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mercoledì 23 dicembre 2015

il tiramisú di natale

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ehm, una giovane studentessa espatriata di fresco si recò ad una serata tra amici portando seco un tiramisú.

Lo aveva fatto nella cucina condivisa dell'allegra mansarda di Frau Blücher, utilizzando le fruste elettriche prestatele dal suo vicino di stanza di Singapore, il mascarpone e i savoiardi che si trovano ormai anche in capo al mondo ma che a lei era sembrato incredibile reperire, e come forma una di quei contenitori da microonde ricevuto in omaggio con un pacco di muffin del Penny Markt. L'intera faccenda aveva il fascino di una grande impresa.

Era una fredda sera di dicembre, l'altro suo vicino di stanza, francese, guidava la sua malconcia citroen e loro riuscirono a perdersi nella buia campagna tedesca. Arrivarono alla casa di quel suo collega svedese, conosciuto da poco. La casa era fatta apposta per dare delle feste, grande e bizzarra, nella mansarda (anche quella) di una vecchia casa alsaziana, con la scala di legno, le finestre storte, un pretzel sull'architrave della porta a ricordare che si trattava della casa del fornaio. Fu una sera molto divertente e molto spensierata. Guardarono un film, ascoltarono musica, risero molto. Si dimenticarono però del tiramisù.

Il mattino seguente, al lavoro, il collega svedese passando davanti al suo ufficio fece capolino dalla porta.
"Ma quel dolce che hai lasciato...c'è mica del caffè dentro? perché non ho chiuso occhio!"
"ehm...stai scherzando vero?"
"..."
"ma certo che c'è il caffè nel tiramisù..."

Chi lo avrebbe mai detto che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di tiramisù, passato in breve da dolce sconosciuto a preferito. Nel frattempo, la studentessa dalla mansarda condivisa, facendo una piccolissima deviazione, si sarebbe trasferita nella mansarda dello svedese, dove avrebbe trovato le migliori fruste elettriche di questo mondo, quelle classe 1970 ereditate da Mormor,  quelle che usa tuttora e senza le quali fare il tiramisú sarebbe molto, ma molto più difficile.

E chi lo avrebbe mai detto che nove anni dopo almost to the day, lo scorso capodanno, si sarebbero trovati sposati, in attesa di una figlia, a condividere lo stesso dessert con tutta la famiglia di lui. E a raccontare pure la storia buffa del tiramisù mangiato a tarda sera dal ragazzo sprovveduto, l'unico al mondo, evidentemente,  che ignorava che dentro ci fosse il caffè.

"ah, ma perché, c'è il caffè qui?" chiese allora il padre del suddetto, col cucchiaio a mezz'aria, la faccia stupita.

"Sì, c'è il caffè nel tiramisù" mormorò la ex studentessa, expat ormai rodata e incapace di stupirsi di niente, crollando le spalle.

Non si è stupita nemmeno quando gliene hanno commissionato uno come dessert per il pranzo di natale di domani. Perché in fondo le tradizioni sono solo convenzioni, e quando su sei adulti presenti si mischiano tre nazionalità ci si rende conto che la cosa più naturale da fare è inventarsene di nuove.

(Buon natale btw).

lunedì 21 dicembre 2015

when everything feels like the movies

a volte mi pare come se non ci fossi proprio io a vivere questa vita, come se la vedessi un poco da fuori, e senza nemmeno trovarla poi così interessante. Nel mucchio finiscono anche momenti piuttosto surreali. 

il momento "doctor house"

capita spesso qui che ad una visita medica sia presente uno studente, qualcuno che stia facendo un periodo di training e che sostanzialmente sta da parte e osserva. Quello che non mi era ancora capitato è che di studenti ce ne fosse una intera classe. E che il medico mi ricevesse prima da sola, in corridoio, per sincerarsi della diagnosi, per poi farmi sedere alla cattedra sotto una luce abbagliante davanti ad un piccolo pubblico cui avrei dovuto raccontare (in svedese, argh!) da capo i miei sintomi. ”ma mi raccomando, fai finta di non sapere quello che ti ho detto!”. Era una diagnosi facile, eh, per tutti tranne che per quel genio del mio medico di base, ma la dottoressa era tanto orgogliosa quando due studenti l’hanno azzeccata al primo colpo. E poi ha chiesto a tutti di avvicinarsi bene per vedere mentre mi faceva l’iniezione di cortisone. Sì ecco, un filo surreale, il tutto.

il momento "corazzata Potemkin"

Stavo col passeggino davanti al garage quando Danne mi ha chiamata da dentro, io mi sono voltata e per avvicinarmi meglio ho lasciato il manubrio. Per quel che vi posso dire, il garage e il parcheggio sono in piano, ma qualche misteriosa pendenza deve nascondersi nell’asfalto perché quando dieci secondi dopo sono tornata a voltarmi verso mia figlia ella non stava più là. Con una faccia che non mi leverò mai dalla testa stava a circa trenta metri da me, nel passeggino che stava placidamente rotolando via tra le auto del parcheggio. E siccome ho riso molto, mi vale una nonminascion cast-minute a mammadimerda 2015.  

il momento "monster in law"

mia suocera mi ha chiamato per chiedermi se pensavo fosse una buona idea regalare a Danne un ferro da stiro per il suo prossimo compleanno. Sai, mi fa, ho visto che ne avete bisogno ed io non penso che questi siano solo regali da donne. E per carità, servirci ci serve, tecnicamente, e le intenzioni sono encomiabili, e non è quindi minimamente nel mio interesse farla desistere. Anche perché già mi chiede come faccia a sopportare di star sposata ad uno che in casa fa così poco, se le dico che non stirerebbe manco sotto tortura mi manda direttamente a casa un bravo divorzista. Ha chiamato me perché ovviamente il regalo deve essere una sorpresa...Beh, penso che su questo non ci siano dubbi.

il momento "amici miei"

si sa che vivere in Svezia un po' ti taglia fuori. È un luogo un po' periferico, specialmente dopo aver vissuto così a lungo nel cuore dell'Europa, a un'ora di volo a tutto, quando mi potevo mettere in auto o in treno e in capo a un giorno sarei arrivata praticamente ovunque (sì ok, è un'iperbole). Sono lontana dai miei famigliari e loro da me, sono lontana dagli amici di una vita e pure da quelli che conosco da poco. Anzi, pure da quelli che tecnicamente non conosco, ma che pare di conoscere da sempre. E allora capita che questi, anzi queste, si radunino, in un luogo geografico che sarebbe tecnicamente "casa" ma io sono come al solito a 2000 Km di distanza. E allora c'è skype, e pure un autoscatto, tutte insieme, e pure me, lì nell'angolo, la faccia nello schermo del laptop. D'altronde, se c'è bisogno, c'è bisogno.





sabato 12 dicembre 2015

do they know it's xmas time at all?

Che sia quasi natale, lo si nota poco e lo si realizza con incredulità.

Per prima cosa, fa caldo. Où sont les neiges d'antan? recitava una poesia imparata al liceo. Fa più o meno lo stesso clima che nella mia lontana Toscana. Solo molto più buio. Ecco, che sia quasi natale lo notiamo solo per questo: che ci sono le luci dell'avvento nelle finestre. Sono l'unico addobbo che ho messo pure io, perché sono importanti, lo si capisce dopo il primo inverno passato al buio.

Invece per la prima volta da anni, non ho né addobbato né fatto l'albero. Ma come, il primo natale con un bambino per casa? in realtà non è un controsenso per niente. Abbiamo infatti realizzato che una casa con due felini ha più chances di mantenere in piedi un abete addobbato che non una casa dove soggiorni il ciclone Kiki.  Era chiaro che avrei passato tre settimane a raccogliere un abete finto di 180 cm dal pavimento, sotto il quale si sarebbe sepolta la piccola peste che si aggrappa a tutto.

Però è natale. E allora ho pensato che potevo ovviare con suggestioni olfattive là dove erano mancate quelle visive: ho deciso di cimentarmi per la prima volta nei pepparkakor, i biscotti allo zenzero tipici svedesi (ogni paese ha la sua variante).

Per prima cosa ho comprato le spezie giuste - del resto è impossibile evitarle nei negozi, in questo periodo. Anzi mi sa che è per esserci sbattuta contro alle casse che mi è venuta l'idea. Chiodi di garofano macinati, cannella, zenzero (qualcuno mette anche il cardamomo) e bicarbonato da usare al posto del lievito. Poi ho comprato le imprescindibili formine: un cuore, una specie di capra detta julbock, un maiale, un omino e una donnina. i pepparkakor a forma di cuore sono i più diffusi. Poi è arrivata mia suocera in visita. Quale migliore occasione per imparare una ricetta tradizionale, approvata, consolidata negli anni?

Ah li faceva la nonna di Danne, Mormor, mi fa lei, io però non li faccio mai, non ho pazienza.

Questo avrebbe dovuto essere un serio campanello di allarme. Mia suocera sotto natale passa tipo un mese a impastare e infornare. E poi intuivo un sottinteso: se mi stufo io figuriamoci te. E come darle torto, un gabbiano mi ha cagato sulla finestra a settembre e la patacca sta ancora lì, la mia fama di casalinga è quel che è. Con una mano sola poi.

