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domenica 9 aprile 2017

la banalità del male

Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.

E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.

Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.

Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.

Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.


venerdì 9 gennaio 2015

quand on n'a pas d'arguments, on tire

Dopo tanto covare, perché a me la rabbia ammutolisce, provo a spiegare perché ieri mi è parso si sia toccata una nuova vetta d'orrore.

Perché dopo una bomba alla stazione continueremo a prendere treni, pur piangendo, pur con paura, perché non ci sono altre possibilità e la vita va avanti, è sopravvivenza, mica eroismo, è quello che evidentemente fanno quelli che vivono in certi luoghi dove certe cose sono frequenti. E dopo che un giornalista d'assalto è stato freddato per aver scritto o indagato su qualcosa di scomodo, ci sarà un altro giornalista innamorato della verità che indagherà a sua volta su quella morte, e che farà venir fuori la storia. Ci sarà la potenza dell'indignazione, ovviamente, e il desiderio di celebrare il coraggio, l'orgoglio per le proprie idee.

Ma essere uccisi per una battuta, è una cosa un po' diversa. Fare battute e vignette difficilmente passa per eroismo, tanto che qualcuno pure dice che se la son cercata. Fare battute e vignette difficilmente passa per sopravvivenza. E dunque ho paura, più di sempre, che questo attentato sia andato più a segno di tutti, e che oggi siamo tutti Charlie, ok, ma da domani forse prima di fare una battuta su certi argomenti ci si penserà due volte. Non per vigliaccheria, che pure sarebbe umana e non certo condannabile. per lo meno non da me, ma per oggettiva mancanza di voglia di ridere. Che mica si può ridere per forza, a comando, di tutto. Oggi già c'era chi chiedeva a quelli del Vernacoliere "avanti su, fate una vignetta anche voi, non avrete mica paura?"

E allora la mia reazione oggi, è stata quella di tornare a cercare vignette e video satirici in cui siano stati presi di mira i fondamentalismi. Solo poche settimane fa John Cleese infatti diceva: i fondamentalismi sono intrinsecamente ridicoli. Per questo sono perfetto materiale di satira, perché sono l'emanazione di una ovvia mancanza di intelligenza che porta a prendere le cose alla lettera. Purtroppo, per questo stesso motivo, ridere dei fondamentalisti, e degli stupidi, chiunque siano, è anche pericoloso.

Continuiamo a ridere, oltre alla rabbia, ai dibattiti, alla solidarietà per chi non c'entra niente e ci finisce in mezzo, oltre ai banner e ai necessari propositi di investimenti in educazione, istruzione, tolleranza, continuiamo a ridere di "loro". E quando dico loro intendo gli stupidi. Sia quelli che hanno fin troppa facilità a reperire un mitra, purtroppo, sia quelli che magari questa non ce l'hanno ma invocano comunque censure, querele e pene di morte. E ti chiedi se per caso, ce lo avessero lì a portata di mano pure loro, e nulla da perdere, non lo imbraccerebbero eccome.

giovedì 23 ottobre 2014

And the boys chase the girls, with curls in their hair

Tra i commenti al blog di elasti ho trovato alcuni video pubblicitari di prodotti per la cura del corpo che sembrano aver abbracciato il problema di come le donne si vedono.  Si tratta di più di una marca, segno che questo è stato riconosciuto come un buon approccio pubblicitario. Del resto, dopo tanto parlare di quanto l'immagine del corpo femminile ci avesse condizionato in negativo, le pubblicità che più fanno mostra di corpi femminili e sono rivolte alle donne - innegabilmente, quelle di cosmetici - erano finite sotto esame.

In particolare mi ha colpito questo:



In effetti non so come mi descriverei, ma sono sicura che ho per gli altri molta più indulgenza che per me stessa. Difficilmente descriverei una terza persona inbase ai suoi difetti, penso che i pregi mi colpirebbero di più. Di me, non so, non mi è mai capitato di doverlo fare.

Su altri blog in questo periodo (qui, qui e qui) si è parlato di come sia importante talvolta percepire l'effetto positivo che la nostra apparenza (gnocchitudine, per la precisione) può attuare sugli altri, specie in contesti professionali, o comunque in contesti di relazione con un pubblico di persone che non sono amici, famiglia, comfort zone. Io mi ricordo che quando andavo ai congressi, dedicavo quasi egual attenzione all'estetica del mio powerpoint e della mia presentazione, che alla mia. E non è che ci andassi per stendere qualcuno: era più che altro come mi sarei sentita io in quei panni, il punto. Anzi, a guardar bene, serviva parecchia pianificazione per far sì che tutto paresse casuale e senza sforzo, perché questo avrebbe compromesso il mio sentirmi a mio agio. Nel mio caso (penso che dipenda da persona a persona) si trattava di tacchi alti e qualche aderenza, e soprattutto il trucco che c'è ma non si vede (leggi un buon fondotinta, che pare niente ma un brufolo sul mento secondo me metteva di malumore pure Marie Curie). Tutte le volte che non ci ho badato (perché son pur sempre una cazzona, e a volte ho pensato di non aver tempo per queste quisquilie) la mia presentazione ne ha risentito. Cambiava la mia percezione di me, che si specchiava nelle facce degli altri, un meccanismo che penso abbia tutte le caratteristiche del circolo vizioso.

