Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Ora, mi pare ovvio che questo, più che a vedere con le mie precoci doti di debunking, deve aver avuto a che fare con l'approccio educativo dei miei genitori. Quelli che mi facevano ascoltare Vivaldi in culla, per intenderci, e che avevano dichiarato fuorilegge il tv-color. (Nel senso che, quando finalmente avevano capitolato e ce l'avevano lasciata guardare, la televisione, che come diceva Popper era una cattiva maestra, per rendere l'esperienza meno piacevole e addictive avevano optato per un 14 pollici in bianco e nero, i sadici). (Che i puffi erano blu ci ho messo anni a capirlo).
D'altra parte, non dipendeva solo dai miei. Nella famiglia allargata regnava infatti una certa confusione in merito alle tradizioni natalizie, e nella generale mancanza di coerenza era più difficile convincersi della veridicità di una o dell'altra. Per esempio, i miei nonni paterni e alcuni prozii parevano intendere che i regali li portasse Santa Lucia, col ciuchino. Ora, già che Santa Lucia era il 13 e non era nemmeno vacanza, ma chi lo aveva mai visto 'sto ciuchino?
Gli altri nonni invece, mi pare che ogni tanto menzionassero una qualche responsabilità di Gesù Bambino nella faccenda. Che cosa ti porta Gesù Bambino? era una frase che mi pare mi venisse rivolta non solo da loro, ma anche da altre persone nei loro dintorni. Ed io non credo di averli mai presi alla lettera. Dopo tutto, Gesù Bambino era un infante che il giorno di natale compariva nella mangiatoia del presepe, e aveva tutta l'aria di essere quello cui i doni venivano portati, non viceversa. Lungi da me mettere in dubbio i poteri sovrannaturali del divino, almeno a quell'età, ma ecco, diciamo che al massimo potevo accettare una sua intercessione, ma che i regali venissero nella pratica da mamma e babbo, a me pareva piuttosto chiaro. Tant'è che di letterine non ne ho mai scritte, a chicchessia.
Quanto a Babbo Natale, avendo fatto l'asilo dalle suore non credo egli fosse contemplato nelle recite e nei saggi finali. Alla televisione lo si vedeva, ma che c'entra, alla tele si vedeva pure il pupazzo Uan. O Mimì Ayuara. Cioè, non è che non sapessi cosa fosse, ma non avevo idea che fosse qualcosa in cui credere.
Ho un paio di ricordi che dimostrano come io, rispetto alla questione fossi più che altro perplessa.
A sei anni facevo ginnastica artistica (vabbè diciamo che ogni settimana mi recavo là dove altri facevano ginnastica artistica e mi mettevo un body dai colori improbabili) e quel Natale ci fu come sempre il Grande Saggio delle classi di ginnastica. A fine serata, mentre me ne sto seduta in mezzo ad altre bambine in un angolo della palestra, ecco spuntare DUE tizi vestiti da babbo natale muniti di sacco di doni, con lo scopo di distribuire un regalino ad ogni allieva, Mentre li vediamo cominciare la distribuzione, chiedo ad una mia compagna coetanea: ma chi sono quelli? E lei: Babbo Natale! Ed io, ripeto: sì ok, ma chi sono davvero? Al che questa povera bambina mi guarda con totale stupore e insiste che sono babbo natale, davvero! Ora, io già allora tendevo a dubitare di me, quindi forse forse mi avrebbe anche convinto che non ci avevo capito un ciufolo come sempre, ma cavolo, erano DUE. Fattele due domande tesoro.
Un altro ricordo era a scuola, la prima o la seconda elementare al massimo, durante un intervallo. è un ricordo molto vago, ma insomma, deve essere scoppiata tra due bambini la discussione in merito al signore ciccione con la barba ed era saltata fuori la frase derisoria "tizio crede ancora a babbo natale!". Ecco il mio ricordo è di aver pensato: ma in che senso ancora? Ora il mio senso di inappartenenza ha radici lontane e il mio ricordo era appunto: ma perché sembrano tutti capire di cosa cavolo si sta parlando...tranne me?
