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martedì 25 febbraio 2014

Do one thing everyday that scares you

Fai ogni giorno qualcosa che ti spavanta, diceva una canzone*.

È un concetto complicato. Molti dicono che la paura è un sentimento positivo, ci protegge da situazioni letali. Ma sappiamo anche bene ci sono paure che si prendono controllo della nostra vita impedendoci di viverla, piuttosto. Bisogna valutare bene fino a che punto le nostre paure ci limitano e fino a che punto ci proteggono. Per esempio, la mia paura dei ragni (e in minor misura degli insetti) è profondamente irrazionale. Forse dovrei cercare di capirla meglio, capire da dove viene. Fatto sta che mi limita molto poco: mi armo di aspirapolvere con lungo braccio e limito così gli incontri. Il lavoro che mi avevano offerto in Australia è stato rifiutato saggiamente - ma siamo seri, mica ci volevo andare davvero dall'altra parte del mondo!

A lungo mi sono convinta che certe mie altre paure, parimenti, non mi limitassero granché, che si trattava di libere scelte, che avevano dignità in quanto tali e dovevo poterle rispettare. Avevo buoni motivi per i miei rifiuti, e in testa c'è: non mi piace, embé? Ultimamente però percepisco in pieno la ristrettezza della mia prigione. E vorrei farci qualcosa. Ma invecchiando non si diventa più coraggiosi temo! Quindi è tutto un filo più complicato.

Per dire, due sabati fa sono stata invitata ad una festa. Si trattava di una mia ex compagna di corso che non vedevo da mesi, da quando cioè aveva trovato lavoro e smesso di venire alle lezioni. Non mi sono mai sentita molto vicina a lei, più che altro per manifesta mancanza di punti in comune, ma non ho davvero nulla di negativo da dire su di lei. Qual era il problema? Beh, che non conoscevo quasi nessuno degli altri invitati, e che l'invito mi era giunto via facebook, cosa che mi da sempre l'idea di un invito spersonalizzato, che può essere magari inviato per sbaglio o senza particolare criterio. Era in un luogo dove non ero mai stata. Per giunta, il giorno prima della festa si era aggiunta la richiesta di portare ognuno qualcosa da mangiare, cosa che di solito aggiunge a me una cospicua dose di paranoie. Inoltre, il fatto che l'invito fosse esteso ai partner invece che aiutarmi a volte mi inibisce ancora di più, perché Danne è anche lui un poco timido e se l'invito aloccasione sociale arriva da parte mia, tendo a farmi carico psicologicamente anche del suo eventuale disagio.

La persona che sono, così abbacchiata dalle mie ultime esperienze sociologiche (quelle dei miei anni in germania) avrebbe accampato una scusa per non andare. Triste eh? eppure st(av)o messa così. Tale era il terrore di sottopormi ad ulteriori giudizi di un gruppo che ormai si era deciso contro di me a prescindere, mi ero segregata sempre di più e, a meno di non avere vicino quelle poche persone con le quali mi trovavo bene, non andavo da nessuna parte. E invece, in un moto di orgoglio o disperazione mi sono fatta coraggio e mi sono buttata.

La serata in sé non è stata chissà che cosa, ma mi ha fatto sentire meglio con me stessa per averci provato.
Inoltre, alla festa è saltato fuori un altro invito, quello per un evento che mettesse insieme i tanti italiani immigrati da queste parti e che non hanno molte occasioni di aggregazione. Sull'onda lunga del mio entusiasmo ho aderito (stupendo pure me stessa). E il sabato successivo, mi sono ritrovata ad andare in un luogo ancor più alieno dove non conoscevo davvero nessuno tranne la ragazza che mi aveva coinvolto e che, mentre ero già per strada, mi aveva comunicato che sarebbe arrivata un po' dopo di me. Dunque sono entrata in questo buffo luogo pieno di gente ignota, scrutando le facce in cerca di un lineamento riconoscibile...niente. Ammetto che per un istante ho contemplato l'idea di infilarmi in bagno giusto per prendere tempo! Ma poi non so cosa sia avvenuto, mi sono vista dirigermi con la mano tesa verso un ragazzo che mi pareva potesse essere l'organizzatore, mi sono presentata e puff! tensione svanita, non mi sono nemmeno accorta del tempo che è passato prima che mi raggiungesse la mia conoscente.



