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martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

martedì 21 ottobre 2014

I love the way you city girls dress even though your head's in a mess

I miei hanno un pezzo di oliveto, e un pezzo di casolare, su una collina, al paese della famiglia di mio padre.
Non è un'eredità. I suoi nonni erano mezzadri, si diceva, gente che la terra la coltivava senza possederla. E i suoi genitori si erano trasferiti in città, e quella grande casa colonica in mezzo ai campi dove aveva passato tanta parte d'infanzia era poi divenuta una villa restaurata da gente ricca, la si vedeva passando dalla strada.
Ad un certo punto, passati i quaranta,  si è messo in testa di ritornare a quelle origini, e si è comprato quello scampolo di terra, poco più in alto. Lo sterrato che porta alla casa, al nostro pezzo di cielo e di collina è solo due tornanti più su del cimitero dove stanno i suoi nonni ed i suoi zii.

Tra un mese più o meno sarà il tempo delle olive, da quelle parti si raccolgono tra novembre e dicembre. Nel caso dei miei, che hanno sempre avuto entrambi un altro lavoro cui pensare, il tempo della raccolta si sposta in avanti e indietro a seconda di quante olive sembrano esserci, da quanto si immagina sarà difficile trovare posto al frantoio, da quanto si immagina che pioverà. Ci son stati degli anni che pioveva per un mese di fila, a Novembre, e raccogliere sotto l'acqua non è divertente per niente. Non è divertente né saggio nemmeno stivare le casse di olive bagnate troppo a lungo, per quello bisogna esser sicuri di aver l'appuntamento col frantoio in tempi congrui. E se è un anno con tante olive, i frantoi saranno pieni e ti daranno magari un appuntamento alle tre del mattino, che poi slitterà di un paio d'ore, e passerai la notte in piedi ad attendere il momento di svuotare i tuoi sacchi nella macchina, di riempire i tuoi bidoni con quel succo verde fluorescente. E poi tornerai a casa, e dirai un numero (undici! nove e due! solo il sette!) che dirà a tutti se è andata bene o male, ma in ogni modo quella sera, sicuramente verserai un filo di quel succo verde sul pane arrostito e ti dimenticherai di tutto, perché mettila come ti pare, dirai, l'olio nostro è un'altra cosa.

Io non ho mai veramente, attivamente, fatto molto, i miei non me lo hanno mai chiesto. Ci son stati degli anni che avrei lo stesso preferito che non ci fosse, questa incognita e fonte di stress prima di Natale, ci son stati degli anni che avrei preferito i miei si fossero scelti un altro hobby. Ora magari fa anche chic, e al frantoio si trovano professori universitari e ricercatori, ma la campagna che ho visto io i primi anni era ancora fatta di contadini abituati a viverci e sopravviverci sopra, e mi è sembrata dura da morire e mi ha spesso fatto una gran rabbia.

Però c'erano giorni belli davvero, a dicembre, quelli in cui fa freddo ma c'è il sole, e poi che freddo vuoi mai che faccia in Toscana, e allora passavi la domenica tra gli olivi e pensavi che sono piante meravigliose, veramente, con quei tronchi storti dove si legge ancora il marchio della nevicata dell'ottantacinque, e guardavi giù dalla collina e vedevi fino al mare, lontano, e sentivi la terra intorno riecheggiare di voci e risate e pensavi che in fondo capivi.

martedì 14 ottobre 2014

Clap along if you feel like happiness is the truth

Molto tempo fa feci una lista simile, e la rifaccio oggi ispirata da Elasti: i dieci piccoli, innocui, apparentemente insignificanti portatori di felicità.
La faccio oggi che non sono per niente in vena, che ho la luna storta, il maldischiena e una voglia incredibile di mettermi sotto il piumone e compiangermi un po'. La faccio, cioè, con sommo sforzo, mentre mi verrebbe mille volte meglio fare una lista dei mille motivi per cui la (mia) vita è una merda.