E insomma, per me babbo natale, il ciuchino, gesù bambino erano tutti modi di dire, i regali li facevano comparire i genitori la mattina di natale, senza manco fare troppo show, e finita lì. Erano tanti e molto graditi, non vi immaginate scene da libro cuore, che questa bimba non ha sofferto. Attendevo la mattina di natale con molto entusiasmo ed anticipazione. Solo che, nella fase in cui i miei coetanei cominciavano a smettere di crederci, tutto quel parlare di una questione che pareva oggettivamente spinosa (le frasi evasive delle maestre, le lacrime di qualche bambino deriso...) mi portò a voler chiedere numi a mia madre.
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
La genitrice, che ora si giustifica dicendo "è perché insegno filosofia, che pretendi?", mi disse:
"Se a te fa piacere crederci, sì"
Ottima risposta, per carità, se io ci avessi mai creduto e avessi ancora capito dove stesse il punto.
Con la Befana, invece, il parentado si uniformava nella versione ufficiale, quella che vedeva la vecchia sulla scopa che depositava dolci e giocattoli e dunque, stranamente, a quella penso di averci creduto, per un po'.
Solo che il 6 gennaio mia mamma appendeva le "calze" sotto al boiler della caldaia. Perché non avevamo il camino. Camino che peraltro era un tasto dolentissimo in quegli anni, perché era un po' l'oggetto del desiderio della famigliola media anni ottanta, e noi eravamo gli unici tra i nostri vicini a non averlo, per problemi sorti durante la costruzione dello stabile. Una ferita aperta per mia madre, che aveva un conto in sospeso col costruttore (un palazzinaro della perggior specie). Ma non divaghiamo: calza appesa alla caldaia, dalla quale partiva un tubo che spariva nel muro. Ed io facevo colazione ogni giorno seduta al tavolo fissando questa caldaia sul muro opposto della cucina e pensavo che non c'era verso che una vecchietta per quanto magica riuscisse a farvi passare qualcosa attraverso. (Tanto più che ogni tanto ci finiva dentro qualche volatile, nel tubo, e non ne usciva né morto né vivo, una storia atroce) Quindi anche la befana è stata archiviata piuttosto presto.
Ora, io non so come declinare tutto ciò nella mia futura genitorialità ma non ho dubbi che qualche scompenso lo creeremo, con queste premesse.
Visualizzazione post con etichetta inappartenenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta inappartenenza. Mostra tutti i post
venerdì 5 dicembre 2014
martedì 26 agosto 2014
I recommend sticking your foot in your mouth at any time
La settimana che ho passato in italia è stata dura sotto molti aspetti. Cose che vorrei dire e non riesco. Immagino che in tutto ci fosse soprattutto la sensazione che quella fosse, presumibilmente, la mia ultima visita da sola, in un certo senso l'ultima volta di me solo figlia. Non che non me lo aspettassi. Ma è stata comunque dura. C'è stata parecchia rabbia, fatica e pure molto piangere. Ed è andata. E sento che è fuori dalle mie mani, fuori dal mio potere, quel che accadrà, se e come sarà possibile trovare un nuovo equilibrio che non ci mandi tutti quanti al manicomio. Posso solo sperare.
E vorrei scriverne, davvero. Così come avevo bisogno di rovesciare tutto quanto su Danne, appena scesa dall'aereo, mentre guidava verso la città, tutto, la rabbia e le lacrime e le parole che dette fuori da quella macchina mi avrebbero fatto troppa paura, che dette anche solo un'ora dopo mi sarebbero apparse impossibili. E invece andavano tirate fuori almeno una volta, perché non mi venisse poi voglia di pensare che il ricordo di questa settimana fosse solo uno scherzo della memoria. Così da non ritrovarmi tra mesi, al ritorno, di nuovo sconvolta e sofferente, a fare i conti con questi due cocci della mia vita che non c'è più verso di rincollare, la mia vita di prima e la vita di dopo, di ora. Ma si vede che si è chiusa quella finestra di consapevolezza e disperazione. Perché la vita va avanti e questa è casa.
