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lunedì 31 marzo 2014

Go, girl!

Lei era la mia office-mate tanti anni fa. Altissima, regale, con una pelle bizzarramente scura in cui i suoi occhi azzurri brillavano come due fari accesi - la chiamavano la svedese del sud, certi colleghi italiani che per lei inventavano strane alchimie genealogiche, e le chiedevano se i suoi genitori fossero svedesi, e lei rispondeva, i miei sì, ma l'idraulico era marocchino.

Dovunque andava, ali di uomini cadevano ai suoi piedi. Per ogni giorno, degli oltre 400 che abbiamo passato nello stesso ufficio, nella stessa città, nello stesso paese europeo, è stata single. E l'ho ascoltata raccontarmi sinceramente stupita dell'ennesimo uomo che si era rivelato innamorato di lei, dell'ennesimo collega che si era mostrato ferito nell'orgoglio per aver male interpretato la sua genuina disponibilità ad amicizie senza sbocchi, dell'ennesimo imbecille che aveva ipotizzato perciò che non le piacessero gli uomini. Ho anche visto come i nostri capi donna la detestassero, e l'ho ammirata per l'incrollabile eleganza con cui rispondeva colpo su colpo, senza mai un accenno di cat fight.

Abbiamo passato anche dozzine di weekend nel nostro ufficio, alle prese con le nostre tesi, con le nostre frustrazioni, con la stessa macchina infernale cui dedicare la nostra vita. Abbiamo passato insieme molti sabati sera nel suo appartamento, abbiamo cucinato l'anatra alla pechinese e i ravioli cinesi, l'insalata bulgara, e il tiramisù...finendo poi a inzuppare savoiardi nell'amaretto. Siamo andate al lavoro nella sua volvo, che chiamavamo il cigno bianco, anche se non metteva le gomme da neve e al semaforo rosso una volta siamo andate dritte, e immagino sia stato un miracolo non rimanerci secche, ma lei ha solo alzato un sopracciglio e mi ha detto, "hai visto?".

Abbiamo passato giornate interno nello stesso laboratorio dove non ci si sentiva per il rumore dei compressori e delle pompe. Mi ha aiutata tanto. L'ho guardata e ammirata, per quel suo spirito coraggioso, la sua indipendenza, il suo talento, la sua capacità di trascinare il mondo con lei, senza un'oncia di superbia, di tracotanza, di narcisismo. E l'ho ascoltata tanto, e mi sono sorpresa per la sua ingenuità, per il suo non aver idea di quel che accadeva a volte dentro e fuori di lei - se solo l'animo umano fosse così chiaro come quel che accade dentro un atomo!

Poi un giorno, quando già era lontana, mi ha detto di essersi innamorata - e lui è così intelligente! Ed io ho pensato che era strano questo ragazzo, c'era qualcosa, ma era la prima volta che la sentivo così sicura di quel che provava. E pochi mesi dopo, a poche settimane dal parto, quest'uomo incomprensibile ha voltato le spalle a lei e alla loro vita insieme, e lei era scioccata, e calma, come quella volta sul ghiaccio, era senza parole e mi chiedeva "ma come è successo?"

Lei non mi manda mai foto di suo figlio. Le nostre conversazioni sono rare, sporadiche, piene di notizie come quella, grandi dolori e immensi sconvolgimenti raccontate senza un filo di esagerazione, con già incorporata la voglia di andare avanti e combattere. L'ho pensata tanto, la ragazza madre che di giorno fa il fisico nucleare, che abitava a migliaia di km da me (ed ora son poche dozzine), che leggeva "perché le donne forti si innamorano degli stronzi" senza che questo le impedisse di incapparvi, che mi diceva go girl, che mi aveva guardata scardinare la mia vita senza che le uscisse mai di bocca un'opinione, una critica.

Stamani l'ho vista comparire su skype, dopo aver scritto uno status un poco preoccupante su facebook. Le ho scritto in svedese - non non avevamo parlato in quella lingua - d'istinto, dopo tanto tempo. E ho scoperto che stava giù, per varie questioni, che aveva fatto delle scoperte su se stessa, che aveva paura di non riuscire a cambiare, mi ha detto che ha paura, tanta paura, che essere una mamma single la spaventa a morte - un fiume in piena e con la bizzarra sensazione di non aver mai smesso di parlare in questi anni.