1- le fusa dei miei gatti, una delle poche cose sul pianeta sulla quale io possa sempre contare
2- il profumo di pane e dolcetti alla cannella portato dal vento dalla fabbrica di Pågen, anche se poi è difficile mantenere i propositi di dieta
3- una passeggiata nel bosco di Änggården, dove ci si dimentica di essere in città, tra laghetti sommersi di ninfee e incontri con alci e cerbiatti
4- un bicchiere di vino rosso assieme ad una buona cena
oh quanto mi manca! ma lo metto nella lista lo stesso, perché la sua assenza è solo transitoria, e me ne infischio se questo fa di me automaticamente un'alcolizzata, per i canoni scandinavi. A me di uscire e bere cocktail o birre non manca per niente, ma un buon vino ben scelto sì, e un bicchiere basta e avanza.
5- il profumo della mia pianta di basilico sul balcone, che mi trasporta subito con la mente in luoghi più mediterranei e mi ricorda il giardino di mia nonna in certe mattine ombrose di giugno
6- un piatto di capellini, conditi solo con l'olio dei miei, il peperoncino e il parmigiano: il mio vero comfort food, altro che nutella!
7- un bagno caldo e pieno di schiuma! da quando abbiamo la vasca, dopo anni di docce, abbiamo preso l'abitudine almeno mensile di riempire la vasca e di versarci dentro quantità spropositate delle lozioni più schiumogene che riusciamo a recuperare. Poi accendiamo la musica e pure le candele, che il bagno è l'unico posto dove quel maniaco della sicurezza me le lascia accendere.
8- prendermi il tempo di farmi la piastra ai capelli. Il più delle volte in cui mi sento depressa, sono anche spettinata. Lisciare quella criniera indomita che mi trovo sulla testa mi mette subito in pace con l'universo.
9- guardarmi BBC Pride and Prejudice per la decimilionesima volta. Se non ho tempo per tutti e sei gli episodi di fila, mi guardo solo il quarto, e Colin fa il resto.
10- un abbraccio stretto stretto. Di solito me lo vado a prendere ma so che sono fortunata per il fatto che non mi venga mai negato.

mercoledì 13 agosto 2014

it's something unpredictable but in the end it's right

Oggi pensavo che ci sono luoghi su questa terra che mi sono appartenuti, mi sono stati famigliari come il luogo dove sono cresciuta, e che adesso sono dietro di me, lontano da me, in una sorta di dimensione parallela che è diversa da quella in cui stanno tutti gli altri luoghi della terra.

A volte mi arrivano flash di quei luoghi. Come buffe cartoline mentali. Buffe, perché non sono le immagini che di solito fotografiamo, che ci portiamo addosso come souvenir. Non sono il Royal Mile o il monumento a Scott ad Edimburgo, non sono la cattedrale di Strasburgo, le terme di Baden Baden, il Castello di Heidelberg o quello di Neuschwannstein, sebbene ognuno di questi se rievocato mi si presenta davanti col suo corredo di ricordi e sensazioni. No, le immagini che mi trovo a rimirare più frequente, senza motivo alcuno ma con una strana malinconica sorpresa, sono luoghi banali, senza importanza, spesso senza bellezza.

C'è questo svincolo per esempio, sulla sinistra c'è Toys'R'us, sulla destra un MacDonald e un grande negozio di biciclette, nel mezzo una strada a quattro corsie sulla quale ho usato per la prima volta il navigatore (la perfida Jane) e sulla quale mi sono trovata regolarmente, prima di ogni viaggio verso sud, prima di ogni gita domenicale verso la Francia, prima di ogni viaggio verso l'aeroporto. Sapevo che Jane mi avrebbe mandato un fastidioso beep e intimato di stare attenta alle telecamere, e sapevo dove erano, ognuna di esse. Sapevo in quale corsia stare prima che lei mi dicesse per la ventottesima volta "keep right". Quel Toys'R'us è quello dove comprammo i costumi per il mio primo Fashing, il carnivale sbronzo e caciarone cui quella zona della Germania si dedica con tutto il cuore, anche passata l'infanzia. Sempre lì ho comprato il libro sonoro a mia nipote, prima di andarla a conoscere. Lì sono stata con le mie colleghe infinite volte in pausa pranzo, ogni volta che un nostro collega aveva un figlio in arrivo - lì comprammo il triciclo per il figlio del mio tecnico, che poi scoprimmo non avrebbe mai camminato. E ogni volta ci fermavamo a mangiare un kebab nel chioschetto di fronte - uno youfka senza cipolle e una cocacola. E quel MacDonald, ci ho mangiato una sola volta, uno strano sabato di millemila anni fa, quando non avevamo la macchina ed avevamo cambiato due linee di tram per essere lì, in cerca di una bici da corsa per me, in quella prima estate dopo che il mondo era esploso e senza rumore si era ricomposto (non la comprammo mai).