E vorrei scriverne, davvero. Così come avevo bisogno di rovesciare tutto quanto su Danne, appena scesa dall'aereo, mentre guidava verso la città, tutto, la rabbia e le lacrime e le parole che dette fuori da quella macchina mi avrebbero fatto troppa paura, che dette anche solo un'ora dopo mi sarebbero apparse impossibili. E invece andavano tirate fuori almeno una volta, perché non mi venisse poi voglia di pensare che il ricordo di questa settimana fosse solo uno scherzo della memoria. Così da non ritrovarmi tra mesi, al ritorno, di nuovo sconvolta e sofferente, a fare i conti con questi due cocci della mia vita che non c'è più verso di rincollare, la mia vita di prima e la vita di dopo, di ora. Ma si vede che si è chiusa quella finestra di consapevolezza e disperazione. Perché la vita va avanti e questa è casa.
lunedì 9 giugno 2014
above us only sky
Oggi ero a pranzo con una delle mie amiche di qua, una di queste amicizie delle quali non so parlare, che non so definire.
Pensavo che lei, R., con la sua vita, illustra pienamente cosa intendo per inappartenenza.
È nata in Cambogia, da genitori cinesi. Sono i cinesi della diaspora, così mi pare di aver capito, che in qualche modo furono costretti a lasciare la Cina a causa dei cambiamenti politici e formarono colonie in varie altre parti dell'Asia, tipo Singapore, per esempio. Sono cinesi, eppure non sono cinesi.
Lei e le sue sorelle hanno infatti nomi che suonano indiani, nomi bellissimi che parlano di fiori e colori e hanno suoni dolci. Suo padre era un diplomatico. Quando era piccola si trasferirono in Francia e lei è cresciuta in un quartiere che si potrebbe definire una China-Town. E però non avevano quasi nulla in comune con gli altri cinesi. Men che meno erano francesi. A scuola andava benissimo. La sua era una famiglia colta, elegante, sua madre aveva grandi ambizioni. Non ho mai imparato a far le cose semplici, mi ha detto una volta, non mi ha insegnato nessuno.
Ha fatto una scuola fichissima, dove si formano i manager. Il suo sogno era lavorare in Cina, aprire relazioni commerciali. In quel periodo non era possibile, dunque per ripiego si è specializzata in Giappone. Ha imparato il giapponese, ha vissuto là. Tornata in Europa ha cercato qualcuno che nell'impero delle marche di lusso credesse in lei e le desse il suo sogno. Dopo qualche anno di caparbi tentativi, un importantissimo industriale di cui non faccio il nome le ha dato carta bianca. La Cina era sua, un nuovo ramo da fondare da zero. In Cina, ha dovuto imparare il cinese, perché non era la sua lingua. Doveva fare conferenze stampa e parlare coi giornalisti, e tutto in cinese, e caparbiamente è andata avanti, diventando nel suo campo una piccola leggenda. Ma in Cina non era a casa. Da là chiamava i suoi disperata e raccontava di un mondo che non capiva, una lingua che risultava ostica, così lontana da quelle respirata a casa. Suo padre un giorno le disse che era andata a cercare una cosa che non c'era più, la Cina di chi l'aveva dovuta lasciare, ed era andata a cercarla nel posto dove era meno possibile trovarla, la Cina di chi l'aveva distrutta.
