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martedì 16 settembre 2014

don't give up your day job

Mi devo essere persa qualche lezione fondamentale, quando andavo a scuola.
Perché non ricordo affatto di aver mai studiato Retorica. Ovvero, l'arte del dibattito, di come scrivere un articolo di giornale, un discorso di ringraziamento agli oscar (o al nobel, ai telegatti, a miss Italia dipende dai vostri gusti), il discorso che fa il testimone in onore degli sposi, una dichiarazione d'amore, una campagna elettorale o il buon anno del presidente.
E invece, evidentemente, in Svezia te lo insegnano alle superiori.
I contenuti delle lezioni in realtà per me non sono nuovi: si parla di figure stilistiche come litoti, anafore, metafore, iperboli...tutta roba che io non devo manco cercar sul dizionario grazie ad anni di analisi del testo poetico e quelle sadiche delle mie insegnanti di lettere. Ma appunto, noi le applicavamo a Pascoli ste cose, o sbaglio? No, qui le si applica al discorso che Daniel ha fatto al suo matrimonio con la Principessa Victoria.

il discorso è in inglese e svedese, se interessa

Discorso che, sia chiaro, io mi sono vista su youtube e ho pure studiato e sottolineato riga per riga alla ricerca degli artifici retorici. La parte in cui dice: 
"C'era una volta un giovane uomo...ok, forse non proprio un ranocchio all'inizio della storia...come nella favola dei fratelli Grimm, ma di certo nemmeno un principe. E il primo bacio non l'ha trasformato."
Ecco, questa è un'allusione (state piangendo?). Ed io devo imparare a scrivere e parlare così, se voglio passare questo cavolo di esame. Del resto Victoria ha segnato mille punti nei cuori degli svedesi quando si è rivolta così alla nazione il giorno delle nozze: 
"Miei cari, cari amici. Vorrei cominciare con il ringraziare voi, perché voi, popolo svedese, avete donato a me il mio Principe." 
(se non piangete qui siete dei cuori di pietra). Ad averlo saputo prima, il discorso al mio matrimonio non lo avrei improvvisato su due piedi, per giunta instabili sul tacco 12. (Sì ho veramente tenuto un discorso di brindisi al mio matrimonio, perché se aspettavo quell'orso che ho sposato, e che chiaramente dell'ora di svedese a scuola se ne sbatteva, eravamo ancora lì).

Di colpo mi è più chiaro come mai la campagna elettorale appena conclusasi in Svezia mi fosse apparsa così esotica. I politici parlano con questa roba ben chiara in testa. I politici qui imparano a preparare i loro discorsi seguendo questo schema: intellectio, inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio/pronunciatio 
(pure la pronunciatio, maledetti).

E dunque vanno in tv e anche quando si odiano visceralmente non urlano, non si prendono a sberle, o mostrano il dito medio con l'anellozzo, non si mandano nemmeno a quel paese. Non chiamano all'improvviso al telefono i conduttori televisivi per protestare per le interviste ad altri. Non si alzano nemmeno in piedi di botto abbandonando lo studio perché le domande non li aggradano. Stanno lì, sorridono, restano calmi anche quando bollono (qui sicuramente aiuta essere svedesi più che la scuola) non si parlano nemmeno addosso e se ne escono con frasi ad effetto che dici "ah beh, ecco perché il politico lo fa lui e non io".

Finito il dibattito, è il turno degli esperti di retorica. Ossia un gruppo di giornalisti e studiosi commentano come i politici si sono comportati durante l'intervista o il faccia a faccia appena conclusosi. Sottolineano i passaggi dove sono stati efficaci e quelli dove sono stati deboli. 

Per esempio, primo ministro appena eletto, leader del partito social democratico, è stato talvolta criticato perché essendo di professione sindacalista e non "politico" ha mostrato di non avere una gran strategia del dibattito. Molto criticato persino all'estero (magari non in Italia) quando ha mal gestito un dialogo TV con la leader del partito di centro. Ella aveva fatto due passi verso di lui con dei fogli in mano, dicendo "ecco guardi questi dati" e lui ha rifiutato di accettare quei fogli dicendo che li conosceva bene e l'ha per così dire respinta, con un gesto considerato poco elegante. Ecco, questo gesto, hanno commentato alcuni esperti, non è stata una gran mossa: ha mostrato una certa debolezza, come una paura di quei dati, cosa che potrebbe anche aver danneggiato il risultato finale di queste elezioni. Io mi ero solo stupita non ci fosse scappata una spinta. Penso che se quegli esperti potessero assistere ad un dibattito tv italiano andrebbero in berserk (ah, solo io e altri tre nerd guardavamo Neon Genesis Evangelion? ok, diciamo corto circuito allora).

Al di là di questo escursus politico ora resta il fatto che io non mi ero mai posta il problema di come scrivere un discorso finora e invece entro domani mi deve venir qualche buona idea. Già il mio articolo di dibattito è finito maluccio causa evidente mancanza di dispositio. Poi la mia appassionata arringa sull'abuso di alcol non ha evidentemente appassionato nessuno (mancava pathos, me la cavavo però con logos e ethos). Adesso quindi devo ripeterlo, nella speranza di un voto più alto, infilandoci qualche bella figura stilistica, qualche artificio, un esordio accattivante...

