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sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

domenica 9 aprile 2017

la banalità del male

Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.

E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.

Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.

Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.

Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.


mercoledì 22 febbraio 2017

Il cielo sopra Francoforte

Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.

Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.

Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.

L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.

Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice:  se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.

Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.

Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.

Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.

Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo)

mercoledì 23 dicembre 2015

il tiramisú di natale

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ehm, una giovane studentessa espatriata di fresco si recò ad una serata tra amici portando seco un tiramisú.

Lo aveva fatto nella cucina condivisa dell'allegra mansarda di Frau Blücher, utilizzando le fruste elettriche prestatele dal suo vicino di stanza di Singapore, il mascarpone e i savoiardi che si trovano ormai anche in capo al mondo ma che a lei era sembrato incredibile reperire, e come forma una di quei contenitori da microonde ricevuto in omaggio con un pacco di muffin del Penny Markt. L'intera faccenda aveva il fascino di una grande impresa.

Era una fredda sera di dicembre, l'altro suo vicino di stanza, francese, guidava la sua malconcia citroen e loro riuscirono a perdersi nella buia campagna tedesca. Arrivarono alla casa di quel suo collega svedese, conosciuto da poco. La casa era fatta apposta per dare delle feste, grande e bizzarra, nella mansarda (anche quella) di una vecchia casa alsaziana, con la scala di legno, le finestre storte, un pretzel sull'architrave della porta a ricordare che si trattava della casa del fornaio. Fu una sera molto divertente e molto spensierata. Guardarono un film, ascoltarono musica, risero molto. Si dimenticarono però del tiramisù.

Il mattino seguente, al lavoro, il collega svedese passando davanti al suo ufficio fece capolino dalla porta.
"Ma quel dolce che hai lasciato...c'è mica del caffè dentro? perché non ho chiuso occhio!"
"ehm...stai scherzando vero?"
"..."
"ma certo che c'è il caffè nel tiramisù..."

Chi lo avrebbe mai detto che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di tiramisù, passato in breve da dolce sconosciuto a preferito. Nel frattempo, la studentessa dalla mansarda condivisa, facendo una piccolissima deviazione, si sarebbe trasferita nella mansarda dello svedese, dove avrebbe trovato le migliori fruste elettriche di questo mondo, quelle classe 1970 ereditate da Mormor,  quelle che usa tuttora e senza le quali fare il tiramisú sarebbe molto, ma molto più difficile.

E chi lo avrebbe mai detto che nove anni dopo almost to the day, lo scorso capodanno, si sarebbero trovati sposati, in attesa di una figlia, a condividere lo stesso dessert con tutta la famiglia di lui. E a raccontare pure la storia buffa del tiramisù mangiato a tarda sera dal ragazzo sprovveduto, l'unico al mondo, evidentemente,  che ignorava che dentro ci fosse il caffè.

"ah, ma perché, c'è il caffè qui?" chiese allora il padre del suddetto, col cucchiaio a mezz'aria, la faccia stupita.

"Sì, c'è il caffè nel tiramisù" mormorò la ex studentessa, expat ormai rodata e incapace di stupirsi di niente, crollando le spalle.

Non si è stupita nemmeno quando gliene hanno commissionato uno come dessert per il pranzo di natale di domani. Perché in fondo le tradizioni sono solo convenzioni, e quando su sei adulti presenti si mischiano tre nazionalità ci si rende conto che la cosa più naturale da fare è inventarsene di nuove.

(Buon natale btw).

venerdì 6 novembre 2015

Don't you know me by now?

C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).

Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.

Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.

Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.

Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.

Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.

Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.

Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.

Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?


(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)





martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

domenica 19 luglio 2015

decluttering

A questo punto non so dire se il decluttering sia la mia terapia o la mia malattia. Di certo, mi fa star bene. Mi fa stare esattamente come un tempo mi faceva stare l'acquisto estemporaneo e un po' annoiato di quando andavo a passare un'oretta da H&M solo perché non avevo di meglio da fare. Che poi è la causa stessa medesima della necessità di decluttering. Sono dunque passata da una dipendenza ad un'altra, come si dice degli alcolisti anonimi, che diventano alla fine dipendenti dai meeting?

In attesa di dirimere questo dilemma, ho scremato lo scremabile e adesso le mie possessioni tessili ammontano ad una cassettiera Malm e ad un mezzo armadio Pax - che immagino diventeranno a breve unità di misura del sistema internazionale. Non male per una che fino a pochi anni fa occupava tre armadi quattro stagioni in altrettante case. Tempo di passare alla stanza da bagno.

Abbiamo quindi finalmente eliminato i cofanetti pucciosi e plasticosi  pieni di ombretti multicolore risultato di anni e anni di regali di natale. Lo so, erano scaduti da millenni, e purtuttavia ancora quasi intonsi. Che lo cogliesse un fulmine, quello che creò l'immane Carillon di Pupa innescando la slavina di trousse in cui annegammo l'adolescenza. Che poi, se già non li usavo allora, quando avevo cattivo gusto da vendere, cinquanta sfumature di ogni colore per truccarmi, figurarsi ora che mi sono definitivamente tramutata in una tristona.

E dunque, via tutto, Si lasciano solo i cosmetici minerali. Un po' perché, si sa, quelli non scadono, e vuoi mettere (bah). Un po' perché sono un ricordo. Di quando uscii in stato confusionale dal Moscone Center di San Francisco, dopo aver dato il mio primo talk ad una conferenza internazionale,  e venni presa d'assalto da due commesse sotto anfetamine di un centro commerciale li vicino. Una pareva Kim Kardashian, l'altra Beyoncé. Mi truccarono facendomi sentire sfigata ma redimibile ed io mi lasciai convincere a sputtanare la diaria della missione in cipria e ombretti a marca Mica Bella che, ne converrete, non ha molte chances di sbarcare mai in Italia. E poi tanto non avevo fame.

In the next episode: la scarpiera ovvero la redenzione di Imelda Marcos.


lunedì 1 giugno 2015

farewell

La nonna di Danne ci ha lasciato.
Aveva 93 anni e viveva da sola a circa 50Km dai genitori di Danne. Era due volte vedova. La prima volta, aveva forse vent'anni ed una bimba appena nata. La seconda, erano gli anni ottanta. Nel mezzo ai due matrimoni c'erano stati lunghi anni di ristrettezze economiche, di vita da madre single e lavoratrice. E dopo anche il cancro, e poi, infine, la vecchiaia: poteva muoversi poco e non ci vedeva quasi più. Quando il secondo marito era morto, aveva venduto la casa e si era trasferita in un piccolo appartamento, come è cosa comune qua, cedendo quasi tutti i suoi mobili e le cose per le quali non avrebbe più avuto spazio.

Altissima, ancora, nonostante il peso degli anni, i capelli candidi come vengono solo ai biondi e gli occhi blu velati dalla cataratta, così l'ho conosciuta anni fa, durante il mio primo viaggio in Svezia. A casa sua, nel suo salottino ingombro di mobili antichi e i vetri pregiati, mangiammo salmone, patate e salsa di spinaci. E torta di fragole per dessert - le dolcissime fragole svedesi che ci sono solo a luglio inoltrato. Sul tavolo aveva messo i candelabri delle grandi occasioni.

domenica 15 marzo 2015

I know we're cool

Il Fidanzato l'ha perdonata. Ci sono voluti anni, qualche cattiveria, molto dolore, un poco di pazienza, ma alla fine che sono approdati in questa dimensione dove ci si scambiano auguri e conversazioni di convenievoli, consigli, interessamento sincero, pure qualche ricordo che non fa più male. Una dimensione un tempo insperata. Una dimensione comunque segreta, grossomodo, perché non tutti capiscono. Anzi, quasi nessuno.
È in fondo un gioco di equilibri - poche regole inviolabili e la consapevolezza che tutto potrebbe rovinare giù da un momento all'altro. E se succedesse, loro non potrebbero che limitarsi a guardar le rovine, non ci sarebbe nemmeno da piangere, dopotutto: tutti gli addi son già stati detti mille volte, tutte le recriminazioni fatte, tutte le lacrime versate. Dunque si prende il tutto come viene, con una quieta accettazione e un codice non scritto da seguire senza sgarri. 

giovedì 15 gennaio 2015

a day in the life

Quando ero piccola mio padre lavorava in una vecchia fabbrica di non so cosa, dismessa e riadattata a contenere laboratori di ricerca, nel bel mezzo della città. Era una specie di immenso labirinto pieno di scale, corridoi e strane piccole finestre che lo rendevano globalmente molto buio come edificio. C'era un'officina dove si costruivano strani pezzi di metallo e di vetro, fondamentali per complicati esperimenti, ma anche oggetti molto profani, per favolosi divertissement, e vi regnava un globale menefreghismo per le regole di sicurezza. Se avete mai conosciuto dei vecchi scienziati, quelli per dire che fumavano mentre buttavano un occhio alle sintesi in corso sotto cappa, saprete che c'era ben poco che potesse spaventarli.