Uscendo da lì, mi sono recata in un ristorante dove degli amici di Danne (i suoi ex compagni della band) si riunivano per un hamburger ed un quiz a premi sulla musica heavy metal. Ecco, quella forse non è stata una grande idea, perché le loro ragazze a queste cose non si presentano mai, e perché il mio svedese è insufficiente....ma mi ero convinta che fosse il caso di buttarmi, I was on a roll! anche perché non lavorando vedo davvero troppe poche persone svedesi e vorrei usare ogni opportunità. Forse ai compagni di Danne sta cosa ha scocciato, non so, io perlomeno sono contenta di averlo fatto.

E niente, c'è bisogno che io metta per scritto le cose positive ogni tanto, perché tendo a dimenticarle presto o a cestinarle come non rilevanti. Quelle negative invece, che ve lo dico a fare, quelle me le incido a fuoco addosso a futura e imperitura memoria. Sigh.


* Everybody's free (to wear sunscreen) - Baz Luhrmann


domenica 9 febbraio 2014

a time to remember

Si è rotto l'orologio, mi sono dovuta arrendere.
 Da un paio d'anni mi dedicavo a eleboratissime routine per rimetterlo in sesto, spostare le lancette e cambiare batterie, ogni volta pareva ci abbandonasse, e Danne diceva con uno sbuffo guarda che si è fermato di nuovo ed io niente, caparbia come non lo sono mai, attaccata a questo oggetto come a quasi niente altro. Stavolta però non c'era niente da fare.


Lo avevo preso da casa dei miei, e portato in Germania, perché si adattava bene al nuovo muro verde prato della mia cucina tedesca. Era l'orologio della cucina dei miei nonni. Mamma aveva svuotato la casa dei nonni semplicemente portando tutto a casa sua, e questo orologio anni cinquanta senza più un luogo e una funzione era finito in una scatola assieme a quelle cose senza valore, usate, eppure care. Era l'orologio che per anni ho atteso che segnasse le 4, l'ora di bim bum bam, facendo merenda con pane e zucchero. Era l'orologio che si sentiva ticchettare sommessamente nel silenzio di certi pomeriggi di luglio pieni di cicale, con la luce che entrava sghemba dalle persiane socchiuse sul giardino.

L'ho preso perché mi serviva un orologio, ma senza la reverenza di certi cimeli. Solo quando l'ho appeso la prima volta mi sono accorta che mio nonno aveva appiccicato un piccolo pezzo di scotch di carta, dietro, su cui aveva scritto una data. 18 Maggio 2007. La data in cui per l'ultima volta aveva cambiato le batterie. Io non so spiegarlo a nessuno, ma quell'orologio mi è caro soprattutto per via di quell'etichetta scritta a mano. Perché è quel genere di gesto, così ordinato, così puntuale, nella mia famiglia non esiste e se è esistito è solo perché c'era lui.

Mio padre diceva spesso: tuo nonno non combatte, non si da da fare per rendere il mondo un posto migliore, lui lo lascerà così come lo ha trovato, perfettamente funzionante. Aveva ragione in tanti modi, anche se ora non condivido più quell'accento un filo sprezzante con cui lo diceva. Perché da quando non c'è più, così tante cose hanno preso a deteriorarsi, e solo da quando non c'è più sento davvero quanto bisogno ci fosse, di qualcuno che tiene tutto in ordine, che impedisce che tutto si disfi. Ma è vero che mio nonno non era coraggioso, né ambizioso. Mio nonno era silenzioso, aveva poche opinioni, o per lo meno non le esternava facilmente - e in questo il confronto col genero era davvero stridente. Mio nonno era il tipo di persona che preferiva conformarsi per evitare scontri, per evitare l'isolamento sociale. Mio padre, tutto il contrario. Da adolescente, era facile avercela con mio nonno, ed era facile sposare le idee di mio padre al riguardo.