Però nessuno ha cercato di fermarmi, E ho incominciato a impastare: si montano 150g di burro a temperatura ambiente con 225g di zucchero. Poi si aggiungono le spezie: mezzo cucchiaio di zenzero, mezzo cucchiaio di chiodi di garofano (il cui aroma dominerà su tutto), un cucchiaio di cannella e mezzo cucchiaio di bicarbonato. Poi si aggiunge un decilitro d'acqua e poco a poco 450g di farina. Si fa una palla e la si lascia 24 ore in frigo avvolta nella pellicola.

Il giorno dopo arriva il momento di stendere la pasta. Eccheccevò? avevo pensato io, tracotante come non mai. E invece ho presto compreso le ragioni di mia suocera. Perché i pepparkakor svedesi sono biscotti sottili e croccanti. E siccome in forno un poco crescono, la pasta va stesa ancora più sottile. Quanto sottile? Mormor diceva: che più sottile non si può. Consiglio un tantino evanescente che si scontra con la difficoltà oggettiva di riuscire poi a staccare la pasta dal ripiano senza sfasciarla. Mia suocera se la rideva svedesemente, il che ovviamente significa in modo silente, mentre teneva impegnata Kiki. Intanto mi spiegava che il trucco era maneggiare pochissima pasta per volta e usare una spatola per staccarla più volte e rivoltarla  e infarinarla durante il processo. Ho impresso le formine quando la pasta era spessa circa 2 mm anche se era chiaro che Mormor non avrebbe approvato. Sempre con una spatola ho trasferito poi le formine sulla placca del forno foderata di carta. Bisogna fare attenzione che la superficie dei biscotti non sia impolverata di farina e cuocerli per 5 minuti a 200°C.

Il fatto che cuociano in 5 minuti significa che non si avrà tempo di preparare un'altra infornata mentre cuoce la prima. È un attimo che si carbonizzano, peraltro. Mentre guardavo i miei biscotti che prendevano in forno il colore marrone scuro tipico e l'odore meraviglioso si spandeva per casa, ho realizzato che avevo usato solo una microscopica parte della pasta. Eh, vedi perché non ho pazienza? non si finisce mai coi pepparkakor! Sono tornata a leggere la ricetta e ho realizzato: avevo dimezzato le dosi rispetto al libro, ma anche dimezzate erano comunque per 150 biscotti. E io dopo tanto lavoro ne avevo in forno 18. Intanto s'era pure fatta una certa. Ma caspiterina, chi scrive ricette per 300 biscotti? Ah giusto, gli svedesi sotto natale, ecco chi.

Ma non è carino dire te l'avevo detto e infatti non me l'hanno detto. I biscotti erano un filo troppo spessi, quindi non abbastanza croccanti, ma ho in frigo una palla di pasta di circa un chilo su cui continuare ad allenarmi da qui a natale.

venerdì 27 novembre 2015

always look on the bright side of life

Ero partita per raccontare le ultime vicissitudini del mio povero polso, del mio quotidiano piangere in al cospetto di qualche medico, ma soprassiedo. Ho deciso di raccontare invece le ragioni per le quali, pur con una mano sola e una figlia quantomeno impegnativa (per tacer della mia labile psiche), io sia in realtà molto molto fortunata. Pollyanna mode ON

- Mia figlia è sopra la curva.

Non chiedetemi dei percentili che non ne ho idea, ma mia figlia veste come una bambina francese di due anni, stando alle taglie dei vestiti che mi regalano. Inoltre brucia un sacco di tappe. Per esempio ha più denti di un piranha (e la fame di un cucciolo di alano) ed è molto forte muscolarmente. Ultimamente anche come espressione mi ricorda molto Bracciodiferro - sapete, con il labbro inferiore sopra al superiore e la faccia molto concentrata mentre si accinge a smontare, spingere, aprire, distruggere qualcosa. Tutti pensano che il problema per il mio polso sia il suo peso e mi dicono: cerca di non portarla in braccio! Anime ingenue, e chi la prende in braccio questa? non è fisicamente possibile, si dimena senza sosta, combatte strenuamente ogni azione che il mondo cerca di imporle. Eravamo insieme al bookclub dove un manipolo di benintenzionate ziette si è dedicato alacremente ad una sessione di "pass the baby". Alla fine me l'hanno restituita esauste (loro, lei più sveglia che mai) chiedendomi: ma come cavolo fai? non si tiene! Quindi no, non la prendo in braccio, il mio polso fa malissimo già se le metto i calzini, per dire. O se li metto a me stessa, se per questo. E niente, si sta senza calzini.

- Mia figlia mi mangia.

Johanna Westman
"Cibo per bambini, dalle pappe a mangiar da soli"
Non che a qualcuno fosse venuto il dubbio, data la stazza. Però si sa che un bimbo che non ti mangia è una preoccupazione. L'appetito inesauribile di Kiki è tale da riempire di gioia e meraviglia il parentado. Quanto sei brava Kiki!  esclamano estasiate suocera e cognata mentre la vedono masticare allegramente qualunque cosa le venga proposto. Anche un dito, per esempio. Mia suocera mi ha regalato pure un libro di ricette per bambini, tale era l'entusiasmo per avere finalmente a che fare con una nipote che mangia. Questo perché la Cuginetta di  Kiki è drammaticamente inappetente e causa di mille preoccupazioni, nonostante, si noti, abbia tre anni e mezzo sia alta un metro e dieci. Figurati se mangiava, penso io.

- E infine: mia figlia si addormenta da sola.

Ebbene sì. Questa la nostra invidiabile routine serale. Dopo la cena e il lavaggio dei denti, che lei adora, segue seduta di wrestling a quattro mani (sperando Danne sia rientrato prima delle sette, se no in solitaria) per cambiarla, lavarla sommariamente (sommariamente is the new black) e infilarla nel sacco per la nanna. Questa ultima operazione in particolare vale come un'ora di fit-boxe, è come se le stessimo mettendo la camicia di forza, lei urla e si dimena e io sudo e grugnisco. A questo punto, ciuccio in bocca, la adagiamo nel suo lettino, accendiamo la musichetta, spengnamo la luce e al grido (bisbigliato) di Move!Move!Move! come le teste di cuoio in azione, usciamo il più velocemente possibile dalla stanza.

Segue silenzio immediato e totale per 11 ore.

Pollyanna mode OFF- Tranquilli, so bene che tutto questo cambierà e mi ritroverò presto con una insonne nemica dei broccoli. Per allora, chissà, magari il mio polso sarà guarito?

venerdì 6 novembre 2015

Don't you know me by now?

C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).

Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.

Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.

Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.

Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.

Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.

Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.

Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.

Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?


(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)





lunedì 19 ottobre 2015

we sure are cute for two ugly people

Alla fine, per un colpo da maestro dello sceneggiatore (oppure si sono allineati gli astri, se credete a paolofox) mia madre è riuscita a venire a trovarmi, utilizzando i voli prenotati da mesi. Le cose a casa sono comunque ben lungi dall'essersi normalizzate, ma una insperata svolta ha perlomeno donato un po' di tregua ai miei.

Nei tre giorni che mia madre è stata qui siamo riusciti a fare una serie di cose che ci sarebbero state altrimenti impossibili, cose faticose e noiose, e davvero poco intelligenti per una che ha un polso che fa sempre più male...ma ormai è così, si stilano delle priorità e guardacaso ai primi posti non finiscono mai cose piacevoli, o egoistiche, o almeno non dolorose. Dicono che questa sia la prova del nove della genitorialità. O forse del masochismo? può darsi le due cose coincidano. Del resto, basta uno sguardo al National Geographic e si vedrà che quasi nessuna specie animale se la spassa nel momento che mette al mondo una progenie.

Ora su, non chiamatemi i servizi sociali, che qui in Svezia è un attimo. Siamo molto felici della nostra scimmietta. Non lo scrivo perché sono una tipa ruvida, anche se non sembra, noi qui ci abbiamo la tenerezza brusca. Non ve le racconto nemmeno certe scenette epocali tipo la proposta di matrimonio o quando ho scoperto di essere incinta. Roba che difficilmente vedrete al cinema, ecco. E non è che lo facciamo apposta, infatti non ricaviamo un piacere perverso nel raccontare agli altri quanto poco siamo romantici, è che questo siamo, eppure là fuori c'è un mondo che vive di altri paradigmi e ce li applica addosso e quando vede che qualcosa non torna ci resta male. Noi no, siamo piuttosto tolleranti. Invece non avete idea di quante volte ho dovuto rispondere alla domanda "ma perché non porti l'anello?"