Per me bambina era fantastico passarvi del tempo. Lì imparai ad usare un computer col mouse. In vetreria il mastro vetraio creava per me bellissime ampolline. Soppalchi, dislivelli, rampe, passaggi segreti. Nell'ufficio di mio padre c'era una foto di me e mio fratello all'asilo, infilata nella cornice polverosa di una vetrina. In seguito, quando ormai facevo la studente pendolare, ci passavo a volte quando avevo scuola al pomeriggio, per farmi offrire il pranzo da mio padre, al bar dell'angolo, e mai abbiamo parlato tanto come in quel periodo, mentre masticando una focaccia al crudo mi lamentavo della scuola. E poi all'università a volte usavo il suo ufficio come appoggio per studiare nelle ore di buco, perché le lezioni erano tutte nei dintorni e lui in pratica viveva in laboratorio. E ci andavo per cambiarmi d'abito, specie i calzini bagnati dei giorni pioggia, un classico. Vi tenevo parcheggiata la mia bici, la vecchia graziella rugginosa di mia mamma, l'unico tipo di bici che era possibile legare in giro, perché le parole le porta via il vento e le biciclette, beh, i livornesi.

Per anni e anni si parlò del trasloco che avrebbe portato i laboratori fuori dal centro città ma, come sempre in questi casi, la data slittava di anno in anno, tanto che smisi di credere sarebbe mai accaduto. E così mi colse un po' di sorpresa quando accadde, nel 2001. E mio padre fu l'ultimo a decidersi, lui che odia i cambiamenti e non vedeva proprio come lo spostarsi in un bell'edificio moderno e costoso potesse mai significare un progresso per la ricerca. I suoi strambi strumenti ci stavano benone, nella fabbrica buia dove nessuno rompeva le scatole con leggi e normative. Ma insomma, alla fine dovette cedere pure lui. E quel giorno che il trasloco delle sue cose doveva finalmente avvenire, mi chiamò inalberato e frettoloso perché andassi subito a prendere la mia bici.

Non so bene che cosa stessi facendo né perché quella telefonata mi scombinò tanto i piani, mi ricordo che fui costretta ad andare prima a casa del Fidanzato per lasciare il mio zaino coi libri e a far tutto di fretta. Ero nel suo ingresso e mi muovevo frenetica inanellando parole, incavolata con mio padre, mentre il Fidanzato cercava di interrompermi per dire di un aereo che aveva preso in pieno una delle torri. Io dissi solo "ma che idiota" e senza un pensiero mollai la borsa e mi lanciai di corsa per le strade cittadine. Avevo ai piedi le mie nuovissime New Balance che erano di moda quell'anno, e così correvo leggera sui pavimenti sconnessi schivando signore col cane, biciclette e motorini. Alla vecchia fabbrica trovai mio padre in mezzo agli scatoloni, nel garage. Ci scambiammo due parole al volo, lui era di pessimo umore e oltretutto non si sentiva bene, ed entrambi avevamo da fare. Ci pensai solo sulla strada che feci a ritroso sferragliando su e giù dai marciapiedi, che non avevo detto addio alla vecchia fabbrica con tanta della mia infanzia dentro.

Dunque tornai a casa del Fidanzato, dove da allora avrei parcheggiato la graziella. Avevo il fiatone quando lui mi aprì la porta e mi infilai dritta in bagno. Solo dopo, quando finalmente calma lo raggiunsi in cucina, gli chiesi: ma cosa dicevi dell'aereo? E lui muto mi indicò lo schermo della piccola tele sul frigo, dove scorrevano le immagini della CNN e le torri gemelle fumavano entrambe. Le vedemmo crollare, in silenzio.

E poi era ora di tornare a casa, il mio solito infinito viaggio da pendolare, quello che facevo ogni maledetto giorno. Era così surreale persino star sull'autobus quella sera. Metà dei passeggeri sapeva e cercava invano di spiegare all'altra metà quello che era accaduto. Ma come lo spieghi. E soprattutto, cosa ne sapevamo. Il giorno dopo rimasi a casa, e così anche mio padre, che aveva la febbre alta. Io studiavo al tavolo mentre lui sul divano avvolto nella coperta si ubriacava di ultim'ora. Ad un certo punto mi disse: si stanno muovendo verso l'Afghanistan.

Nel corso dei mesi successivi, a mio padre fu diagnosticata una rara malattia autoimmune della quale non sapevamo niente. Cominciammo a sentir parlare di Al Queida. Mio padre e i suoi colleghi trovarono una nuova dimensione lavorativa, più normalizzata e rispettosa, e anche meno romantica e creativa.

Nel corso degli anni successivi, imparammo a convivere con le piccole e grandi conseguenze di una malattia dal lentissimo ma inesorabile decorso. Ci abituammo all'ineluttabilità del terrorismo. Io mi trovai a bazzicare il centro di ricerca per lavoro.

Una volta, molto tempo dopo, passai davanti all'edificio sorto al posto della fabbrica - i muri lisci, le belle finestre, niente vegetazione selvaggia e aura di mistero.  Tutto completamente diverso. Mi sforzai per qualche minuto, caparbiamente, di ricordare com'era.

E anche com'erano il mondo e la vita di prima. 

venerdì 5 dicembre 2014

Strike the harp and join the chorus fa la la la la, la la la la

Io non ho mai creduto a Babbo Natale.

Ora, mi pare ovvio che questo, più che a vedere con le mie precoci doti di debunking, deve aver avuto a che fare con l'approccio educativo dei miei genitori. Quelli che mi facevano ascoltare Vivaldi in culla, per intenderci, e che avevano dichiarato fuorilegge il tv-color. (Nel senso che, quando finalmente avevano capitolato e ce l'avevano lasciata guardare, la televisione, che come diceva Popper era una cattiva maestra, per rendere l'esperienza meno piacevole e addictive avevano optato per un 14 pollici in bianco e nero, i sadici). (Che i puffi erano blu ci ho messo anni a capirlo).

