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giovedì 23 aprile 2015

23 aprile

Il mio primo libro è stato Il giornalino di Gian Burrasca. Era l'estate tra la terza e la quarta elementare - tardi, tutto sommato. Eppure la mia carriera di lettrice ci avrebbe messo ancora un anno a partire sul serio. Fu con Speciale Violante di Bianca Pitzorno che leggere divenne un bisogno quasi fisico. Faceva parte di una collana Mondadori, si chiamava "Gaia Junior" e per comprarli spendevo tutti i miei soldi - costavano un botto. Li allineavo poi sulla mia mensola, quella strappata coi denti facendo posto tra i libri dei miei. A casa mia librerie e mensole coi libri stavano ovunque, pure in garage, in pratica ogni cm di muro veniva usato e, quando son finiti, i miei hanno semplicemente comprato un'altra casa. Per dire.
Ogni volta che avevo i soldi per comprarne uno nuovo passavo ore ed ore in libreria per sceglierlo, e la scelta era sempre un'agonia. Poi lo leggevo tipo in due giorni, volando tra le righe, come fosse un sacchetto di dolci - io pure coi dolci non avevo misura. Ero una binge-reader, già allora. Poi, quando il libro era finito mi spiaceva tantissimo. E allora lo rileggevo. Quei libri li sapevo a memoria alla fine. E per anni ho avuto questa abitudine: ogni sera prima di andare a letto. quando non avevo un libro iniziato, ne sceglievo uno dalla mia mensola, lo aprivo ad una pagina a caso e ripartivo a leggere da lì.
Ovviamente non mi servivano tanti soldi per leggere, con una casa piena di libri, ed ho letto tantissimi classici che trovavo in giro. Inoltre feci allora la mia prima tessera della biblioteca. La biblioteca dei Ragazzi del mio paese era una stanzuccia piantonata da un obiettore di coscienza che aveva l'aria di annoiarsi a morte, ma meglio di niente.
La Pitzorno è stata in assoluto la voce narrante della mia pre-adolescenza. Avendola scoperta tardi, lessi allora persino i suoi libri pensati per i più piccoli. Mi è tornato in mente questo ricordo vivissimo: un sabato d'inverno della mia prima media ero riuscita a procurarmi La bambina col falcone. Pioveva ed era uno dei primi giorni di freddo ed io pensai tornando a casa da scuola: che bello, oggi mi metto in poltrona e lo leggo! (Mi ricordo persino che maglione avevo, accoccolata nella poltrona).
Li ho amati tutti i suoi libri, ma Speciale Violante fu qualcosa di diverso: mi fece cominciare a scrivere. Avrei dato chissà cosa per essere una delle protagoniste, entrare proprio dentro al libro. Purtroppo  la mia vita si ostinava a svolgersi pigramente nel mio minuscolo e noiosissimo paesello, e dunque l'unico modo per averne un'altra era scriverla. Di recente mi sono accorta che ho smesso di scrivere racconti quando me ne sono andata di casa e mi son trasferita in Germania. Non avevo più bisogno di inventarmi niente.
Di leggere invece non ho smesso - ho smesso solo di allineare i libri. Ho sempre questo bisogno di tenermi leggera e sa il cielo che gran rogna sia traslocare casse e casse di libri. I libri che avevo accumulato in Germania li ho regalati quasi tutti, ricordandomi quel che mi disse un amico all'università: i libri devono girare! Lui era di quelli che li lasciava sulle panchine. In un hotel in Spagna c'era uno scaffale da cui i turisti potevano attingere lasciando a fine vacanza i libri che non volevano portarsi dietro: lessi tantissimo in quella vacanza! Trasferendomi ho poi riscoperto il piacere della biblioteca (in Germania mi era pressoché preclusa per ragioni linguistiche). Per tutto il resto c'è il kindle: un clic e in due secondi qualsiasi libro che voglio, nella lingua che voglio, è con me, nello spazio di pochi cm e pochi grammi. Il mio scaffale è virtuale ed è sempre con me.
Oggi è stato il grande giorno di #ioleggoperché. Peccato non essere in Italia e poter partecipare un po' di più. Ad ogni modo, sono stata al mio bookclub ieri e oggi in biblioteca con Kiki. Intorno a me erano davvero in tanti a leggere: bambini, teenagers, pensionati, genitori in congedo (le ore son quelle del lavoro). Fuori c'era pure un bel sole e tutta quella gente che sfogliava libri e se li portava sulla terrazza assieme ad una tazza di caffè mi è sembrata una cosa stupenda. C'è speranza per il mondo, Kiki! Le ho detto, sulla via di casa.










lunedì 20 aprile 2015

#ioleggoperché 10

Quando sono arrivata in città, non conoscevo nessuno. Le prime amicizie sono nate tramite un corso di svedese a pagamento, dove per magia si sono trovate nella stessa classe molte persone con età e storie simili. Per tutti noi la prioritÀ nemero uno era l'integrazione linguistica. A detta di chiunque ci abbia incontrato, è raro vedere persone imparare la lingua svedese con la velocità che noi abbiamo mostrato. Eppure, per quanto alto il livello di un corso, l'integrazione linguistica è altra cosa. E nella spasmodica ricerca di modi sempre nuovi e più efficaci di imparare la lingua, piantare le nostre nuove radici e uscire dalla bolla, ad una di noi, Anna-dai-capelli-rossi, venne in mente di fondare un bookclub.

