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domenica 12 novembre 2017

niente critiche, solo complimenti

Sarà l'espatrio, sarà la scarsità della mia vita sociale, fatto sta che che sono tendenzialmente un po' fuori dal mondo: io e lo zeitgeist, al massimo buongiorno e buonasera. Eppure persino io so ormai cosa sia Distruggere e questo perché non passa giorno senza che un suo post compaia sul mio feed di Facebook. E niente, ho letto qua e là, ho messo insieme i pezzi e ormai le so tutte, anche le cose che avrei voluto non sapere mai, dalle bambole reborn al freebleeding. Stavo meglio prima, in generale.

Penso di esser passata per una notevole gamma di reazioni: l'orrore, l'ilarità, l'indignazione. Ora mi sento assestata sullo sconforto. Sapere che esistono persone tra i 20 e i 30 anni che mostrano di non avere idea dei loro corpi, dei loro diritti di esseri umani, mi intristisce profondamente. Sono quelle bambine che erano in face quando io ero alle medie e già con le mie amiche discutevamo di educazione sessuale, di femminismo, di contraccezione. Come è possibile? Dove sono vissute, in che Italia? perché io dubito fortemente che qualche mia coetanea del Paesello viva in questo modo, ma forse mi illudo, forse mi sono illusa che ci fosse stato un progresso in questo senso, dai tempi di mia nonna.

E sarò onesta, col tempo, mentre smettevo di ridere e mi intristivo, ho anche cominciato a pensare che mentre tutti qua parlano di pancine, io vorrei tanto sentir parlar dei loro mariti. Davvero. Perché mi pare evidente che un fenomeno non possa esistere senza l'altro e comincio a trovare problematico che la discussione si concentri solo su queste donne e le loro tristi ma ridicole vite sottomesse. Mi chiedo quante di loro abbiano davvero scelto, cioè quante di loro hanno davvero avuto davanti il bivio se studiare o no, se essere donne indipendenti o no, o se piuttosto non siano stante incanalate dalla nascita, dalle loro famiglie (le madri e i padri), in questa dimensione di ignoranza e grettezza dove uno stupro nel sonno viene raccontato come un atto d'amore?

Magari, penso, quando erano ragazzine non avevano vicino nessun altro esempio, e nemmeno la scuola le ha illuminate su niente, forse davvero, come dicono, non hanno mai visto una coppia che si dice ti amo fuori da un film di hollywood. Forse l'umiliazione e l'ingiustizia sono talmente diffuse attorno a loro - ricordiamo che questa gente paga le babysitter una misera e al netto delle nanne e tratta le cameriere come schiave - che non potrebbero mai nemmeno metterle in discussione.

Però...però adesso ci sono i social media giusto? Internet ci mette in contatto con mondi lontani giusto? No, perché è proprio su internet che siamo e persino qui i mondi non si mischiano: loro si chiudono in circoli di gente simile a loro, gente che non le critichi, che le rassicuri che va tutto bene, che è così che deve essere, e noi le guardiamo da fuori ridendo. Lo scambio si limita ad un disprezzo reciproco, per giunta di donne contro donne. Nessuna chance che qualcuno si illumini. Nessuna chance che le loro figlie non vengano incanalate. Tra vent'anni saremo probabilmente ancora qui, come se gli anni cinquanta non finissero mai.



mercoledì 18 ottobre 2017

#metoo

Per circa 24 ore ho dibattuto dentro me, incapace di decidermi a pubblicare uno status Facebook che contenesse l'hashtag metoo. Da una parte, la paura di passarci come quella che fa la lagna per niente, per il gusto di mettersi in fila dietro all'ennesimo meme, o come la solita femminista mangiauomini.   Dall'altro, il bisogno di farmi sentire, la sensazione chiara che ci fosse una concreta necessità di rendere visibile quello che tutte noi, da sempre, sappiamo: che nel vasto range di interazioni col mondo che avremo, ce ne saranno alcune delle quali saremo oggetto solo in quanto donne, come diretta conseguenza di quella gamba in più di quel cromosoma X, e che saranno spiacevoli e potenzialmente pericolose.