Ah, a tal proposito è un po' che avevo in mente di raccontare il mio ventesimo compleanno, quando con il mio allora Fidanzato andammo a Firenze, e attraversammo Ponte Vecchio come faccio sempre io, in mezzo, fendendo la folla, e una volta dall'altra parte lui mi chiese stupito come mai non avessi voluto guardar le vetrine delle oreficerie ed io delicatamente gli dissi che i gioielli mi fanno schifo e lui poveretto aveva in tasca il primo e ultimo pacchettino che mi avrebbe mai regalato. Bei momenti. Poi andò alla grande, e i successivi regali di compleanno furono cose tipo i pantaloni da ciclista o un sacco da boxe. Sua madre invece, suocera degna di questo nome, non se ne faceva una ragione (ci provò anche con qualche monile di famiglia) e sentenziò: ma quando ti sposi almeno la fede dovrai, ci si abituano gli uomini, perché non tu? E invece, toh.

Insomma siamo gente un po' così, ed è molto probabile che altri assieme a noi starebbero proprio male, o litigherebbero molto di più. E noi litighiamo eh, anche se al mio svedese neutrale viene il maldistomaco ogni volta che io sbrocco e questo mi ha decisamente motivato a contenere le mie reazioni da scuola dell'arte drammatica. Però non è un caso che la prima parola di italiano che ha imparato sia stronzo. Per inciso, lo sapete che Colin Firth ha una moglie italiana e che pure la sua parola italiana preferita è stronzo? tutto torna. 

E ci si vuole bene uguale, pure così ruvidi e stronzi come siamo, e la piccola, oh, che vi devo dire, è un' adorabile vichinga con la personalità mediterranea, un mix di quelli esplosivi alla si salvi chi può, ma se riesco a non farmi smontare da lei un pezzo alla volta e a consegnarla all'età adulta, son quasi sicura che sarà un donnino notevole. Ecco, non sapete cosa darei per conoscerla già.

sabato 10 ottobre 2015

fatti aiutare di più/2

Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di  diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.

Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo.  Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.

E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.

Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?

Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.

sabato 3 ottobre 2015

fatti aiutare di più

Allora, con ordine.
Per prima cosa sono uscita una sera da sola senza bimba né marito per andare al compleanno di un'amica olandese, la quale compiva solo 30 anni mannaggia a lei e si lamentava che si sente vecchia. Il marito al compleanno era invitato ma l'ho lasciato a casa apposta perché oggettivamente avevo bisogno di una pausa - ed è stata una gran cosa mettermi un vestito e persino i tacchi e togliermi la soddisfazione per una volta di uscire con una borsetta invece che il solito borsone stipato di cambi, biberon e vario ambaradan bambinesco. Ovviamente, dopo aver mangiato una quantità preoccupante di dolcetti olandesi (l'ingrediente segreto è il burro. Tanto, tanto burro) e aver bevuto una infima quantità di vino bianco che però mi ha steso, ho preso barcollando il tram di mezzanotte come Cenerentola. Perché nonostante avessi la serata libera, la belvetta alle sei sarebbe stata in piedi comunque e io non me lo posso permettere di scendere sotto le 5 ore di sonno visto che immagino ci vorranno ancora degli anni prima che io possa recuperare.

Poi sono arrivati in città i suoceri che hanno pernottato per il weekend dai cognati ed io ho compiuto gli anni. C'è stata una torta al frutto della passione, dei fiori e dei regali - un training watch, un buono per un giorno alla spa, e delle magliette fichissime (per me che da troppo tempo mi vesto solo da H&M). Compiere ben 5 anni più della mia amica che si sente vecchia non è stato proprio piacevole ma abbiamo fatto il possibile per non pensarci.

Dal lunedì la suocera si è stabilita da noi, sollevandomi da tutti i lavori pesanti e pure da quelli solo noiosi, e permettendomi di prenotare una bella lista di appuntamenti medici e ludici. Uno di tali appuntamenti era il fisioterapista del post precedente: ne sono uscita in dieci minuti netti con il mio tutore al polso sinistro e la raccomandazione di sforzarlo il meno possibile. Il trucco è usare due mani per ogni oggetto che afferri, mi ha detto (per cambiare la scimmietta ne occorrerebbero minimo sei quindi) e poi - rullo di tamburi - fatti aiutare di più!

Adesso la suocera è tornata a casa, dunque ho usato per il momento tutti i buoni aiuto a disposizione. Mia madre doveva venire tra due settimane ma ci si è messa di mezzo la sfiga - e la mia cara nonna - e dunque non credo sarà possibile (but more on this later on). Del resto tra gli appunti ludici cui la presenza di mia suocera mi ha permesso di presentarmi senza Kiki, sono stata letteralmente sommersa da offerte di aiuto, senza che io avessi chiesto nulla (probabilmente il tutore era abbastanza eloquente). E mi rendo conto che a volte è più un nostro limite questo di non chiedere aiuto, e forse nemmeno di accettarlo troppo a cuor leggero. Avere figli lontano dalle proprie famiglie è possibile, non ci piove, ma è pesante e talvolta ci si sente un tantino sopraffatti. È però una condizione sempre più frequente nel mondo e dunque è solo naturale che ci abituiamo ad altre forme di solidarietà ed altre reti di salvataggio.



venerdì 25 settembre 2015

And the dreams that you dare to dream really do come true

Brutte brutte giornate, una in fila all'altra.  Ma brutte in quel modo così scemo e comune e noioso che ti chiedi se davvero valga la pena di scriverne.  E ti rispondi di no. Solo che poi è peggio, e almeno così ti sfoghi.

E insomma, ci sono i vaccini, ci sono le febbri, ci sono i denti e quando queste cose si quietano c'è comunque il contorno di bambina esagitata. E c'è anche e soprattutto un polso ormai completamente fuori uso, che da luglio è solo ed inesorabilmente peggiorato. Ormai mi sveglio la mattina e urlo di dolore. Poi muovendolo un po' si scalda l'articolazione e fa meno male. Finché non mi trovo a dover sollevare Kiki dal pavimento, oppure a cambiarla, oppure a sollevarla dentro e fuori dal suo seggiolone, dentro e fuori dal marsupio, dentro e fuori dal passeggino... e allora urlo di dolore di nuovo. Va da sé che la cosa avvenga frequentemente. E lei mi guarda e ride e talvolta questo mi fa molto ridere, talvolta meno.

Ad agosto ero andata dal medico. Ovviamente non me lo hanno fatto vedere un medico, in Svezia gente con una laurea solo in caso di morte, per tutto il resto c'è la sotto-infermiera. Che da copione mi ha detto di usare voltaren e ibuprofene, come avrebbe potuto fare chiunque, e come difatti io già stavo facendo. Qui si paga circa 10€ ogni volta che si va dal medico di base (anche in Germania era così), quindi questo bel consiglio inutile l'ho anche pagato.

Ovviamente non ha funzionato e io col cavolo che ho avuto voglia di tornare lì. Ho sperato passasse da sé, che poi è il mio approccio idiota a tutto. Poi la pediatra casualmente mi ha consigliato invece di andare direttamente dal fisioterapista del servizio sanitario, perché non serve ricetta. Il primo giorno utile in cui avevano il drop-in mi sono presentata all'ambulatorio.

Il tizio alla reception mi dice che per il polso non si va dal fisioterapista! Per il mio problema serve  lo "arbetsterapeut" (terapista occupazionale) e per quello non c'è il drop-in, né oggi né mai. Per quello si deve prenotare! Io che avevo passato le ultime ventiquattro ore con il miraggio di questa visita alzo gli occhi al cielo e sospiro (very dramatic, very italian) e mi preparo mentalmente ad un'attesa di 7 giorni, come sta scritto sulla loro pagina. E invece lui sentenzia: primo appuntamento possibile 7 ottobre.

A quel punto  sulla scala del pathos sono ormai quasi al livello America Latina e, sull'orlo delle lacrime, mi lancio in una inutile richiesta di pietà indicando la pupa seduta nel passeggino con aria angelica. Ma non c'è nulla da fare.

Il giorno dopo chiamo un ambulatorio privato. Le telefonate agli uffici in Svezia sono un'esperienza raso follia. Non esistono numeri diretti verso nessuno che stia "al pubblico". Si deve passare sempre e comunque attraverso un sistema di scelte multiple, lasciare messaggi vocali, premere coi tasti il proprio numero di codice fiscale e di telefono, un labirinto. Alla fine una voce metallica ti dice: ti chiameremo il tal giorno alla tale ora. E tu ti metti in attesa tipo centometrista al via. All'ora stabilita metti la pupa urlante nel lettino (in prigione ferma un giro) e chiudi la porta perché se no col cavolo che puoi decifrare quello che ti dicono in una lingua che ancora capisci troppo poco.

Al tipo che mi chiama descrivo i miei problemi, e la prima cosa che mi sento dire è che mi serve un fisioterapista non un arbetsterapeut. 
Senta, dico io (calm but annoyed, very Swedish)  a me hanno detto altrove che mi serve un arbetsterapeut ma lei mi prenoti pure un appuntamento con chi le pare basta che qualcuno dia un'occhiata a questo polso che, ripeto, fa malissimo ogni volta che faccio pressione e torsione e guardunpo' è proprio quel che faccio mille volte al dì per prendermi cura dell'infante.
E lui: uhm, sì, ok ti serve un arbetsterapeut. (Ah, vedi)
Appuntamento il 6 ottobre!