Parimenti, è molto frequente che una donna si approcci ad unscire da tutti i momenti di cattivo umore, tristezza, insoddisfazione facendo qualcosa che la faccia sentire dentro come se sembrasse più bella fuori: andar dal parrucchiere, cominciare una dieta o uno sport, andar dall'estetista. Ma nasce prima l'uovo o la gallina? si esce dal malumore perché la nostra immagine migliora, o la nostra immagine migliora perché abbiamo semplicemente fatto qualcosa per uscir dal malumore? Io la risposta non ce l'ho. Lo dicevo poco tempo fa, che spesso farmi la piastra al mio cespo di capelli crespi mi fa vedere il mondo sotto una luce migliore.

Questo è del resto il periodo che più di tutti mi mette faccia a faccia con questo dilemma, e se parlava di qua. Il mio aspetto esteriore è cambiato, è una cosa che non riconosco mia. Oltretutto, temendo l'effetto che tale presa di coscienza potrebbe avere su di me, non mi guardo poi molto allo specchio, e alle tante richieste di "foto della pancia" mi trovo a rispondere in preda allo scoramento (perché non ne ho, in pratica, e non so come dire che l'idea non mi entusiasma quanto sembra entusiasmare gli altri). La conseguenza paradossale è che io non so effettivamente quanto io sia grossa. Nella mia testa sono, alternativamente, molto più grossa o molto più piccola di quanto non sia in realtà.
Contemporaneamente, sono venute a mancare le classiche metodologie per porre rimedio alla conseguenza di vedersi allo specchio come non ci si vorrebbe. Non riesco a fare più di tanto sport per esempio, perché ho dolori ovunque e vado in affanno facilmente. E di certo non trovo senso nel mettermi a dieta se comunque quel che dice la bilancia è destinato ad aumentare. Ossia, per tornare al tema di partenza: mi manca la validazione esteriore per un processo che in ultima istanza dovrebbe migliorare il mio stato interiore. Lo sport e la dieta, da soli, senza specchi, non hanno il potere di migliorare come mi sento dentro.

Non credo che le donne siano le uniche ad avere a che fare in questo modo con la loro immagine ormai, anche se penso che su di noi la pressione sia innegabilmente maggiore. Per esempio, quando vado a trovare mia nonna, faccio in modo di avere un aspetto impeccabile più che uscissi con gli amici, perché la sua immancabile frase "ti mantieni sempre bene", detta, lo giuro, con un velo di delusione, mi comprova che la pressione c'è. Mio fratello ci può andare con dieci kg di troppo e a lui non dirà niente, stiamone certi. Però il mondo la fuori è cambiato (per fortuna o purtroppo?) e adesso anche gli uomini dopo una crisi sentimentale corrono subito in palestra.

Dunque che si fa? Da un lato è importante imparare a convivere coi tratti di noi che non sono alterabili, almeno in linea di massima - smettendo così di enfatizzarli, come fanno le donne del filmato. Dall'altro forse voler migliorare quei lati oggettivamente migliorabili non è un segno di vacuità o di superficialità: un miglior tono muscolare, un chilo in meno, cosmetici affidabili... Ma è un equilibrio difficile. Penso che lo sforzo per tenermi in forma sia altra cosa che un'iniezione di botox, o quelle mostruosità che le ex-bellissime attrici si impiantano sotto gli zigomi o si iniettano nelle labbra risultando terrificanti, ma nel mezzo ci sono mille sfumature in cui perdersi. Per esempio, si dice che la Magnani dicesse alle truccatrici: non mi nascondere le rughe, ci ho messo tutta la vita a farmele venire. Io, lo confesso, mi tingo i capelli e non credo che avrò mai il coraggio di smettere. È dura.