E così, mentre indugiavo, ho avuto la fortuna di poter discutere con lei e lei e piano piano abbiamo compreso che tutte le ragioni per le quali avevamo taciuto erano tutto sommato risibili di fronte all'evidente necessità di rendere chiaro che così non va. In fondo, il nostro tacere era figlio proprio del perverso meccanismo che rende queste situazioni così incredibilmente comuni. È figlio del senso di impotenza e di stanchezza che ti fa perdere in partenza la voglia di addentrarti in una discussione - col collega misogino, con l'adolescente superficiale, con l'anziano tradizionalista. Ma anche con le donne che stanno lì, incredibilmente, a disquisire delle reazioni delle vittime, invece che sottolineare che nessuno dovrebbe metterle in quelle situazioni. Perché una donna, in quella situazione, perde sempre, perde comunque: perde se molla lo schiaffo e se ne va - e perde il lavoro, o peggio - e perde se si presta e sopravvive. Non è vero che c'è una scelta, l'abuso è a monte della reazione. 

Ma noi, noi lo abbiamo imparato da piccole a fare le equilibriste sul filo di quel rasoio: se ci stai, sei una troia, se non ci stai, una che se la tira. E lo abbiamo imparato subito che era colpa nostra, comunque. E che la nostra libertà a quanto pare stava nel poter scegliere di non esporci a rischi. La libertà di essere invisibili. 

La prima volta, a 12 anni, ero in giro con mio padre - ma lui stava forse a qualche passo da me - e avevo degli shorts molto corti. Un tizio passando mi gridò: belle gambe! Ricordo bene lo spaesamento, e il senso di vergogna. Il dubbio se mio padre avesse sentito o no, e la certezza che, nel caso avesse sentito, si sarebbe arrabbiato con me.

Quella volta poi, a 17. Andavo in bici verso casa, lungo una strada trafficata ma lontana dal paese. Mi si affiancò questo tipo in scooter, si mise alla mia velocità, e cominciò con le molestie verbali, che durarono per 5 interminabili chilometri, fino quasi a casa. So di avere avuto davvero paura, quella volta, paura che mi costringesse a fermarmi o mi facesse cadere. E schifo, quanto schifo, per le parole che diceva, e di riflesso, per me. E ovviamente non dissi nulla. Non era colpa mia forse, per aver insistito ad andare in bici, da sola, così lontano?

E quella volta che, a 18 anni, mentre tornavo dalla spiaggia al tramonto, in una pineta deserta, con la mia migliore amica, ridendo come due sceme, abbiamo evidentemente dato nell'occhio a due poliziotti in borghese. Che ci hanno fermate, e interrogate, e infine rilasciate con male parole...io credo perché italiane e automunite, e non straniere e sperdute come pensavano. Ci penso ogni volta che leggo di qualche ragazza straniera violentata da un agente - e succede come sapete - mi chiedo se poi quei due hanno trovato le vittime che cercavano.

E quell'anno intero in cui per andare all'università prendevo l'autobus e su quell'autobus c'era un tizio che adesso avrei pochi dubbi a chiamare stalker, ma in fondo non faceva nulla, parlava e basta, e a volte non scendeva alla sua fermata per rimanere sull'autobus con me più a lungo, e allora avevo preso a farmi venire a prendere alla fermata. Così, per sicurezza. 

E penso pure al coinquilino cubano, che si era fatto pressante, e che per punirmi della mia improvvisa freddezza mi rubò il cellulare - ma non avevo le prove che fosse lui, e quindi pace. Del resto se ne andò poco dopo e io ho sempre considerato quel cellulare il prezzo della mia libertà di scegliere. E di quell'altro coinquilino che mi abbracciò all'improvviso in cucina una mattina, e mi piantò la sua erezione addosso - e quando raccontai, furente,  della cosa ad un amico mi sentii dire che in fondo era un bravo ragazzo, e che stavo esagerando.