Un solo patetico giorno prima. Ma ho prenotato pure quello, senza, per ora, disdire l'altro. À la guerre comme à la guerre! Oggi mi telefona un "numero segreto" come sempre nel caso di uffici pubblici.  Quando qualcuno inizia una telefonata in svedese con me, per quanto bene egli od ella parli, io non capisco mai il nome. Mai. Credo sia il mio cervello che va in shock momentaneamente. La telefonata nella mia testa suona più o meno così:

Voce Squillante Femminile: Salve! sono umphmwmw di mwmwmwmwumph!
Pausa. L'interlocutore sta attendendo che dica qualcosa.
Io: Ehm...Salve?
VSF: Vedo qui che hai prenotato una visita con me il 6 ottobre
Io: (ripetendo lentamente così mentalmente mi assicuro di quale ambulatorio si tratta perché non ne ho idea): il 6 ottobre...
VSF: Esatto! il 6 ottobre! C'è solo un piccolo problema, bisogna spostarlo, questo appuntamento!

Si vede che sto diventando svedese perché non ho tirato giù nemmeno una madonna.
Le ho solo detto che se lo voleva spostare a dopo il sei potevano pure andare affanculo evitare perché il dolore non fa che aumentare e io a dopo il sei ottobre dubito di arrivarci sana di mente.

E come per magia, ecco che appare un appuntamento libero il 30 settembre.
Tanto non ci vorrà molto, dice lei.
Esticazzi, dico io.


giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.

martedì 25 agosto 2015

lo sai che i papaveri

Che siete basse lo avete sempre saputo. Eravate basse anche nel vostro paese di origine, del resto. Solo che vi sentivate comunque in buona compagnia. Anzi,ad essere oneste, era quella tra le vostre amiche che era più alta delle altre a sentirsi strana. E a lamentarsi della taglia di scarpe che non si trova e del fatto di non potersi mettere i tacchi quando usciva col fidanzato. Voi, no, non vi sentivate strane. Basse di sicuro, ma strane no.

Veleggiavate felici sopra a tacchi vertiginosi dalle sette del mattino fino a tarda sera e che andassero di moda o meno le ballerine non avrebbero mai trovato posto nel vostro guardaroba. Coi tacchi ci avreste pure corso la maratona. Facevate parte di un mondo nel quale la bassezza era endemica, una condizione comune a tanti, e sebbene non ne foste felici non ve ne facevate mica un cruccio quotidiano.

Poi avete avuto la bella pensata di emigrare in Germania, dove avete cominciato a passare il tempo con svedesi, uomini e donne,  regolarmente sopra il metro e ottanta. Voi non ci facevate mica caso: gli alti esistono anche in Italia, e ne avete sempre frequentati. Ma agli occhi degli autoctoni l'accoppiata risultava così esilarante che qualcuno che doveva fare la battutina scema lo trovavate sempre.

Quando i vostri suoceri hanno sentito parlare di voi per la prima volta, tra le prime domande che hanno fatto c'era: ma quanto è alta? più o meno dell'altra nuora, quella di origini persiane, nonché allora metro ufficiale di esotismo e bassezza?

Una vostra conoscente vi ha chiesto con aria serissima, preoccupata quasi,  come vi sentivate all'idea che vostra figlia sarebbe certamente stata più alta di voi già alle elementari. Del resto, grazie alla cognata tedesca avete già una nipotina con la quale tra pochissimo potreste scambiarvi le scarpe. Ma vuoi mettere la soddisfazione di poter fare acquisti direttamente nel reparto bambino?

Försiktig di Ikea
Quando andate in visita dai suoceri non riuscite a vedervi allo specchio in nessuno dei bagni di casa. Avete poi scoperto con orrore che nelle case che hanno ancora i sanitari vecchi di qualche decennio (tipo la vostra, bien sur) persino il WC è qualche cm più alto che nel resto d'Europa. Così all'indomani del trasloco siete corse a comprarvi il panchetto Försiktig. Ben prima di avere figli in arrivo, ma siete felici di aver poi trovato un alibi e non doverlo nascondere alla vista degli ospiti. Pure il piano di lavoro in cucina è qualche cm più alto che in Italia. Avete uno sgabello in ogni stanza della casa, in pratica.

E ora vi chiedete: ma in un paese così politically correct che di recente si è pure parlato di vendere cerotti che replichino varie tonalità di pelle, per venire incontro alla diversità etnica, in un paese dove vivaddio hanno sdoganato pure i microshorts sopra al quintale di peso e nessuno dico nessuno alza manco un sopracciglio, ecco, in un paese che si dice così attento alle discriminazioni, come cavolo è possibile che invece sulle tappette si possa sparare a zero? Eh?

Non è un paese per bassi.

mercoledì 19 agosto 2015

To sit here with you and talk about nothing Is breaking my heart

Da anni ogni volta che torno in visita dai miei mi dedico al decluttering. Sono partita dai vestiti, poi sono passata ai libri, a questo giro era il turno di quel che in inglese chiamerei "keepsake". I ricordi, foto, diari, ritagli, vecchi quaderni di scuola, peluche, cornici etc. Capite bene perché avessi lasciato questo settore per ultimo: era decisamente il più insidioso e istintivamente avrei voluto non doverlo fare.

Ho ritrovato quindi la scatola nella quale per un decennio buono ho accumulato la mia corrispondenza. Ebbene sì, nonostante sia nata abbondantemente dopo la seconda guerra mondiale, c'è stato tutto un lungo periodo della mia vita in cui io scrivevo lettere. A tonnellate. Carta penna e francobollo. Adesso mi pare impossibile ma un anno mi feci pure regalare per il compleanno un foglio di francobolli. Ogni mia vacanza inglese finiva con una buona lista di indirizzi di località sparse per l'Europa. E un pacchetto di foto, quelle che si facevano allora, coi rullini, per cui fino a che non le sviluppavi non potevi saperlo come erano venute. Ed erano sempre venute di merda. E ora pure quelle stanno lì, in un'altra scatola, con le facce di tutte quelle persone incontrate così, in una manciata di giorni e con quei luoghi tanto iconici sullo sfondo. Stonehenge. I leoni di Trafalgar Square. Il Royal Mile. La cattedrale di Winchester. La spiaggia di Hastings. In barca a fare punting sul Cam. Mi fa impressione constatare che c'era più intimità in quelle lettere scritte a mano di quanta non ne abbia mai condiviso dopo, quando alcune di quelle corrispondenze sono diventate email e alcune di quelle facce sono poi comparse su Facebook. E sono ancora lì, solo che pare non abbiamo più tanto da dirci. 

In ordine sparso. C'era B. che era un ingegnere di Belgrado, e solo pochi mesi dopo averlo conosciuto cominciammo a bombardare casa sua, con aerei che partivano anche da casa mia, e lui mi scriveva pure dal fronte, perché a ventidue anni ovviamente fu tra quelli che vennero subito mandati a combattere. Ed io pregavo che non morisse. Non morì. C'era G., con la quale dividevo la camera, che studiava giornalismo e faceva la stagista per una tv locale andando in giro in elicottero. C'erano J. e W., due ragazzi olandesi carini che più carini non si può. C'erano Mignon e Mimi, dalla Svizzera tedesca: la corrispondenza con Mimi da sola era almeno la metà del totale. Lettere piene di mi manchi, di riferimenti a battute che a suo tempo ci avevano fatto ridere tantissimo - che tenerezza rivederle lì sulla carta, e ricordarsi di quelle risate. C'era M., dal Giappone, che poi venne a trovarmi in Italia con un valigione immenso che conteneva pure un kimono da farmi provare - ho la foto di me e lei in kimono, nel soggiorno dei miei. C'era P., il mio insegnante di inglese di cui ero innamorata persa, che scrisse nella "pagella finale": è un'alunna meravigliosa ma deve credere di più in se stessa - sono passati vent'anni, cazzo, e non ho mica imparato un tubo. C'erano poi A&D, la coppia di adorabili pensionati che mi ospitò un'estate e che mi mandavano bellissime cartoline di auguri, parole piene di affetto, regalini che stessero in una busta, e per i quali ricamai due cigni azzurri a punto croce. Mi ha colpito leggere la frase: ho scelto questo biglietto sapendo che ti sarebbe piaciuto. Era così vero, era proprio una cosa da me, e una signora sessantenne inglese, della quale oggi non so nulla, lo sapeva. 

Del resto ci mettevo così tanto di me in quelle righe, in quella carta da lettere scelta con cura, comprata con gioia - ora non saprei manco dove andarla a comprare, la carta da lettere. Forse è per questo che ho un blog? Per tornare ad avere un posto dove rovesciare quel che ho dentro? Sono sempre stata un po' ottocentesca dentro, del resto. Quel che non mi pare di aver più è quella spinta verso gli altri, quel modo di aprirmi e d'esser pronta a imbastire un'altra bellissima amicizia con qualcuno conosciuto su un treno, per dire. Forse era anche una cosa generazionale: Prima dell'alba era il mio film preferito, mi rappresentava.  Il seguito, pure.  Non a caso.