D'altra parte, non dipendeva solo dai miei. Nella famiglia allargata regnava infatti una certa confusione in merito alle tradizioni natalizie, e nella generale mancanza di coerenza era più difficile convincersi della veridicità di una o dell'altra. Per esempio, i miei nonni paterni e alcuni prozii parevano intendere che i regali li portasse Santa Lucia, col ciuchino. Ora, già che Santa Lucia era il 13 e non era nemmeno vacanza, ma chi lo aveva mai visto 'sto ciuchino?
Gli altri nonni invece, mi pare che ogni tanto menzionassero una qualche responsabilità di Gesù Bambino nella faccenda. Che cosa ti porta Gesù Bambino? era una frase che mi pare mi venisse rivolta non solo da loro, ma anche da altre persone nei loro dintorni. Ed io non credo di averli mai presi alla lettera. Dopo tutto, Gesù Bambino era un infante che il giorno di natale compariva nella mangiatoia del presepe, e aveva tutta l'aria di essere quello cui i doni venivano portati, non viceversa. Lungi da me mettere in dubbio i poteri sovrannaturali del divino, almeno a quell'età, ma ecco, diciamo che al massimo potevo accettare una sua intercessione, ma che i regali venissero nella pratica da mamma e babbo, a me pareva piuttosto chiaro. Tant'è che di letterine non ne ho mai scritte, a chicchessia.
Quanto a Babbo Natale, avendo fatto l'asilo dalle suore non credo egli fosse contemplato nelle recite e nei saggi finali. Alla televisione lo si vedeva, ma che c'entra, alla tele si vedeva pure il pupazzo Uan. O Mimì Ayuara. Cioè, non è che non sapessi cosa fosse, ma non avevo idea che fosse qualcosa in cui credere.

Ho un paio di ricordi che dimostrano come io, rispetto alla questione fossi più che altro perplessa.
A sei anni facevo ginnastica artistica (vabbè diciamo che ogni settimana mi recavo là dove altri facevano ginnastica artistica e mi mettevo un body dai colori improbabili) e quel Natale ci fu come sempre il Grande Saggio delle classi di ginnastica. A fine serata, mentre me ne sto seduta in mezzo ad altre bambine in un angolo della palestra, ecco spuntare DUE tizi vestiti da babbo natale muniti di sacco di doni, con lo scopo di distribuire un regalino ad ogni allieva, Mentre li vediamo cominciare la distribuzione, chiedo ad una mia compagna coetanea: ma chi sono quelli? E lei: Babbo Natale!  Ed io, ripeto: sì ok, ma chi sono davvero? Al che questa povera bambina mi guarda con totale stupore e insiste che sono babbo natale, davvero! Ora, io già allora tendevo a dubitare di me, quindi forse forse mi avrebbe anche convinto che non ci avevo capito un ciufolo come sempre, ma cavolo, erano DUE. Fattele due domande tesoro.

Un altro ricordo era a scuola, la prima o la seconda elementare al massimo, durante un intervallo. è un ricordo molto vago, ma insomma, deve essere scoppiata tra due bambini la discussione in merito al signore ciccione con la barba ed era saltata fuori la frase derisoria "tizio crede ancora a babbo natale!". Ecco il mio ricordo è di aver pensato: ma in che senso ancora? Ora il mio senso di inappartenenza ha radici lontane e il mio ricordo era appunto: ma perché sembrano tutti capire di cosa cavolo si sta parlando...tranne me?

E insomma, per me babbo natale, il ciuchino, gesù bambino erano tutti modi di dire, i regali li facevano comparire i genitori la mattina di natale, senza manco fare troppo show, e finita lì. Erano tanti e molto graditi, non vi immaginate scene da libro cuore, che questa bimba non ha sofferto. Attendevo la mattina di natale con molto entusiasmo ed anticipazione. Solo che, nella fase in cui i miei coetanei cominciavano a smettere di crederci, tutto quel parlare di una questione che pareva oggettivamente spinosa (le frasi evasive delle maestre, le lacrime di qualche bambino deriso...) mi portò a voler chiedere numi a mia madre.
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
La genitrice, che ora si giustifica dicendo "è perché insegno filosofia, che pretendi?", mi disse:
"Se a te fa piacere crederci, sì"
Ottima risposta, per carità, se io ci avessi mai creduto e avessi ancora capito dove stesse il punto.

Con la Befana, invece, il parentado si uniformava nella versione ufficiale, quella che vedeva la vecchia sulla scopa che depositava dolci e giocattoli e dunque, stranamente, a quella penso di averci creduto, per un po'.
Solo che il 6 gennaio mia mamma appendeva le "calze" sotto al boiler della caldaia. Perché non avevamo il camino. Camino che peraltro era un tasto dolentissimo in quegli anni, perché era un po' l'oggetto del desiderio della famigliola media anni ottanta, e noi eravamo gli unici tra i nostri vicini a non averlo, per problemi sorti durante la costruzione dello stabile. Una ferita aperta per mia madre, che aveva un conto in sospeso col costruttore (un palazzinaro della perggior specie). Ma non divaghiamo: calza appesa alla caldaia, dalla quale partiva un tubo che spariva nel muro. Ed io facevo colazione ogni giorno seduta al tavolo fissando questa caldaia sul muro opposto della cucina e pensavo che non c'era verso che una vecchietta per quanto magica riuscisse a farvi passare qualcosa attraverso. (Tanto più che ogni tanto ci finiva dentro qualche volatile, nel tubo, e non ne usciva né morto né vivo, una storia atroce) Quindi anche la befana è stata archiviata piuttosto presto.

Ora, io non so come declinare tutto ciò nella mia futura genitorialità ma non ho dubbi che qualche scompenso lo creeremo, con queste premesse.

lunedì 27 ottobre 2014

Neuschwanstein

Compivo trent'anni e volevo fuggire in un posto dove non mi raggiungesse nessuno.
Così ci mettemmo in auto, pronti a fare quei duecento km, e pronti a rimanere bloccati a lungo su quell'autobahn che è un po' la Salerno Reggio Calabria di Germania.
Che bella sensazione mettersi in auto e non avere fretta, guardare solo il mondo fuori dal finestrino e solo di tanto in tanto uno sguardo alla cartina.
E poi arrivammo qui, a Hopfensee.

Un paese quasi inesistente, abbracciato ad un lago, una sfilza di hotel demodé, ristoranti e spa. Il nostro era uno di essi, tanto legno scuro, molti turisti americani anziani. E poi, il giorno dopo, finalmente, questo.


Era un giorno brumoso, senza pioggia veramente ma immerso in una nebbiolina sospesa che dava a tutto un'aria un po' magica. È un luogo meraviglioso del resto, e non mi stupisce che abbia ispirato negli anni tante persone, e che il folle principe vi abbia voluto costruire un castello degno delle fiabe. E ha fatto un lavoro tanto perfetto che è divenuto il castello delle fiabe per antonomasia, ispirando secoli dopo la Disney che ne ha fatto il suo marchio.
Ma di castelli fatati quella regione è piena, come si scorge dalle finestre visitandone l'interno.


Nonché di laghi. Sono ovunque, piccoli e grandi, con acque verdi e trasparenti e sembrano anche loro un po' incantati. In questo ai piedi della rocca nuotavano i cigni e i loro "brutti" anatroccoli. Il nome del castello in effetti significa "nuova rocca del cigno" e una foto a questo bellissimo animale andava fatta - del resto pure di cigni le favole son piene, a ripensarci.


La sera che compii trent'anni avevo quindi il cuore pieno di magia, e lo stomaco pieno di buon cibo locale: maltauschen, bretzeln, knüdeln e fantastica birra scura. In camera mi aspettava una bottiglia di spumante e un cestino di frutta, e abbiamo guardato a lungo la luna specchiarsi nelle acque scure.

Sono passati oltre quattro anni, da quel giorno.
A volte il ricordo ritorna, specie in giorni brumosi e autunnali, come questo.
A volte ritorna anche solo perché è un bel ricordo.
E penso: accidenti, quattro anni, due gatti, un dottorato, un burn-out, due traslochi, un nuovo paese, un matrimonio e adesso una pancia abitata. Tanta vita, eppure è difficile scalzarlo dalla sua posizione nella lista dei miei magic moments.
È una lista dove peraltro risiedono quasi solo momenti casuali, gioie inattese o non troppo calcolate, giorni senza grandi aspettative, giorni in cui ti svegli e ti dici, massì, lasciamoci incantare.

lunedì 8 settembre 2014

with the birds I'll share this lonely view

Ieri è morta la mia prozia, la più giovane delle sorelle di mia nonna.
I miei primi tre anni di vita li ho passati in un piccolo paese dei Castelli Romani. Per motivi del tutto casuali, in quella zona vivevano due sorelle di mia nonna che vi si erano trasferite in momenti diversi per seguire le carriere, pure indipendenti tra loro, dei loro mariti. E sempre casualmente, e temporaneamente, là era finita mia madre seguendo la carriera di mio padre.