Mio nonno avrebbe avuto tanto da dire, però, e noi lo avremmo ascoltato volentieri. Avrebbe potuto raccontarci di più dell'Africa, della guerra, della prigionia in America. In molti potrebbero pensare che della guerra non si parli volentieri, che sia una pagina buia che si preferisce voltare. E di sicuro era così anche per lui, ma forse non nel modo esatto che si può credere. Nel cassetto della cucina, tra le posate, stavano una coppia di cucchiaio e forchetta con su inciso "US". E sulla credenza il piccolo dizionarietto di inglese dato ai prigionieri di guerra. E quelle foto nel mobile in salotto, quelle foto in bianco in nero, lui aveva vent'anni ed era bello, mio nonno, vestito da soldato. Tutto raccontava un'altra storia. Che ho capito solo molto molto dopo, e allora mi era tornato in mente De Gregori, che la guerra è bella anche se fa male, un concetto tremendo e incomprensibile ai più, e che ti condanna al silenzio, per sempre.

Mio nonno era stato poi un operaio, di quelli che, smontato il turno, andavano a far la passeggiata in centro vestiti bene e con il pettine sempre nella tasca dei pantaloni. Mio nonno ci teneva a vestirsi bene, ci teneva al suo caffé al bar, ci teneva alle chiacchiere con gli amici sulla piazza, chiacchiere mai volgari. Mio nonno era tradizionalista, cattolico, ma più per conformismo che per convinzione. Di mia nonna e della sua mania per la chiesa un po' rideva e - anche questo avrei capito dopo - un po' la disprezzava. Mio nonno non credeva davvero in niente.

Forse avrebbe preferito un figlio maschio, ma non era il tipo di maschilista che di queste cose faceva proclami, come altri del suo tempo. Aveva accettato la regola generale che i padri non si occupassero troppo dei figli, men che meno delle figlie. Di certo di mia mamma non gli era mai importato troppo - lei voleva studiare matematica, lui la mandò al magistrale, invece, perché facesse la maestra. Ma erano altri tempi, il ricordo della miseria era dietro l'angolo, e per quanto ingiusto verso mia mamma, la decisione di mio nonno era più dettata dal suo essere pavido che dal suo essere cattivo. Perfettamente in linea con la sua epoca, mio nonno.

Di fatto, mia mamma alla fine ha potuto comunque laurearsi. Di fatto, mio nonno non le ha impedito mai più nulla oltre la scelta delle superiori. Di fatto, mio nonno ha accettato pure questo genero tanto diverso da lui, senza un commento. Di fatto, tutto quel che mio padre ha imparato a fare (lavoretti di muratura, impianto elettrico, un po' di idraulica) lo ha imparato da mio nonno, non da suo padre, che non aveva pazienza. Mio nonno ne aveva, di pazienza, e si teneva per sé i commenti e le opinioni negative. Mio nonno non era un santo e non era generoso in senso lato, ma quando i miei hanno avuto bisogno di aiuto, su di lui hanno sempre potuto contare. Magari gli diceva "siete pazzi", perché era pavido, ma su un suo aiuto pratico non c'erano dubbi. Io e mio fratello siamo stati tutti i pomeriggi a casa loro, per anni, e a pranzo da loro ogni giorno d'estate, quando mia mamma aveva le maturità.