Non so se sono diventata più introversa con l'età o se è stata questa vita da expat a cambiarmi. Ero ancora così quando partii per la Germania. Proprio sul primo aereo che presi conobbi due ragazze: A., algerina emigrata in Germania e fidanzata a un italiano, e K., una tedesca in Erasmus. Con K. ci vedevamo ogni tanto per un caffè nella zona dell'università, a volte veniva pure una sua amica svizzera che studiava glottologia e mi parlava dei dialetti sardi (non è pazzesco?). Con A. ci siamo scritte a lungo- i genitori del ragazzo italiano non la volevano in casa e alla fine si sono lasciati - abbiamo parlato di Islam, di gap culturali, di sesso e di corano. Nemmeno lei so che fine abbia fatto. Di lei non mi restano nemmeno le parole, perché appunto erano già diventate virtuali, e darei chissà cosa per ritrovarle. Ma forse vorrei ritrovare anche un po' di quella me stessa. 

Alla fine ho tolto davvero poco di quella scatola. L'ho infilata in fondo in fondo al mio armadio, dietro ai cappotti che non metto mai.

domenica 16 agosto 2015

sei mesi

La fine delle vacanze ha coinciso con l'arrivo di un'altra attesa fase di "tempesta". Del resto, i cambiamenti sono davvero tanti in questo periodo. È questo il periodo in cui i bambini scoprono che il mondo è un luogo vasto, vastissimo, e loro, per quanto possano strillare, sono al suo confronto piuttosto irrilevanti. Scoprono quindi il concetto di distanza, per cui ci sono oggetti fuori dalla loro portata e persino mamma e papà possono anche allontanarsi e sottrarsi alla loro vista. Sono tutte scoperte terrificanti ed è anche normale non prenderle benissimo, no?

Non a caso è in questo periodo che si fano anche progressi piuttosto importanti. Per esempio, si impara a muoversi! A sei mesi precisi Kiki ha imparato a gattonare. In realtà è più uno strisciare da allenamento per marines. Dal quinto mese aveva dato segnali di essere lì lì per riuscirci ma ogni volta che vedeva davanti a lei qualche oggetto che la interessava agitava gambe e braccia a mo' di aeroplanino, soprattutto. E invece un bel giorno ho comprato una bottiglietta di bolle di sapone e la spinta a cercare di afferrarne una è stata la motivazione che evidentemente le era fino ad allora mancata.

Si capisce quindi che questo progresso significa che di colpo mia figlia è semovente e molto attratta da nuovi e curiosi modi di attentare alla propria vita. Ho una teoria, che siamo tra i mammiferi gli unici i cui piccoli hanno questa forte tendenza all'autodistruzione. Attendo commenti da etologi. Il giorno dopo aver scoperto il dono del moto, mia figlia è riuscita in meno di un minuto, giuro, ad attraversare la stanza, aprire la finestra scorrevole del mobile-tv. accendere sia la playstation che la wii, tirar fuori il DVD di guitar hero e cominciare a crucciarselo felice - in altre parole a fare qualcosa di cui nessuna delle sue nonne è capace. Tre giorni dopo mia figlia ha scoperto l'esistenza del cibo per gatti, e ormai quotidianamente devo risolvere il problema di come sfamare i miei gatti senza lasciar che mia figlia si strozzi con un croccantino royal canin. Una soluzione cui stiamo seriamente pensando è dare ai gatti direttamente babyfood.

Altre cose che ho già tolto dalla bocca di mia figlia circa venti volte: il cavo di alimentazione del mio cellulare (che non lascio sul pavimento, ma ce lo trovo, misteriosamente, ogni giorno. Sospetto la complicità felina); i suoi calzini (che si toglie da sola); tutto quello che fuoriesce dal cestino della carta una volta che è riuscita nell'impresa di ribaltarlo (ormai è un'esperta); le mie scarpe. Inoltre, mentre uno dei gatti ci vede benissimo e quindi si tiene bene alla larga dalla chiassosa bestiolina, l'altra è cieca e capita che la pupa l'afferri per la coda. Chiaramente io faccio il possibile ma è solo una questione di tempo prima che la gatta me la faccia a fettine. È evidente che né noi, né i gatti, né l'appartamento eravamo preparati a questa rivoluzione.

Forse dovremmo procurarci un "box" o come cavolo si chiama quella specie di recinto di gioco per bambini. Che però qui non è affatto comune (l'ho sentito definire "prigione per bambini", i soliti estremismi!) mentre mi dicono i miei amici che in Francia e Germania sia quasi la regola.
In attesa di trovare soluzioni, passo le mie giornate ad inseguirla, e mi rendo conto che sono già distrutta. Non che non me lo avessero detto eh, ma è tipico dei neo-genitori questa fretta di vederli crescere e arrivare allo step successivo, per poi trovarsi a guardare con nostalgia a quelli passati.

sabato 15 agosto 2015

Perché piangono

Qua c'era un post che si è perso e ancora non me ne capacito. Colpa del fatto che come è noto sono una pippa nel multitasking e ho una figlia che da quando è semovente anela all'autodistruzione.

Ad ogni modo, mentre cerco un modo di porvi rimedio e faccio nota di salvare sempre tutto, ripubblico solo la parte cui si è interessata diarista con relativa spiegazione.

Questo schema rappresenta i balzi di crescita del bambino e le conseguenti fasi di tempesta. È preso da un libro che ho solo in svedese, non ne trovo la traduzione italiana ma il titolo tradotto sarebbe più o meno: "Cresci e scopri il mondo - Sette scatti di crescita durante il primo anno di vita del bambino" È stato scritto da due olandesi.

autori: Hetty van de Rijt e Frans X. Plooij
titolo originale: why they cry (1999)
ISBN 91-46-21057-1


Da "växa och upptäcka världen - sju utvecklingssprång under barnets första levnadsår"
il calendario nella foto si legge così:

numeri contraddistinguono le settimane di vita del bambino. I periodi neri sono quelli in cui il bambino diventa più difficile, lamentoso o bisognoso di attenzione, sempre relativamente alla sua natura. La nuvoletta col fulmine indica il picco di nervosismo, la tempesta vera e propria (sempre con un margine di giorni eh). I periodi bianchi sono quelli più sereni, il sole indica il periodo in cui il bambino dà il meglio di sé. Le settimane 29 e 30 (periodo grigio) non sono visibili in tutti i bambini, ma se il bambino in quel periodo è difficile NON è a causa dell'arrivo di un altro balzo di crescita ma solo perché è in quel periodo che si scopre che la mamma può talvolta lasciarlo, si scopre il concetto di distanza. Anche questo è un progresso dopotutto, ma più psicologico che fisico.

mercoledì 12 agosto 2015

che sia un'andata o un ritorno

Alla fine dei miei giorni italiani, mentre mi recavo in aeroporto, il sentimento che mi riempiva era la gratitudine. E questo, nonostante  i nugoli di zanzare, i 36 gradi fissi e il tasso di umidità sub-tropicale che ha messo in ginocchio tutti e tre i vacanzieri scandinavi (me compresa) riducendoci alla semi-immobilità per la maggior parte del tempo.

Sono grata alla mia famiglia per avermi, se non compresa, almeno sopportata e per aver fatto quel che chiedevo loro. Sono grata pure del loro precoce rincoglionimento nei paraggi della pupa, uno spasso. 
Sono grata ai miei amici per aver dimostrato tanto affetto a me e a Kiki. Quando torno a casa ho sempre un po' di ansia all'idea di non poter organizzare rimpatriate sufficientemente bene. Ci sono talvolta degli ostacoli dovuti al fatto che in Italia io non mi sento tanto indipendente - non ho un'auto mia per esempio, né una casa mia. Inoltre ci sono ostacoli che metto io, perché ammettiamolo io sono una pippa col multitasking e sono anche fondamentalmente una couch-potato, per cui una volta che ho raggiunto la posizione orizzontale vacanziera faccio una fatica immensa a mettermi in moto tipo trottola pianificando uscite mondane pranzo, merenda e cena. Un tempo lo facevo eh, ma ormai torno sempre per così poco tempo che non ce la faccio più. Inoltre a questo giro c'era la variabile Kiki, che aggiungeva nuovi ostacoli alla mobilità, cui si aggiunga il suddetto clima equatoriale. Dunque ero molto pessimista e ad alcune persone non avevo detto che sarei rientrata. Questo aggiungeva naturalmente dei sensi di colpa (e quando mai).

Per questo sono stata grata pure allo sceneggiatore, perché nell'unica uscita di 5 minuti a piedi fatta da me e Danne, a tarda sera, per prendere un gelato, una delle mie amiche storiche del Paesello, LaSu, ci ha visto per strada passando in macchina. Ha quasi sbandato. Possibile che fosse proprio Arya che vive in Svezia?? si è chiesta. Beh, bianchi erano di sicuro, si risposta, e quello accanto a lei aveva proprio l'aria del vichingo... È seguito messaggio incredulo via WhatsApp. Al quale ho risposto col capo coperto di cenere, dicendole sostanzialmente di passare quando voleva o poteva, in quella manciata di ore che ancora mancavano alla mia partenza. Ed ecco che giusto il sabato prima del mio volo sono venute a conoscere Kiki le due amiche più antiche. L'Ale si è ovviamente messa a piangere, LaSu mi ha fatto molto ridere, e nessuna pareva essersi offesa. È stato molto bello ed io ne sono molto grata. 

