Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.
E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.
Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.
Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.
Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.
diventa statistica, come tutto il resto... come sei brava tesoro
RispondiEliminama grazie...troppo buona :-*
EliminaOnestamente io vivo nel terrore che non è bello.... e so che è sbagliato ma è una cosa irrazionale e che non controllo...
RispondiEliminai nostri sentimenti non possono mai essere definiti sbagliati. Non è che io sia serena, sai, è solo che noto che, paura o meno, non ci sono azioni concrete che mostrino un cambio di approccio alla vita. Un tempo si poteva dire: evita le stazioni, gli aeroporti...adesso, boh.
Eliminasì, nel giro di mezz'ora dopo l'incidente di Londra io avevo 3 messaggi Skype e diverse persone che mi scrivevano su fb. Perché chiaro che magari su quel ponte ci sarei potuta essere davvero, proprio in quel momento, se fossi andata a quel colloquio a cui andai ad ottobre. Quindi anche io alla fine scrivo "tutto bene" su fb e il giorno dopo c'era quello ad Anversa (che non ha ucciso nessuno, ma era un'auto in zona pedonale) e i miei amici napoletani avevano le bacheche inondate di "come state?"
RispondiEliminaPoi tutto diventa statistica, certo. E si tira avanti, chi ha paura e chi meno.
Penso al mio amico polacco Marcin, un ragazzo che aveva girato il mondo ed è stato investito mentre tornava a casa a Londra. In una strada a caso. E nessuno ne ha parlato. E fa strano.
Ma poi questi di Stoccolma erano chi? Ormai mi pare che più che l'internazionale del crimine sono singoli individui che commettono atti non molto diversi da quelli che vanno nelle scuole statunitensi e sparano alla ex moglie, al figlio e nell'impeto del momento anche 2 altri bambini.
Ma infatti è questo che volevo dire: quando gli atti terroristici diventano così "frazionati" è quasi impossibile distinguerli da altri eventi luttuosi nei confronti dei quali non ci poniamo però allo stesso modo. Un camion che perde il controllo e fa quattro vittime può essere pure la descrizione di un incidente stradale. Uno che va e fa una strage in un luogo pubblico o in casa può avere per movente anche la mera follia e ne abbiamo visti a bizzeffe di casi simili. Leggevo che pensano a modi di rendere più difficile rubare un camion ma alla fine abbiamo tutti un'auto ed è altrettanto letale lanciarla sulla folla. Insomma, alla fine, tutto si fonde e diffonde e mi chiedo cosa resti.
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