In Cina ha incontrato suo marito: un francese (con origini però in altro paese occidentale) con cui aveva frequentato l'università a Parigi, anche lui temporaneamente in Asia. Lo ha poi seguito nel suo assegnamento successivo, in India, e infine in Svezia. Sua madre avrebbe voluto che seguisse la tradizione. La figlia maggiore di una figlia maggiore, certe responsabilità in famiglia sarebbero passate a lei. Invece lei le ha rifiutate, sposando un francese agnostico e comunista. I rapporti con sua madre sono stati tesi, per un po', finché non è stato accettato che il fardello passasse a sua sorella, che ha sposato un cinese di Singapore e vive in USA. Sua madre è tornata in Cambogia, suo padre e suo fratello invece sono in Francia. E la Francia è il paese dove vorrebbe tornare, dove compreranno casa, dove è sempre stato il loro baricentro in questi anni peregrini. Ma è anche un luogo che comporta notevoli contraddizioni, un luogo dove lei sarà sempre, visibilmente, per prima cosa, cinese.
Mi ha detto che era in giro con delle sue amiche, a Parigi, tutte di origine asiatica, e parlavano ovviamente francese tra di loro. La gente le guardava perplessa: non erano turiste, non erano immigrate, come conciliare l'immagine di un gruppo di sole donne asiatiche con il fatto che parlassero da vere parigine? Strano come ci siano ancora così tanti criteri invisibili dietro il modo di guardarci intorno. Del resto, in Svezia, quando parla inglese la vedono come una ricca turista. Quando passa allo svedese, ecco che è la sua faccia, i suoi occhi a mandorla, a parlare per lei, e diventa una rifugiata, un'immigrata, qualcuno che forse non ha studiato, qualcuno che forse vive di sussidi. A me, coi miei occhi chiari e le mie lentiggini, questo non succede mai. A me dicono: come sei brava che parli così bene! E mi raccontano che la Regina, che pure è qui da 40 anni, ha ancora un forte accento tedesco.
Di queste cose R. parla solo con me. Per tante ragioni sento di capirla, anche se nulla nella mia vita è lontanamente paragonabile alla sua. Forse la capisco per via di J., il mio amico di Singapore, cinese di faccia, inglese di lingua, figlio maggiore di figlio maggiore, in rotta con le tradizioni cinesi eppure disperatamente determinato a lasciare la Germania e tornare "a casa". La scelta, mi dice J. è tra essere un cinese in Germania, e tra essere "uno strano", un ribelle, a Singapore. E siccome ha un figlio, per lui, per dare a lui la chance di non essere uno straniero per sempre, ha scelto la seconda.
Una volta R., alla fine di una di queste conversazioni, in cui avevamo parlato di radici, di Svezia, di essere immigrate o emigrate o comunque nomadi, mi ha detto:"Tu non sei adatta ad un paese cattolico"
Ci sono rimasta di sasso perché non ci avevo mai pensato. È vero che al di là dell'essere credente o meno, la struttura sociale del paese in cui si vive dipende anche dalla storia della sua religione, e forse ci voleva una che aveva bazzicato in così tante culture (e religioni) senza sentirsi mai a casa per dire una cosa del genere. Uno dei miei primi ricordi di inappartenenza infatti era all'asilo dalle suore. Ma lei non lo sapeva, questo.
Tra un paio d'anni tornerà a Parigi e mi diceva oggi "allora dovrò affrontare la realtà". Essere stranieri in terra straniera, o stranieri a casa. E trovare la nostra identità e la nostra appartenenza in un piccolo luogo dell'anima, dove certi spiriti affini trovano accesso, come per magia, a dispetto della loro lingua, della forma dei loro occhi, della loro pelle, della loro religione.
Pensavo che lei, R., con la sua vita, illustra pienamente cosa intendo per inappartenenza.
È nata in Cambogia, da genitori cinesi. Sono i cinesi della diaspora, così mi pare di aver capito, che in qualche modo furono costretti a lasciare la Cina a causa dei cambiamenti politici e formarono colonie in varie altre parti dell'Asia, tipo Singapore, per esempio. Sono cinesi, eppure non sono cinesi.