Nel mezzo, i tanti "innocenti complimenti" che però non erano richiesti. Le tante volte che un gruppo di uomini fermo su un marciapiede mi ha fatto pensare di cambiare strada. Le tante volte che ho sostanzialmente cercato di non attrarre l'attenzione. E poi la sensazione chiara che il fatto di avere un fidanzato mi avrebbe messo al riparo da molto. A tutto questo ho pensato, oggi.

Ma soprattutto ho pensato che in nessun momento della mia vita qualcuno mi ha "spiegato" apertamente come dovessi sentirmi o comportarmi. Devo averlo dedotto, come tutte, da come si comporta il mondo attorno a noi, dalle mille piccole sfumature che diamo alle nostre parole, dal modo col quale ridiamo a certe battute, sorridiamo in certi frangenti. E se voglio che il mondo in cui mia figlia crescerà sia diverso, anche solo in minima parte, bisogna che cominciamo a comportarci diversamente, che cominciamo a parlare diversamente. 

Che cominciamo a parlare.


venerdì 6 ottobre 2017

la foto

La foto del viale alberato sta sul muro sopra alla mia scrivania, in mezzo alle altre. Ci sono Parigi, Firenze, Berlino, Strasburgo. E poi quel viale alberato che non esiste più.

Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.

Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.

Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.

L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.

Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto,  non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.

La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.




martedì 26 settembre 2017

La Carrozzona va avanti da sé

L'unico bambolotto che mia figlia ha, Bebe, glielo ha regalato mia suocera. La reazione di Sissa al bambolotto fu di terrore, onestamente. Col tempo lo ha accettato e forse lo ha identificato con una versione di plastica di se stessa, visto che Bebe ha il ciuccio, ma non è il suo gioco preferito. Vero è che da parte mia non è arrivato nessun incoraggiamento a giocare a far la mamma, visto che preferisco da sempre altri giochi.

Ora mia suocera si è messa in testa che non solo regalerà a Sissa per il prossimo natale un'altra bambola, ma che sarà ben più grande, e che arriverà accompagnato da una carrozzina. In scala praticamente 1:1. Questa:


La conosco già perché a suo tempo la regalò all'altra nipote. È conosciuta in casa come la "Carrozzina della Discordia" perché tutti i bambini che transitano da casa dei miei cognati si accapigliano per averla. Pare che la cugina abbia strillato di gioia per ore quando la ricevette. Mia suocera è ansiosa di replicare, tanto che ha cominciato a luglio a dire che forse era l'ora di comprarne una per Sissa.

E noi abbiamo subito detto no. Capiamoci, si tratta di un trabiccolo enorme e io detesto avere la casa piena di giocattoli che non si possano riporre, e che non trovino posto nella stanza di Sissa. Pure in questo sono a quanto pare molto stramba, visto che tutti quelli che conosco vivono in case dove pare sia scoppiata una bomba. Di giocattoli. Che vi devo dire, io non vedo la ragione di vivere ostaggio di cianfrusaglie, lo spirito di Marie Kondo deve essersi stabilito in un angolo della mia mente (l'unico ordinato presumo) e da lì mi obbliga a chiedere regolarmente a mia figlia: "questo ti da gioia?" con in mano uno dei suoi giochi.

A casa abbiamo già il cavallo a dondolo, il passeggino (piccolo) d Bebe, il triciclo (tutti regali di mia suocera peraltro) e già ho un filo d'ansia Se ora arriva la Carrozzona dovrò per forza eliminare qualcos'altro, e ce la ritroveremo nei posti più impensati con dentro le cose più impensate, tipo un gatto, e con Roomba incastrato sotto. Mia suocera non ha fatto una piega all'idea che altri suoi regali passati venissero eliminati, segno che è proprio motivata all'acquisto - e questo ci ha colto di sorpresa, di solito è molto rispettosa degli spazi altrui ed eravamo sicurissimi che avrebbe capito l'antifona e desistito.

