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venerdì 13 gennaio 2017

Sissa

Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.

In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.

Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.

Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.

Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.

Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.

venerdì 27 novembre 2015

always look on the bright side of life

Ero partita per raccontare le ultime vicissitudini del mio povero polso, del mio quotidiano piangere in al cospetto di qualche medico, ma soprassiedo. Ho deciso di raccontare invece le ragioni per le quali, pur con una mano sola e una figlia quantomeno impegnativa (per tacer della mia labile psiche), io sia in realtà molto molto fortunata. Pollyanna mode ON

- Mia figlia è sopra la curva.

Non chiedetemi dei percentili che non ne ho idea, ma mia figlia veste come una bambina francese di due anni, stando alle taglie dei vestiti che mi regalano. Inoltre brucia un sacco di tappe. Per esempio ha più denti di un piranha (e la fame di un cucciolo di alano) ed è molto forte muscolarmente. Ultimamente anche come espressione mi ricorda molto Bracciodiferro - sapete, con il labbro inferiore sopra al superiore e la faccia molto concentrata mentre si accinge a smontare, spingere, aprire, distruggere qualcosa. Tutti pensano che il problema per il mio polso sia il suo peso e mi dicono: cerca di non portarla in braccio! Anime ingenue, e chi la prende in braccio questa? non è fisicamente possibile, si dimena senza sosta, combatte strenuamente ogni azione che il mondo cerca di imporle. Eravamo insieme al bookclub dove un manipolo di benintenzionate ziette si è dedicato alacremente ad una sessione di "pass the baby". Alla fine me l'hanno restituita esauste (loro, lei più sveglia che mai) chiedendomi: ma come cavolo fai? non si tiene! Quindi no, non la prendo in braccio, il mio polso fa malissimo già se le metto i calzini, per dire. O se li metto a me stessa, se per questo. E niente, si sta senza calzini.

- Mia figlia mi mangia.

Johanna Westman
"Cibo per bambini, dalle pappe a mangiar da soli"
Non che a qualcuno fosse venuto il dubbio, data la stazza. Però si sa che un bimbo che non ti mangia è una preoccupazione. L'appetito inesauribile di Kiki è tale da riempire di gioia e meraviglia il parentado. Quanto sei brava Kiki!  esclamano estasiate suocera e cognata mentre la vedono masticare allegramente qualunque cosa le venga proposto. Anche un dito, per esempio. Mia suocera mi ha regalato pure un libro di ricette per bambini, tale era l'entusiasmo per avere finalmente a che fare con una nipote che mangia. Questo perché la Cuginetta di  Kiki è drammaticamente inappetente e causa di mille preoccupazioni, nonostante, si noti, abbia tre anni e mezzo sia alta un metro e dieci. Figurati se mangiava, penso io.

- E infine: mia figlia si addormenta da sola.

Ebbene sì. Questa la nostra invidiabile routine serale. Dopo la cena e il lavaggio dei denti, che lei adora, segue seduta di wrestling a quattro mani (sperando Danne sia rientrato prima delle sette, se no in solitaria) per cambiarla, lavarla sommariamente (sommariamente is the new black) e infilarla nel sacco per la nanna. Questa ultima operazione in particolare vale come un'ora di fit-boxe, è come se le stessimo mettendo la camicia di forza, lei urla e si dimena e io sudo e grugnisco. A questo punto, ciuccio in bocca, la adagiamo nel suo lettino, accendiamo la musichetta, spengnamo la luce e al grido (bisbigliato) di Move!Move!Move! come le teste di cuoio in azione, usciamo il più velocemente possibile dalla stanza.

Segue silenzio immediato e totale per 11 ore.

Pollyanna mode OFF- Tranquilli, so bene che tutto questo cambierà e mi ritroverò presto con una insonne nemica dei broccoli. Per allora, chissà, magari il mio polso sarà guarito?

sabato 10 ottobre 2015

fatti aiutare di più/2

Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di  diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.

Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo.  Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.

E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.

Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?

Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.

giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.

domenica 16 agosto 2015

sei mesi

La fine delle vacanze ha coinciso con l'arrivo di un'altra attesa fase di "tempesta". Del resto, i cambiamenti sono davvero tanti in questo periodo. È questo il periodo in cui i bambini scoprono che il mondo è un luogo vasto, vastissimo, e loro, per quanto possano strillare, sono al suo confronto piuttosto irrilevanti. Scoprono quindi il concetto di distanza, per cui ci sono oggetti fuori dalla loro portata e persino mamma e papà possono anche allontanarsi e sottrarsi alla loro vista. Sono tutte scoperte terrificanti ed è anche normale non prenderle benissimo, no?

Non a caso è in questo periodo che si fano anche progressi piuttosto importanti. Per esempio, si impara a muoversi! A sei mesi precisi Kiki ha imparato a gattonare. In realtà è più uno strisciare da allenamento per marines. Dal quinto mese aveva dato segnali di essere lì lì per riuscirci ma ogni volta che vedeva davanti a lei qualche oggetto che la interessava agitava gambe e braccia a mo' di aeroplanino, soprattutto. E invece un bel giorno ho comprato una bottiglietta di bolle di sapone e la spinta a cercare di afferrarne una è stata la motivazione che evidentemente le era fino ad allora mancata.

Si capisce quindi che questo progresso significa che di colpo mia figlia è semovente e molto attratta da nuovi e curiosi modi di attentare alla propria vita. Ho una teoria, che siamo tra i mammiferi gli unici i cui piccoli hanno questa forte tendenza all'autodistruzione. Attendo commenti da etologi. Il giorno dopo aver scoperto il dono del moto, mia figlia è riuscita in meno di un minuto, giuro, ad attraversare la stanza, aprire la finestra scorrevole del mobile-tv. accendere sia la playstation che la wii, tirar fuori il DVD di guitar hero e cominciare a crucciarselo felice - in altre parole a fare qualcosa di cui nessuna delle sue nonne è capace. Tre giorni dopo mia figlia ha scoperto l'esistenza del cibo per gatti, e ormai quotidianamente devo risolvere il problema di come sfamare i miei gatti senza lasciar che mia figlia si strozzi con un croccantino royal canin. Una soluzione cui stiamo seriamente pensando è dare ai gatti direttamente babyfood.

Altre cose che ho già tolto dalla bocca di mia figlia circa venti volte: il cavo di alimentazione del mio cellulare (che non lascio sul pavimento, ma ce lo trovo, misteriosamente, ogni giorno. Sospetto la complicità felina); i suoi calzini (che si toglie da sola); tutto quello che fuoriesce dal cestino della carta una volta che è riuscita nell'impresa di ribaltarlo (ormai è un'esperta); le mie scarpe. Inoltre, mentre uno dei gatti ci vede benissimo e quindi si tiene bene alla larga dalla chiassosa bestiolina, l'altra è cieca e capita che la pupa l'afferri per la coda. Chiaramente io faccio il possibile ma è solo una questione di tempo prima che la gatta me la faccia a fettine. È evidente che né noi, né i gatti, né l'appartamento eravamo preparati a questa rivoluzione.

Forse dovremmo procurarci un "box" o come cavolo si chiama quella specie di recinto di gioco per bambini. Che però qui non è affatto comune (l'ho sentito definire "prigione per bambini", i soliti estremismi!) mentre mi dicono i miei amici che in Francia e Germania sia quasi la regola.
In attesa di trovare soluzioni, passo le mie giornate ad inseguirla, e mi rendo conto che sono già distrutta. Non che non me lo avessero detto eh, ma è tipico dei neo-genitori questa fretta di vederli crescere e arrivare allo step successivo, per poi trovarsi a guardare con nostalgia a quelli passati.

sabato 15 agosto 2015

Perché piangono

Qua c'era un post che si è perso e ancora non me ne capacito. Colpa del fatto che come è noto sono una pippa nel multitasking e ho una figlia che da quando è semovente anela all'autodistruzione.

