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sabato 26 novembre 2011

nobody's wife

Stamattina sono passati dei testimoni di Geova e sulla porta mi hanno chiesto se ero Frau cognome-svedese.
E ovviamente no. E in un certo senso sì.
È che proprio non mi abituo a questa cosa che qui le donne quando si sposano cambiano cognome. E vanno a rifare tutti i documenti, e devono farsi sostituire le carte di credito e bancomat perché devono anche cambiare la firma che ci fanno dietro. E devono farsi cambiare la mail al lavoro, che di solito ha il cognome nella denominazione. E se hanno un lavoro per il quale hanno firmato progetti, articoli, pubblicazioni varie, devono accettare il fatto che nessuno potrà mai in futuro collegare la donna che ha fatto quei lavori alla donna che ha fatto i successivi.
Io non ho cambiato cognome, non avrei nemmeno saputo come. Ma qui è come se andassi in giro con la F di Femminista cucita sui vestiti tipo la lettera scarlatta. E mi sono resa conto che non ci avevo mai pensato a quanto fosse radicale e violenta questa cosa del cambiar cognome. L'idea di firmare in un modo diverso poi mi da proprio i brividi. Ma devo ammettere che, sebbene la legge italiana in materia sia molto diversa (e più moderna, in questo senso) alcune mie amiche da piccole si allenavano a firmare su pagine e pagine di diario con il loro nome seguito dal cognome del ragazzino di cui erano invaghite. Io non l'ho mai fatto ma non ci avevo mai fatto caso. Forse però nemmeno quelle bambine avrebbero poi davvero messo in pratica la cosa burocraticamente. Perché ecco, di colpo quella ragazza che eri non c'è più. Da un giorno all'altro, quella persona non esiste più.
Quando ho detto ad un collega (francese) che in Italia le donne non cambiano cognome, mi ha detto: ma come, non ti farà strano non avere lo stesso cognome di tuo figlio?
Ho risposto: beh, non più di quanto mi faccia strano non avere lo stesso cognome di mia madre.
E lì si è davvero scioccato: non hai lo stesso cognome di tua madre??? forse faceva più impressione perché aveva dato per scontato che questa fosse una conquista recente, e che la generazione di mia madre almeno avesse seguito il paradigma normale in Germania, Francia, Svezia etc.
Non c'è niente da fare, non mi ci abituerò mai. Del resto, io sono me, con questo mio nome, il nome che ho imparato a scrivere a cinque anni, il nome che ero sull'elenco di classe, il nome che sta sul certificato di laurea, sulla porta di casa. Il nome che mi hanno dato i miei, e che avrebbe potuto essere pure quello di mia madre, non ha importanza, è quello il nome mi hanno dato quando ho fatto il mio ingresso nel mondo. Ed è il nome dentro al quale sono cresciuta, per trent'anni, diventando chi sono un giorno alla volta, vivendo.
Un giorno di maggio ho sposato una persona - e quella persona ha sposato me - e questo non ha cambiato assolutamente niente.

Però era troppo da spiegare sulla porta a due signori che volevano parlare della bibbia.

venerdì 25 novembre 2011

And they'll all be lonely tonight and lonely tomorrow

La mia vita si è come ristretta, come quei maglioni lavati male che diventano piccoli e densi, e rigidi e scomodi.
Talmente ristretta che mi fa fatica quasi ogni esempio di socialità, persino le più insignificanti. Vorrei stare a casa coi gatti e Danne, l'unico essere umano del quale sopporti la compagnia.
Al lavoro evito accuratamente la stanza del caffè e cerco di andare a pranzo nelle ore meno popolari così da non dover incrociare gente nello spogliatoio. Lo spogliatoio è forse il posto che sopporto meno, in assoluto. È che ovviamente è pieno di donne e le donne tendono a far conversazione, convenievoli. E poi, come sempre quando sono depressa, non mi va che mi si veda spogliarmi. Chissà perché.
Non è che le persone che ho intorno siano cattive, o sgarbate. Non so davvero dire perché ogni tanto mi risulti così faticoso l'atto di stare in mezzo agli altri. Spesso mi sono trovata a dire: ho più di trent'anni, non ho più voglia di chiedere scusa per come sono. Il che è un modo per dire che ho smesso di sperare di poter cambiare. O di provarci, che è uguale.
Ma dovrei?
Dovrei uscire il sabato sera, invitare amici a cena, organizzare attività o per lo meno partecipare a quelle alle quali mi invitano? Perché si fanno queste cose, normalmente, qual è il motivo dietro a tutto? è per la paura di essere soli, per il tentativo di dimenticare se stessi? è per abitudine, convenzione, atto riflesso?
Io non credo molto al "se è quel che senti, è la cosa giusta". Però è vero che la vita sociale non mi manca. Brutalmente una volta mi sono detta: quando ne vorrò una, andrò fuori e me ne procurerò una. L'ho visto succedere. Del resto non si parla di grandi amicizie, ma di frequentazioni, e quelle si mettono su in un baleno. Le amicizie no, ma quelle chi le ha? Di amici veri, seri, fraterni e di lunga data, se ne hanno forse uno o due a testa. E di solito li si incontra da ragazzini (non sempre, sia chiaro).Lo stesso, mi chiedo cosa non va in me.

Che io possa sopravvivere, lo so. Ma perché mi risulta tanto difficile vivere?

domenica 20 novembre 2011

such an amount of worse for you

È la traduzione inglese che dà Babelfish della frase francese "tant pis pour toi".
Tanto peggio per te.
Venne fuori in una conversazione di quelle che poi per me sono diventate normali, di quelle in cui si mischiano troppe lingue e troppo resta lost in translation.
Allora non lo sapevo che quello era l'inizio del resto della mia vita, come si dice.
È uno sforzo costante di mediazione, di traduzione, di comprensione.
È la vita in una terra di mezzo dove i confini si perdono e le abitudini si mischiano.
È il brivido del gap culturale, senza rete di protezione.
È la capacità di sentirsi a casa ovunque, con poco, ma anche la paura di non sentirsi più davvero di casa da nessuna parte.
È una storia comune, di coraggio e di follia, una storia di inappartenza.