Gli Amici dell'Uni, gruppo che da sempre include la cara Connie, sono venuti a cena da me, in formazione un po' ridotta va detto, sopportando eroicamente mille disagi. E anche questo è stato molto bello. Era la prima volta che potevo incontrare il bambino adottato da due di loro, giunto in patria proprio in contemporanea all'arrivo di Kiki dopo anni e anni di sfibrante attesa. Anche di questo mi sono sentita molto grata, per loro, per lui e pure per Kiki, che ha ricevuto un bellissimo libro personalizzato che immagino tra qualche tempo adorerà.

E infine, sono davvero grata allo sceneggiatore per aver reso possibile l'incontro con Connie e la 'povna. Cosa non facile dato che si tratta pur sempre di periodo di vacanze e di viaggi, e invece tra un viaggio e degli ospiti in arrivo è stato possibile infilare una fantastica serata nella PiccolaCittà. Si parte con un aperitivo che era come un abbraccio, con quei cubetti di cocomero e melone che strizzavano l'occhio alle mie malinconie, uno scambio di libri inatteso e accorto - perché si sa che i bagagli di una mamma sherpa sono un problema, e il libro non a caso era un gioiellino anche nel senso delle dimensioni - e poi una camminata verso il centro di quella città che tanto ha visto della mia vita. Passare una sera così seduta all'aperto, con tutto quel brusio di gente e di vita intorno, un ottimo mojito, un ottimo street-food, tanti sorrisi e la straniante sensazione del sentir parlare italiano ovunque intorno a me è stato fantastico. Perché era tutto così famigliare - i luoghi, i suoni, i sapori - eppure anche così esotico, perché è proprio il tipo di vita che a Nord non si fa tanto, per ovvi motivi. Che è poi la stessa cosa che si potrebbe dire di certi incontri: ci si vede per la prima volta ma si sa già quasi tutto, in pratica ci si conosce, ed è più un rivedersi che un incontrarsi. E come posso non essere grata alla lunga serie di coincidenze, casualità, avvenimenti, link virtuali e fisici, che mi ha portato nel giro di un anno a questa serata?

E adesso vorrei anche scrivere del viaggio massacrante che ho fatto domenica - viaggio che vi giuro era quasi riuscito a spazzar via questo stato di grazia trasformandomi in una belva sudata e inferocita. Abbiamo però ritrovato le temperature a noi congeniali, la casa, i gatti e dopo due giorni persino il bagaglio che ovviamente si erano persi, miracolosamente intatto! Dunque sorvoliamo, dimentichiamo, e torniamo a guardarci indietro con il cuore pieno solo di questa parola: grazie.

martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!



domenica 19 luglio 2015

decluttering

A questo punto non so dire se il decluttering sia la mia terapia o la mia malattia. Di certo, mi fa star bene. Mi fa stare esattamente come un tempo mi faceva stare l'acquisto estemporaneo e un po' annoiato di quando andavo a passare un'oretta da H&M solo perché non avevo di meglio da fare. Che poi è la causa stessa medesima della necessità di decluttering. Sono dunque passata da una dipendenza ad un'altra, come si dice degli alcolisti anonimi, che diventano alla fine dipendenti dai meeting?

In attesa di dirimere questo dilemma, ho scremato lo scremabile e adesso le mie possessioni tessili ammontano ad una cassettiera Malm e ad un mezzo armadio Pax - che immagino diventeranno a breve unità di misura del sistema internazionale. Non male per una che fino a pochi anni fa occupava tre armadi quattro stagioni in altrettante case. Tempo di passare alla stanza da bagno.

Abbiamo quindi finalmente eliminato i cofanetti pucciosi e plasticosi  pieni di ombretti multicolore risultato di anni e anni di regali di natale. Lo so, erano scaduti da millenni, e purtuttavia ancora quasi intonsi. Che lo cogliesse un fulmine, quello che creò l'immane Carillon di Pupa innescando la slavina di trousse in cui annegammo l'adolescenza. Che poi, se già non li usavo allora, quando avevo cattivo gusto da vendere, cinquanta sfumature di ogni colore per truccarmi, figurarsi ora che mi sono definitivamente tramutata in una tristona.

E dunque, via tutto, Si lasciano solo i cosmetici minerali. Un po' perché, si sa, quelli non scadono, e vuoi mettere (bah). Un po' perché sono un ricordo. Di quando uscii in stato confusionale dal Moscone Center di San Francisco, dopo aver dato il mio primo talk ad una conferenza internazionale,  e venni presa d'assalto da due commesse sotto anfetamine di un centro commerciale li vicino. Una pareva Kim Kardashian, l'altra Beyoncé. Mi truccarono facendomi sentire sfigata ma redimibile ed io mi lasciai convincere a sputtanare la diaria della missione in cipria e ombretti a marca Mica Bella che, ne converrete, non ha molte chances di sbarcare mai in Italia. E poi tanto non avevo fame.

In the next episode: la scarpiera ovvero la redenzione di Imelda Marcos.


mercoledì 15 luglio 2015

and I try oh my god do I try

La vacanza dai suoceri ha rinfrancato lo spirito ma anche fatto fare un balzo alla bilancia, maledizione. Urge trovare il modo di pasteggiare 5 volte al dì, come fanno i miei suoceri (evidentemente possessori di metabolismo scandinavo) riducendo le porzioni senza dare nell'occhio. Per esempio potrei mangiare un solo dolcetto con il caffè, invece che uno per tipo. Oppure potrei adottare il masticamento rallentato, cosa che mi permetterebbe di evitare il bis avendo ancora il piatto pieno della prima porzione. It's not rocket science...eppure dopo otto anni non ho ancora imparato.

E pazienza, si torna a casa, ci rimette a dieta e ci si rimette a correre. Sono i giorni di Gothia Cup (1000 squadre di calcio giovanile da 150 paesi del mondo). Il mio quartiere brulica di squadre di ragazzini e ragazzine, li vedi a volte in uniforme, a volte in gruppi disordinati. Io li guardo, specie le ragazze, perché mi ricordano la me di quelle estati in Inghilterra, quando mi trovavo in simili gruppi, a camminare su suolo straniero sentendomi grande e impavida (Ed essendo invece una squinternata con lo zainetto fluorescente). Al al campo sportivo dove vado a correre ogni giorno ci sono partite del torneo. Ieri sera giocava una squadra africana, e mentre correvo un bambino di massimo 4 anni ha lasciato la mamma a suonare il tamburo tra gli spettatori e si è messo a corrermi accanto, un sorriso bianchissimo rivolto in su verso di me. Adorabile e tutto, ma porca miseria che mazzata per l'ego.

Oggi poi Kiki compie 5 mesi e per festeggiare è stata vaccinata per la prima volta. Due belle punture, una per coscia, povera piccola che pianto che si è fatta. Non ci ero preparata alla sofferenza di vederla così disperata e specie la seconda puntura è stata una tortura pura, per me che dovevo tenerla. Ora è di pessimo umore e aveva quella faccia lì, sapete, quello sguardo di chi per la prima volta si rende conto che il mondo è pieno di stronzi. Col cavolo che mi fido ancora delle graziose infermiere, pareva dirmi, e tu l'hai lasciata fare. Quanto è dura crescere.

mercoledì 8 luglio 2015

Amazing grace

Siamo stati all'appartamento che era di Mormor, la bisnonna, che verrà presto venduto.

Bisogna decidere cosa tenere, cosa vendere, cosa dar via. Una cosa già vista e già sofferta, alla morte dei miei nonni, quando il peso di quel loro accumulo di decenni ci è piombato addosso d'un colpo. E come allora penso a come sia strano il rapporto dell'uomo con le cose. Come fossero amuleti per la felicità, non è l'uso che si fa di esse che può darci piacere o sollievo, spesso è il solo possederle e immaginare il loro prender posto nel nostro futuro. Fino a che non lo prendono tutto, il posto. E chi resta si trova a raccogliere il più possibile per non tradire quella speranza ingenua, perché disfarsene sarebbe come dire alla memoria di chi non c'è più che tutto è stato vano. E dunque apriamo armadietti e riempiamo scatole, e portiamo con noi talvolta il ricordo e talvolta il valore, ma col cuore pesante, come le nostre braccia, perché in fondo sono solo cose, cose di cui nessuno ha davvero bisogno, ma sono le cose di Mormor.

Che strano essere lì in quelle piccole stanze dai mobili antiquati, con ancora tanti oggetti del quotidiano intorno. In freezer ci sono ancora gli ultimi dolcetti sfornati da Mormor, poco prima che ci lasciasse, sono la nostra fika di oggi. Facciamo un caffè nella sua cucina, lo beviamo nelle sue tazzine. Che strano vedere Kiki che si rotola sul suo tappeto. Che strano il sole in quel terrazzino ora sgombro. Che strana la morte e la vita e noi che vi stiamo in mezzo.