Ad ogni modo, mentre cerco un modo di porvi rimedio e faccio nota di salvare sempre tutto, ripubblico solo la parte cui si è interessata diarista con relativa spiegazione.

Questo schema rappresenta i balzi di crescita del bambino e le conseguenti fasi di tempesta. È preso da un libro che ho solo in svedese, non ne trovo la traduzione italiana ma il titolo tradotto sarebbe più o meno: "Cresci e scopri il mondo - Sette scatti di crescita durante il primo anno di vita del bambino" È stato scritto da due olandesi.

autori: Hetty van de Rijt e Frans X. Plooij
titolo originale: why they cry (1999)
ISBN 91-46-21057-1


Da "växa och upptäcka världen - sju utvecklingssprång under barnets första levnadsår"
il calendario nella foto si legge così:

numeri contraddistinguono le settimane di vita del bambino. I periodi neri sono quelli in cui il bambino diventa più difficile, lamentoso o bisognoso di attenzione, sempre relativamente alla sua natura. La nuvoletta col fulmine indica il picco di nervosismo, la tempesta vera e propria (sempre con un margine di giorni eh). I periodi bianchi sono quelli più sereni, il sole indica il periodo in cui il bambino dà il meglio di sé. Le settimane 29 e 30 (periodo grigio) non sono visibili in tutti i bambini, ma se il bambino in quel periodo è difficile NON è a causa dell'arrivo di un altro balzo di crescita ma solo perché è in quel periodo che si scopre che la mamma può talvolta lasciarlo, si scopre il concetto di distanza. Anche questo è un progresso dopotutto, ma più psicologico che fisico.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!



mercoledì 15 luglio 2015

and I try oh my god do I try

La vacanza dai suoceri ha rinfrancato lo spirito ma anche fatto fare un balzo alla bilancia, maledizione. Urge trovare il modo di pasteggiare 5 volte al dì, come fanno i miei suoceri (evidentemente possessori di metabolismo scandinavo) riducendo le porzioni senza dare nell'occhio. Per esempio potrei mangiare un solo dolcetto con il caffè, invece che uno per tipo. Oppure potrei adottare il masticamento rallentato, cosa che mi permetterebbe di evitare il bis avendo ancora il piatto pieno della prima porzione. It's not rocket science...eppure dopo otto anni non ho ancora imparato.

E pazienza, si torna a casa, ci rimette a dieta e ci si rimette a correre. Sono i giorni di Gothia Cup (1000 squadre di calcio giovanile da 150 paesi del mondo). Il mio quartiere brulica di squadre di ragazzini e ragazzine, li vedi a volte in uniforme, a volte in gruppi disordinati. Io li guardo, specie le ragazze, perché mi ricordano la me di quelle estati in Inghilterra, quando mi trovavo in simili gruppi, a camminare su suolo straniero sentendomi grande e impavida (Ed essendo invece una squinternata con lo zainetto fluorescente). Al al campo sportivo dove vado a correre ogni giorno ci sono partite del torneo. Ieri sera giocava una squadra africana, e mentre correvo un bambino di massimo 4 anni ha lasciato la mamma a suonare il tamburo tra gli spettatori e si è messo a corrermi accanto, un sorriso bianchissimo rivolto in su verso di me. Adorabile e tutto, ma porca miseria che mazzata per l'ego.