Lei e le sue sorelle hanno infatti nomi che suonano indiani, nomi bellissimi che parlano di fiori e colori e hanno suoni dolci. Suo padre era un diplomatico. Quando era piccola si trasferirono in Francia e lei è cresciuta in un quartiere che si potrebbe definire una China-Town. E però non avevano quasi nulla in comune con gli altri cinesi. Men che meno erano francesi. A scuola andava benissimo. La sua era una famiglia colta, elegante, sua madre aveva grandi ambizioni. Non ho mai imparato a far le cose semplici, mi ha detto una volta, non mi ha insegnato nessuno.
Ha fatto una scuola fichissima, dove si formano i manager. Il suo sogno era lavorare in Cina, aprire relazioni commerciali. In quel periodo non era possibile, dunque per ripiego si è specializzata in Giappone. Ha imparato il giapponese, ha vissuto là. Tornata in Europa ha cercato qualcuno che nell'impero delle marche di lusso credesse in lei e le desse il suo sogno. Dopo qualche anno di caparbi tentativi, un importantissimo industriale di cui non faccio il nome le ha dato carta bianca. La Cina era sua, un nuovo ramo da fondare da zero. In Cina, ha dovuto imparare il cinese, perché non era la sua lingua. Doveva fare conferenze stampa e parlare coi giornalisti, e tutto in cinese, e caparbiamente è andata avanti, diventando nel suo campo una piccola leggenda. Ma in Cina non era a casa. Da là chiamava i suoi disperata e raccontava di un mondo che non capiva, una lingua che risultava ostica, così lontana da quelle respirata a casa. Suo padre un giorno le disse che era andata a cercare una cosa che non c'era più, la Cina di chi l'aveva dovuta lasciare, ed era andata a cercarla nel posto dove era meno possibile trovarla, la Cina di chi l'aveva distrutta.
In Cina ha incontrato suo marito: un francese (con origini però in altro paese occidentale) con cui aveva frequentato l'università a Parigi, anche lui temporaneamente in Asia. Lo ha poi seguito nel suo assegnamento successivo, in India, e infine in Svezia. Sua madre avrebbe voluto che seguisse la tradizione. La figlia maggiore di una figlia maggiore, certe responsabilità in famiglia sarebbero passate a lei. Invece lei le ha rifiutate, sposando un francese agnostico e comunista. I rapporti con sua madre sono stati tesi, per un po', finché non è stato accettato che il fardello passasse a sua sorella, che ha sposato un cinese di Singapore e vive in USA. Sua madre è tornata in Cambogia, suo padre e suo fratello invece sono in Francia. E la Francia è il paese dove vorrebbe tornare, dove compreranno casa, dove è sempre stato il loro baricentro in questi anni peregrini. Ma è anche un luogo che comporta notevoli contraddizioni, un luogo dove lei sarà sempre, visibilmente, per prima cosa, cinese.
Mi ha detto che era in giro con delle sue amiche, a Parigi, tutte di origine asiatica, e parlavano ovviamente francese tra di loro. La gente le guardava perplessa: non erano turiste, non erano immigrate, come conciliare l'immagine di un gruppo di sole donne asiatiche con il fatto che parlassero da vere parigine? Strano come ci siano ancora così tanti criteri invisibili dietro il modo di guardarci intorno. Del resto, in Svezia, quando parla inglese la vedono come una ricca turista. Quando passa allo svedese, ecco che è la sua faccia, i suoi occhi a mandorla, a parlare per lei, e diventa una rifugiata, un'immigrata, qualcuno che forse non ha studiato, qualcuno che forse vive di sussidi. A me, coi miei occhi chiari e le mie lentiggini, questo non succede mai. A me dicono: come sei brava che parli così bene! E mi raccontano che la Regina, che pure è qui da 40 anni, ha ancora un forte accento tedesco.
Di queste cose R. parla solo con me. Per tante ragioni sento di capirla, anche se nulla nella mia vita è lontanamente paragonabile alla sua. Forse la capisco per via di J., il mio amico di Singapore, cinese di faccia, inglese di lingua, figlio maggiore di figlio maggiore, in rotta con le tradizioni cinesi eppure disperatamente determinato a lasciare la Germania e tornare "a casa". La scelta, mi dice J. è tra essere un cinese in Germania, e tra essere "uno strano", un ribelle, a Singapore. E siccome ha un figlio, per lui, per dare a lui la chance di non essere uno straniero per sempre, ha scelto la seconda.