Sono cresciuta senza una grande stima di lui, e convinta di non avere la sua. Sono cresciuta pensando che rappresentava tutto quel che avrei voluto cambiare della società: quella generazione di vecchi moderati, con famiglia cristiana sempre sopra al televisore, sempre sintonizzato su raiuno. Non ho mai cercato la sua approvazione, a volte ho cercato lo scontro - e non l'ho trovato, perché mio nonno lo rifuggiva con la sua nonchalance. Mi ci sono voluti anni, per conoscerlo. C'è voluto l'alzheimer di mia nonna, c'è voluto che cadessero tante cortine. C'è voluto che crescessi e gli parlassi davvero.


Mi ricordo una conversazione degli ultimi anni, non so se mia nonna fosse ancora viva o no, lui era già cambiato. Ervamo solo e mia madre con lui e lui disse, quanto siete bravi tu e tuo fratello, eravamo entrambi laureati o quasi, e lui diceva che abisso c'era tra noi e i dei nipoti dei suoi amici, che stavano sempre a chiedere soldi, che non sapevano fare niente. Quello era un immenso credito a noi, e ai miei, per averci cresciuti bene, e bisogna tenere in mente quanto fosse fuori carattere quella frase, quanto fosse inattesa e atipica. Ci aveva messo vent'anni a dirlo, conforntandoci sempre impietosamente con tutti, sempre partendo dal presupposto che gli altri fossero meglio, preferendo da sempre, per timidezza, non si dire nulla a nessuno, né di brutto né di buono.

E poi mi ricordo quando mi trovò con un cacciavite in mano a riparare un armadietto. E con una faccia che non dimentico mi disse: non dovrebbe essere tuo fratello a farlo? perché dio ce ne scampi gli uscisse mai un complimento, ma quello era, ed io lo sapevo.

E poi l'ultimo ricordo che ho di lui, quell'ultima estate. Avevo lasciato il fidanzato storico, avevo trovato un lavoro di qualche mese in Italia ed ero tornata a stare coi miei. Per evitare shock e disonore, ai miei nonni non era stato confessato che avevo un nuovo ragazzo, straniero, che possibilmente avrei raggiunto presto, in Germania. Una domenica me ne andavo in bici verso la casa che i miei hanno in collina, passando dal paese di mio nonno: una cosa che in precedenza avevo fatto col fidanzato. Davanti a casa sua, lo incontrai per caso. Avevo la mia mountain bike, i vestiti da ciclista, era una strada impegnativa in salita, una trentina di Km. Lui era sorpreso e ammirato di vedermi fare questa cosa da sola. Mi disse: ma mi raccomando, adesso non stare sempre da sola. Lì per lì me la presi parecchio: pensa che abbia bisogno di un fidanzato? che senza muoio? Adesso a ripensarci non riesco davvero a considerarla come una cosa negativa. Dopotutto, era come se dopo tanti anni mi vedesse davvero, mi guardasse come una persona e non, come aveva fatto a lungo con mia madre, come ad un elemento del contorno privo di grande interesse. Anni prima, non mi avrebbe detto nulla e forse dentro di sé avrebbe pensato che ero pazza come mio padre. Parlarmi di cose "private" era per lui un grande sforzo e quello era il suo modo di interessarsi a me, alla mia felicità, e in questo senso questo ricordo per me significa molto.
 
Non ha mai conosciuto mio marito. Me ne spiace, anche se dubito che fosse rimasto molto del suo inglese classe 1944. È morto quando ero tornata in Germania, sono passati giusto sei anni, e mi pare un tempo immenso, infinito. E adesso che l'orologio è in cantina, avevo bisogno di fermare il suo pensiero da qualche parte.

