La decisione dei miei di avere figli proprio in quel periodo, e non prima, dipendeva in larga misura dalla presenza delle mie prozie, e delle loro famiglie. Specialmente della minore, che aveva allora tre figli adolescenti e abitava più vicina. Anzi, forse persino la scelta di prendere proprio quel lavoro, e di non rimanere nell'oscuro luogo alpino dove avevano vissuto fino ad allora, era dovuta alla presenza della famiglia allargata di mia madre. Adesso mi viene da ridere al pensare che vivere prima a 600 e poi 300 Km da "casa" sia stata per i miei un'esperienza tanto radicale quanto per me vivere all'estero. E l'idea che essere "da soli" lontano da casa impedisse di fare figli mi colpisce oggi più che mai. Ad ogni modo è così che è andata, e dopo avermi portato a nascere in Toscana e aver fatto il viaggio inverso quando avevo dieci giorni, sono cresciuta con la prozia, che chiamavo zia ma era per me una nonna a tutti gli effetti, e con le giovani cugine di mia madre che mi facevano volentieri da babysitter.

Ed io di quel periodo mi ricordo parecchio, anche se in pochi mi credono perché è raro aver memoria di quel che accade prima dei 4-5 anni di vita. Io mi ricordo la casa della zia, dalla quale si è trasferita poi nell'85 e che io non ho mai più rivisto, e della quale non ci sono foto - mentre non mi ricordo affatto la casa dei miei, perché in effetti vi passavo meno tempo. Mi ricordo la divisa da carabiniere di mio zio appesa in ingresso, e pure quella è una cosa solo di quegli anni, visto che fu allora che andò in pensione. Mi ricordo poi l'orologio appeso in cucina, la camera delle mie cugine adolescenti una mensola piena di pupazzetti, ed uno in particolare col quale mi facevano giocare. Mi ricordo che avevo paura del fidanzato di mia cugina, che aveva la barba. Mi ricordo un giorno che mia zia fece gli gnocchi e mio cugino dodicenne mi portava a rubare l'impasto di nascosto, quando lei era voltata. Tutt'ora adoro mangiare l'impasto crudo degli gnocchi e ogni volta penso a lei, almeno un po'.

Poi mio padre trovò lavoro "vicino casa" ovvero vicino sua madre, il lavoro che fa tutt'ora, e ci trasferimmo nella casa dove abitano anche adesso. Mio fratello stava per nascere. Il trasloco fu una cosa difficile, così mi raccontano. Io non ricordo nulla. Mi dicono che una sera mia zia chiamò al telefono, mentre eravamo dai miei nonni, e chiese di parlare con me. Io andai a nascondermi sotto un tavolo e lì rimasi, con l'aria di voler piangere ma senza farlo. Mio padre dice che era il mio modo di manifestare che avevo molto sofferto per quel distacco e rimase molto impressionato da quella reazione, in una bambina così piccola. Ci fu solo quella sera, quella manifestazione, e poi niente altro.

I rapporti tra le due parti della famiglia sono continuati, ovviamente, e mia zia ha sempre avuto un affetto particolare per me, ed io per lei. Col tempo e la morte delle sorelle sono venute a mancare però le visite vicendevoli regolari, sia in Toscana che ai Castelli. Oggi i miei sono stati al suo funerale, e li ho pensati su quelle stradine, in quella piazza, in quella chiesa, nei luoghi dove ho imparato a camminare. Mi sono concentrata e ho sentito chiara la voce di mia zia, cristallina nella mia testa. Adesso è come se si fosse spezzato l'ultimo legame, dura mantenere i rapporti oltre il secondo grado di parentela, anche senza la distanza in mezzo. Ho pensato al significato di distanza dei cuori, che è altra cosa della distanza fisica.

Ma soprattutto oggi ho ripensato a quel racconto e a quella bambina sotto al tavolo che si rifiuta di parlare e anche di piangere, quella bambina di fronte al suo primo distacco, alla sua prima nostalgia. Chissà se è per quello che mi attacco poco alle cose, che non cerco di trattenere niente fisicamente, chissà se è già da quella sera che viaggio con la valigia leggera, e col cuore pesante.

mercoledì 13 agosto 2014

it's something unpredictable but in the end it's right

Oggi pensavo che ci sono luoghi su questa terra che mi sono appartenuti, mi sono stati famigliari come il luogo dove sono cresciuta, e che adesso sono dietro di me, lontano da me, in una sorta di dimensione parallela che è diversa da quella in cui stanno tutti gli altri luoghi della terra.

A volte mi arrivano flash di quei luoghi. Come buffe cartoline mentali. Buffe, perché non sono le immagini che di solito fotografiamo, che ci portiamo addosso come souvenir. Non sono il Royal Mile o il monumento a Scott ad Edimburgo, non sono la cattedrale di Strasburgo, le terme di Baden Baden, il Castello di Heidelberg o quello di Neuschwannstein, sebbene ognuno di questi se rievocato mi si presenta davanti col suo corredo di ricordi e sensazioni. No, le immagini che mi trovo a rimirare più frequente, senza motivo alcuno ma con una strana malinconica sorpresa, sono luoghi banali, senza importanza, spesso senza bellezza.

C'è questo svincolo per esempio, sulla sinistra c'è Toys'R'us, sulla destra un MacDonald e un grande negozio di biciclette, nel mezzo una strada a quattro corsie sulla quale ho usato per la prima volta il navigatore (la perfida Jane) e sulla quale mi sono trovata regolarmente, prima di ogni viaggio verso sud, prima di ogni gita domenicale verso la Francia, prima di ogni viaggio verso l'aeroporto. Sapevo che Jane mi avrebbe mandato un fastidioso beep e intimato di stare attenta alle telecamere, e sapevo dove erano, ognuna di esse. Sapevo in quale corsia stare prima che lei mi dicesse per la ventottesima volta "keep right". Quel Toys'R'us è quello dove comprammo i costumi per il mio primo Fashing, il carnivale sbronzo e caciarone cui quella zona della Germania si dedica con tutto il cuore, anche passata l'infanzia. Sempre lì ho comprato il libro sonoro a mia nipote, prima di andarla a conoscere. Lì sono stata con le mie colleghe infinite volte in pausa pranzo, ogni volta che un nostro collega aveva un figlio in arrivo - lì comprammo il triciclo per il figlio del mio tecnico, che poi scoprimmo non avrebbe mai camminato. E ogni volta ci fermavamo a mangiare un kebab nel chioschetto di fronte - uno youfka senza cipolle e una cocacola. E quel MacDonald, ci ho mangiato una sola volta, uno strano sabato di millemila anni fa, quando non avevamo la macchina ed avevamo cambiato due linee di tram per essere lì, in cerca di una bici da corsa per me, in quella prima estate dopo che il mondo era esploso e senza rumore si era ricomposto (non la comprammo mai).