C'è questa strada lungo le rive del Reno, costeggiata d'alberi, il fiume che scorre così vicino che a volte se cominciava a piovere potevi trovarti con l'acqua alle caviglie. La gente vi faceva in-line-skating quando il tempo era bello e passeggiava coi cani. Una volta per attraversare un tratto tutto allagato Danne mi ha preso in spalla. Al sabato e alla domenica ci trovavi gente ben vestita che era appena uscita da un ristorante molto famoso lì vicino, dentro al bosco, circondato di canali e laghetti e dighe e ponti. Davanti al ristorante, con un piccolo banchetto contro ad un albero, un signore dall'accento slavo vendeva miele fatto nella zona, o patate, o mele, a seconda delle stagioni - noi compravamo il miele di castagno.  La strada verso casa si snodava tra i campi di colza e di granturco, costeggiata di meli e di ciliegi. A volte capitava di vedere un capriolo. Ovunque c'erano nidi di cicogne. Io quella strada l'ho fatta col sole e con la neve, a piedi e in bici, a volte ci andavamo a correre, a volte ci portavamo pure la gatta al guinzaglio, la saprei disegnare su una mappa, ogni curva, ogni ponticello. Sotto mille punti di vista, era casa.

E poi c'è questo posto di cui non so il nome, in Svizzera. Ci siamo fermati lì ogni volta che abbiamo viaggiato in auto verso l'Italia. Le prime volte, per caso - era più o meno il punto in cui cominciavamo ad aver fame e voglia di sgranchirci. alla fine lo abbiamo pure messo tra i preferiti del navigatore. Era una piazzola di sosta che si affacciava su un lago senza importanza, dietro c'erano pascoli verdi e baite e mucche.

la mia macchina che non c'è più
il lago senza nome
Non so perché l'avessimo scelta, forse perché era calma, c'erano i tavolini e i bagni non erano disgustosi, ma era anche una sensazione rassicurante quella di avere questo posto nel modo, questo posto che non aveva nemmeno un nome per noi (sul navigatore era segnato come "sosta in svizzera") e dove di solito ci sentivamo già in vacanza, già in viaggio, che è una sensazione meravigliosa e che mi manca parecchio. L'ultima volta mi ci sono fermata da sola, era il mio ultimo viaggio per riportare in italia la mia macchina e le ultime cose dopo aver svuotato l'appartamento. Gli ho detto addio, con uno sguardo, come a tante altre cose quel giorno.

martedì 1 luglio 2014

goodbye yellow brick road

Ogni tanto, ripenso alla Lidia.

La Lidia era una cugina di mia nonna materna, e in assoluto la mia parente preferita quando ero piccola. viveva a due porte dai miei nonni, nella strada dove peraltro viveva la maggior parte dei loro parenti. Funzionava così, in quel paesino, in quegli anni: le porte stavano socchiuse, anche se davano direttamente su una strada comunque trafficata, anche se non c'era manco un marciapiede e dovevi sporgere la testa per assicurarti prima che non stesse passando magari un tir. Era come se il paese non si rassegnasse, che non erano più gli anni 50. Poi fecero una strada a scorrimento veloce, finalmente, e i tir smisero di passare di lì, spesso portandosi via dietro le persiane delle finestre aperte sulla strada. Ma ero già grande, allora.
Dunque io passavo la vita su quella strada, da una porta socchiusa all'altra, seguita dalle grida di chi mi diceva di stare attenta. C'era pure l'ACLI su quella strada, ci andavo con una moneta da 200 lire per comprarmi un ghiacciolo, in quelle ore piene di sole dove finalmente non passava un'anima.