Oggi poi Kiki compie 5 mesi e per festeggiare è stata vaccinata per la prima volta. Due belle punture, una per coscia, povera piccola che pianto che si è fatta. Non ci ero preparata alla sofferenza di vederla così disperata e specie la seconda puntura è stata una tortura pura, per me che dovevo tenerla. Ora è di pessimo umore e aveva quella faccia lì, sapete, quello sguardo di chi per la prima volta si rende conto che il mondo è pieno di stronzi. Col cavolo che mi fido ancora delle graziose infermiere, pareva dirmi, e tu l'hai lasciata fare. Quanto è dura crescere.

lunedì 15 giugno 2015

quattromesi

Kiki ride. Ride quando la si cambia, quando la si guarda e le si sorride, quando vede passare un gatto, quando si sveglia, quando si vede allo specchio, quando le si fanno le pernacchie sulla pancia. Quando la si solletica sotto al collo ride proprio come un adulto e i suoi genitori con lei.

Kiki parla, nella sua lingua buffa, parla così tanto che quando è in giro nel suo passeggino tante persone si fermano a guardare e raccontano dei loro figli e dei loro nipotini. E questa non è cosa da poco in Svezia.

Kiki guarda. Guarda il mondo coi suoi occhi grandi e attenti e la faccia seria. Guarda le sue mani per ore. Guarda i suoi piedi. Guarda le api nella giostrina e i pesciolini di stoffa appesi nella babygym di Pingu. E adesso, da qualche settimana, ha imparato ad acciuffarli e a tenerli bene stretti nei suoi pugni per osservarli meglio. E infatti ultimamente, Kiki afferra, stringe e tira: capelli, code, occhiali, orecchie, nasi.

Kiki si gira. La mamma l'ha lasciata sdraiata di schiena e quando si è voltata di nuovo l'ha trovata sulla pancia. Le è quasi preso un infarto, e ha capito come mai tanti film horror abbiano bambini e bambole nel loro plot. Naturalmente, Kiki odia star sulla pancia, dunque le conseguenti arrabbiature hanno favorito il suo imparare a voltarsi anche nell'altro senso. Come già detto, Kiki è molto mediterranea nella tempra.

Kiki inoltre morde. Perché Kiki ha messo due denti, e deve essere davvero sensazionale passare da zero a due denti nel giro di ore, perché adesso non può che tenere sempre una mano in bocca a controllare che siano ancora lì. E se non è una mano, è qualsiasi cosa passi a tiro. Specie se non è stata prima lavata o almeno privata degli imperanti peli di gatto.

Si apre parentesi necessaria. A quanto pare diverse persone toglierebbero la patria potestà per questa cosa dei peli di gatto. Quelle per esempio che, quando Kiki aveva un mese circa hanno esclamato sconvolte: ma come, li avete ancora i gatti? Beh sì francamente ai suoi genitori non era mai venuto in mente di sopprimerli...e poi sarebbero loro quelli strani eh. Ebbene sì, con Kiki vivono due gatti da appartamento che in questa stagione lasciano in giro pelo sufficiente a farci due gatti nuovi ogni settimana. Però sono pulitissimi e, per quanto stronzi come tutti i gatti, parecchio meno di certa gente. Chiusa parentesi.

E insomma, riassumendo, Kiki cresce. E il tempo è diventato un concetto davvero strano. Va veloce, va lentissimo. La sua mamma si guarda indietro e non si ricorda più com'era vivere prima, guarda avanti e non sa immaginarsi niente. E vorrebbe premere avanti veloce, perché non vede l'ora di conoscere la piccola donna che sta dietro quella voce, quelle risate e quelle arrabbiature, sentirla parlare, sentirla parlare italiano. Oppure anche riavvolgere il nastro, perché guardando i vestiti che non le entrano più non se ne capacita e in fondo nella sua testa sostanzialmente è come se fosse appena nata.