E invece no. Ha insistito: "A Sissa piacerà tantissimo!". E come potrebbe non essere così? La Carrozzona 1) è rosa fucsia 2) ha le ruote 3) ci puoi mettere dentro roba e portarla in giro. Onestamente, mi vengono in mente diverse altre cose che rispondano agli stessi criteri e per le quali Sissa andrebbe certamente in visibilio. Tipo una carriola rosa fucsia. O questa meraviglia qui in foto:

Eppure nessuno pensa di regalargliene una. Quindi perché mai la Carrozzona sì?

"Perché", ha detto mia suocera lasciandoci completamente basiti, è importante! È importante giocare a prendersi cura dei bambini, "è importante per quando ne avrà di suoi, di bambini."

Io non ero presente alla conversazione ma Danne è rimasto completamente basito. Una frase del genere, detta in svedese dove tutto è neutro, non ha necessariamente l'intento di farne una questione di bimbe che giocano a far le mamme...però era inevitabile pensarlo. Voglio dire, se Sissa fosse stata un maschio, mia suocera si sarebbe impuntata a quel modo per regalarle una carrozzina che noi genitori preferiremmo evitare? Avrebbe detto che era importante? Francamente ne dubitiamo, e molto. Che poi, né io né lui abbiamo mai avuto una carrozzina con cui giocare da piccoli, eppure ce la siamo cavata uguale no? Ahem.

Va beh, mancano diversi mesi, contiamo di farla rinsavire.


domenica 10 settembre 2017

oh, oh, oh you're in the army now

Ad ogni venerdì arrivo con la lingua fuori, come se avessi corso la maratona. E comunque non è finita, perché tanto il fine settimana lo passo comunque a studiare.

Studiare quando si ha una famiglia non è una passeggiata. Ci sono i giorni che perdi lezioni per malattie e chiusure anticipate delle scuole, e tu perdi informazioni che ci metterai troppo tempo a recuperare, oppure perdi frequenze obbligatorie che devi recuperare con lavoro extra a casa. Ci sono i giorni che arrivi in ritardo, senza aver mangiato o preso un caffè, perché tua figlia era disperata all'idea di andare a scuola e la mattina si è volatilizzata così, tra le lacrime e il nervoso. Ci sono poi i giorni che tutti gli altri del gruppo vanno fuori a bere per conoscersi meglio e tu ovviamente no, perché non hai tempo, devi recuperare su tutte le altre cose sulle quali sei già indietro e sei già sfinita, una serata alcolica potrebbe essere il colpo di grazia.

Anche studiare da vecchi non è facile. Ti incarti sui conti che un tempo sapevi fare a mente, il gergo matematico sembra essersi infilato in cassetti della memoria dei quali hai perso la chiave, e comunque, nel caso li riaprissi, ci troveresti dentro roba in un'altra lingua.

Ecco, non è nemmeno facile studiare da stranieri, con questa lingua con la quale ti arrangi alla meglio e che tutti gli altri in classe usano con mirabili virtuosismi. E tu parli e li vedi lì, lo sguardo di chi sta facendo uno sforzo extra per capirti, perché non sei chiarissima. E loro parlano, e tu li guardi con quello sguardo lì, perché a te non sono chiarissimi nemmeno loro. E per quello non ti viene mai di alzar la mano.

No, non è facile niente. È interessante, però, a tratti pure molto bello. Per esempio, c'è quell'aria di appartenenza a un'istituzione che io, all'università non ho mai sentito davvero, le mille iniziative, le bandiere, le felpe e le borse e quel modo che ha la città intera di guardarti quando dici che sei uno studente dell'Università Figa. E poi c'è la gente che altrimenti non avrei mai incontrato: quelli che hanno 15 anni meno di me e quelli che ne hanno 15 in più, quelli che nella vita hanno preso mille svolte impreviste e continuano a buttarsi e quelli che hanno ancora davanti una tabula rasa tappezzata di luminose speranze. E saranno un po' loro, un po' il resto, ma un barlume di speranza là in fondo mi pare di vederlo pure io.


domenica 27 agosto 2017

give me nights of solitude, red wine just a glass or two

Questa è stata un'estate atipica, fredda ma serena. Una lunga fila di giorni con 20 gradi e qualche nuvola, che noi abbiamo comunque passato in shorts e maglietta, in giro lungo questa bella costa piena di isolette meravigliose e parchi. Abbiamo però anche corso molto, fatto molto fai-da-te per rinnovare casa, usato molto la macchina per cucire, guardato molte serie tv, mangiato troppi gelati e bevuto troppo vino.