Mi ha detto che sono la persona più intelligente che conosca, che posso fare qualsiasi cosa. Le ho detto che sono sempre stata orgogliosa di lei, non solo adesso che ha un figlio da crescere sola.

Mi ha chiesto se domani ci sono per un'altra chiacchierata.
Non la vedo da anni.
Non parliamo, a voce, da anni.

Ma ci siamo, siamo ancora ad aprirci il cuore a vicenda in quell'ufficio di due metri quadrati, una serra di vetro sul lato ovest, dove nei pomeriggi di estata facevano trenta gradi...e in quel sole di allora ho sentito sciogliersi la morsa gelata di questi anni.

venerdì 28 marzo 2014

même s'il ne sert à rien

Son giorni strani.
Qualcosa di positivo ogni tanto accade, e vorrei concentrarmici, ma poi torno ad essere assalita dai miei soliti pensieri neri. Penso al video di "Le vent nous portera" dei Noir Desir, per chi se lo ricorda...una spiaggia assolata e d'improvviso le nuvole scure, ecco, a volte pare passi giusto un secondo tra due estremi dello spettro emozionale.

Del resto, pure il clima da queste parti funziona così.

Siamo stati a vedere delle case in vendita, qualche chilometro a sud della città. Non ne abbiamo poi fatto di nulla, perché è oggettivamente una cosa campata per aria. Io non mi voglio trasferire, è solo che Danne è stanco di far 120 km al giorno e vorrebbe avvicinarsi al suo lavoro. Io speravo di avercelo un lavoro a questo punto, e che la località dove comprar casa sarebbe stata decisa in base ad esso...e invece. E quindi sono terrorizzata a spostarmi fuori città in questo momento: sarei sola a casa tutto il giorno, in una di quelle case bellissime e immense, magari, quelle che puoi permetterti quando vai a vivere i mezzo al nulla. Perché in Svezia, come sei fuori città sei in mezzo al nulla.

E però eravamo in giro, come dicevo, sotto questo gran sole, piegati in due da un vento assassino, e guardavamo questa casa a un passo dalla spiaggia, in questo paesino dove non c'è niente. Sarebbe bello abitare al mare, pensavo. Però la cosa strana di questi paesini sul mare, è che il centro del paese non è come da noi, una passeggiata lungo mare. No, il centro è qualche centinaio di metri (o anche un km o due) indietro, presso la strada di più grande comunicazione. Al mare ci si arriva con stradine cieche tra le case, che sbucano alla fine su uno scoglio, su un lembo di sabbia o di sassi. Strano, per me, che penso ai nostri paesi della costa tutti premuti contro le spiagge.

Non sono riuscita ad immaginarmi vivere in nessuna delle case che abbiamo guardato. In teoria, ho sempre sognato una grande casa luminosa, quella che i miei non hanno mai avuto, e che in Italia non ci saremmo mai potuti permettere. Ma alla fine, una volta sul posto, non son riuscita a vedermi davvero lì. A piantare narcisi, a dipingere di bianco la staccionata. Ad andare in bici a far la spesa come la signora Fletcher.

Poi la sera guardavo di sfuggita un brutto film in tv, una di quelle schifezze che hollywood disegna e progetta per piacere a noi ragazze e che chissà perché a me non piacciono mai. C'era questa regina del multitasking, moglie e madre e professionista, stritolata tra famiglia e lavoro, che dice "amo il mio lavoro e sono così brava" etc etc (sceglie di rallentare per stare coi figli e yadda yadda yadda, ma per una volta non volevo parlare di questo) ed io ho cambiato stizzita. Perché? Da piccola guardavo Donna in Carriera in loop, e invece non avevo mai visto né Pretty Woman né Dirty Dancing (ho recuperato da grande perché mi hanno forzato). Da piccola mi immaginavo una che avrebbe amato il suo lavoro, che lo avrebbe fatto benissimo, che lo avrebbe anche persino messo al primo posto se necessario. Come è successo che è accaduto tutto il contrario invece? Io non amo davvero quello che faccio (o facevo) per questo ho sempre scelto di seguire le scelte o le opportunità professionali di chi ho accanto.

