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sabato 31 agosto 2013

Non dovrai mai più passarci

Il nostro appartamento è vicino ad una scuola superiore. Da un lato, ciò implica che di fronte alle nostre finestre ci sia una distesa di campi sportivi e alberi e in generale una vista aperta e piacevole. Dall'altro, la presenza di adolescenti a zonzo.
Vedendoli, seduti qua e là sui muretti e le ringhiere, oppure in giro su motorini truccati e senza casco, all'inizio ho creduto quasi di trovarmi in Italia! mi sono sentita trasportata di nuovo in via Benedetto Croce. Dove stavano i licei. Uno shock dopo anni e anni in Germania dove non solo non sono diffusi scooter e compagnia, ma col cavolo che giri impunito senza casco e col marmittone chiassone. Ti arresterebbero in due minuti. Ne ho visti poi addirittura in tre sullo stesso motorino, tutti col berretto da baseball e l'aria da scugnizzo, come si vedono sempre nei servizi al tg con le riprese nelle periferie di Roma o Napoli.
Stavano alla fermata del tram stamani, con gli zainetti ciancicati, le scarpe sdrucite, la sigaretta e la lattina di redbull in mano. Ho ringraziato il cielo di non essere una di loro - nemmeno una di delle ragazzine col trucco pesante e i pantaloncini di jeans microscopici da sotto i quali spuntano lunghissime tasche. Diciamocelo saranno ridicole ste tasche che spuntano dai pantaloncini? È che a quell'età ti metti qualunque cosa ti spaccino per mainstream, per quanto ti stia male, per quanto sia brutta. Avrei voluto abbracciarne una e dirle: andrà meglio, verrà il giorno che potrai vestirti come ti pare. Ma poi vedo la ghigna e so che mi darebbero una coltellata.
Età ingrata. Peer pressure. Poi si cresce, e poi si invecchia pure purtroppo, ma quei due o tre anni di inferno, ecco, mi sento come in Harry ti presento Sally e vorrei sospirare "dimmi che non dovrò mai più passarci".


martedì 27 agosto 2013

Non sono mai stata una che giocava con cicciobello, e i deliri delle mie amiche davanti ad un paio di scarpine o di piedini cicciotti non li ho mai capiti, anzi, li ho sempre trovati ridicoli. I bambini non li ho mai capiti, non mi hanno mai interessato. Adesso molti miei coetanei hanno figli e non mi crea nessun problema passare del tempo con le loro famiglie, non ho una fobia ecco.
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.

Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.

Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?

E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti:  l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.

Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
 Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.

Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.

Danne dice che devo essere più comprensiva e capire che per loro è una cosa importante e come amica dovrei partecipare della loro gioia. Ma non basta una volta o due? E allora perché non possono partecipare di quel che è importante nella mia vita, sebbene non sia un bambino?
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!




venerdì 23 agosto 2013

Ultimo giorno di lezione del corso di svedese A1.
Per salutarci, è stata ovviamente organizzata una speciale fika di commiato. Ossia, l'immancabile pausa caffè delle 10:30 durerà più di mezzora e ognuno porterà qualcosa da mangiare che sia tipico del suo paese di origine.
Trovare cibo "esotico" qui in Svezia, come un po' dappertutto ormai, non è difficile. Lo si trova nei supermercati, persino. Uno degli studenti, però, un polacco che vive da molti anni spostandosi attraverso l'europa, ha però sostenuto di non essere in grado di portare nulla. L'altra polacca che abbiamo in classe gli ha consigliato di provare il negozio polacco del suo quartiere, e lui ha detto "No, io quei negozi li evito"
Al che lei si è arrabbiata e davanti a tutta la classe ha detto che non sopporta più di incontrare polacchi che si fanno un vanto di scegliere di non frequentare altri polacchi. Lei dice di sentirsi spesso rifiutata da connazionali che preferiscono altre amicizie.
Il ragazzo, peraltro, ha insistito di aver sempre fatto così, anche quando viveva a roma ed evitava come la peste le comunità chiuse dove si parla solo polacco, si mangia solo polacco, e non si hanno amici italiani.
La nostra insegnante si è pure molto stupita, e lui mi ha chiamato in causa:
"non succede forse la stessa cosa agli italiani?"
In effetti non posso dire di non comprenderlo. In Germania ho anche io preferito evitare i gruppi di soli italiani, che finivano per far la spesa solo all'alimentari italiano, mangiavano solo nei ristoranti italiani, parlavano solo italiano. Ma soprattutto: passavano il tempo a dire quanto fosse orribile la Germania. Quanto fossero tutti stronzi e tirchi, quanto fosse brutta la lingua, quanto fossero freddi, quanto il clima facesse schifo.
Personalmente, dopo le prime sorprese dovute al gap culturale, ho sempre molto apprezzato i tedeschi e ritengo la germania un buon posto per vivere. Non faceva per me, però, e ho sempre cercato di andarmene ma di questo non li ho mai incolpati. Ai miei connazionali però, non passava manco per la testa di andarsene. E allora a me la loro pareva ipocrisia.
All'alimentari italiano ci andavo di tanto in tanto, però, e dunque non capisco del tutto le remore del mio compagno di classe.
Solo perché vai a comprarti una mozzarella non vuol dire che scegli di appartenere ad un ghetto, ecco.
Però magari l'alimentari polacco non è la stessa cosa del negozietto italiano in Germania, dove comunque tutto era scritto in tedesco ed era aperto ad una vasta clientela, pure tedesca. Questo davvero lo ignoro.
la ragazza polacca siede in classe accanto a me, per cui le ho chiesto: "davvero ti capita che qualcuno rifiuti di esserti amica solo in quanto sua connazionale?"
Al che lei ha risposto: "mi hai mai vista parlare con lui? a certa gente sono proprio allergica."