La settimana passata in Italia è stata impegnativa: non ero fisicamente pronta per quel caldo. È surreale trovarsi di colpo a tenere le tapparelle giù per tener fuori il calore, quando qui l'abitudine è esattamente l'opposta. È surreale trovarsi di colpo a passare le ore centrali del giorno in ozio dentro casa, perché fuori c'è troppo sole per la nostra pelle chiara, quando qui sono esattamente le ore in cui facciamo in modo di non essere mai in casa. Di colpo ci si sente più pigri durante il giorno e più svegli la sera, quando però restiamo stupiti che sia così buio e così presto.

Tornare in Toscana è sempre un po' surreale, d'altra parte, per altre ragioni. Ci sono le persone e ci sono i luoghi, e tutto quello che sta in mezzo, quello che le persone fanno dei luoghi. Tutto mi é familiare eppure alieno, tutto mi fa bene e mi fa male insieme. Tutto è bello eppure maledetto, perché l'ho perso, in un certo senso. Però si cerca di prendere il bello, che è tanto, perché come dice lei vivere in più mondi è privilegio e condanna. E allora ci si trova su una lunga strada di curve, sotto un cielo turchese, tra le pietre di paesini medievali, fino  ad una piscina azzurra incastonata in una campagna di viti e di olivi. Su un tavolo che guarda tutto questo, si mangia, tra le altre buonissime cose di questo pezzo di mondo, il pane che si è quasi dimenticato, quello che non esiste altrove, quello cui pensava pure Dante in esilio (e tu saprai sì come sa di sale...). Il mio però non è un esilio, più uno sparpagliarsi.



E adesso è quasi settembre, il mese che più amavo, un tempo, il mese dei fichi e del ritorno a scuola, che io ho sempre vissuto come una cosa bella. Sissa è tornata a scuola prendendosi qualche giorno di sconforto e tristezza, perché non ama le novità e quest'anno ha trovato tutto nuovo al suo rientro. Per tirarci su di morale abbiamo fatto torte e calciato palle, sì anche qui dentro casa dove non si potrebbe, abbiamo comprato qualche nuovo libro da leggere la sera e delle scarpe nuove, rosa. Anche per me quest'anno si parla di ritorno a scuola, e ho un'ansia che mai prima d'ora. Per tirarmi su ho corso otto chilometri, fatto pancakes per colazione e mi sono comprata un vestito, rosso.

Sarà bello e sarà molto duro, questo anno che ci aspetta, specie per noi che siamo ancora un po' sparpagliati dentro.

venerdì 25 agosto 2017

Didn't I tell you everything is possible in this deja vu?

In Svezia si dice che, a meno di vivere in una di quelle zone residenziali fatte di villette con giardino, non è facile avere rapporti coi vicini di casa. La mia esperienza finora è stata diversa, chissà se per mera aberrazione statistica, oppure se davvero ci sono là fuori tante realtà come questa in cui vivo.

Vivo in un complesso di oltre 650 appartamenti, distribuiti su molte palazzine a tre piani (sette appartamenti per scala) che sono a loro volta disposte come su un lungo serpente. Nelle anse di questo serpente ci sono spazi comuni: giardini, parchi giochi, casupole per la lavanderia, la palestra, le feste private. Questi spazi comuni sono, come sempre qui, gestiti dall'associazione dei condomini e quindi sovvenzionati dalle nostre quote mensili, assieme agli eventi stagionali e alla manutenzione regolare e straordinaria.