Ho sentito mio fratello criticare una sua collega per aver fatto altrettanto, per aver seguito il marito in due o tre traslochi, finendo, come me, ad essere disoccupata in qualche occasione. Con lui sono sbottata, perché era evidente che la sentivo su di me quella critica. Del resto anche all'ufficio di collocamento, l'altro giorno, mi hanno consigliato di trasferirmi, perché lavoro a Stoccolma, Umeå, Kiruna, Malmö o dove cappero, lo troverei. Ma possibile che sia tanto assurdo voler vivere insieme alla persona che hai sposato? Ma certo, alla fine il punto è lì: se vado a Kiruna (e torno a casa una volta al mese se va bene) a lavorare le mie giornate e la mia vita ruoterebbero intorno a qualcosa che non amo abbastanza. E mi chiedo come sia potuto accadere.


mercoledì 19 marzo 2014

D'amore e d'altro ancora

Oggi sono stata alla prima riunione del mio circolo di lettura svedese.

Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.

Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.

Altra cosa positiva: questo romanzo è introvabile in città. Nei giorni scorsi ci siamo tutti sentite dire dai commessi delle millemila librerie della città: spiacenti ma non teniamo certo i libri vecchi di 40 anni di scrittori passati di moda" e "sei la quarta che me lo chiede!" e così ho finalmente ricevuto la spinta necessaria a presentarmi in una delle millemila filiali della biblioteca cittadina. Ed è stato fantastico! Perché ho scoperto che le biblioteche sono strapiene di gente, e non solo le filiali più in centro, più vicine all'università, ma tutte, anche quelle periferiche come quelle del mio quartiere, e a qualsiasi ora del giorno. Per esempio quella a me più vicina è specializzata in servizi ai pensionati perché qui ne vivono molti. E così nel giro di poco mi son trovata in mano la mia tessera, la mia copia del libro e pure una copia elettronica per leggerlo sul computer e cercare più velocemente le parole sul dizionario.

Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella,  peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).

Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:


Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia

E ancora:

All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato

Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
 Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.

E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.

La differenza, forse, alla fine, è l'amore. 

Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.

Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.

È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.

Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.




*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)

giovedì 13 marzo 2014

Zlatan

Per migliorare lo svedese sto leggendo le cose più impensabili. Non si può far gli schizzinosi quando si cerca di imparare una lingua per integrarsi. Per integrarsi, serve più Moccia che Manzoni, per essere chiari. E per questo infatti mi son morsa la lingua quando ho visto i libri di Fabio Volo a casa di una mia amica svedese che studia italiano.

Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.

È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.

E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.

Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.

Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.

Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo.  Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.


Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto.  Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri giocatori non erano al suo livello.

Il libro è un po' la storia della sua maturazione, evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.

Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.

domenica 9 marzo 2014

Anne-Marie Slaughter: why women still can't have it all

È l'otto marzo. Qua in Svezia non si esce con le amiche, non si ricevono mimose e in linea di massima che sia l'otto marzo non se ne accorge nessuno per le strade. Però la giornata è riconosciuta e diventa più questione di dibattiti che di effetti commerciali.

Giusto un anno fa  ho avuto modo di ascoltare una conferenza che mi ha fatto molto riflettere. A parlare era Anne-Marie Slaughter, che era stata precedentemente al centro di una piccola bufera in stile "femminismo e fastidio" e aveva in seguito scritto un libro in merito e cominciato a girare il mondo per parlarne.


Non ho trovato la stessa identica conferenza cui ho assistito, ma ne ho trovata una in cui sostanzialmente vengono discusse le stesse cose.



Nel 2009 A.M. Slaughter fu nominata Director of Policy Planning da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato degli US (un equivalente del ministro degli esteri e della giustizia) sotto la prima amministrazione Obama. In questo modo, la Slaughter divenne la prima donna nella storia ad ottenere questa posizione. Nel 2011, alla scadenza del periodo canonico di due anni durante il quale si può chiedere l'aspettativa dal lavoro per ricoprire un incarico pubblico, la Slaughter decise di non prolungare il suo periodo a Washington e di tornare invece al suo incarico alla Princeton University. Rimanendo comunque consulente del Dipartimento di Stato. La decisione di tornare a Princeton non fu solo basata sul fatto che oltre i due anni di assenza avrebbe perso il posto professore, ma anche "sul suo desiderio di poter stare più tempo con la sua famiglia, perché si era resa conto che bilanciare un alto incarico governativo e i bisogni du due figli adolescenti non era possibile". Nel 2012, dopo un anno di dubbi, Slaughter si è convinta a scrivere l'articolo "Why Women Still Can't Have it All" pubblicato da The Atlantic. L'articolo riscosse un enorme interesse, suscitando un dibattito che raggiunse infine la prima pagina del New York Times ed i media di tutto il mondo.