Un giorno, quattro mesi, c'era la neve e adesso è estate.

giovedì 7 maggio 2015

Opportunities to find the deeper powers in ourselves

Non sono giorni facili. Neanche un po'. Sono giorni talvolta troppo pieni e talvolta troppo vuoti.
Avere i suoceri qui in visita è un troppo pieno. Avere nello stesso giorno il corso di massaggio, il bookclub e un acquazzone è un troppo pieno. Avere da mandare cv e lettere alle quali ti immagini già la risposta è un troppo vuoto. Guardarsi allo specchio e chiedersi com'è che è finita che di tutte le tue amiche quella che fa la mamma e la casalinga sei proprio tu, è un troppo vuoto. Kiki che piange disperata senza motivo apparente mentre due gatti reclamano cibo e tu non hai ancora fatto colazione, è un troppo pieno. Tu che provi a consolarla e non ci riesci...un maledetto vuoto, d'autostima. Kiki che ride con tutta la bocca aperta due secondi dopo è un pieno e basta. Just the right amount.

Mia suocera continua a dirmi che dovrei buttar giù note e appunti su Kiki mentre cresce. Prima che dimentichi. Ed io finora non l'ho proprio fatto. E come farsi sfuggire una tale occasione, nell'immenso buffet di sensi di colpa che è diventata la mia vita? Infatti. Chissà a quali appunti pensa lei, esattamente. Un mio amico mi ha detto che andando a riguardare gli appunti sulla prima figlia hanno constatato che la seconda mangiava esattamente uguale, anche se a loro pareva mangiasse di più. Capite, questi avevano un diario (immagino un foglio excel, son mica ingegneri a caso) in cui annotavano i millilitri di ogni pasto di ogni giorno. Tu no? mi fa lui. Ehm, no. Oui, je suis Mèredemerde (lui è francese). Forse mia suocera pensa a questo. O forse che dovrei annotare tutti i mal di pancia, tutti gli episodi di vomito in stile esorcista e quelli che hanno visto protagonista il povero muro opposto al fasciatoio. (A questo proposito, pensavamo di aver battuto ogni record e invece no. Ho persino una foto che testimonia il tutto, e quel che da allora è stato ribattezzato "the shittiest day since measurement began". Ma evito di postarla perché ho pietà di voi). È importante, mi dice, avere i dettagli precisi e non ricordi fumosi, ed ha ragione, medicalmente parlando. Eppure io mi trovo ad annotare altro.

venerdì 24 aprile 2015

sono capitato sopra un prato dove mi son domandato "Dove sono capitato?"

Questa settimana ho cominciato il corso di massaggio infantile organizzato dalle solite fatine del solito ambulatorio pediatrico. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Ci avevano detto solo di portare da casa un cuscino e una coperta.

All'ambulatorio avevano preparato una stanza in penombra, con le candele accese, la musica pling plong e i tappeti in cerchio, ognuno col nome del bambino sopra. Mi pareva di esser tornata al corso di yoga che feci temporibus, in pieno burn-out, nel paesello tristo della campagna tedesca assieme ad un branco di casalinghe. Non capivo quasi niente e sospetto facessi loro un po' pena, eppure non ci fossero state la mia vita sarebbe stata molto peggio.

L'atmosfera era quella anche perché il massaggio infantile come pratica attinge molto dallo yoga oltre che dalla riflessologia e dal massaggio svedese. Pare possa aiutare con le coliche gassose, e dicono abbia una serie di altri benefici. Presto per dirlo, al momento mi pare soprattutto un modo per coccolarsi un po' e cercare di rilassarsi un tantino. Cosa di cui le mamme mi pare abbiano bisogno in generale proprio.

Solo che figurati se non trasformiamo pure il massaggio rilassante come scusa per stressarci pure di più. E infatti l'istruttrice pare essere consapevole del circolo vizioso (sono socio, so-cio*) per cui si va lì nella stanza ovattata in preda all'ansia che il pargolo si mostri in tutto il suo capriccioso splendore con urli e strepiti mostrando al mondo la vasta portata della vostra madredemmerditudine - al che vi diranno che è perché sente che voi siete tese. Ad libitum.. In questo caso, ci ha detto subito l'istruttrice, tanto vale lasciar perdere il massaggio, venite e bevetevi un caffà con noi, piuttosto.