Il giardino e il parco giochi su cui si affaccia il mio appartamento è molto più frequentato degli altri e pare essere popolato perlopiù da famiglie con bambini che hanno deciso di intessere rapporti più stretti della media. Ogni giorno di bel tempo, se mi affaccio posso contare tra i 10 e i 30  bambini. Alcuni dei genitori sono particolarmente determinati e organizzati e montano sui prati coperte da picnic per la merenda e piscinette gonfiabili, e si portano dietro enormi ceste di giochi da esterno e da sabbia. I giochi spesso restano lì tra un giorno e l'altro e chiunque può usarli, però nessuno se li porta via, cosa che trovo molto bella. Questi genitori che passano la gran parte delle loro giornate libere fuori coi bambini hanno creato una specie di circolo compatto e i loro figli praticamente crescono come in un gruppo.

Noi siamo qui da meno tempo e siamo anche dei noti timidoni quindi ci abbiamo messo un po' a unirci a questo gruppo. Ci siamo forzati pure un po' e lo abbiamo fatto soprattutto perché Sissa è figlia unica e nei lunghi mesi d'estate in cui non andava a scuola aveva evidente bisogno di socialità. Una sera è stata anche organizzata una cena in giardino: sono state montate tende e gazebo, si sono accesi gli svariati barbecue del vicinato e ognuno ha portato qualcosa, mentre lo sciame dei bambini correva tutto intorno. Adesso ci conosciamo meglio ed è ancora più facile fare due chiacchiere quando ci troviamo fuori. Crescendo spero diventi più facile lasciarla fuori da sola, visto che è uno spazio dove non transitano auto e passa solo chi vive qui.

Mi piace che possa stare all'aperto: quando sono in visita dai miei mi rendo conto di quanto raro sia in quella zona vedere bambini fuori, mentre quando ero io ero piccola passavamo tutti i pomeriggi in strada senza problemi. Anche gli asili e le ludoteche hanno poco spazio all'aperto e quasi sempre è cementato e coperto da un panno sintetico. Ho parlato con una educatrice che lavora in una scuola lì vicino, che invece ha un bel parco moderno fuori, e mi ha detto che comunque molti genitori preferiscono che non li facciano uscire, per paura si sporchino o sudino. È davvero così?

Non avrei mai osato sperare che mia figlia potesse avere un'infanzia così, non vivendo in una grande città di un paese del Nord, e sono davvero grata che sia possibile. Ecco una ragione in più per cui non abbiamo nessun progetto di trasferirci, come tutti si aspettano da una famiglia svedese con prole, nel noioso quartiere delle villette!

domenica 11 giugno 2017

cambiamenti

Non so come accadano queste cose, un giorno ti svegli e pensi che qualcuno abbia sostituito tua figlia con un esemplare identico all'apparenza ma diverso in tutto il resto.
Un tempo mia figlia si addormentava rigorosamente da sola. Adesso, manco a piangere. E uno di noi a turno dorme con lei per evitare che la notte venga spezzata dal suo pianto strappacuore quando si sveglia e cerca, a tastoni e portandosi dietro due coperte un cuscino enorme un pelouche la lampada di ikea a fantasmino e il ciuccio, di raggiungerci nel nostro letto. Di solito si incaglia in una porta.
Un tempo, mia figlia mangiava quantità impressionanti di cibo alla velocità della luce. Ora è tutto un "inte den" (questo no, in svedese) e dopo un boccone si distrae, così che ogni pasto è un'agonia. Non è che la costringo a mangiare, è che cerco di sparecchiare e lei me lo impedisce strillando, prolungando la contemplazione tantrica di un piatto di fusilli.
Un tempo, mia figlia era a bassissimo contatto. Detestava stare in braccio oltre 30 secondi e in generale a pastrugnarla si scocciava. Ora ce l'ho attaccata tipo cozza patella ed è tutto un "krama mamma!" (abbracciami mamma).
Un tempo mia figlia non era mammona per niente, cosa che veniva ribadita con stupore da tutti. Ora vuole solo me, per tutto, solo ed esclusivamente me, suo padre non è autorizzato nemmeno a spingere il carrello al supermercato quando lei ci sta seduta sopra. Quando la vado a prendere a scuola sento la sua voce fin da fuori in cortile, mi ha visto dalla finestra e sta dicendo a tutti che è arrivata la sua mamma, e che nessuno si provi a prendergliela.
Un tempo mia figlia era un po' una bulla, molto sicura di sé in pubblico, ora è piuttosto timida e in generale remissiva nel confronto con bambini più prepotenti. Le sue maestre però mi dicono che cercano di spingerla ad essere più assertiva. (Ecco, a volte penso che a me sarebbe servita una maestra svedese, a suo tempo. Invece mi han mandato dalle suore.)

