'ho ascoltata tanto, e mi sono sorpresa per la sua ingenuità, per il suo non aver idea di quel che accadeva a volte dentro e fuori di lei - se solo l'animo umano fosse così chiaro come quel che accade dentro un atomo!
Poi un giorno, quando già era lontana, mi ha detto di essersi innamorata - e lui è così intelligente! Ed io ho pensato che era strano questo ragazzo, c'era qualcosa, ma era la prima volta che la sentivo così sicura di quel che provava. E pochi mesi dopo, a poche settimane dal parto, quest'uomo incomprensibile ha voltato le spalle a lei e alla loro vita insieme, e lei era scioccata, e calma, come quella volta sul ghiaccio, era senza parole e mi chiedeva "ma come è successo?"
Lei non mi manda mai foto di suo figlio. Le nostre conversazioni sono rare, sporadiche, piene di notizie come quella, grandi dolori e immensi sconvolgimenti raccontate senza un filo di esagerazione, con già incorporata la voglia di andare avanti e combattere. L'ho pensata tanto, la ragazza madre che di giorno fa il fisico nucleare, che abitava a migliaia di km da me (ed ora son poche dozzine), che leggeva "perché le donne forti si innamorano degli stronzi" senza che questo le impedisse di incapparvi, che mi diceva go girl, che mi aveva guardata scardinare la mia vita senza che le uscisse mai di bocca un'opinione, una critica.
Stamani l'ho vista comparire su skype, dopo aver scritto uno status un poco preoccupante su facebook. Le ho scritto in svedese - non non avevamo parlato in quella lingua - d'istinto, dopo tanto tempo. E ho scoperto che stava giù, per varie questioni, che aveva fatto delle scoperte su se stessa, che aveva paura di non riuscire a cambiare, mi ha detto che ha paura, tanta paura, che essere una mamma single la spaventa a morte - un fiume in piena e con la bizzarra sensazione di non aver mai smesso di parlare in questi anni.
Mi ha detto che sono la persona più intelligente che conosca, che posso fare qualsiasi cosa. Le ho detto che sono sempre stata orgogliosa di lei, non solo adesso che ha un figlio da crescere sola.
Mi ha chiesto se domani ci sono per un'altra chiacchierata.
Non la vedo da anni.
Non parliamo, a voce, da anni.
Ma ci siamo, siamo ancora ad aprirci il cuore a vicenda in quell'ufficio di due metri quadrati, una serra di vetro sul lato ovest, dove nei pomeriggi di estata facevano trenta gradi...e in quel sole di allora ho sentito sciogliersi la morsa gelata di questi anni.
lunedì 16 settembre 2013
It's all right, just two hearts breaking even tonight
Mi ricordo quel giorno di giugno, di tanti anni fa, il giorno che giocava l'Italia a Kaiserslautern, e a tanti km da me la prima delle mie compagne di scuola si sposava, ricordo che ci pensavo, anche se non ero invitata, e intanto dicevo a Kata che ci si incomincia a sentire vecchi quando il primo dei tuoi coetanei si sposa, e lei, che era più grande di me ed era dura e forte, mi disse, Kitty, perché mi chiamava Kitty, pensa a come ci si sente quando le tue amiche cominciano a divorziare invece.
Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.
Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.
Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.
Non è stato un weekend facile.
Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.
Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana .
Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.
Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.
Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.
Non è stato un weekend facile.
Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.
Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana .
martedì 27 agosto 2013
Non sono mai stata una che giocava con cicciobello, e i deliri delle mie amiche davanti ad un paio di scarpine o di piedini cicciotti non li ho mai capiti, anzi, li ho sempre trovati ridicoli. I bambini non li ho mai capiti, non mi hanno mai interessato. Adesso molti miei coetanei hanno figli e non mi crea nessun problema passare del tempo con le loro famiglie, non ho una fobia ecco.
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.
Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.
Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?
E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti: l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.
Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.
Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.
Danne dice che devo essere più comprensiva e capire che per loro è una cosa importante e come amica dovrei partecipare della loro gioia. Ma non basta una volta o due? E allora perché non possono partecipare di quel che è importante nella mia vita, sebbene non sia un bambino?
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.
Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.
Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?
E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti: l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.
Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.
Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!
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