C'è questa strada lungo le rive del Reno, costeggiata d'alberi, il fiume che scorre così vicino che a volte se cominciava a piovere potevi trovarti con l'acqua alle caviglie. La gente vi faceva in-line-skating quando il tempo era bello e passeggiava coi cani. Una volta per attraversare un tratto tutto allagato Danne mi ha preso in spalla. Al sabato e alla domenica ci trovavi gente ben vestita che era appena uscita da un ristorante molto famoso lì vicino, dentro al bosco, circondato di canali e laghetti e dighe e ponti. Davanti al ristorante, con un piccolo banchetto contro ad un albero, un signore dall'accento slavo vendeva miele fatto nella zona, o patate, o mele, a seconda delle stagioni - noi compravamo il miele di castagno.  La strada verso casa si snodava tra i campi di colza e di granturco, costeggiata di meli e di ciliegi. A volte capitava di vedere un capriolo. Ovunque c'erano nidi di cicogne. Io quella strada l'ho fatta col sole e con la neve, a piedi e in bici, a volte ci andavamo a correre, a volte ci portavamo pure la gatta al guinzaglio, la saprei disegnare su una mappa, ogni curva, ogni ponticello. Sotto mille punti di vista, era casa.

E poi c'è questo posto di cui non so il nome, in Svizzera. Ci siamo fermati lì ogni volta che abbiamo viaggiato in auto verso l'Italia. Le prime volte, per caso - era più o meno il punto in cui cominciavamo ad aver fame e voglia di sgranchirci. alla fine lo abbiamo pure messo tra i preferiti del navigatore. Era una piazzola di sosta che si affacciava su un lago senza importanza, dietro c'erano pascoli verdi e baite e mucche.

la mia macchina che non c'è più
il lago senza nome
Non so perché l'avessimo scelta, forse perché era calma, c'erano i tavolini e i bagni non erano disgustosi, ma era anche una sensazione rassicurante quella di avere questo posto nel modo, questo posto che non aveva nemmeno un nome per noi (sul navigatore era segnato come "sosta in svizzera") e dove di solito ci sentivamo già in vacanza, già in viaggio, che è una sensazione meravigliosa e che mi manca parecchio. L'ultima volta mi ci sono fermata da sola, era il mio ultimo viaggio per riportare in italia la mia macchina e le ultime cose dopo aver svuotato l'appartamento. Gli ho detto addio, con uno sguardo, come a tante altre cose quel giorno.

giovedì 7 agosto 2014

la guerra è finita per sempre finita almeno per me

Mia nonna è morta d'Alzheimer - sì anche se di Alzheimer non si muore in realtà, con l'Alzheimer si finisce di voler vivere, che può essere infinitamente peggio.

Non mi ricordo bene gli inizi, sono lontanissimi in effetti. Mia nonna che combinava pasticci in cucina, mia nonna che si dimenticava i nomi. Ma era sempre stata un disastro in cucina a ben vedere, e forse per questo non ci facemmo caso. E del resto aveva sempre detto "io son scordona" da che io ne abbia memoria. Eppure era così, certamente, già in quegli anni lontani quando ridevamo parecchio o ci arrabbiavamo parecchio, per gli errori, e i disastri e tutto. L'idea che ne conservo, è che tutto sia precipitato dopo un breve soggiorno in ospedale, per curare tutt'altro, qualcosa di non grave. Tornata a casa, più o meno apertamente, più o meno di botto, non aveva più saputo o voluto far niente. Mio nonno dunque imparò, ad ottant'anni, a far da sé. E presero anche un aiuto domestico, ovviamente.

Quel che avvenne dopo, per come lo ricordo, è stata soprattutto un'escalation di rabbia. Da quel che ho capito, è una costante dell'Alzheimer, assieme al desiderio di morire. Mia nonna era incazzata a morte.
E mentre la memoria a breve termine si annullava, mia nonna cominciava a vivere in un eterno passato. Riaffiorarono storie mai sentite, vecchissimi livori. I miei nonni che non litigavano mai alzando la voce, perché non stava bene, e seppellivano anni di frustrazione sotto i tappeti con nonchalance, in tarda età non facevano altro. Soprattutto, recriminavano.

Mia nonna diceva una frase completamente incomprensibile "meglio far la puttana". Meglio di cosa ci chiedevamo, della malattia? della vecchiaia? ma poi capimmo. Meglio che fare la moglie, e non essere mai apprezzata, e non avere sostanzialmente troppo margine di azione...anche economico. Povera nonna che non pensava ci potessero essere altri lavori. E che shock, sentirle dire questa cosa, lei che era super religiosa (bigotta diceva mio padre, a onor del vero) lei che aveva aspettato il fidanzato per sei anni di guerra, lei che aveva fatto l'operaia sotto le bombe e di certo era stata ben felice di smettere e di sposarsi e di avere soldi abbastaza da stare a casa, come la maggior parte delle sue coetanee.

E mio nonno ogni tanto lo trovavi a mormorare tra sé che a lui durante la prigionia in America gli avevano trovato una fidanzata, una ragazza figlia di immigrati italiani che avrebbe potuto sposare per la cittadinanza, come fecero in tanti per evitare di tornare in Italia. Mio nonno aveva rifiutato, era un uomo col senso del dovere ed era fidanzato, e per quel che poteva saperne la sua fidanzata era ancora viva e lo aspettava. Ma avevano 20 anni quando si erano salutati, e sei anni di guerra non devono esser passati lisci come l'olio sulle loro vite - mia nonna era diventata fervente praticante a quel modo, ad esser sola e fidanzata con chi manca da tanto, e chissà se è vivo e chissà se tornerà.

La loro poteva essere una storia di quelle su cui gli americani fanno i film per la sera di San Valentino. Io avrei saputo come sceneggiarlo: avrei cominciato con Hiroshima, il 6 agosto del 45. Il compleanno di mia nonna, mio nonno dallo Utah che pensa che ora forse la guerra è finita, che manca poco. Una grande storia d'amore di quelle che fanno piangere le ragazze romantiche e che mi fanno sempre tirare qualcosa contro al televisore.

E invece quel che segue sono cinquant'anni tra boom economico e modeste comodità, di una vita serena con tantissimi omissis, le nozze d'oro festeggiate come una rivalsa su un matrimonio modesto. Una fila infinita di pranzi e di cene che mia nonna preparava con la paura non piacessero - tutta la vita le ho sentito dire con voce affranta "cosa faccio da pranzo?" - perché aveva tre sorelle tutte più brave di lei, tutte più belle di lei, povera nonna. E mio nonno mangiava in silenzio, con mezzo bicchiere di rosso davanti, e raramente diceva alcunché sul cibo. Le rare volte che qualcosa era buono davvero e lui le faceva un complimento, poi mia nonna cucinava quel piatto fino alla nausea, grata e sollevata com'era. E allora meglio tacere, ma quel silenzio pesava comunque. A mio nonno scocciava pure che lei si sentisse così inferiore alle sorelle, cosa che faceva sì che pure lui fosse vittima di moderati soprusi famigliari, ma non è mai stato buono di farla sentire davvero apprezzata. Tutto quel non detto. E poi arriva l'Alzheimer e di colpo nessuno sta più zitto, e tutto viene detto, urlato e vomitato, e pare un contrappasso quasi, per tutti.

Quel che mi ricordo di più di mia nonna, prima che la malattia la trasformasse, è comunque la sua costante voglia di rimettermi in riga, di smussare le mie ribellioni, di legarmi i capelli che portavo selvaggi, di farmi indossare vestiti carini e scarpe di vernice, i suoi tentativi di insegnarmi a far le faccende domestiche - solo a me, mio fratello sempre fuori dalla scena - e una piega severa della bocca quando diceva che ero "la solita". (Lo direbbe anche adesso, se leggesse quel che scrivo) Dei miei voti scolastici non le è mai importato nulla. Che strana incoerenza predicare perché crescessi allineata con il paradigma contro cui, persa ogni inibizione causa danno neurologico, si sarebbe scagliata lei stessa. Mi ha fatto molto riflettere, a posteriori. Ho pensato che le contraddizioni di mia nonna erano sepolte davvero in profondità. E magari lo sono per tanti, o forse soprattutto per tante. Perché le aspettative degli altri, della famiglia e del mondo, ci accompagnano sempre e sono talmente radicate nella nostra coscienza che è sempre durissima distinguere tra quel che vogliamo davvero e quel che crediamo di dover volere. Quello che rappresenta la nostra quiete e sicurezza di oggi e che magarai sarà il rimpianto di domani.