Un tempo mia figlia era, grossomodo, un "oggetto" delle mie cure,  e adesso è invece un "soggetto" che si dedica costantemente alla definizione del suo essere, stabilendo vocalmente ogni giorno le cose che le piacciono e quelle che non le piacciono, raccontandoci cose, chiedendo all'infinito il nome di tutto, in più lingue. Ha una sua "agenda" dove inevitabilmente campeggiano il portarla al parco a prescindere dal tempo, dipingere e guardare Pocoyo.  È una persona, ecco. Sì, lo so che lo è sempre stata. Però ecco, io non so come dirlo meglio, ma qui un tempo, per un tempo x che si è esteso ben oltre la sua nascita, eravamo in due. Due volontà, due voci, due set di scarpe, due profili su netflix, due spazzolini, due nomi sul campanello. Ora, decisamente, siamo in tre.

venerdì 2 giugno 2017

la festa del diploma in Svezia

la corsa fuori dalla scuola (wiki)
Ieri in città c'era lo "Studenten", il giorno in cui gli studenti dell'ultimo anno delle superiori celebrano la fine ufficiale di tutto il loro percorso scolastico. Qui è molto sentito. Vanno a scuola vestiti eleganti, le ragazze in bianco, e con in testa uno speciale cappellino che sembra un po' in stile marinaro. Poi corrono fuori dove li attendono i famigliari con fiori, palloncini gialli e blu, e dei grandi cartelli che riportano il nome dello studente e una sua foto di quando era piccolo. Nei paesi, ma anche in città spesso, c'è poi una specie di carosello di auto con a bordo i festeggiati. Di solito auto cabriolet, oppure moto con sidecar, oppure a volte persino un autocarro solo con sopra l'intera classe.

il cappellino dei diplomati (wiki)
Quando capita che mi passino vicino, allegri e festanti, mi trovo sempre con un sorriso idiota sulla faccia. Mi fanno una gran tenerezza. Loro. così belli e col futuro davanti. E i loro genitori, con quelle gigantografie dei loro figli bambini. Come a dire -  pare ieri che eri così piccolo e adesso, guardati, vestito da grande e pronto per spiccare il volo!

In effetti, la maggior parte di loro lascerà la famiglia per andare a studiare fuori nel giro di poche settimane. E quindi si capisce ancora meglio perché sia un momento così importante di demarcazione. Non che da noi non lo possa essere, in tanti vanno a studiare fuori, dopotutto. Eppure non si pensa mai a quella transizione come ad un effettivo, simbolico, tradizionale, "uscire di casa" - immagine per lo più riservata al giorno delle nozze, sempre parlando per luoghi comuni.
i cartelloni (wiki)

Mi fanno un po' invidia, pure, lo ammetto - penso a quando lessi il  mio voto di maturità su un foglio appeso ad un cancello scrostato in un cortile assolato e deserto, un luglio di leoni fa. Avrei tanto voluto urlare e fare un carosello e avere intorno gente che mi abbracciasse, francamente, perché ero al settimo cielo e quello fu un po' un anticlimax. Perché sì insomma, poi vai a casa e festeggi e tutto, ma è mancata la dimensione corale e al contempo ufficiale della faccenda.

So che da allora le cose sono un po' cambiate in Italia. Bisogna però dire che anche le ultime mode delle cerimonie di diploma sembra spesso solo una triste scopiazzata delle serie americane, e anche questo è un peccato, specialmente se si pensa che siamo un paese con una tradizione universitaria antichissima.