È stato a questo punto che per la prima volta sentii parlare di questa donna. Mi ricordo però solo i titoli di qualche articolo e forse un'eco dalla CNN in sottofondo in casa, un pomeriggio. La mia percezione, allora, fu interamente sommersa dal concetto che molti giornali fecero passare: una donna che dice coniugare lavoro e carriera non è possibile, e rinuncia alla seconda. Plauso dei tradizionalisti. Ira delle femministe. E sdegno mio, perché di certo non avevamo bisogno di una storia come quella.

E invece ne avevamo bisogno.

Primo, era ingiusto farla passare per una che rinunciava alla carriera, visto che di fatto tornava a fare il professore universitario, e quindi a vivere nella città dove erano rimasti suo marito e i suoi figli - non a casa a far la calza, come si suol dire.
Secondo, Slaughter non ha davvero lasciato a metà un incarico, come certi titoli ti facevano pensare, l'ha portato a compimento, ha solo declinato l'offerta di prolungare il contratto.
Terzo, è normalissimo lasciare dopo i due anni. Anche la maggior parte degli uomini che prima di lei avevano avuto quell'incarico, dopo due anni erano tornati a fare quel che facevano prima. Questo perché raramente venivano confermati, mentre lei lo è stata. E anche perché dopo due anni il lavoro precedente non ci sarebbe più stato. Ma di quegli uomini nessuno ha parlato.

Una volta fissate queste importanti precisazioni, ho potuto ascoltarla senza pregiudizio. E ne aveva di cose da dire!
  
It made people talk
Partiamo dalle critiche al titolo "perché le donne ancora non possono avere tutto": lei stessa ammette che fosse forse fuorviante. Ma ha avuto l'effetto di far parlare e tanto, e quindi era un titolo efficace. Un'espressione più articolata e meno tranciante forse sarebbe passata inosservata. E di far parlare c'è ancora tanto bisogno.

I owe it all to the women before me
Riguardo all'accusa che di fatto avesse danneggiato la causa femminista, ha avuto parole molto equilibrate. Ha ammesso che le donne prima di noi hanno avuto barriere più alte da vincere, e regole più dure con cui confrontarsi. Forse hanno dovuto calpestare alcune parti di loro stesse per arrivare là dove prima di loro c'erano solo uomini - e grazie a questo fatto, altre donne hanno potuto seguirle. È opinione diffusa che siano i capi donna single ad essere meno collaborative con le impiegate che annunciano maternità. Ma invece di assumere una posizione di scontro, da donne contro donne, Slaughter sottolinea come possa essere difficile per quelle prime donne accettare che adesso non debba più essere necessario calpestare quelle parti di sé (rinunciare alla famiglia, ai figli, ad espressioni di femminilità) per ottenere la stessa stima o gli stessi risultati. Il mondo è cambiato e migliorato parecchio nel frattempo e forse loro non sono in grado di accettare il fatto che i loro sacrifici non siano più riconosciuti come necessari. Ma non dobbiamo dimenticarci che senza quei loro sacrifici la voce delle donne non sarebbe mai entrata in certe stanze.


flexibility is essential
alla fine, al di là dei diritti e delle necessità dei singoli, è nell'interesse del datore di lavoro aumentare la flessibilità. La flessibilità è importante. Non è ovunque possibile nella stessa misura, ma dovrebbe essere ovunque una linea guida. Perché alla fine, è un problema del datore di lavoro perdere un impiegato/a di valore perché non si è trovato il modo di trattenerlo. Mettere le riunioni importanti  in orari accessibili ai genitori, dar loro libertà di lavorare fuori dall'ufficio se necessario, dir loro in pratica "non mi porta dove e come lo fai, finché il lavor è fatto in tempo e fatto bene".