Mi è parso un ottimo inizio - io temevo tantissimo il ritorno della scimmietta urlatrice, perlappunto, e ci avrei scommesso quello che volevate che sarebbe stata una tragedia. Inoltre, la pupa aveva visto bene di tenermi sveglia tutta la notte, e dunque c'era un rischio serio che nella stanza buia e con la musica pling plong sarei crollata addormentata tempo zero.

E invece. Beh, eravamo in cinque, di cui una con due gemelli, e nel giro di qualche minuto piangevano tutti a pieni polmoni. Tranne Kiki che li guardava perplessa con la faccia da "ma chi sono questi selvaggi?". Come al solito, fuori casa lei fa la piccola lady e nessuno immagina la devastazione di cui è capace in privato. Tipo il bambino di fuoco degli Incredibles. Anche se è molto migliorata da quando siamo passati al latte speciale. Sembra latte ma non è, serve a darti l'allegria!

Inoltre, mentre Kiki si addormentava mostrando zero interesse per il massaggio (anzi se la pianti di pastrugnarmi dormirei anche meglio, pareva dirmi) tutto intorno a lei partiva un coro di scoregge che hai voglia le candele e l'atmosfera e l'ayurveda. Ecco un'altra cosa cui il latte speciale ha posto fine. Fiù.

Infine l'immancabile Fika: tutte intorno al tavolo coi bambini in braccio, a mangiare kanelbullar e bere caffè (ma che ve lo dico a fare), tranne una: io. Kiki in braccio a me non ci vuol mai stare e anche a casa dopo due secondi si divincola come un anguilla (ma è sicura che sia sua figlia? ehm) e insomma mi ha fatto capire che avrebbe preferito essere lasciata in pace nel trasportino. Ero l'unica che beveva e mangiava con due mani, e bon, ce ne siamo fatte una ragione. Quella con due gemelli era molto zen (o forse è solo scandinava) ed io l'ho davvero ammirata, accidenti che tempra che ci vuole. Respect.

Ci hanno dato anche tutto il materiale per continuare a casa. Olio ecologico rigorosamente non-profumato (ma c'è anche in italia questa fobia per i profumi?) e due pagine plastificate con le istruzioni. Oh, io ci ho provato eh, ma Kiki per ora proprio non mi si fila di pezza. Però sono rilassata. Ma per davvero eh!



*Elio e le Storie Tese

mercoledì 15 aprile 2015

please wake up and feel the love (the sinner is you)

I miei sono venuti a trovarmi. Per l'occasione ho affittato il piccolo appartamento degli ospiti che esiste nel mio complesso abitativo, a 500m da casa mia circa. Quindi la convivenza era limitata a circa 12 ore al giorno. Eppure non è stato facile lo stesso.

Era la prima volta che mio padre veniva a trovarmi in circa dieci anni di vita all'estero. Per un'intera settimana poi, un evento davvero insperato. Mia nonna era ben poco felice quando ha saputo che suo figlio si sarebbe assentato dal suo capezzale (figurato, mia nonna non è allettata, solo molto anziana) e difatti ha chiesto: ma devi proprio? Perché in fondo che bisogno c'era di lui? che gliene importa ad un uomo di un neonato? di certo io avrei al massimo avuto bisogno di mia madre.