E ok, ammetto pure questo, la parte di me che non è impegnata a immaginarsi al loro posto, è impegnata a immaginarsi al posto dei loro genitori. Con uno di quei cartelli e magari pure dei palloncini tricolore. Così, per farci riconoscere.





sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

domenica 9 aprile 2017

la banalità del male

Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.

E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.

Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.

Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.

Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.


mercoledì 22 febbraio 2017

Il cielo sopra Francoforte

Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.

Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.

Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.

L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.

Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice:  se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.

Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.

Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.

Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.

Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo)

lunedì 16 gennaio 2017

Somehow, it's never. Or now

I know how everyone else's life is supposed to fly by

Negli ultimi anni, ho notato come spesso si guardi alle vite degli altri con uno sguardo pieno di pregiudizio, sia in termini positivi che negativi. Ci si confronta spesso scegliendo di dare importanza solo ad alcuni aspetti, di solito quelli che rappresentano i nostri tasti più dolenti. Le vite degli altri ci sembrano sempre più facili, meno problematiche delle nostre. Le vite degli altri ci sembrano spesso baciate dalla fortuna e talvolta piene di immotivate lamentele. Le avessimo noi, quelle vite, molto probabilmente ci baceremmo i gomiti, sosteniamo.

Then someone turns and says What about you? And I stand here, mouth open, mind blank

C'è poi chi, per varie ragioni, si adopera nello spingere altri al confronto. Sono quelle persone che fanno domande esplicite su quei territori nei quali forse loro si sentono più sicure, o appagate, o stabili, o serene, e scelgono di non pensare che quelle domande a qualcun altro causeranno invece sofferenza. E a te quanti esami mancano? E voi quando vi sposate? E voi figli niente? E tu hai trovato lavoro? E tu, fidanzati niente? E voi, abitate ancora in quell'appartamento? Se ci si risente, ovviamente, è perché non si è sufficientemente saldi e sereni. Spesso poi, chi si risente su un punto, ferisce su altri, in altre conversazioni. Perché in questo, come in ogni cosa, c'è questo continuo, probabilmente inconscio, scegliere di valutare le vite degli altri e la propria con metri diversi.

This should have all worked itself out by now The map of my life should be clear and precise

Le vite degli altri sembrano spesso star lì a ricordarci soprattutto le nostre défaillance e le frasi peggiori, quelle che fanno più male, tendiamo a dircele da soli, nel silenzio di certe notti insonni. Forse perché è così difficile accettare tutto ciò su cui non abbiamo controllo e che condiziona la nostra vita sembrandoci un'ingiustizia immensa.

Oh, I am not unbreakable, I am breaking right now. 

E si va un po' in pezzi nel tentativo di dissimulare, di non mostrare troppo di quei lati di noi che ci causano più dolore. È difficile cercare aiuto quando ci si sente gli unici ad essere sbagliati e quando si teme che il proprio dolore, reso visibile agli altri, servirà soprattutto a rassicurare loro sulle loro esistenze.

Maybe everyone can't have the dream. Maybe everyone can't kiss the frog

Ma chi lo dice che possiamo, e che quindi dobbiamo, avere tutto. Forse bisogna riscrivere gli obiettivi sulla base di chi siamo, e di quello che si può davvero fare. Anche se tutti meritiamo la felicità, non tutti possiamo ottenerla nello stesso identico modo, mettendo una spunta sulle stesse identiche caselle. La vita di nessuno - quell'incessante fiume di sgargianti bacheche su Facebook - può essere metro per valutare la nostra.

Oh I need to be unbreakable. Somehow it's never, or now.

E forse il primo passo sta qui: se voglio essere più forte, devo smettere di farmi lo sgambetto da sola e devo smettere di usare i giudizi altrui come maschera dei miei. E non è solo questione di augurarselo, perché è gennaio ed è periodo di blande risoluzioni. È proprio questione di doverlo fare.

Perché è ora, o mai più.


Questo post cita il testo di una canzone e la musica di un'altra, ma entrambe vengono da qui.




venerdì 13 gennaio 2017

Sissa

Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.

In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.

Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.

Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.

Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.

Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.

martedì 10 gennaio 2017

do not mess with potatoes

Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.

Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà. 

Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione. 

Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.

Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.

Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.

Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.