giovedì 6 febbraio 2014

the gender equality paradox

Ho visto questo documentario molti mesi fa e mi ha dato molto da pensare.
Ha contraddetto molte delle mie convinzioni, ma non tutte, e mi ha sicuramente offerto un punto di vista apprezzabile, nel senso che non l'ho trovato fazioso.
Faziosi sono i commenti che lo accompagnano su youtube.'
Faziose sono certe definizioni date da altri di questo documentario: come far tacere una femminista in pochi secondi, come distruggere le loro argomentazioni, guarda come la femminista ti odia quando le dici una verità scomoda.
Da scienziata, mi piace quando vengono esposti dati, risultati di studi, e quando si possono ascoltare i pareri anche contrastanti di più ricercatori. Da scienziata, tendo ahimé a guardare un po' dall'alto in basso gli studi sociologici fatti col cuore e con le opinioni prima che con il microscopio, ecco. Però, da appassionata di psicologia e sociologia, trovo i gender studies importantissimi e appassionanti. Da donna, e da femminista, trovo fondamentale che ci si interroghi al riguardo.
 Inoltre, quando ho visto per la prima volta il filmato, su youtube non era ancora partito il flame, ecco, i commenti cretini erano assenti ed io me lo sono guardato e goduto immensamente. Per questo spero che sia ancora possibile guardarlo con gli stessi occhi, ignorando che queste cose cerca di usarle per i loro comodi e i loro personali scopi ideologici.

Alla fine, le statistiche sono utili, ci raccontano qualcosa, ma non ci raccontano le singole persone.Secondo me non c'è niente di abominevole in una statistica che ci dice che la maggior parte delle donne ha problemi ad orientarsi, o che la maggior parte degli uomini non ha un talento per le lingue straniere. Non lo trovo pericoloso in sé - specialmente perché è platealmente vero. Io per esempio ho un buon senso dell'orientamento e so sempre più o meno dove sta il nord, senza doverci pensare - ma la maggior parte delle mie amiche si perde facilmente. Un mio amico di mestiere fa il controllore di volo in Germania e mi ha raccontato della durissima selezione a stadi successivi. Fino alla prova di orientamento le donne erano il 50% dei candidati, dopo quella prova sono state quasi tutte eliminate. Io sono sicura che questo non può essere ragionevolmente ascritto al solo sessismo, e introdurre le quota rosa in quella specifica selezione, con quegli specifici candidati, avrebbe potuto in effetti far passare dei candidati meno adatti a quel lavoro.

È un tema rischioso e difficile, e troppo sensibile. Perché introdurre il concetto di differenze di genere innate può essere facilmente strumentalizzato da gente che la userebbe come ragione per tenere le donne a casa a far la calza. L'idea che la differenza intellettiva fosse biologica era di fatto la scusa per negarci pure il diritto di voto, con la storia dei grammi di cervello in meno. Per me, basterebbe far capire che il valore di una persona non è in discussione, che l'intellligenza e la stupidità sono equamente distribuiti tra i generi. Forse non si può dire altrettanto degli interessi e delle pulsioni personali: ma questo non giustifica la polarizzazione bianco-nero imposta dalla nostra società, sfruttata ignobilmente dalle logiche di marketing e di conseguenza rafforzata nella percezione collettiva..

Un buon modello educativo è infatti, secondo me, quello svedese, dove a scuola si insegna a tutti, maschi e femmine, sia economia domestica che educazione tecnica, entrambe le cose con tanto di laboratorio pratico. Così tutti imparano tutto: cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato, lavorare il legno, costruire circuiti elettrici etc. Dunque, le ragazze che hanno interessi tecnici saranno libere di svilupparli prima dei 20 anni (quanto mi sarebbe piaciuto!) e i maschi imparano a fare tutto in casa senza sentirsi degli eroi (quando va bene) o sminuiti nella loro virilità (quando va male). Poi però, una volta che vanno all'università, nemmeno qui in Svezia le donne ingegnere sono il 50%, né gli uomini che studiano lingue o fanno l'educatore d'infanzia. È davvero un problema? Le persone vanno lasciate libere di scegliere in pace - senza condizionamenti culturali né da una parte né dall'altra. Perché io temo che nel numero "stranamente" alto delle donne indiane che studiano informatica (per dirne una) non ci siano solo quelle davvero interessate, ma anche e soprattutto quelle che sperano di venir considerate meglio di un cane una volta che avranno ottenuto un lavoro da uomo...queste non sono pari opportunità, secondo me, tutto il contrario.