Sono tornata a casa riflettendo. Sono certa che molti italiani mi hanno vista esattamente come lei vede lui.
Anche se non ho mai avuto il desiderio cosciente di escludere nessuno dalla mia vita solo in quanto italiano.
Sono certa anche che non sia vero che i polacchi che lei incontra rifiutino di essere suoi amici, piuttosto evitano di esserlo solo sulla semplice base della condivisa nazionalità. Magari scelgono di essere amici delle persone con cui condividono interessi o opinioni. Ma se anche fosse come dice lei, resta una ovvia differenza tra lei e lui. Lei dalla svezia se ne vuole andare, propendendo più per la nazione del suo fidanzato o la sua - e come non ritrovarmi in questo?. Lui invece vorrebbe restare: ha visto la Polonia, ha visto l'Italia, ha visto la Svezia, e ha scelto. E come non ritrovarmi pure in lui?


mercoledì 21 agosto 2013

cavalleria scandinava

Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato

Bär min väska!

ossia Carry my bag!

così, all'imperativo.
 La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.

Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.

Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.

Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.

Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci

(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)

Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).

 E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.

E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!

Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?

Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.

E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.

E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.






martedì 6 agosto 2013

botte d'autostima

Primi giorni di corso di svedese. Classe piena di studenti in erasmus, soprattutto tedeschi. Si parla parecchio inglese, troppo. Mi ricorda le mie estati da ragazzina in vacanza studio. Mi sento incredibilmente vecchia. Specialmente quando mi presento e dico che sono sposata. Eppure era il corso più adatto a me, perché essendo pensato per studenti universitari, il livello di apprendimento è più uniforme che nei corsi per immigrati. Non solo in quei casi il gap culturale tra gli studenti è enorme - perché non si insegna facilmente la stessa cosa nello stesso modo ad uno che parla swahili e ad uno che parla russo - ma c'è in aggiunta il mix di età, di ritmi di apprendimento e, va detto, pure di livello di istruzione. E dunque, eccomi qua, un buon dieci anni più vecchia dei miei compagni di classe, mentre rimembro i pomeriggi passati in giro per winchester, o cambridge, o hastings, intenta a scambiarmi indirizzi cui scrivere - oh my god - lettere. Actual mail. Sono vecchia, vecchia, vecchia!

Come se non bastasse questo, a dar picconate alla mia autostima ci hanno pensato anche altri due strumenti del demonio con cui ho frequenti incontri. La bilancia e lo skatteverket. La prima, grazie ai vari chili di stress accumulati durante i meravigliosi ultimi mesi di dottorato. Il secondo, tramite l'emissione del mio primo documento ufficiale svedese, la carta di identità per immigrati - perché a quanto pare il mio passaporto da solo non bastava a dirgli chi ero. E dunque ho dovuto pagare perché mi consegnassero una carta di identità dove risulto essere ben 4 cm più bassa di quanto attestato dai miei documenti italiani. come mai? ci sono varie teorie. La prima è che mi sia ristretta, come le vecchiette. La seconda, è che in effetti io sia sempre stata incommensurabilmente nana e che semplicemente l'ufficio anagrafe italiano si fosse fidato della mia ottimistica approssimazione della mia altezza, allo sportello, senza veramente convalidare il tutto. In svezia, no, col cavolo! Mi hanno fatto pure togliere le scarpe, casomai volessi rubare quei due millimetri di suola delle converse, prima di misurarmi. Davanti a tutti, in un atrio affollato, ad una di quelle aste tipo quelle che stanno negli studi medici. E poi, perché le disgrazie non vengono mai sole, mi hanno preso la foto più terrificante che io abbia mai fatto. Al secondo tentativo. Nel primo sorridevo e lo hanno cancellato chiedendomi di fare un'espressione "neutra". Evidentemente, con ciò intendevano "da scema mentale", e questa infatti hanno felicemente stampigliato sul mio documento della vergogna. Sigh.