La Lidia, dicevamo, stava in fondo alla strada, in una casa che a pensarci ora mi chiedo come fosse legale abitarci. Due stanze a piano terra, congiunte da un corridoio buio, col linoleum marrone semidistaccato, e sul fondo un microscopico cortiletto pieno di vasi rotti e piante e detriti. C'era, mi ricordo bene, uno strano busto di donna in gesso in bilico su una colonna. Sulla porticina che dava sul cortiletto aveva messo la macchina da cucire, perché la Lidia aveva sempre e solo fatto quello, la sarta, come mi pareva facessero un po' tutte le donne sole di quel paese. E l'aveva messa lì perché era il punto in cui c'era più luce di tutta la stanza, che era buia e bassa. La Lidia lavorava seduta alla sua Singer, era una di quelle che da chiuse sembrano un mobiletto, gli occhi strizzati dietro agli occhiali e il piede sul pedale. Io potevo star lì con lei per ore. A casa sua potevo toccare tutto, chiedere tutto. C'erano in giro le cose cui più avanti avrei pensato, leggendo Gozzano: le povere cose di pessimo gusto. Le mensole erano piene di bamboline, quelle che secoli fa si compravano come souvenir. Assisi, Venezia, Frasassi. Gliele avevano regalate di ritrono da qualche gita, lei non credo avesse mai viaggiato molto. Sulla televisione stavano una gondola, una torre di Pisa, un piccolo pinocchio di quelli che si compravano a Collodi. Ognuno aveva sotto un centrino. 

La Lidia mi parlava con una voce sempre molto sommessa, mentre lavorava o guardava altrove. Eppure ho sempre avuto la sensazione che mi parlasse davvero, non come fanno molti adulti coi bambini, pensando siano troppo piccoli per tenere conversazioni normali. A volte mi parlava di "suo povero Gigi", accarezzando una foto che stava in ingresso. Gigi era l'uomo che aveva sposato quando aveva già oltre quarant'anni, un vedovo un po' più anziano e con un figlio grande. Lui poi era morto poco dopo, troppo giovane, tanti anni prima che io nascessi. A volte poi ho sentito la storia raccontata da altri, un matrimonio di convenienza, per rattoppare due solitudini, ma io mi ricordo quelle chiaccherate, quando c'eravamo solo io e lei, o al massimo mio fratello che era pure più piccolo - e son sempre stata certa che ci fosse stato tanto amore in quella vita imperfetta e sfortunata, magari tardivo, magari troppo breve.

E poi la Lidia spariva dietro una tenda a fiori - quei fiori stilizzati anni sessanta o settanta, con quei colori, arancio, ocra, marrone - nell'angolo estremo della stanza che faceva da cucina e da soggiorno, l'angolo vicino alla stufa economica con il tubo annerito. Da dietro la tenda ricompariva con un kinder maxi, o un kinder cereali, e lei diceva: "la vuoi una cioccolatina?".

Ma soprattutto, la Lidia aveva gatti. Li teneva senza troppa supervisione, ovviamente, come era ovvio a quei tempi. Mai sentita la parola veterinario da piccola, dubito che qualcuno avesse in mente di sterilizzare gatte o gatti. E quelli facevano la loro vita semi selvatica, riproducendosi oltre modo e finendo spesso i loro giorni sotto a un camion. Ma era così ovunque, non era lei ad essere diversa. O meglio, lei sì, era diversa, lei i gatti li amava e tanto. E quelli la ricambiavano, passando dal cortiletto al suo divano verde e duro.Una volta si assentò per qualche giorno - accadde davvero solo quella volta - e lasciò detto a qualcuna di dar da mangiare per lei ai gatti. Al ritorno le dissero: "ma guarda che i tuoi gatti mica la mangiano la pasta, come mi hai detto!" E lei: "ma il parmigiano ce lo hai messo?"

Quando andavo da lei sapevo che ne avrei trovati tre o quattro acciambellati in giro, in casa o fuori. E poi a volte c'erano pure i cuccioli. Lei mi raccontava la storia di questo o quel gatto, spesso avevano aggettivi più che nomi ma comunque un nome lo avevano, ecco, non erano una popolazione indistinta per lei. Sì, è vero, a ripensarci ora si sentiva un sottile odore di pipì di gatto da quelle parti, ma a me non pareva una cosa importante. Stavo lì ad ore, finché mia nonna non veniva a cercarmi, per nulla contenta che fossi sfuggita alla sua supervisione per "andare dai gatti". Ma io non mi curavo della sua faccia accigliata, io lo sapevo che lo facevo col benestare di mia madre, che era pure lei una gran fan della Lidia. E dei gatti.