Piuttosto mi chiedo questo: anche accettando che esistono dei campi prettamente maschili e degli altri prettamente femminili, come mai ai vertici di entrambi ci sono comunque uomini?


Ma ci sarebbe così tanto da dire, e ho davvero paura di fare un danno ogni volta che mi approccio a questo argomento. Come se il fatto di non poterlo esaurire mi mettesse a rischio di dare una visione parziale, e dunque meno equilibrata.



martedì 4 febbraio 2014

alzare la mano

 
È tanto che vorrei trovare il modo di parlarne (ho collezionato una dozzina di bozze infatti) ma come per tante altre cose ultimamente, mi ci voleva l'ultimo post di Squa per sbloccarmi.
La mia ex-capa ha avuto una carriera fantastica. Ad un certo punto infatti, se ne è andata per prendere una posizione infinitamente più alta. Per una combinazione di eventi, a me (e ad un collega) è toccato in sorte il suo ex-ufficio. Svuotando un cassetto, ho trovato un plico di appunti di un corso rivolto a donne in posizione di leadership, e la pagina che riportava questo testo mi ha colpito più di tutte.


Da "The successful manager", Geraldine Brown e Catherine Brady, Kogan Page, 1993:

Quello che i bambini imparano dai loro giochi:

1) a competere: devi vincere
2) a cooperare: per vincere, devi cooperare coi compagni di squadra
3) a tollerare: non importa se un altro bambino ti piace o no, se è bravo, se ha le capacità che servono per vincere, allora devi volerlo in squadra con te. Essere simpatici o amati non è importante quanto essere rispettati in quanto compagni di squadra.
4) a lavorare verso uno scopo comune: per vincere servono le doti di ogni individuo.
5) ad essere parte di una squadra: per avere successo personale, serve il supporto della squadra. L'identità di gruppo diventa più importante di quella individuale.
6) comando e rispetto del comando: per vincere devi imparare a fare entrambe le cose
7) a perdere: il fallimento non ti abbatte, impari a far meglio la prossima volta
8) a rischiare: è nell'interesse di vincere la partita
9) a pianificare e organizzare: uno schema di gioco fà sì che ognuno sappia che cosa l'aspetta
10) ad accettare le critiche: sia da parte del capo che da parte dei compagni di squadra, perché serve a migliorare il gioco della squadra
11) a interpretare le regole: le regole vanno imparate, ma anche sfidate e piegate
12) ad accettare la responsabilità: come capitano, devi accettare la responsabilità della sconfitta, e condividere il riconoscimento di una vittoria
13) a valutare e ad agire di conseguenza: devi imparare quali sono i punti di forza e di debolezza, tuoi e degli altri
14) ad avere capacità di resistenza: serve molta energia per mantenere la tua efficacia
15) a perseverare: perché devi essere determinato a cercar di vincere anche quando sembra contro ogni probabilità

Quello che le bambine imparano dai loro giochi:

1) che non importa se perdono: le relazioni di amicizia sono più importanti
2) a fare giochi dove nessuno vince: perché se nessuno vince, allora nessuno perde
3) ad evitare i rischi: non ne vale la pena, qualcuno potrebbe farsi male
4) a cercare approvazione: essere amate e apprezzate è la cosa più importante
5) ad evitare il conflitto: così da mantenere buone relazioni
6) a non prendere decisioni: magari si può cambiare gioco, ed evitare una decisione che possa alienare parte del gruppo
7) ad obbedire più che a comandare: quando maschi e femmine giocano insieme, chi prende il comando del gruppo?

