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martedì 12 novembre 2013

Ieri non ho dormito, il mio cervello non ha smesso un attimo di fornirmi spunti di riflessioni che mi sarei volentieri evitata.

A pranzo con delle compagne di classe, si È svolta l'ennesima conversazione "Ma perché non sfrutti questo periodo di disoccupazione forzata facendo un figlio?"
Con il sottotitolo "visto che sei anche più vecchia di noi and nobody's getting any younger?"
Ormai ne ricevo con regolarità. Persino un ragazzo pakistano appena conosciuto, me lo ha chiesto nei primi dieci minuti di conversazione.Almeno fai qualcosa, mi dicono tutti.

Come al solito ho detto che non sono pronta. E ho pensato anche che nemmeno Danne lo è.
Io lo sapevo che non avrei avuto figli da giovane, lo sapevo perché non è mai stata una priorità, la maternità è sempre stata un pensiero lontano, un "prima o poi". Quello che non sapevo, quello a cui non ero preparata, è che non sarei cambiata. In qualche modo pensavo che il mio atteggiamento sarebbe naturalmente evoluto con l'età e ad un certo punto mi sarei sentita pronta e in grado di farcela e soprattutto avrei sentito di volerlo fare.
Nella mia mente, questo sarebbe già dovuto accadere. Un tre o quattro anni fa. E invece niente.
Mi dicevano che lo avrei sentito chiaramente quando i miei amici o coetanei avrebbero cominciato a diventare genitori. Qualcuno mi disse pure: sentirai chiaramente un senso di invidia e gelosia e capirai che ne vuoi uno anche tu. E di nuovo niente - con l'aggravante che non mi crede nessuno, che non sono gelosa. Eppure, il tempo forzato passato coi figli degli altri è quello che di solito mi fa virare più violentemente verso il "no mai".
Io, al parco, mi trovo a guardare i cani, mica i bambini.
E non lo dico a nessuno, perché lo so per certo che non verrei guardata con benevolenza, per questo.

Non ne parlo con le amiche perché è un argomento troppo spinoso. La mia migliore amica, oltretutto, si è alienata da me e da molti altri in seguito ad un divorzio devastante ed è ora più che mai arroccata sulla posizione di non voler figli, ma con il retrogusto piuttosto rabbioso di non essere nella condizione a prescindere, essendo venuto meno il matrimonio. Tra gli altri miei amici ci sono solo genitori felici e orgogliosi, determinati a far diventare genitore chiunque passi loro a tiro e che risponda a requisiti minimi. Inoltre, ci sono tra i miei amici più cari persone che hanno scoperto di non poterne avere e hanno cominciato percorsi alternativi. Difficili, dolorosi e costosi, tutte strade che io già so per certo che non intraprenderò. Perché se non mi sento in grado di avere un figlio nemmeno nel modo tradizionale, figuriamoci al costo di iniezioni, viaggi della speranza, peripezie burocratiche, tempeste ormonali e rapporti col cronometro. E sia chiaro, io quando penso queste cose non mi sento superiore, mi sento fallata proprio come chi non ne può avere fisicamente. Anzi peggio: perché loro sono genitori in potenza, dentro sono già madri. Ma che operazione chirurgica, che percorso c'è per me? Inoltre, di fronte a tragedie come quelle, io appaio subito come egoista. Perché così come fino a prova contraria si è da considerare innocenti, io sono da considerare sana - anche se non lo so se io in effetti possa avere figli, non avendoci mai provato. Di certo, le possibilità diminuiscono con il tempo, ed è facile che attendendo questa evoluzione interiore io finisca fuori tempo massimo. E allora sarà ovvio che non ci saranno vie di fuga.

Inconsciamente, penso di aver sempre sperato mi convincesse qualcuno. Che mi dicessero: non ti preoccupare ce la puoi fare anche tu. Ma non è vero, che tutti si possa essere genitori. Io lo so che farei dei danni immensi, che darei di matto. Che il mio senso atavico di inadeguatezza si presenterebbe all'ennesima potenza. Vedo le madri migliori fermarsi a pensare di non farcela, di non essere adatte. Che speranze posso avere io che già non riesco nemmeno a partire?

E mi chiedo. Sono i continui interrogativi degli altri a farmi sentire così? Quel "E voi, figli niente?" che assilla tante persone che hanno trovato ostacoli biologici sulla loro strada? Oppure è una mia domanda interiore, per un'idea innata di bisogno di un ponte verso il futuro? Voglio dire, potrei semplicemente essere tra i tanti che dicono "no grazie, noi abbiamo scelto di non avere figli". Eppure questo non riesco a dirlo. Sarebbe più facile.

Come sempre mi trovo ad invidiare una sola cosa negli altri: che sappiano quel che vogliono e quel che non vogliono. Pare proprio che su questo aspetto io sia destinata ad essere un fallimento continuo.