Era buffo, in effetti, che nella stessa famiglia ci fossero posizioni tanto diverse circa gli animali. Pare che dalla parte della mamma di mia nonna ci fosse una fobia nera dei gatti, specie nelle donne. Si raccontavano orribili storie di toxoplasmosi in gravidanza. Il padre di mia nonna invece discendeva da generazioni di falegnami, e i falegnami i gatti se li tenevano volentieri intorno. Mia madre credo sia l'unica delle sue cugine che non si mettesse a strillare alla vista di un gatto in lontananza...e figurarsi che i gatti in linea di massima mica ti vengono a cercare. (Specie se sei un'idiota, mi vien da dire).

Spesso sorprendevo mia nonna e le altre cugine a criticare la Lidia. Girava voce, un'esagerazione ovviamente,  che comprasse solo cibo per gatti e cioccolata - e a me che ero piccola la cosa pareva semplicemente geniale! che altro serviva? - e so che loro erano genuinamente preoccupate per lei, per la sua salute (stava benissimo, comunque). Ma al contempo, avevano per lei una certa irritazione, una specie di rabbia. Perché la Lidia di loro se ne sbatteva, ed era proprio ovvio. Così come se ne sbatteva del paese che è piccolo e della gente che mormora. E dire che spesso la gente si radunava a mormorare proprio intorno a lei, che stava seduta sulla sua soglia con in mano un lavoro da fare ad ago. Si formava spesso un capannello in quel punto, che costringeva le macchine a rallentare o a fermarsi. Quelle stavano lì e parlavano e sparlavano, lei cuciva e basta. Eppure la Lidia non era mai stata una persona asociale, mi è sempre parsa felice di avere persone intorno. E non era né triste, né acida. Aveva accettato le asprezze della sua vita senza passare il tempo a chiedersi perché quelle che la criticavano tanto avessero avuto vite tanto più semplici, o fortunate. Non le usciva mai un commento negativo su nessuno. E poi era un persona indipendente e forte e non si piangeva mai addosso. E credo che questo alla fine mettesse a disagio chi intorno a lei si comportava tanto diversamente. 

Io ogni tanto ci penso, alla Lidia, sempre con un sorriso - come oggi che mi son trovata in mano un kinder maxi, dopo chissà quanto.

domenica 9 febbraio 2014

a time to remember

Si è rotto l'orologio, mi sono dovuta arrendere.
 Da un paio d'anni mi dedicavo a eleboratissime routine per rimetterlo in sesto, spostare le lancette e cambiare batterie, ogni volta pareva ci abbandonasse, e Danne diceva con uno sbuffo guarda che si è fermato di nuovo ed io niente, caparbia come non lo sono mai, attaccata a questo oggetto come a quasi niente altro. Stavolta però non c'era niente da fare.


Lo avevo preso da casa dei miei, e portato in Germania, perché si adattava bene al nuovo muro verde prato della mia cucina tedesca. Era l'orologio della cucina dei miei nonni. Mamma aveva svuotato la casa dei nonni semplicemente portando tutto a casa sua, e questo orologio anni cinquanta senza più un luogo e una funzione era finito in una scatola assieme a quelle cose senza valore, usate, eppure care. Era l'orologio che per anni ho atteso che segnasse le 4, l'ora di bim bum bam, facendo merenda con pane e zucchero. Era l'orologio che si sentiva ticchettare sommessamente nel silenzio di certi pomeriggi di luglio pieni di cicale, con la luce che entrava sghemba dalle persiane socchiuse sul giardino.