Ora, non è che io ritenga questo testo perfettamente condivisibile. È evidente che non tutti gli uomini imparano le 15 lezioni suddette e che nemmeno tutte le donne si comportano come gli altri 7 punti. Per esempio, ci sono sicuramente ragazze che hanno fatto molto sport di squadra da bambine, e magari sono meglio attrezzate in questo senso. Però non ho potuto che notare che io personalmente, non ho imparato molto di quelle 15 cose (guarda caso facevo ginnastica artistica, lo sport con la più alta percentuale di anoressiche dopo la danza). Per esempio:

- io non accetto bene le critiche: se qualcuno mi critica, vuol dire che non mi ama. Se qualcuno mi critica, allora non sono perfetta. E se non sono perfetta, non posso aspirare ad avere nessun riconoscimento, o carriera, o premio, o autostima. Una critica mi getta nella depressione perché mi fa sentire un fallimento.
- io non amo le responsabilità: perché temo che mi metteranno in condizione di fallire, non essendo perfetta come invece dovrei essere
- io tendo a non perseverare: il primo accenno che non sto vincendo mi chiarisce subito che perderò, ovviamente, e come ho mai potuto pensare altrimenti? non essendo perfetta, non era nemmeno il caso che cominciassi a giocare!
- io tendo a stancarmi: perché lo sforzo di convincere me stessa è talmente grande, che non mi resta energia per convincere gli altri
- io odio i conflitti: sono proprio incapace di litigare e poi scoppio in privato
- io odio prendere decisioni, ho troppa paura che siano sbagliate


- io non ho mai rischiato molto, per la stessa ragione




Ora, è ovvio che per fare carriera, i 15 punti aiutano e gli altri 7 ti impacciano. Questo potrebbe spiegare, se davvero essi descrivono statisticamente più gli uomini delle donne, perché ci sono più uomini ai vertici.

Quel che non capisco è perché sia così. Quando avviene? C'è qualcosa di innato in questa diverisità? O è solo culturale?

Che un gran ruolo sia giocato dall'educazione mi pare evidente, almeno nel mio caso.
Ho fatto l'asilo dalle suore e non mi basterebbe un blog per dire in quanti modi quell'esperienza mi ha segnata: le bambine non fanno questo, non fanno quello, se lo fanno si beccano sculacciate. Mia madre è patologicamente insicura, mia nonna non ne parliamo. La mia ex-quasi-suocera mi chiedeva spesso se non volessi fare l'insegnate, invece che perseguire come suo figlio la strada della ricerca, un buon  lavoro da donne, diceva. Prima di ogni esame all'università ero tesissima e a posteriori dicevo sempre "sicuramente non l'ho passato": e lei diceva, se ti spaventa questo, allora come farai a partorire? In una strana commistione di generi della paura. Del resto, quando poi veniva fuori che l'esame l'avevo passato, si scocciava molto di come io avessi potuto essere così insicura. Ecco, era come dire: quelle sono preoccupazioni da uomini, inutili per te, ti distraggono da quelle che dovrebbero essere le tue preoccupazioni, e accidenti come è possibile che alla fine tu abbia i voti più alti di mio figlio?

Per quanto io sia stata fin da piccola una che urlava il suo femminismo piuttosto forte, mi rendo conto adesso di non aver visto i segnali che già un imprinting era avvenuto dentro di me, nonostante tutto. Avevo in qualche modo accettato un certo tipo di logica senza davvero metterla in discussione. Ossia, mi sarei battuta per non fare la casalinga come le mamme delle mie amiche (e la mia ex-quasi-suocera), era chiaro che avrei studiato e avrei avuto la stessa educazione di un mio eventuale marito, come mia mamma, e che avrei lavorato, come mia mamma, ma ecco, che avrei fatto carriera, no, non era davvero nei miei piani. Come mia mamma...Una vita nel compromesso. Con quel bel retrogusto di frustrazione. Mia mamma non ha mai partecipato al conocorso a preside, per esempio. Nella scuola, le insegnanti sono donne per una schiacciante maggioranza, i presidi invece, che ve lo dico a fare? per maggioranza, uomini. Ha sempre detto che avrebbe potuto essere un buon preside, ma non ha mai alzato la mano.