Io non riuscivo certo a definire questa visita il risultato di un "bisogno". Se vivo lontana da nonni vari per tutto l'anno, non è una settimana a cambiarmi la vita, no? per me era più un'occasione per passare del tempo insieme, e sì, in questo senso mio padre doveva esserci, guarda un po'. Mia nonna intanto si è autoconvinta che questo imprescindibile viaggio di mio padre fosse in occasione del battesimo di Kiki - ha fatto tutto da sé. nessuno ha mai parlato di battesimi e Kiki non sarà battezzata. Si vede che altre ragioni per mio padre di incontrare sua nipote non ne vedeva.

lunedì 13 aprile 2015

nobody said it was easy

Non ho mai pensato che un giorno avrei corso il rischio di avere un mommy-blog. È che nella mia vita accade ben poco che non riguardi la scimmietta urlatrice. Non ho poi, peraltro, nemmeno la pretesa di dire niente di nuovo, ché lo so bene che ci sono passati tutti. E dunque, nelle poche volte che potrei avere pure tempo di scrivere e la voglia di narrare di questi giorni, finisce che mi sento pure noiosissima. Orbene, in futuro cercheremo di fare di meglio, a sto giro vi beccate la storia dell'allergia al latte vaccino

domenica 22 marzo 2015

#ioleggoperché (22 marzo)

Da tanto vorrei partecipare a questo bel gioco creato per #ioleggoperché, ma in pratica la sua creazione ha coinciso con l'arrivo di Kiki nella mia vita e la conseguente perdita di controllo su qualunque routine, schema, orario o priorità. Nel senso che è già un successone se riesco in capo ad una giornata a mettere insieme tre pasti una doccia e una spazzolata ai denti (ai capelli no, ci abbiamo rinunciato). Ma insomma, l'idea mi piaceva e ci tenevo prima o poi, prima dei diciottanni di mia figlia diciamo, a partecipare.
E il libro che cito è uno dei pochissimi che mi sono portata in giro per il mondo, mentre la maggior parte dei libri comprati prima dei 25 anni è rimasta per motivi logistici a casa dei miei in Italia. È un libro che ho molto amato, perché è bellissimo e perché sono un chimico, e quell'estate che mi martoriavo sulla scelta della facoltà universitaria, e non riuscivo a scegliere tra Lettere e Chimica - tra lo studio delle cose "chiare e distinte e verificabili" e il fascino della parola, della comunicazione, del racconto, di tutto quello che c'è di imponderabile nell'animo umano - un uomo che incontrai per caso mi disse "Nulla vieta che tu scriva lo stesso, Campana era un chimico, e pure Primo Levi". In realtà non ho mai smesso di rimuginare su quella scelta, che temo ancora sia stata un grandissimo errore, eppure è stata l'origine di tutto quello che di bello e importante è accaduto nella mia vita. Persino ieri notte ho visto bene di rotolarmi nell'insonnia (tra un pasto e l'altro della scimmietta) ponderando quest'annosa questione e ricavandone un poderoso malditesta. E forse è per questo che porto questo libricino con me attraverso i traslochi e le frontiere, anche se nel tempo i sentimenti con cui ho letto un racconto o un altro sono mutati. Ad ogni modo, il Sistema Periodico non è, come dice Primo Levi stesso nell'ultimo racconto (Carbonio) un trattato di chimica, ma un modo bellissimo e poetico con il quale un chimico ha potuto raccontare pezzi della sua vita e le storie che a quella vita si sono intrecciate. Attraverso un quarto di secolo, dagli anni degli studi universitari sotto le leggi raziali, passando per la guerra, la militanza partigiana ed il campo di concentramento, sempre guardando il mondo da dentro un laboratorio, ha raccontato, un elemento chimico alla volta, la sua storia ma anche la Storia, della quale è stato testimone drammatico. E per questo, dopotutto, penso che possa partecipare al tema di questa settimana.

martedì 17 marzo 2015

well I was right but what else to do other than your best


Everyone should have kids. They are the greatest joy in the world. But they are also terrorists. You'll realize this as soon as they're born, and they start using sleep deprivation to break you. (Ray Romano)

Ogni settimana vado all'ambulatorio pediatrico (barnavårdcentral) per un controllo. Incontriamo così Viktoria, l'infermiera che ci è stata assegnata. Il pediatra invece, inteso come medico, lo si incontra più di rado, ed oggi era la prima volta da quando io e Kiki siamo state dimesse dall'ospedale. È un po' come durante la gravidanza, quando la presenza dei ginecologi era molto limitata. Lo dico senza sapere se le cose stanno allo stesso modo in Italia, questa è l'unica esperienza che ho.