O almeno un'anafora, per dio!



mercoledì 19 marzo 2014

D'amore e d'altro ancora

Oggi sono stata alla prima riunione del mio circolo di lettura svedese.

Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.

Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.

Altra cosa positiva: questo romanzo è introvabile in città. Nei giorni scorsi ci siamo tutti sentite dire dai commessi delle millemila librerie della città: spiacenti ma non teniamo certo i libri vecchi di 40 anni di scrittori passati di moda" e "sei la quarta che me lo chiede!" e così ho finalmente ricevuto la spinta necessaria a presentarmi in una delle millemila filiali della biblioteca cittadina. Ed è stato fantastico! Perché ho scoperto che le biblioteche sono strapiene di gente, e non solo le filiali più in centro, più vicine all'università, ma tutte, anche quelle periferiche come quelle del mio quartiere, e a qualsiasi ora del giorno. Per esempio quella a me più vicina è specializzata in servizi ai pensionati perché qui ne vivono molti. E così nel giro di poco mi son trovata in mano la mia tessera, la mia copia del libro e pure una copia elettronica per leggerlo sul computer e cercare più velocemente le parole sul dizionario.

Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella,  peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).

Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:


Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia

E ancora:

All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato

Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
 Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.

E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.

La differenza, forse, alla fine, è l'amore. 

Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.

Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.

È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.

Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.




*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)

mercoledì 16 ottobre 2013

Vad betyder dildo?

Oggi era una giornata "no". In classe eravamo tutti un po' sotto tono, e abbiamo pensato che fosse per via del cambio meteorologico. Eppure verso la fine della mattinata, qualcosa, inaspettatamente è cambiato.

Alla fine della lezione, la nostra insegnante ci ha dato da leggere il giornale "Metro", il giornale gratuito.
Dovevamo leggere l'articolo in prima pagina, che parlava della gran quantità di immondizia che finisce ogni giorno giù per lo scarico del bagno. C'èra una lista di oggetti che infatti vengono ritrovati regolarmente nelle fognature. Un mio compagno di classe, un ragazzo carinissimo e gentilissimo ma con il look di chi ascolta solo death metal, ha chiesto l'aiuto dell'insegnante per capire alcuni termini.

In totale onestà. ha alzato la mano e chiesto "Vad betyder dildo?"
Perché era convinto che non avesse lo stesso significato che questa parola ha in inglese.
Anzi, già pregustava le conversazioni a venire, con altri anglofoni, su questa parola che, metti caso, in svedese vuol dire, boh, idraulico. O sciacquone, chissà. Sai che ridere!
La nostra insegnante ha almeno 65 anni, i capelli bianchi, la voce sottile. È una nonna, ed una di quelle signore che se le vedi pensi: questa di sicuro è un'insegnante.
Dunque, alla domanda "che cosa vuol dire dildo?" è andata nel panico.
Ha cominciato a picchiettarsi il mento con un dito ripetendo "dildo, dildo, dildo..."
E poi ha detto "non so dirti che cosa sia perché non lo uso"
A quel punto, tutti i presenti avevano capito di aver commesso un madornale errore.
Inserita la retromarcia, il mio compagno di classe metallaro (che è un tranquillissimo padre di famiglia ed è sposato con una svedese) ha detto: "ok, magari lo chiedo a mia moglie"
Grata per questa insperata via di uscita dall'empasse, la nostra insegnante ha tirato un sospirone e esclamato: "Sì ecco bravo chiedilo a tua moglie".

Siamo usciti dalla classe che eravamo tutti più varie tonalità di scarlatto e vermiglio.

In strada, girato l'angolo, finalmente ci siamo lasciati andare.

Qualcuno a Göteborg si sarà chiesto come mai dodici persone di età e nazionalità diverse fossero state colte contemporaneamente da un attacco di ridarella acuta su un marciapiede.

PART TWO:
il giorno dopo l'insegnate si è avvicinata al mio compagno poco prima della pausa, dicendo:
"ieri tu mi hai chiesto, che cosa significasse dildo, mi sono informata, è una parola inglese, io non la conoscevo perché si vede che è entrata da poco nella nostra lingua"
Lui ovviamente ha cercato in ogni modo di impedirle di continuare la conversazione ma è una insegnate coscienziosa, e se le fai una domanda, lei studia, si informa e ti risponde il giorno dopo.
Come si fa a non amarla.

Naturalmente, per complicarci la vita, l'edizione odierna di Metro aveva una foto esplicativa di un dildo, per una pubblicità.
Siccome noi siamo dei deficienti abbiamo passato la mattina a indicarcela a vicenda e ogni volta la nostra insegnante si manifestava al nostro fianco. Ma tra di noi ci sono dei professionisti delle manovre last minute e siamo sempre riusciti a schivarla con parate come "Hm, stavo appunto guardando questo articolo sulle ricette autunnali svedesi..."

Adoro la mia classe.