I membri del nostro bookclub sono per lo più donne, ma c'è stato anche un uomo per un po'. Sono di varie età e nazionalità. Hanno in comune di amare la lettura e di considerarla il miglior mezzo per conoscere un paese. Perché il modo con cui le persone si esprimono e quello che raccontano sono pezzi fondamentali del puzzle. Per questa ragione, la prima ed unica regola del bookclub è che si legge solo letteratura svedese - senza aver nulla contro l'encomiabile opera dei traduttori, qualcosa si perde sempre per strada.
E se è vero che leggere è un fantastico modo per imparare una lingua, è vero anche il viceversa: imparare una lingua straniera in più ti rende accessibili nuovi percorsi letterari che magari altrimenti non avresti fatto, o ti sarebbero stati preclusi. Infatti non tuttu i libri vengono tradotti in tutte le lingue, e l'interesse italiano rispetto alla letteratura svedese pare al momento piuttosto limitato al popolarissimo filone giallo.

Il mio bookclub gioca ed ha giocato un ruolo centrale nella mia vita di qua. In un paese dove mi mancavano tutti i riferimenti, sociali e culturali, ha rappresentato un bellissimo modo per non sentirmi sola, e non dico solo in termini pratici, nel senso di aver qualcuno con cui andare a prendere un caffè. I nostri incontri settimanali sono qualcosa di più: leggere insieme, confrontarsi, cercare insieme la risposta alle domande che una pagina scritta può far sorgere. Senza questo ci avremmo messo molto ma molto di più a sentirci a casa.

Oggi, leggendo che l'ultima tornata del gioco di #ioleggoperché organizzato dalla 'povna avrebbe avuto come tema la lettura, ho pensato proprio a noi, alle fantastiche persone che ho conosciuto grazie all'amore per la lettura e ai mondi che mi si sono aperti, sia nella realtà che nella finzione. E ho pensato a "The Jane Austen Book Club". L'ho letto in inglese e dunque mi perdonerete se non ho potuto trovare la citazione in italiano. Non lo trovo un libro imperdibile, al massimo una lettura piacevole, ma vi si parla dei romanzi della Austen, che tanto hanno rappresentato per me (li ho letti circa un miolione di volte l'uno, in entrambe le lingue). Prima di leggere "The Jane Austen Book Club" non avevo mai sentito parlare di circoli di lettura e mi parve allora una idea meravigliosa. Perché ecco, ho sempre letto da sola da ragazzina, preferendo talvolta la compagnia dei libri a quella degli esseri umani, e solo da grande ho scoperto che la lettura non era necessariamente un modo per isolarsi dal mondo, bensì un modo per entrarci meglio dentro.

Ho scelto questo pezzo perché mi fa sorridere la reazione sconvolta che le donne del bookclub hanno quando scoprono che Grigg, l'unico uomo tra loro, non ha letto Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo di Jane Austen forse più famoso e amato. Lui poi consiglierà alla protagonista la letteratura di fantascienza, da lei reputata di serie B, ma sulla quale si ricrederà. Mi fa sorridere e mi ricorda di tenere la mente e il cuore aperti, quando si tratta di libri. E mi pare stupenda l'idea della lettura come collante, come terreno di incontro e di comprensione, tra uomini e donne, giovani e vecchi, persone di lingue e nazionalità diverse.

Io leggo perché mi rende una persona migliore, sostanzialmente.

domenica 22 marzo 2015

#ioleggoperché (22 marzo)

Da tanto vorrei partecipare a questo bel gioco creato per #ioleggoperché, ma in pratica la sua creazione ha coinciso con l'arrivo di Kiki nella mia vita e la conseguente perdita di controllo su qualunque routine, schema, orario o priorità. Nel senso che è già un successone se riesco in capo ad una giornata a mettere insieme tre pasti una doccia e una spazzolata ai denti (ai capelli no, ci abbiamo rinunciato). Ma insomma, l'idea mi piaceva e ci tenevo prima o poi, prima dei diciottanni di mia figlia diciamo, a partecipare.
E il libro che cito è uno dei pochissimi che mi sono portata in giro per il mondo, mentre la maggior parte dei libri comprati prima dei 25 anni è rimasta per motivi logistici a casa dei miei in Italia. È un libro che ho molto amato, perché è bellissimo e perché sono un chimico, e quell'estate che mi martoriavo sulla scelta della facoltà universitaria, e non riuscivo a scegliere tra Lettere e Chimica - tra lo studio delle cose "chiare e distinte e verificabili" e il fascino della parola, della comunicazione, del racconto, di tutto quello che c'è di imponderabile nell'animo umano - un uomo che incontrai per caso mi disse "Nulla vieta che tu scriva lo stesso, Campana era un chimico, e pure Primo Levi". In realtà non ho mai smesso di rimuginare su quella scelta, che temo ancora sia stata un grandissimo errore, eppure è stata l'origine di tutto quello che di bello e importante è accaduto nella mia vita. Persino ieri notte ho visto bene di rotolarmi nell'insonnia (tra un pasto e l'altro della scimmietta) ponderando quest'annosa questione e ricavandone un poderoso malditesta. E forse è per questo che porto questo libricino con me attraverso i traslochi e le frontiere, anche se nel tempo i sentimenti con cui ho letto un racconto o un altro sono mutati. Ad ogni modo, il Sistema Periodico non è, come dice Primo Levi stesso nell'ultimo racconto (Carbonio) un trattato di chimica, ma un modo bellissimo e poetico con il quale un chimico ha potuto raccontare pezzi della sua vita e le storie che a quella vita si sono intrecciate. Attraverso un quarto di secolo, dagli anni degli studi universitari sotto le leggi raziali, passando per la guerra, la militanza partigiana ed il campo di concentramento, sempre guardando il mondo da dentro un laboratorio, ha raccontato, un elemento chimico alla volta, la sua storia ma anche la Storia, della quale è stato testimone drammatico. E per questo, dopotutto, penso che possa partecipare al tema di questa settimana.