giovedì 6 febbraio 2014

the gender equality paradox

Ho visto questo documentario molti mesi fa e mi ha dato molto da pensare.
Ha contraddetto molte delle mie convinzioni, ma non tutte, e mi ha sicuramente offerto un punto di vista apprezzabile, nel senso che non l'ho trovato fazioso.
Faziosi sono i commenti che lo accompagnano su youtube.'
Faziose sono certe definizioni date da altri di questo documentario: come far tacere una femminista in pochi secondi, come distruggere le loro argomentazioni, guarda come la femminista ti odia quando le dici una verità scomoda.
Da scienziata, mi piace quando vengono esposti dati, risultati di studi, e quando si possono ascoltare i pareri anche contrastanti di più ricercatori. Da scienziata, tendo ahimé a guardare un po' dall'alto in basso gli studi sociologici fatti col cuore e con le opinioni prima che con il microscopio, ecco. Però, da appassionata di psicologia e sociologia, trovo i gender studies importantissimi e appassionanti. Da donna, e da femminista, trovo fondamentale che ci si interroghi al riguardo.
 Inoltre, quando ho visto per la prima volta il filmato, su youtube non era ancora partito il flame, ecco, i commenti cretini erano assenti ed io me lo sono guardato e goduto immensamente. Per questo spero che sia ancora possibile guardarlo con gli stessi occhi, ignorando che queste cose cerca di usarle per i loro comodi e i loro personali scopi ideologici.

Alla fine, le statistiche sono utili, ci raccontano qualcosa, ma non ci raccontano le singole persone.Secondo me non c'è niente di abominevole in una statistica che ci dice che la maggior parte delle donne ha problemi ad orientarsi, o che la maggior parte degli uomini non ha un talento per le lingue straniere. Non lo trovo pericoloso in sé - specialmente perché è platealmente vero. Io per esempio ho un buon senso dell'orientamento e so sempre più o meno dove sta il nord, senza doverci pensare - ma la maggior parte delle mie amiche si perde facilmente. Un mio amico di mestiere fa il controllore di volo in Germania e mi ha raccontato della durissima selezione a stadi successivi. Fino alla prova di orientamento le donne erano il 50% dei candidati, dopo quella prova sono state quasi tutte eliminate. Io sono sicura che questo non può essere ragionevolmente ascritto al solo sessismo, e introdurre le quota rosa in quella specifica selezione, con quegli specifici candidati, avrebbe potuto in effetti far passare dei candidati meno adatti a quel lavoro.

È un tema rischioso e difficile, e troppo sensibile. Perché introdurre il concetto di differenze di genere innate può essere facilmente strumentalizzato da gente che la userebbe come ragione per tenere le donne a casa a far la calza. L'idea che la differenza intellettiva fosse biologica era di fatto la scusa per negarci pure il diritto di voto, con la storia dei grammi di cervello in meno. Per me, basterebbe far capire che il valore di una persona non è in discussione, che l'intellligenza e la stupidità sono equamente distribuiti tra i generi. Forse non si può dire altrettanto degli interessi e delle pulsioni personali: ma questo non giustifica la polarizzazione bianco-nero imposta dalla nostra società, sfruttata ignobilmente dalle logiche di marketing e di conseguenza rafforzata nella percezione collettiva..

Un buon modello educativo è infatti, secondo me, quello svedese, dove a scuola si insegna a tutti, maschi e femmine, sia economia domestica che educazione tecnica, entrambe le cose con tanto di laboratorio pratico. Così tutti imparano tutto: cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato, lavorare il legno, costruire circuiti elettrici etc. Dunque, le ragazze che hanno interessi tecnici saranno libere di svilupparli prima dei 20 anni (quanto mi sarebbe piaciuto!) e i maschi imparano a fare tutto in casa senza sentirsi degli eroi (quando va bene) o sminuiti nella loro virilità (quando va male). Poi però, una volta che vanno all'università, nemmeno qui in Svezia le donne ingegnere sono il 50%, né gli uomini che studiano lingue o fanno l'educatore d'infanzia. È davvero un problema? Le persone vanno lasciate libere di scegliere in pace - senza condizionamenti culturali né da una parte né dall'altra. Perché io temo che nel numero "stranamente" alto delle donne indiane che studiano informatica (per dirne una) non ci siano solo quelle davvero interessate, ma anche e soprattutto quelle che sperano di venir considerate meglio di un cane una volta che avranno ottenuto un lavoro da uomo...queste non sono pari opportunità, secondo me, tutto il contrario.

Piuttosto mi chiedo questo: anche accettando che esistono dei campi prettamente maschili e degli altri prettamente femminili, come mai ai vertici di entrambi ci sono comunque uomini?


Ma ci sarebbe così tanto da dire, e ho davvero paura di fare un danno ogni volta che mi approccio a questo argomento. Come se il fatto di non poterlo esaurire mi mettesse a rischio di dare una visione parziale, e dunque meno equilibrata.