giovedì 5 marzo 2015

anche gli svedesi saltano la coda

Niente, è decisamente troppo presto per tornare a bloggare. Il fatto è, come si immagineranno facilmente tutti, che qui non si dorme. Peggio, ci si ammala. E quando si chiama per informazioni il numero apposito (in Svezia c'è un numero per tutto, il punto spesso è solo scoprire quale) ci si sente dire che forse è il caso di presentarsi al pronto soccorso apposito. Che però è all'altro capo della città, io non ho la macchina e alla bimba sono vietati i mezzi pubblici finché si è in periodo di virus. Cioè per altre 3 settimane minimo. Per fortuna sono qui in visita i suoceri. Dunque il suocero mi accompagna in auto all'ospedale e la suocera sta con la bimba a casa, poiché l'auto è sprovvista di seggiolino. Solo che la suocera è nel panico perché ha paura di non sapersela cavare da sola con una neonata - cosa che mi fa sorridere perché lei ha avuto due figli e ha lavorato coi bambini tutta la vita, se non fosse in grado lei ci sarebbe da chiedersi con che coraggio due settimane fa IO, che non avevo mai visto un neonato coi miei occhi, sia stata autorizzata a portarmelo a casa... Il suocero ha il problema opposto: millanta sicurezza e dice di conoscere la strada. Ovviamente ci perdiamo (questa città è famosa per la viabilità impossibile). E solo quando si rassegna a chiedere informazioni ad un passante, si scopre che aveva anche il navigatore in macchina. Vabbè. Quindi arrivio al pronto soccorso che io sono ormai un fascio di nervi, lui sta parcheggiando. La signora alla reception mi fa: siediti e aspetta che un'ostetrica venga a parlarti. Quando mio suocero mi raggiunge, ripeto a lui quello che mi hanno detto. Lui di colpo si alza e si fionda a parlare con la reception. Immagino sia per controllare che io abbia compreso bene, per via della lingua etc. Inoltre, mio suocero parla pochissimo, a voce bassissima, quindi  le mie conversazioni con lui mi lasciano sempre dubbiosa di non aver capito bene. Tempo due secondi arriva l'ostetrica...ma come, c'era una sala d'attesa piena di donne incinta e bambini...ma non faccio domande e mi faccio visitare. Tutto ok, mi dice sei solo stanca e disidratata. Se vuoi aspettare un ginecologo fa' pure ma non te lo consiglio, visto che secondo me è tutto ok e ci vorranno ore e tu hai la bambina a casa...Ed io penso:_accidenti che acume, ha visto subito che la bambina non era con me in sala d'attesa! Ed esco. E solo molte ore dopo metto insieme tutti gli indizi, compresa una strana frase borbottata da mio suocero e scopro che in pratica aveva chiesto alla reception di non farmi attendere troppo perché avevamo dovuto lasciare una bimba di due settimane a casa con una persona poco esperta! Mia suocera ancora ride a ripensarci, e dice che magari rischiavamo pure che ci mandassero i servizi sociali, però, accidenti, questo suocero silente e scandinavo ha sorprendentemente un gran talento per saltare la coda al pronto soccorso.

sabato 21 febbraio 2015

A family's born

Kiki ha gli occhi blu e pochissimi capelli, biondi secondo sua madre, scuri secondo la questura. Kiki ha le mani e i piedi di suo padre, il viso di sua madre e una discreta personalità. Con grande sollievo di tutti ha mancato il giorno di San Valentino, ché a noi un compleanno da spartire con la più sciropposa delle feste non comandate non sembrava una buona idea.

Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.

Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno:  nessuno dei presenti aveva quindi  potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.

Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.

Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.

Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva,  la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:

"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"