Quando ero piccola mio padre lavorava in una vecchia fabbrica di non so cosa, dismessa e riadattata a contenere laboratori di ricerca, nel bel mezzo della città. Era una specie di immenso labirinto pieno di scale, corridoi e strane piccole finestre che lo rendevano globalmente molto buio come edificio. C'era un'officina dove si costruivano strani pezzi di metallo e di vetro, fondamentali per complicati esperimenti, ma anche oggetti molto profani, per favolosi divertissement, e vi regnava un globale menefreghismo per le regole di sicurezza. Se avete mai conosciuto dei vecchi scienziati, quelli per dire che fumavano mentre buttavano un occhio alle sintesi in corso sotto cappa, saprete che c'era ben poco che potesse spaventarli.
Per me bambina era fantastico passarvi del tempo. Lì imparai ad usare un computer col mouse. In vetreria il mastro vetraio creava per me bellissime ampolline. Soppalchi, dislivelli, rampe, passaggi segreti. Nell'ufficio di mio padre c'era una foto di me e mio fratello all'asilo, infilata nella cornice polverosa di una vetrina. In seguito, quando ormai facevo la studente pendolare, ci passavo a volte quando avevo scuola al pomeriggio, per farmi offrire il pranzo da mio padre, al bar dell'angolo, e mai abbiamo parlato tanto come in quel periodo, mentre masticando una focaccia al crudo mi lamentavo della scuola. E poi all'università a volte usavo il suo ufficio come appoggio per studiare nelle ore di buco, perché le lezioni erano tutte nei dintorni e lui in pratica viveva in laboratorio. E ci andavo per cambiarmi d'abito, specie i calzini bagnati dei giorni pioggia, un classico. Vi tenevo parcheggiata la mia bici, la vecchia graziella rugginosa di mia mamma, l'unico tipo di bici che era possibile legare in giro, perché le parole le porta via il vento e le biciclette, beh, i livornesi.
Per anni e anni si parlò del trasloco che avrebbe portato i laboratori fuori dal centro città ma, come sempre in questi casi, la data slittava di anno in anno, tanto che smisi di credere sarebbe mai accaduto. E così mi colse un po' di sorpresa quando accadde, nel 2001. E mio padre fu l'ultimo a decidersi, lui che odia i cambiamenti e non vedeva proprio come lo spostarsi in un bell'edificio moderno e costoso potesse mai significare un progresso per la ricerca. I suoi strambi strumenti ci stavano benone, nella fabbrica buia dove nessuno rompeva le scatole con leggi e normative. Ma insomma, alla fine dovette cedere pure lui. E quel giorno che il trasloco delle sue cose doveva finalmente avvenire, mi chiamò inalberato e frettoloso perché andassi subito a prendere la mia bici.
Non so bene che cosa stessi facendo né perché quella telefonata mi scombinò tanto i piani, mi ricordo che fui costretta ad andare prima a casa del Fidanzato per lasciare il mio zaino coi libri e a far tutto di fretta. Ero nel suo ingresso e mi muovevo frenetica inanellando parole, incavolata con mio padre, mentre il Fidanzato cercava di interrompermi per dire di un aereo che aveva preso in pieno una delle torri. Io dissi solo "ma che idiota" e senza un pensiero mollai la borsa e mi lanciai di corsa per le strade cittadine. Avevo ai piedi le mie nuovissime New Balance che erano di moda quell'anno, e così correvo leggera sui pavimenti sconnessi schivando signore col cane, biciclette e motorini. Alla vecchia fabbrica trovai mio padre in mezzo agli scatoloni, nel garage. Ci scambiammo due parole al volo, lui era di pessimo umore e oltretutto non si sentiva bene, ed entrambi avevamo da fare. Ci pensai solo sulla strada che feci a ritroso sferragliando su e giù dai marciapiedi, che non avevo detto addio alla vecchia fabbrica con tanta della mia infanzia dentro.
Dunque tornai a casa del Fidanzato, dove da allora avrei parcheggiato la graziella. Avevo il fiatone quando lui mi aprì la porta e mi infilai dritta in bagno. Solo dopo, quando finalmente calma lo raggiunsi in cucina, gli chiesi: ma cosa dicevi dell'aereo? E lui muto mi indicò lo schermo della piccola tele sul frigo, dove scorrevano le immagini della CNN e le torri gemelle fumavano entrambe. Le vedemmo crollare, in silenzio.
E poi era ora di tornare a casa, il mio solito infinito viaggio da pendolare, quello che facevo ogni maledetto giorno. Era così surreale persino star sull'autobus quella sera. Metà dei passeggeri sapeva e cercava invano di spiegare all'altra metà quello che era accaduto. Ma come lo spieghi. E soprattutto, cosa ne sapevamo. Il giorno dopo rimasi a casa, e così anche mio padre, che aveva la febbre alta. Io studiavo al tavolo mentre lui sul divano avvolto nella coperta si ubriacava di ultim'ora. Ad un certo punto mi disse: si stanno muovendo verso l'Afghanistan.
Nel corso dei mesi successivi, a mio padre fu diagnosticata una rara malattia autoimmune della quale non sapevamo niente. Cominciammo a sentir parlare di Al Queida. Mio padre e i suoi colleghi trovarono una nuova dimensione lavorativa, più normalizzata e rispettosa, e anche meno romantica e creativa.
Nel corso degli anni successivi, imparammo a convivere con le piccole e grandi conseguenze di una malattia dal lentissimo ma inesorabile decorso. Ci abituammo all'ineluttabilità del terrorismo. Io mi trovai a bazzicare il centro di ricerca per lavoro.
Una volta, molto tempo dopo, passai davanti all'edificio sorto al posto della fabbrica - i muri lisci, le belle finestre, niente vegetazione selvaggia e aura di mistero. Tutto completamente diverso. Mi sforzai per qualche minuto, caparbiamente, di ricordare com'era.
E anche com'erano il mondo e la vita di prima.