this is not only a woman issue, this is a human issue
questo è secondo me il messaggio più importante. Non c'era nemmeno un uomo ad ascoltarla, ma Slaughter non parlava solo alle donne, perché è evidente che i problemi di una famiglia rispetto al lavoro coinvolgono uomini e donne, sono problemi di una società non di un genere. Ci sono i padri delle donne per esempio, che hanno magari orgogliosamente investito nella carriera delle loro figlie, che le hanno spinte a laurearsi, a credere nelle loro capacità, e che di certo non possono dirsi soddisfatti nel saperle sottoimpiegate o disoccupate a causa di una maternità che evidentemente saranno i primi a non considerare solo un loro sfizio. E poi ci sono i padri che lavorano, i mariti delle donne che lavorano, i padri che son cresciuti in un mondo un po' diverso e che vedono nel loro essere padri una parte fondamentale della loro vita: anche loro hanno diritto ad un ambiente lavorativo che consenta loro di occuparsi dei figli, un ambiente lavorativo dove si possa se necessario implementare anche la loro necessità di non fare riunioni a tarda sera, o alle sette di mattina, perché al di là della routine casa-scuola c'è semplicemente la voglia di passer del tempo coi bambini.

fathers do not have it all either
infatti nemmeno gli uomini possono avere tutto, al momento. Anche loro scontano la mancanza di congedi parentali. Ma soprattutto scontano il problema di venir considerati meno che uomini (in molti ambienti lavorativi è così e comunque Slaughter parla degli USA) per chiedere il diritto a veder crescere i loro figli.

the macho culture has to change
È arrivato il momento in cui davvero lasciarsi alle spalle vestigia che non aiutano nessuno e danno solo alibi a comportamenti che alla fine danneggiano tutti, famiglia e impiego, uomini e donne. Saughter lo chiama "trovare il tipping-point" il punto in cui di colpo si dice basta e si capovolge il paradigma. Fa l'esempio del fumare in pubblico. Quel che era normalissimo in passato (fumare a cena, al cinema, nei pub) già pochi anni dopo del divieto generale pare un lontanissimo e improbabile ricordo. Eppure ai tempi la resistenza fu tenace.
È segno che volendo si possono cambiare le cose, con un aiuto significativo del legislatore.

women also have to change
ma anche le donne devono abbandonare quelle parti di quella cultura dalle quali si sentono più rappresentate e persino protette. Le donne devono imparare a delegare e accettare che non saranno più l'unica figura di riferimento dei figli: e questo non sarà un sacrificio, ma una vittoria, il segno che una coppia di genitori ha funzionato al meglio! Eppure lei stessa racconta dello strano moto di gelosia nel sentire i suoi figli chiamare il padre svegliandosi la notte - e ha dovuto ricordare a se stessa che non c'era nessuna accusa in questo al suo ruolo di madre. Le donne devono poi anche accettare che le cose che erano in passato solo di loro (purtroppo) pertinenza non vengano fatte solo esattamente come le farebbero loro. Spesso sono le donne a portarsi addosso standard assurdi, confrontandosi idealmente con l'ideal di angelo del focolare ereditato e con quello di manager competitiva e indipendente che hanno imparato crescendo. È l'ora di smetterla di farsi del male da sole!
  why in europe, where they have more benefits, women still are a long way from equality?
infine è necessario sottolineare che in USA la situazione è immensamente peggiore che in Europa riguardo ai benefici sociali. Per esempio, non esiste il congedo maternità e molte donne ricorrono "all'elemosina" dei colleghi-amici che cedono loro le loro ferie per permettere di mettere insieme un periodo sufficiente a farle tornare al lavoro (promettendo di ricambiare il favore). Eppure, nei luoghi di lavoro e nella società, sono accettate molte forme di sessismo che in USA ti porterebbero dritto in tribunale. 
 Io penso che questo da un lato non ci dica nulla di nuovo, perché le defferenze di wellfare tra europa e stati uniti hanno profonde radici culturali, dall'altro ci debba far riflettere sul fatto che i divieti producono segni più visibili dei benefici, quando si tratta di cambiare l'aspetto della società. (Esempio ne è il divieto di fumo, dopo decenni di campagne di sensibilizzazione). Ma i cambiamenti veri, quelli che accadono nel cuore delle persone, non discendono né dagli uni né dagli altri, o perlomeno non solo. Si tratta di contnuare a scuotere la barca finché non si raggiunge il tipping point, si tratta di continuare a sperare che il futuro sarà meglio del passato, per il semplice fatto che avremo collettivamente vissuto e sperimentato di più. Si tratta di cominciare a cambiare noi stessi, e la nostra famiglia, contemporaneamente continuando a far sentire la nostra voce anche fuori.