L'ho preso perché mi serviva un orologio, ma senza la reverenza di certi cimeli. Solo quando l'ho appeso la prima volta mi sono accorta che mio nonno aveva appiccicato un piccolo pezzo di scotch di carta, dietro, su cui aveva scritto una data. 18 Maggio 2007. La data in cui per l'ultima volta aveva cambiato le batterie. Io non so spiegarlo a nessuno, ma quell'orologio mi è caro soprattutto per via di quell'etichetta scritta a mano. Perché è quel genere di gesto, così ordinato, così puntuale, nella mia famiglia non esiste e se è esistito è solo perché c'era lui.

Mio padre diceva spesso: tuo nonno non combatte, non si da da fare per rendere il mondo un posto migliore, lui lo lascerà così come lo ha trovato, perfettamente funzionante. Aveva ragione in tanti modi, anche se ora non condivido più quell'accento un filo sprezzante con cui lo diceva. Perché da quando non c'è più, così tante cose hanno preso a deteriorarsi, e solo da quando non c'è più sento davvero quanto bisogno ci fosse, di qualcuno che tiene tutto in ordine, che impedisce che tutto si disfi. Ma è vero che mio nonno non era coraggioso, né ambizioso. Mio nonno era silenzioso, aveva poche opinioni, o per lo meno non le esternava facilmente - e in questo il confronto col genero era davvero stridente. Mio nonno era il tipo di persona che preferiva conformarsi per evitare scontri, per evitare l'isolamento sociale. Mio padre, tutto il contrario. Da adolescente, era facile avercela con mio nonno, ed era facile sposare le idee di mio padre al riguardo.



Mio nonno avrebbe avuto tanto da dire, però, e noi lo avremmo ascoltato volentieri. Avrebbe potuto raccontarci di più dell'Africa, della guerra, della prigionia in America. In molti potrebbero pensare che della guerra non si parli volentieri, che sia una pagina buia che si preferisce voltare. E di sicuro era così anche per lui, ma forse non nel modo esatto che si può credere. Nel cassetto della cucina, tra le posate, stavano una coppia di cucchiaio e forchetta con su inciso "US". E sulla credenza il piccolo dizionarietto di inglese dato ai prigionieri di guerra. E quelle foto nel mobile in salotto, quelle foto in bianco in nero, lui aveva vent'anni ed era bello, mio nonno, vestito da soldato. Tutto raccontava un'altra storia. Che ho capito solo molto molto dopo, e allora mi era tornato in mente De Gregori, che la guerra è bella anche se fa male, un concetto tremendo e incomprensibile ai più, e che ti condanna al silenzio, per sempre.

Mio nonno era stato poi un operaio, di quelli che, smontato il turno, andavano a far la passeggiata in centro vestiti bene e con il pettine sempre nella tasca dei pantaloni. Mio nonno ci teneva a vestirsi bene, ci teneva al suo caffé al bar, ci teneva alle chiacchiere con gli amici sulla piazza, chiacchiere mai volgari. Mio nonno era tradizionalista, cattolico, ma più per conformismo che per convinzione. Di mia nonna e della sua mania per la chiesa un po' rideva e - anche questo avrei capito dopo - un po' la disprezzava. Mio nonno non credeva davvero in niente.

Forse avrebbe preferito un figlio maschio, ma non era il tipo di maschilista che di queste cose faceva proclami, come altri del suo tempo. Aveva accettato la regola generale che i padri non si occupassero troppo dei figli, men che meno delle figlie. Di certo di mia mamma non gli era mai importato troppo - lei voleva studiare matematica, lui la mandò al magistrale, invece, perché facesse la maestra. Ma erano altri tempi, il ricordo della miseria era dietro l'angolo, e per quanto ingiusto verso mia mamma, la decisione di mio nonno era più dettata dal suo essere pavido che dal suo essere cattivo. Perfettamente in linea con la sua epoca, mio nonno.

Di fatto, mia mamma alla fine ha potuto comunque laurearsi. Di fatto, mio nonno non le ha impedito mai più nulla oltre la scelta delle superiori. Di fatto, mio nonno ha accettato pure questo genero tanto diverso da lui, senza un commento. Di fatto, tutto quel che mio padre ha imparato a fare (lavoretti di muratura, impianto elettrico, un po' di idraulica) lo ha imparato da mio nonno, non da suo padre, che non aveva pazienza. Mio nonno ne aveva, di pazienza, e si teneva per sé i commenti e le opinioni negative. Mio nonno non era un santo e non era generoso in senso lato, ma quando i miei hanno avuto bisogno di aiuto, su di lui hanno sempre potuto contare. Magari gli diceva "siete pazzi", perché era pavido, ma su un suo aiuto pratico non c'erano dubbi. Io e mio fratello siamo stati tutti i pomeriggi a casa loro, per anni, e a pranzo da loro ogni giorno d'estate, quando mia mamma aveva le maturità.