E niente, ieri era il suo compleanno.

martedì 8 luglio 2014

yeah you bleed just to know you're alive

Sono nel bagno di un club sciccosetto, è sabato sera, mi lavo le mani guardando nello specchio di fronte a me. Vedo dietro di me una ragazza dirigersi sparata verso il muro alla mia destra, un perfetto rettangolo di cemento liscio, fermarsi di botto e cominciare a tastarlo in più punti. Con aria disperata poi grida, al mio indirizzo: ma dove cazzo è la porta? Ed io ridendo le indico il muro alla mia sinistra, dove stava un bel rettangolo di legno con maniglia, quello stesso dal quale lei chiaramente doveva essere entrata poco prima. Il bagno, saranno stati 10 m2 in tutto.

Fuori, un clima di grande euforia. Ragazze in minigonne impietose su gambotte pallide e tonde, era dai tempi in cui bazzicavo il regno unito che non ne vedevo così tante, vestitini così aderenti che le strizzano come salamelle, e poi le risate, il traballare su tacchi scomodissimi, gli strilli.

Ebbene sì
A volte vorrei passare di nuovo una sera davvero scema con qualche amica un po' svitata, dopo aver passato mille ore davanti allo specchio a scegliere un vestito e un trucco inopportuno. Ed essere così brilla che quando ti presenti al locale successivo si rifiutano di farti entrare. Come quella volta che avevo bevuto troppa orrida acquavite danese e avevo una corona di fiori di campo in testa - era midsummer -  e me la fecero lasciare all'ingresso, perché in Germania del dresscode se ne fregavano, ma la corona di fiori era troppo anche per loro.

A volte vorrei avere di nuovo vent'anni. Ma poi mi passa, eh.

martedì 1 luglio 2014

goodbye yellow brick road

Ogni tanto, ripenso alla Lidia.

La Lidia era una cugina di mia nonna materna, e in assoluto la mia parente preferita quando ero piccola. viveva a due porte dai miei nonni, nella strada dove peraltro viveva la maggior parte dei loro parenti. Funzionava così, in quel paesino, in quegli anni: le porte stavano socchiuse, anche se davano direttamente su una strada comunque trafficata, anche se non c'era manco un marciapiede e dovevi sporgere la testa per assicurarti prima che non stesse passando magari un tir. Era come se il paese non si rassegnasse, che non erano più gli anni 50. Poi fecero una strada a scorrimento veloce, finalmente, e i tir smisero di passare di lì, spesso portandosi via dietro le persiane delle finestre aperte sulla strada. Ma ero già grande, allora.
Dunque io passavo la vita su quella strada, da una porta socchiusa all'altra, seguita dalle grida di chi mi diceva di stare attenta. C'era pure l'ACLI su quella strada, ci andavo con una moneta da 200 lire per comprarmi un ghiacciolo, in quelle ore piene di sole dove finalmente non passava un'anima.

La Lidia, dicevamo, stava in fondo alla strada, in una casa che a pensarci ora mi chiedo come fosse legale abitarci. Due stanze a piano terra, congiunte da un corridoio buio, col linoleum marrone semidistaccato, e sul fondo un microscopico cortiletto pieno di vasi rotti e piante e detriti. C'era, mi ricordo bene, uno strano busto di donna in gesso in bilico su una colonna. Sulla porticina che dava sul cortiletto aveva messo la macchina da cucire, perché la Lidia aveva sempre e solo fatto quello, la sarta, come mi pareva facessero un po' tutte le donne sole di quel paese. E l'aveva messa lì perché era il punto in cui c'era più luce di tutta la stanza, che era buia e bassa. La Lidia lavorava seduta alla sua Singer, era una di quelle che da chiuse sembrano un mobiletto, gli occhi strizzati dietro agli occhiali e il piede sul pedale. Io potevo star lì con lei per ore. A casa sua potevo toccare tutto, chiedere tutto. C'erano in giro le cose cui più avanti avrei pensato, leggendo Gozzano: le povere cose di pessimo gusto. Le mensole erano piene di bamboline, quelle che secoli fa si compravano come souvenir. Assisi, Venezia, Frasassi. Gliele avevano regalate di ritrono da qualche gita, lei non credo avesse mai viaggiato molto. Sulla televisione stavano una gondola, una torre di Pisa, un piccolo pinocchio di quelli che si compravano a Collodi. Ognuno aveva sotto un centrino. 

La Lidia mi parlava con una voce sempre molto sommessa, mentre lavorava o guardava altrove. Eppure ho sempre avuto la sensazione che mi parlasse davvero, non come fanno molti adulti coi bambini, pensando siano troppo piccoli per tenere conversazioni normali. A volte mi parlava di "suo povero Gigi", accarezzando una foto che stava in ingresso. Gigi era l'uomo che aveva sposato quando aveva già oltre quarant'anni, un vedovo un po' più anziano e con un figlio grande. Lui poi era morto poco dopo, troppo giovane, tanti anni prima che io nascessi. A volte poi ho sentito la storia raccontata da altri, un matrimonio di convenienza, per rattoppare due solitudini, ma io mi ricordo quelle chiaccherate, quando c'eravamo solo io e lei, o al massimo mio fratello che era pure più piccolo - e son sempre stata certa che ci fosse stato tanto amore in quella vita imperfetta e sfortunata, magari tardivo, magari troppo breve.

E poi la Lidia spariva dietro una tenda a fiori - quei fiori stilizzati anni sessanta o settanta, con quei colori, arancio, ocra, marrone - nell'angolo estremo della stanza che faceva da cucina e da soggiorno, l'angolo vicino alla stufa economica con il tubo annerito. Da dietro la tenda ricompariva con un kinder maxi, o un kinder cereali, e lei diceva: "la vuoi una cioccolatina?".

Ma soprattutto, la Lidia aveva gatti. Li teneva senza troppa supervisione, ovviamente, come era ovvio a quei tempi. Mai sentita la parola veterinario da piccola, dubito che qualcuno avesse in mente di sterilizzare gatte o gatti. E quelli facevano la loro vita semi selvatica, riproducendosi oltre modo e finendo spesso i loro giorni sotto a un camion. Ma era così ovunque, non era lei ad essere diversa. O meglio, lei sì, era diversa, lei i gatti li amava e tanto. E quelli la ricambiavano, passando dal cortiletto al suo divano verde e duro.Una volta si assentò per qualche giorno - accadde davvero solo quella volta - e lasciò detto a qualcuna di dar da mangiare per lei ai gatti. Al ritorno le dissero: "ma guarda che i tuoi gatti mica la mangiano la pasta, come mi hai detto!" E lei: "ma il parmigiano ce lo hai messo?"

Quando andavo da lei sapevo che ne avrei trovati tre o quattro acciambellati in giro, in casa o fuori. E poi a volte c'erano pure i cuccioli. Lei mi raccontava la storia di questo o quel gatto, spesso avevano aggettivi più che nomi ma comunque un nome lo avevano, ecco, non erano una popolazione indistinta per lei. Sì, è vero, a ripensarci ora si sentiva un sottile odore di pipì di gatto da quelle parti, ma a me non pareva una cosa importante. Stavo lì ad ore, finché mia nonna non veniva a cercarmi, per nulla contenta che fossi sfuggita alla sua supervisione per "andare dai gatti". Ma io non mi curavo della sua faccia accigliata, io lo sapevo che lo facevo col benestare di mia madre, che era pure lei una gran fan della Lidia. E dei gatti.