Mormor aveva lasciato scritto come voleva che fosse il suo funerale e quel che voleva i medici facessero o non facessero. Mia suocera trova un gran conforto in quel sapere d'aver fatto come voleva lei, e nel sapere che se ne è andata più o meno come avrebbe voluto. È importante, mi dice, per chi resta. Nulla ti ricorda che non hai più radici come questo genere di riflessione. Eppure hai rami e forse per questo hai perso il diritto di alzare solo le spalle e dirti che in fondo non importa.

domenica 5 luglio 2015

recharging

Forse mi alimenta un pannello solare e con tutta la pioggia di giugno devo aver scaricato tutta la batteria. Ecco come mi sentivo, la scorsa settimana, quando finalmente sono iniziate le vacanze e nel primo giorno di estate vera ci siamo messi in auto, due gatti urlanti, una bimba di quattro mesi e due adulti semidistrutti, alla volta di casa dei suoceri e dei boschi di Småland.

Ma la pioggia non era l'unica cosa che aveva scaricato la mia batteria. Da molte settimane la suddetta pupa ha deciso di non dormire più la notte, cosa che faceva con discreta regolarità dal secondo mese, illudendomi che il peggio fosse alla spalle. Maddeche. Il peggio, mi dicono, è sempre e comunque davanti. Non solo: i giorni, quei giorni di pioggia e di freddo e di frustrazioni varie, quelli durante i quali secondo i più "ma tu tanto recuperi",  li passava a strillare, reclamando un'attenzione costante. Io sono insonne come mio solito, di giorno non ho mai potuto dormire nemmeno da piccola, quindi quando Kiki collassa dopo ore di pianti riversa su un tappeto, con la faccia spalmata su un qualche giocattolo e il volto paonazzo e rigato di lacrime (such a drama queen) io non posso cogliere l'attimo e schiacciare un pisolino. No. Di solito faccio lavatrici (montagne) pulisco lettiere (altre montagne) faccio uncinetto sostanzialmente per calmare i nervi. E il senso di inutilità imperante.

Ecco perché alle vacanze ci sono arrivata in ginocchio. Perdita della memoria a breve termine, male alle gambe, capelli bianchi a ciuffi, un orzaiolo e una generale voglia di sbattere fortissimo la testa al muro. Poi mi sono ricordata che ho un libro che mi hanno prestato, scritto da due olandesi, sul primo anno di vita del bambino. Io odio leggere i libretti di istruzioni e pure i mobili ikea li monto di testa di mia, figurarsi che voglia avevo di un manuale di puericultura. Per giunta in svedese. Hanno dovuto insistere. Chiedermelo almeno dieci volte, da quando ero incinta al quinto mese: ma il libro l'hai letto? davvero, leggilo. 

E alla fine un occhio ce l'ho buttato. Il libro parla dei sette scatti di crescita del bambino, che si presentano come periodi di tempesta cui segue una gran calma. Avvengono per tutti negli stessi periodi. Il bambino sente che qualcosa di grande e destabilizzante sta avvenendo e per reazione diventa più appiccicoso, mostra emozioni in modo più violento e repentino, reclama più attenzione e contatto. E passano per tutti, più o meno indipendentemente da quel che si fa per sopravvivere loro. Il libro mette pure un calendario. Dunque vediamo, periodi di merda: tra la 4a e la 5a settimana, tra la 7a e la 9a, tra la 11a e la 12a, tra la 14a e la 20a...
Sei settimane di inferno. Tra la 14a e la 20a. Indovina a che settimana stiamo. "Questo periodo è più lungo dei precedenti e ai genitori può sembrare infinito". Ah ecco.
Io a questo calendario non ci credevo e non ci volevo credere ma finora non abbiamo sgarrato di una settimana (che culo).

Il libro riporta anche testimonianze dirette e fa la lista dei pensieri deleteri che in quei momenti di tempesta si finiscono per fare. Ci si sente molto poco originali a leggerlo. Nulla di speciale nel mio sconforto. Nulla di unico nemmeno nel fatto che avrei voluto passasse non dico l'uomo nero ma almeno la befana, che se la portasse via una settimana. Una settimana di sonno. Sonno e mohito. E poi sonno. Magari al sole, così ricarico pure il pannello.

E alla fine sono arrivate le ferie, sono arrivati i trenta gradi, e siamo arrivati dai suoceri senza ammazzare nessuno nelle cinque ore di auto coi gatti matti. Una settimana tra i boschi, cieli azzurri e laghi incorniciati di verde, liberi da ogni altra incombenza, con mia suocera che ci riempie di cibo e dolcetti e fragole appena colte e si smazza pure la pupa. Che peraltro avrà controllato il calendario pure lei e ha ridotto drasticamente i pianti in favore di gran risate e sorrisoni. Amore di nonna. Manca il mohito, quello sarà dura che me lo porti la suocera, ma mi ha detto che posso portarmi a casa il limoncello che le regalai temporibus, ché tanto nessuno lo beve.

lunedì 22 giugno 2015

i get knocked out but i'll get up again

Ho ricominciato a correre. In sommo ritardo rispetto alle mie iniziali, ottimistiche fantasie. Causa fiacca, ovviamente, ma anche, come si è detto, causa tempo di cacca. Fa pure rima.

E lo so che in Svezia il maltempo non esiste: there's no bad weather, only bad clothes. È che, oltre che di stamina, resilienza e motivazione, io sono sprovvista pure di vestiti adatti al correre nel nubifragio. Rimedieremo, non prima però di aver corso tutta l'estate. Quando si tratta di acquisti relativi a fitness e simili mi impongo un tempo di decantazione di circa due anni. Il fatto è che ho alle spalle una lista imbarazzante di acquisti impulsivi risultato di attacchi di panico da prova costume.  Sorvolo.

E dunque, piano piano, si diceva, si corre. L'anno scorso avevo cominciato a seguire questo programma. Ero arrivata circa a metà quando scoprii di essere incinta e l'ostetrica simpaticona mi proibì di continuare. Andò così. Mi disse: puoi continuare se è tanto che corri. Ed io tutta orgogliosa: sono ben tre mesi! E lei: ah per un attimo ho pensato tre anni. Scordatelo baby. Passeggiate e bicicletta.

Adesso è passato un anno,  e si ricomincia notando che nel frattempo si è perso tutto il (poco) tono muscolare che si aveva. Gran batosta per l'ego. Vado al parco a correre e mi sento morire, in più coi tutori per le mie malandate ginocchia sembro un po' Forrest Gump prima che gli comprassero le Nike. A tutti i jogger seri che incontro e che temo mi guardino con commiserazione (in realtà si fanno gli affari loro naturalmente) vorrei fermarmi a dire: no, ma guarda, non capisci! lo so che sono una schiappa ma almeno corro! come diceva De Coubertin? eh? eh?

In realtà, il jogging è al parco è una delle attività in cui percepisco di più il senso di community. Il senso da "siamo tutti sulla stessa barca". Perché per ogni jogger serio - tipo quello che alla locale maratona, tempo fa, fu preso da un attacco di diarrea e pur di non smettere di correre decise di farsela semplicemente addosso e di tagliare il traguardo completamente marrone. Giuro - per ogni jogger fanatico, dicevamo, ne trovi a pacchi di casi umani tipo il mio. La cosa più divertente è poi quando io e Danne ci alleniamo contemporaneamente, portandoci dietro Kiki nel Coso. Facciamo i turni a spingerla e lei ci guarda seria e sta buonissima.

I risultati sono per ora sconfortanti. Uso massiccio di Voltaren e quasi nessun miglioramento estetico. So bene che non riuscirò ad arrivare in fondo al programma entro agosto, come mi ero ripromessa, e pertanto si dovrà continuare anche con la brutta stagione la stagione peggiore. Ma almeno come premio mi comprerò i pantaloni lunghi.

giovedì 18 giugno 2015

thursday never looking back it's friday i'm in love

Dunque, pare sia Midsommar. Il che parrebbe indicare che l'estate sia quantomeno iniziata.
In realtà abbiamo finora avuto un solo giorno con più di 25 gradi - e il maggio più freddo a memoria d'uomo (vabbè forse esagero, la mia di sicuro). E si va in giro con il kway sempre dietro e tutto sommato questo in Toscana potrebbe benissimo passare per Marzo. Ma insomma, normale amministrazione e ci si accontenta, almeno c'è una sostanziale differenza: la luce. Ci si prepara per andare a letto che fuori c'è ancora il sole e quando la scimmietta si mette in testa che le quattro del mattino sono un'ora perfetta per la colazione ci si rende conto che fuori è giorno pieno, e quindi forse è per questo che è un po' sfasata.
Anzi forse è solo il suo 50% svedese che si palesa. E mi rendo conto che dopo anni di questo clima si è prodotto persino in me quel particolare fenomeno scandinavo che vado a spiegare.
Gli svedesi, quando è bel tempo, vengono presi dalla frenesia del fare cose all'aria aperta. Una mia amica svedese mi disse che al ritorno da una vacanza in Italia era sfinita perché essendoci sempre stato il sole non si era data un minuto di tregua, nemmeno una mattina in cui si dorme fino a tardi. Questo forse spiega come mai i nordici, in linea di massima, tendono a fare quelle vacanze che poi torni e hai bisogno di un'altra vacanza per riprenderti. (Tutti gli altri tendono a fare vacanze alcoliche, ma anche da quelle riprendersi è dura).
Il sole fa sì che in pratica non si fermino un minuto. Escono dal lavoro e corrono a fare qualcosa, a sfruttare tutte queste ore di luce serali. In pausa pranzo sono tutti a prendere il sole. La mia vicina di casa, anni 65 e svedese doc, al momento passa ogni ora di sole (tra una pioggia l'altra) nel giardino condominiale e ora ha più o meno questo aspetto:

E insomma, ora lo capisco.
Mi alzo, dopo le mie 4 ore di sonno ininterrotto, vedo il sole, vedo che il prato davanti casa è disseminato di gente che prende il sole o che corre o che passeggia e mi scatta subito l'imperativo interiore. Non bastasse quello, dovrei comunque rispondere alla domanda del consorte che rientra la sera: ma come non sei uscita oggi? il sito delle previsioni del tempo dice che dalle 3 alle 3 e mezza c'erano almeno 23 gradi e il vento si era abbattuto del 20%, condizioni ideali! Dunque mi rendo conto di trasformarmi in una specie di bianconiglio della disoccupazione: devo fare presto! devo uscire finché è bello! sbrigare sommariamente le faccende domestiche, arraffare provviste, cambi e lattante e precipitarmi fuori col mio fido Coso carico come uno sherpa, pronta a fronteggiare ore e ore all'aria aperta e tutti gli eventuali cambi climatici.
L'estate svedese è una faticaccia. Menomate che dura poco (scherzo).

lunedì 15 giugno 2015

quattromesi

Kiki ride. Ride quando la si cambia, quando la si guarda e le si sorride, quando vede passare un gatto, quando si sveglia, quando si vede allo specchio, quando le si fanno le pernacchie sulla pancia. Quando la si solletica sotto al collo ride proprio come un adulto e i suoi genitori con lei.

Kiki parla, nella sua lingua buffa, parla così tanto che quando è in giro nel suo passeggino tante persone si fermano a guardare e raccontano dei loro figli e dei loro nipotini. E questa non è cosa da poco in Svezia.

Kiki guarda. Guarda il mondo coi suoi occhi grandi e attenti e la faccia seria. Guarda le sue mani per ore. Guarda i suoi piedi. Guarda le api nella giostrina e i pesciolini di stoffa appesi nella babygym di Pingu. E adesso, da qualche settimana, ha imparato ad acciuffarli e a tenerli bene stretti nei suoi pugni per osservarli meglio. E infatti ultimamente, Kiki afferra, stringe e tira: capelli, code, occhiali, orecchie, nasi.

Kiki si gira. La mamma l'ha lasciata sdraiata di schiena e quando si è voltata di nuovo l'ha trovata sulla pancia. Le è quasi preso un infarto, e ha capito come mai tanti film horror abbiano bambini e bambole nel loro plot. Naturalmente, Kiki odia star sulla pancia, dunque le conseguenti arrabbiature hanno favorito il suo imparare a voltarsi anche nell'altro senso. Come già detto, Kiki è molto mediterranea nella tempra.

Kiki inoltre morde. Perché Kiki ha messo due denti, e deve essere davvero sensazionale passare da zero a due denti nel giro di ore, perché adesso non può che tenere sempre una mano in bocca a controllare che siano ancora lì. E se non è una mano, è qualsiasi cosa passi a tiro. Specie se non è stata prima lavata o almeno privata degli imperanti peli di gatto.

Si apre parentesi necessaria. A quanto pare diverse persone toglierebbero la patria potestà per questa cosa dei peli di gatto. Quelle per esempio che, quando Kiki aveva un mese circa hanno esclamato sconvolte: ma come, li avete ancora i gatti? Beh sì francamente ai suoi genitori non era mai venuto in mente di sopprimerli...e poi sarebbero loro quelli strani eh. Ebbene sì, con Kiki vivono due gatti da appartamento che in questa stagione lasciano in giro pelo sufficiente a farci due gatti nuovi ogni settimana. Però sono pulitissimi e, per quanto stronzi come tutti i gatti, parecchio meno di certa gente. Chiusa parentesi.

E insomma, riassumendo, Kiki cresce. E il tempo è diventato un concetto davvero strano. Va veloce, va lentissimo. La sua mamma si guarda indietro e non si ricorda più com'era vivere prima, guarda avanti e non sa immaginarsi niente. E vorrebbe premere avanti veloce, perché non vede l'ora di conoscere la piccola donna che sta dietro quella voce, quelle risate e quelle arrabbiature, sentirla parlare, sentirla parlare italiano. Oppure anche riavvolgere il nastro, perché guardando i vestiti che non le entrano più non se ne capacita e in fondo nella sua testa sostanzialmente è come se fosse appena nata.

Un giorno, quattro mesi, c'era la neve e adesso è estate.

lunedì 1 giugno 2015

farewell

La nonna di Danne ci ha lasciato.
Aveva 93 anni e viveva da sola a circa 50Km dai genitori di Danne. Era due volte vedova. La prima volta, aveva forse vent'anni ed una bimba appena nata. La seconda, erano gli anni ottanta. Nel mezzo ai due matrimoni c'erano stati lunghi anni di ristrettezze economiche, di vita da madre single e lavoratrice. E dopo anche il cancro, e poi, infine, la vecchiaia: poteva muoversi poco e non ci vedeva quasi più. Quando il secondo marito era morto, aveva venduto la casa e si era trasferita in un piccolo appartamento, come è cosa comune qua, cedendo quasi tutti i suoi mobili e le cose per le quali non avrebbe più avuto spazio.

Altissima, ancora, nonostante il peso degli anni, i capelli candidi come vengono solo ai biondi e gli occhi blu velati dalla cataratta, così l'ho conosciuta anni fa, durante il mio primo viaggio in Svezia. A casa sua, nel suo salottino ingombro di mobili antichi e i vetri pregiati, mangiammo salmone, patate e salsa di spinaci. E torta di fragole per dessert - le dolcissime fragole svedesi che ci sono solo a luglio inoltrato. Sul tavolo aveva messo i candelabri delle grandi occasioni.

venerdì 29 maggio 2015

I don't like you you can't stand me I can't love you anymore than this

Questa settimana l'incontro del gruppo di genitori organizzato dall'ambulatorio pediatrico si è tenuto alla locale "öppna förskolan" ossia "l'asilo aperto" che immagino in italiano possa essere tradotto con ludoteca. Si tratta di un luogo dove il comune mette a disposizione due educatrici, una cucina e una grande stanza piena di giochi. Lo scopo sarebbe offrire un luogo dove i genitori in congedo possono frequentare altri adulti mentre i bimbi giocano evitando così di uscire di testa causa prolungata solitudine a casa. Non costa niente e non ci si deve iscrivere, l'idea è di poterci andare in qualsiasi momento senza porsi troppi problemi.

Ogni giorno alle 11 si canta, e mentre ero li ho assistito ad uno di questi eventi. Sostanzialmenmte, essendo i bambini in genere sotto l'anno (età minima per essere ammessi all'asilo, non esistendo, in Svezia, il concetto di asilo nido) queste sedute vedono soprattutto i loro genitori, seduti per terra in circolo, cantare i "classici". Classici per loro, ovviamente, per me erano cose mai sentite e mi son trovata a pensare che dovrebbero prima darmi i testi se vogliono che canti anche io.

Immagino che cose simile esistano ovunque. So di averne viste spesso nei film e nelle serie tv americane o inglesi per esempio e di aver sempre pensato che fossero un'esagerazione cinematografica...e invece dal vivo non mi è sembrato meno terrificante. Venti tra uomini e donne adulti che seduti in cerchio cantano "the wheels on the bus go round and round" sono una scena che vista da fuori risulta quanto meno comica. E mi chiedo se davvero uscire di casa per andare a fare questo sia davvero un modo per slavaguardare la propria sanità mentale!

Invece i bambini, nonostante siano per la maggior parte troppo piccoli per cantare o prendere parte alla cosa, sicuramente trovano la compagnia degli altri bambini molto interessante. E capisco che andando all'asilo molto più tardi rispetto agli altri paesi europei sia anche giusto che abbiano modo di frequentare altri bambini. Insomma l'idea alla base mi pare encomiabile, è che non riesco a immaginarmi in questa situazione.

Dunque si comincia già con quello che temevo sarebbe stato uno dei miei più grandi ostacoli: come riuscire ad evitare che la mia indole da orso non si ripercuota su quell'anima innocente di mia figlia. E mica solo quella da orso, che di atteggiamenti potenzialmente deleteri ne ho a iosa. Mi dovrò fare forza e andare a cantare in circolo per la prima volta da quando a dodici anni mandai a quel paese quelli dell'oratorio estivo?