Sono cresciuta senza una grande stima di lui, e convinta di non avere la sua. Sono cresciuta pensando che rappresentava tutto quel che avrei voluto cambiare della società: quella generazione di vecchi moderati, con famiglia cristiana sempre sopra al televisore, sempre sintonizzato su raiuno. Non ho mai cercato la sua approvazione, a volte ho cercato lo scontro - e non l'ho trovato, perché mio nonno lo rifuggiva con la sua nonchalance. Mi ci sono voluti anni, per conoscerlo. C'è voluto l'alzheimer di mia nonna, c'è voluto che cadessero tante cortine. C'è voluto che crescessi e gli parlassi davvero.


Mi ricordo una conversazione degli ultimi anni, non so se mia nonna fosse ancora viva o no, lui era già cambiato. Ervamo solo e mia madre con lui e lui disse, quanto siete bravi tu e tuo fratello, eravamo entrambi laureati o quasi, e lui diceva che abisso c'era tra noi e i dei nipoti dei suoi amici, che stavano sempre a chiedere soldi, che non sapevano fare niente. Quello era un immenso credito a noi, e ai miei, per averci cresciuti bene, e bisogna tenere in mente quanto fosse fuori carattere quella frase, quanto fosse inattesa e atipica. Ci aveva messo vent'anni a dirlo, conforntandoci sempre impietosamente con tutti, sempre partendo dal presupposto che gli altri fossero meglio, preferendo da sempre, per timidezza, non si dire nulla a nessuno, né di brutto né di buono.

E poi mi ricordo quando mi trovò con un cacciavite in mano a riparare un armadietto. E con una faccia che non dimentico mi disse: non dovrebbe essere tuo fratello a farlo? perché dio ce ne scampi gli uscisse mai un complimento, ma quello era, ed io lo sapevo.

E poi l'ultimo ricordo che ho di lui, quell'ultima estate. Avevo lasciato il fidanzato storico, avevo trovato un lavoro di qualche mese in Italia ed ero tornata a stare coi miei. Per evitare shock e disonore, ai miei nonni non era stato confessato che avevo un nuovo ragazzo, straniero, che possibilmente avrei raggiunto presto, in Germania. Una domenica me ne andavo in bici verso la casa che i miei hanno in collina, passando dal paese di mio nonno: una cosa che in precedenza avevo fatto col fidanzato. Davanti a casa sua, lo incontrai per caso. Avevo la mia mountain bike, i vestiti da ciclista, era una strada impegnativa in salita, una trentina di Km. Lui era sorpreso e ammirato di vedermi fare questa cosa da sola. Mi disse: ma mi raccomando, adesso non stare sempre da sola. Lì per lì me la presi parecchio: pensa che abbia bisogno di un fidanzato? che senza muoio? Adesso a ripensarci non riesco davvero a considerarla come una cosa negativa. Dopotutto, era come se dopo tanti anni mi vedesse davvero, mi guardasse come una persona e non, come aveva fatto a lungo con mia madre, come ad un elemento del contorno privo di grande interesse. Anni prima, non mi avrebbe detto nulla e forse dentro di sé avrebbe pensato che ero pazza come mio padre. Parlarmi di cose "private" era per lui un grande sforzo e quello era il suo modo di interessarsi a me, alla mia felicità, e in questo senso questo ricordo per me significa molto.
 
Non ha mai conosciuto mio marito. Me ne spiace, anche se dubito che fosse rimasto molto del suo inglese classe 1944. È morto quando ero tornata in Germania, sono passati giusto sei anni, e mi pare un tempo immenso, infinito. E adesso che l'orologio è in cantina, avevo bisogno di fermare il suo pensiero da qualche parte.