Era buffo, in effetti, che nella stessa famiglia ci fossero posizioni tanto diverse circa gli animali. Pare che dalla parte della mamma di mia nonna ci fosse una fobia nera dei gatti, specie nelle donne. Si raccontavano orribili storie di toxoplasmosi in gravidanza. Il padre di mia nonna invece discendeva da generazioni di falegnami, e i falegnami i gatti se li tenevano volentieri intorno. Mia madre credo sia l'unica delle sue cugine che non si mettesse a strillare alla vista di un gatto in lontananza...e figurarsi che i gatti in linea di massima mica ti vengono a cercare. (Specie se sei un'idiota, mi vien da dire).

Spesso sorprendevo mia nonna e le altre cugine a criticare la Lidia. Girava voce, un'esagerazione ovviamente,  che comprasse solo cibo per gatti e cioccolata - e a me che ero piccola la cosa pareva semplicemente geniale! che altro serviva? - e so che loro erano genuinamente preoccupate per lei, per la sua salute (stava benissimo, comunque). Ma al contempo, avevano per lei una certa irritazione, una specie di rabbia. Perché la Lidia di loro se ne sbatteva, ed era proprio ovvio. Così come se ne sbatteva del paese che è piccolo e della gente che mormora. E dire che spesso la gente si radunava a mormorare proprio intorno a lei, che stava seduta sulla sua soglia con in mano un lavoro da fare ad ago. Si formava spesso un capannello in quel punto, che costringeva le macchine a rallentare o a fermarsi. Quelle stavano lì e parlavano e sparlavano, lei cuciva e basta. Eppure la Lidia non era mai stata una persona asociale, mi è sempre parsa felice di avere persone intorno. E non era né triste, né acida. Aveva accettato le asprezze della sua vita senza passare il tempo a chiedersi perché quelle che la criticavano tanto avessero avuto vite tanto più semplici, o fortunate. Non le usciva mai un commento negativo su nessuno. E poi era un persona indipendente e forte e non si piangeva mai addosso. E credo che questo alla fine mettesse a disagio chi intorno a lei si comportava tanto diversamente. 

Io ogni tanto ci penso, alla Lidia, sempre con un sorriso - come oggi che mi son trovata in mano un kinder maxi, dopo chissà quanto.

lunedì 16 giugno 2014

ciao bella

Sono andata a correre con la mia maglietta dell'Italia, ieri, cosa che faccio spesso, sia chiaro, non era per via della partita. Dei ragazzini dalla pelle scura mi hanno apostrofata in svedese "Italien vann igår!" ed io ho sorriso.

I mondiali mi riportano sempre al 2006, col pensiero. La prima maglietta la comprai quell'anno - era diversa da quella che avevo oggi, perché ha tre stelle sullo stemma invece che quattro, ovviamente. Quella di allora, quella con tre stelle, di un colore più chiaro, azzurra davvero e non blu, la trovai in un negozietto di roba improbabile, per puro caso, uno di quei caldi pomeriggi di giugno in cui la Germania tutta si era scoperta orgogliosa dei suoi colori. Me lo ricordo come fosse ieri, che mentre mi provavo la maglietta, dalla finestra del negozio vedevo che in strada erano scesi i tifosi tedeschi che celebravano la vittoria di una loro partita appena finita. Tutte le auto avevano una o più bandierine tedesche, tutte le case ne avevano messa su una. In Germania, per ovvie ragioni, non era mai stato vista di buon occhio l'idea di mostrare sentimenti troppo patriottici, per loro quella di quei modiali del 2006, organizzati in casa, era stada una vera e propria liberazione. Peraltro, i tedeschi non facevano caroselli dopo le prime vittorie, cominciarono dopo che i tanti immigrati delle varie nazionalità (ma soprattutto italiani) avevano dato l'esempio.

Fino a che le partite andavano avanti nei vari gironi, l'atmosfera al lavoro era stata tranquilla. Io facevo il fantacalcio con la mia collega tedesca N. e poi guardavamo le partite in piazza, sul megaschermo, nella bolgia più assoluta, bevendo litri su litri di radler. Poi era diventato chiaro che Italia e Germania si sarebbero incontrate in semifinale, e nei giorni precedenti lo scontro gli spunti per litigare si moltiplicavano. Questa partita Italia-Germania pare avere sempre una portata maggiore delle altre, sia su un fronte che sull'altro. Si sprecavano le offese, le litigate, le catene di mail con battutine su una squadra o l'altra. al lavoro, partecipavano anche quelli degli altri paesi, schierandosi da una parte o dall'altra per varie ragioni.

La mattina della partita, andai al lavoro con quella famosa maglietta.
Per strada fui salutata da quasi tutti i tedeschi che incontravo, con mille sorrisi. Al lavoro ero l'unica italiana ad indossarla. N. aveva invece indossato la sua maglietta della Germania. Ci hanno visto abbracciarci ridendo quando ci siamo trovate per caso di fronte l'una all'altra, sorprese per aver avuto la stessa idea. Ho sentito un mio collega commentare che era una bella scena. E un altro sottolineare che ero l'unica che aveva avuto coraggio. Gli altri miei colleghi italiani, quelli che magliette simile se le sarebbero messe eccome il giorno dopo, avevano evitato.

Dopo la partita ci furono caroselli in città fino a notte fonda, traffico completamente bloccato, compresi i tram. A me, in tutta onestà passò la voglia di festeggiare. Perché mi ricordavo ancora bene come ci si sente quando si viene eliminati, quando finiscono i giochi...l'aria di silenzio surreale che c'era in città dopo quella partita con la Corea, per esempio! Ecco, mi immaginavo come ci saremmo sentiti se quel pomeriggio, tornando mesti a casa dai vari megaschermi, ci fossimo imbattuti in orde di coreani felici che ci impedissero di procedere con la macchina, parandosi di fronte alla nostra auto con una grande bandiera della Corea..in Italia! Ecco, mi pareva che fosse il caso di ricordarsi che eravamo in Germania dopotutto, e un minimo di rispetto per il dolore altrui potevamo anche mostrarlo, pur festeggiando.

Qui in Svezia le cose sono molto diverse, mi rendo conto, l'altra sera non si è sentito assolutamente nulla. La comunità italiana è molto ridotta rispetto alla Germania. Eppure non credo di entrare mai in un negozio del centro senza sentire pezzi di conversazioni italiane intorno a me. Diciamo che quelli che ci sono sono in ogni caso molto più silenziosi. Si fa fatica anche ad aggregarli, gli italiani, perché spesso si ha la sensazione che molti preferiscano evitare. 

E dunque, ieri sono uscita con la mia maglietta sollevando un bel po' di sguardi sorpresi...qui la maglietta azzurra la vedi quasi sempre addosso ad iraniani che vogliono spacciarsi per italiani! Ci hanno fatto anche un film (per me) esilarante: Ciao Bella.

mercoledì 14 maggio 2014

Mika - Grace Kelly


A Edinburgo aveva piovuto per due mesi filati. Pioveva quando scesi dall'aereo e piovve ininterrottamente per i due mesi che vissi in Scozia. Mi ricordo che mi infilavo delle brutte calosce verdi che avevo comprato per 5 sterline, la giacca col cappuccio, e camminavo per ore sotto l'acqua. A volte chiamavo al telefono qualcuno che non avrei dovuto, spendendo tutti i soldi che avevo sulla scheda, a volte camminavo e basta.
Poi cadde il mondo. E il giorno della mia partenza, quel giorno c'era il sole. A quanto pare, ci fu il sole per molte settimane, non si era mai visto un inizio d'anno tanto scintillante - me lo disse il mio ex fidanzato tempo dopo con la voce piena di rabbia e di rimpianto, come se il sole avesse potuto trattenermi con lui. Ero in questo vecchio appartamento, abitato da troppi studenti maschi, per troppi anni. La moquette era macchiata, la carta da parati era strappata in più punti, le finestre poi erano piene di spifferi e su un vetro stava pure inciso a mano 1920 - e mi ero chiesta per due mesi se quella data avesse davvero un senso, se davvero avevo finestre tanto vecchie. Ero seduta di traverso su una di quelle poltrone a fiori con la fodera lisa, e di colpo mi passò sulla faccia quel primo raggio di sole, e mi venne da piangere per il sollievo. Intanto ascoltavo in loop la canzone appena uscita di quello che si diceva essere l'erede di Freddy Mercury. Non lo era, ovviamente, ma per un attimo ci avevamo creduto.