domenica 2 marzo 2014

imprinting


Ho comprato una rivista per ragazzine, da leggere in treno, per fare un po' di pratica con lo svedese che parla la gente fuori dai libri. C'era questa foto. Il titolo dice: i 5 tipi di amici che tutti dovrebbero avere.
Guardo bene la didascalia. Dice: i tuoi amici sono la famiglia che ti scegli da sola. 
Scorro tutto l'articolo. Parla appunto di 5 tipi standard di amica: l'avventurosa, l'amica di vecchia data, quella che sa ascoltare etc.
Sono perplessa. Perché? perché mi rendo conto che da nessuna parte si parla di sovrappeso. O di diete. O dei problemi legati all'anoressia. Nemmeno in chiave di amicizia si parla di immagine o simili (le amiche ti vogliono bene anche se sei rotondetta, tipo).
Dunque mi sorprendo ad essere sorpresa, mi sorprendo stupita che una rivista per ragazzine possa usare quella immagine senza nessun diretto legame con quel che mi pare l'immagine dica.
Mi sorprendo ad incazzarmi con me stessa.
Ovvio che non deve esserci legame. L'articolo parla di amiche, la foto mostra due amice, punto. Perché dovrebbero essere magre?
Mi rendo conto di colpo che per quanto io sostenga di avere idee diverse, ho ricevuto comunque un certo imprinting. E in effetti, quasi tutti gli italiani qui in Svezia (ma anche gente di altre nazionalità mi pare) commentano spesso sghignazzando sul fatto che le ragazze svedesi vanno in giro in minigonna d'estate anche quando hanno gambe meno che filiformi, ecco, o magliettine corte che mostrano rotolini di ciccia.
E io pure mi son sorpresa a pensarlo, che forse quelli non sono i vestiti più adatti, che forse starebbero meglio con altro. Molti ci aggiungono un senso di "per rispetto al senso estetico degli altri", e infatti così mi ricordo che era la mia adolescenza, sempre questo senso di essere guardata e soppesata dai passanti. Perché sia chiaro, io non penso quei commenti con superiorità ma con boh, sorellanza, ecco io penso che io non mi azzarderei a mostrare troppo quelle parti di me che sono più rotonde e meno "perfette".
Io, per chiarirsi, sono il tipo che in spiaggia fa la passeggiata col pareo perché se no la cellulite.
Anche oggi che oggettivamente me ne importa poco.
Anche oggi che (lo vedo bene) agli occhi delle ragazze italiane appena "sbarcate" appaio come imbarbarita e inelegante e ci rido su.
Eppure certi retropensieri son duri a morire.
Bello profondo questo imprinting.

Ho chiesto poi ad una amica italiana se per caso nel frattempo siano comparse anche da noi foto come questa, iniziative simili. Mi dice di no. E mi dice anche che in fondo è l'errore opposto, far l'apologia del grasso è bello, visto che è oltretutto poco sano, essere in sovrappeso. Ma a me le due nella foto non sembrano meno in salute delle varie modelle sottopeso che si troverebbero in foto simili. Con la differenza che le modelle rappresentano tipo lo zero virgola della popolazione, le due nella foto mi sembrano invece piuttosto rappresentative. Dunque perché sono queste che ci appaiono strane e fuori luogo?

E tanto per essere onesti, io sono a dieta. E non appena metto su due chili, ecco comparire le magliette lunghe, i pantaloni larghi. Io non mi sento bene quando ingrasso, e sento una cappa di malumore e insicurezza che mi avvolge tutta. Dubito cambierò e non bastano certo queste due tipe sorridenti e tonde a farmi cambiare idea. Però ecco, mi solleva sapere che c'è pure un altro modo di viverli quei 2, 5, 10 chili di troppo. Che non vuol dire non cercare di perderli, o non sapere che si è più sani e più forti facendo sport ma...insomma, mentre ce li hai ancora addosso, mentre pensi di perderli o mentre ti dici che ci penserai domani perché sei troppo stressata adesso, non è tanto ma tanto meglio poterseli portare in giro col sorriso?