Ma come è accaduto che mi convincessero di dover combattere una guerra interiore verso un irraggiungibile ideale di perfezione, tanto da tagliarmi le gambe per ogni altra competizione? In che modo sono stata educata con lo scopo quasi esclusivo di essere amata e in che modo mi sono convinta che per essere amata dovevo essere perfetta?
E non è accaduto solo a me. Alcune mie compagne di corso manifestavano sintomi  piuttosto simili a me in questo. Se devo dirla tutta, all'univeristà, noi ragazze insicure eravamo anche quelle considerate più "normali", nel confronto impietoso con le tipiche "donne scienziato", nel cliché generale, quelle ossia che non avevano altro nella vita che lo studio, pochi amici e nessun fidanzato. Ecco, in qualche modo, sento che la nostra insicurezza era proprio proporzionale alla percezione esterna che "forse non avevamo bisogno di ammazzarci sui libri". Eravamo quindi considerate più femmine delle altre. Quelli che han fatto più carriera, tra di noi, erano i ragazzi coi voti medi, quelli che facevano sport e avevano la ragazza, possibilmente in un'altra facoltà.

Più ci penso più vedo che i miei sforzi nella scuola non sono mai stati indirizzati al mio personale successo, ma ad avere dei bei voti. Del resto le recenti statistiche mostrano che le ragazze vanno meglio a scuola, hanno in media i voti più alti. E nella vita in realtà i bei voti contano poco. Contano altre cose, come dimostrano le linee guida delle risorse umane. Conta sapere cosa si vuole, tanto per cominciare, sapere dove sta la meta, la porta, il canestro, sapere quanto ci manca a raggiungerlo e cosa fare per arrivarci.

Mi rendo quindi conto adesso che a me non è mai stato detto: che cosa vuoi? che cosa è importante per te? e io adesso non so rispondere. Da che ho memoria, mi è stato detto: fai il tuo dovere (nel mio caso specifico, studiare), e se lo hai fatto tutto non hai niente da temere, avrai un bel voto in ritorno, e la nostra approvazione. Come tante altre ragazze che ho sentito, è facile che alla domanda "che cosa vuoi?" rispondiamo coinvolgendo altre persone, come se la nostra felicità non fosse mai solo una cosa personale. 

Ad un certo punto della mia vita ho lasciato il mio fidanzato. Fu una decisione orribile, che ho trascinato per un periodo troppo lungo. Principalmente, ho dovuto convincere me stessa che la mia felicità avesse un valore, e che non potevo decidere pesandola contro la felicità di tutti quelli che avrei ferito. Questa azione è stata per me dolorisissima e forse unicamente possibile perché già mi ero allontanata da casa. E perché c'era il supporto di Danne (bella forza! bel coraggio!) La reazione di amici e famigliari fu piuttosto brutta e per un po' ho temuto che nessuno mi avrebbe più voluto bene. Adesso, quando parlo con mia madre delle mie paure lavorative etc, lei spesso mi dice "ma tu hai fatto scelte che poche altre avrebbero fatto", sento la sua stima a posteriori, ecco. Mia madre e molte mie amiche che a suo tempo mi avrebbero portata da un esorcista, a distanza di anni mi parlano sottolineando il mio coraggio e la mia indipendenza. E a me viene da ridere, perché adesso più che mai nella mia vita percepisco in pieno che non sono capace di impormi, di difendermi, di ottenere quel che mi spetterebbe, di alzare la mano.E vorrei tanto sapere in che modo si può lavorare su un meccanismo interiore sepolto a tale profondità dentro di me.