Qualche giorno dopo, quando ormai mi trovavo in un altro paese, in un altro appartamento scassato abitato da troppe generazioni di maschi, la mia sorella putativa mi scrisse di godermi la mia nuova vita con quel ragazzo "just a little bit shy". Era un messaggio affettuoso. Ci si leggeva forse anche un filo di invidia sotto, che forse ho capito meglio in seguito, per questa nuova eccitante vita che mi ero presa con la forza, lasciando tutti di stucco. Ma era comunque malriposta, perché io ovviamente non mi stavo godendo niente. Non ero programmata per farlo. Non lo avrei fatto per mesi ancora, forse anni. Ma aveva azzeccato quella frase, quella definizione. Ci ho pensato spesso, poi.

Perché in effetti se dovessi dire il momento in cui compresi, pur senza esserne cosciente, era stato in un pub, molti molti mesi prima, dopo una serata con altre persone. Lui era andato in bagno, e noi intanto ci eravamo avvicinati alla porta, prendendo le nostre cose. Io lo vidi tornare dal bagno e trovare il tavolo vuoto, lo guardai guardarlo, quell'ombra che gli attraversava la faccia mentre velocemente contemplava la sua solitudine, ed io la sua timidezza. Fu una frazione secondo, poi alzò lo sguardo verso la porta, dove stavo in piedi con gli occhi su di lui, gli sorrisi, vidi il suo sollievo. So che altre ragazze avrebbero sepolto quella sera stessa ogni intenzione - ragazze come la mia compagna di ufficio, che amava gli uomini forti e stronzi e trovava le debolezze un turn-off. Io invece capii che ero come lui, e che eravamo due misfits, e che tanto valeva che stessimo insieme.

E oggi sono tre anni che siamo sposati, e canticchio.
"mi concentro sul sole"


martedì 15 aprile 2014

For the times they are a-changing

Sono cresciuta in una cittadina di provincia che era definita dai suoi stessi abitanti una città di "bottegai", ossia piccoli commercianti. Ha sempre avuto i negozi più belli e costosi della zona, perfino più di quelli delle città più grandi. Nel capoluogo per esempio, dove c'è l'università, tra la gente trovavi magari più stranieri, più immigrati da altre parti d'italia, più professori e artisti, più gente istruita eppure i negozi non erano altrettanto belli. Nel capoluogo i gestori erano incapaci o sgarbati o vendevano robaccia e in poco tempo chiudevano. Nella mia cittadina i negozi stavano lì da generazioni ed erano gestiti da chi "ci sapeva fare" e andare "sul corso" era un'attività quasi religiosa, un rito cui l'intera popolazione adulta, maschi e femmine, vecchi e giovani, si dedicava con regolarità, preparandosi meticolosamente, vestendosi al meglio.

Quando ero piccola, per andare a trovare i miei nonni dovevamo attraversare una piccola porzione del corso cittadino e mia mamma viveva nell'angoscia che in quei cinque metri qualcuno sorprendesse me, mio padre o mio fratello trasandati o "sbrindellati". "E ci sei passato dal corso con quei pantaloni?" è una delle frasi più frequenti della mia infanzia.



A 13-14 anni mi son buttata entusiasta nell'eccitante mondo del su e giù sul corso con le mie compagne di scuola. Andavamo con l'autobus dal nostro paesino, alle quattro del pomeriggio, coi nostri giubbini di jeans ricamati e le converse, io e le mie amiche, tutte figlie di genitori che ci avrebbero permesso poco altro e di certo non di far più tardi dell'ora di cena.
A volte andavamo al cinema, anche quello stava sul corso, prima che mettessero i multisala fuori città. Più spesso compravamo un quarto di pizza o una focaccina ripiena, le caramelle gommose in quel negozio nuovissimo ed esotico dove potevi farti il sacchetto mischiando da sola a piacere. Soprattutto camminavamo cercando di incrociare il ragazzo che ci piaceva al momento, o di quelli che piacevano alle amiche, per poter poi riferire loro dove e con chi lo avevamo visto. Tanto era certo che in un modo o in un altro tutti i ragazzi della zona al sabato pomeriggio sarebbero passati di lì. L'ora dipendeva dall'età, invecchiando ci si spostava più a ridosso della cena - ma quando raggiunsi l'età degli aperitivi la vita già mi aveva portato altrove. I negozi bellissimi e costosissimi li guardavamo appena, allora. Più avanti vi saremmo passate sperando in un qualche regalo da occasione speciale, perché non c'era modo che potessimo permetterci quella roba. In molti di quei negozi non sono mai entrata. Li guardavo da fuori, piena di timore reverenziale: per far la commessa sottopagata in uno di quelli più "in" ti veniva in pratica richiesto di spendere tutto il tuo stipendio in vestiti per risultare presentabile ai clienti. Quando poi ho avuto qualche soldo da spendere, mi son scoperta poco interessata. La distanza geografica mi ha reso immune dal desiderio di andare a sperperare uno stipendio in quei luoghi tanto ammirati da bambina, il ricordo di quella via piena di gente ben vestita che sgomita per un parcheggio e si riempie le braccia di sacchetti non mi ha seguita nella mia vita adulta.

Ci son tornata questa settimana - ero in Italia in visita. Eravamo a cena con le mie amiche di quel tempo lì, quelle che sono mie amiche da allora, "le bimbe" come si dice ancora tra noi. E parlavamo di un sacco di cose che allora non ci toccavano, e infatti tra noi non abbiamo mai parlato di politica per esempio, e adesso che ci proviamo siamo dubbiose e circospette, non sappiamo come - e pensa che andavamo in bagno insieme, che avremmo saputo descrivere le reciproche mutande, se ce lo avessero chiesto, e invece è la politica che ci riempie di imbarazzo.

"Tu non lo sai", mi dicono "ma qui sta chiudendo tutto, è un disastro"

E dopo cena camminiamo per smaltire la pizza. Camminiamo sul corso buio e deserto. È martedì sera e non c'è niente di strano dopotutto. Ma molte vetrine sono vuote e col cartello vendesi. Ha chiuso la boutique sartoria storica dove persino mia madre, figlia di proletari, si era comprata due o tre capi favolosi che ancora vivono nel mio armadio - perché a quei tempi non c'erano vestiti lowcost e magari avevi un solo cappotto ma fatto come dio comanda. Ha chiuso il negozio di abiti da sposa davanti al quale sospiravano le mie amiche. Alcuni negozi dove entravamo senza poterci permettere che di toccare i vestiti esposti sono stati rimpiazzati con catene a bassissimo costo che avevo conosciuto abitando in Germania. Dei negozi esosi e chiccosi della nostra infanzia ne rimangono un paio, e pare abbiano dovuto abbassare i prezzi. Io scruto una vetrina - un solo elegantissimo manichino. Leggo un prezzo che mi pare altissimo. Le bimbe mi dicono che per quella cifra fino a poco tempo fa non avrebbero mai venduto quel cappotto, al massimo una giacchina. E nel gotha delle scarpe lì accanto, la sfilata di tacchi vertiginosi sta su una media di almeno cento euro inferiore a quella che era. Ed io che vengo da un paese dove la gente guadagna forse due volte tanto, in media, mi trovo a stupirmi del prezzo assurdo di quelle scarpe, sebbene ribassato.

Mi dicono, adesso i negozi sono vuoti e per il parcheggio non c'è problema.