Una volta R., alla fine di una di queste conversazioni, in cui avevamo parlato di radici, di Svezia, di essere immigrate o emigrate o comunque nomadi, mi ha detto:"Tu non sei adatta ad un paese cattolico"
Ci sono rimasta di sasso perché non ci avevo mai pensato. È vero che al di là dell'essere credente o meno, la struttura sociale del paese in cui si vive dipende anche dalla storia della sua religione, e forse ci voleva una che aveva bazzicato in così tante culture (e religioni) senza sentirsi mai a casa per dire una cosa del genere. Uno dei miei primi ricordi di inappartenenza infatti era all'asilo dalle suore. Ma lei non lo sapeva, questo.
Tra un paio d'anni tornerà a Parigi e mi diceva oggi "allora dovrò affrontare la realtà". Essere stranieri in terra straniera, o stranieri a casa. E trovare la nostra identità e la nostra appartenenza in un piccolo luogo dell'anima, dove certi spiriti affini trovano accesso, come per magia, a dispetto della loro lingua, della forma dei loro occhi, della loro pelle, della loro religione.
mercoledì 19 marzo 2014
D'amore e d'altro ancora
Oggi sono stata alla prima riunione del mio circolo di lettura svedese.
Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.
Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.
Altra cosa positiva: questo romanzo è introvabile in città. Nei giorni scorsi ci siamo tutti sentite dire dai commessi delle millemila librerie della città: spiacenti ma non teniamo certo i libri vecchi di 40 anni di scrittori passati di moda" e "sei la quarta che me lo chiede!" e così ho finalmente ricevuto la spinta necessaria a presentarmi in una delle millemila filiali della biblioteca cittadina. Ed è stato fantastico! Perché ho scoperto che le biblioteche sono strapiene di gente, e non solo le filiali più in centro, più vicine all'università, ma tutte, anche quelle periferiche come quelle del mio quartiere, e a qualsiasi ora del giorno. Per esempio quella a me più vicina è specializzata in servizi ai pensionati perché qui ne vivono molti. E così nel giro di poco mi son trovata in mano la mia tessera, la mia copia del libro e pure una copia elettronica per leggerlo sul computer e cercare più velocemente le parole sul dizionario.
Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella, peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).
Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:
Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia
E ancora:
All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato
Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.
E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.
La differenza, forse, alla fine, è l'amore.
Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.
Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.
È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.
Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.
*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)
Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.
Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.
Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella, peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).
Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:
Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia
E ancora:
All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato
Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.
E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.
La differenza, forse, alla fine, è l'amore.
Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.
Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.
È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.
Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.
*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)
giovedì 13 marzo 2014
Zlatan
Per migliorare lo svedese sto leggendo le cose più impensabili. Non si può far gli schizzinosi quando si cerca di imparare una lingua per integrarsi. Per integrarsi, serve più Moccia che Manzoni, per essere chiari. E per questo infatti mi son morsa la lingua quando ho visto i libri di Fabio Volo a casa di una mia amica svedese che studia italiano.
Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.
È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.
E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.
Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.
Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.
Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo. Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.
Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto. Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri giocatori non erano al suo livello.
Il libro è un po' la storia della sua maturazione, evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.
Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.
Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.
È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.
E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.
Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.
Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.
Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo. Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.
Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto. Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri giocatori non erano al suo livello.
Il libro è un po' la storia della sua maturazione, evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.
Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.
venerdì 31 gennaio 2014
le parole per dirlo
Una mattina, mi sono seduta in macchina e non sono riuscita a girare la chiave per mettere in moto.
Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.
È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.
C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".
C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.
Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".
Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.
E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?
Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.
Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.
Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.
Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.
Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.
Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo.
Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.
È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.
C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".
C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.
Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".
Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.
E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?
Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.
Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.
Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.
Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.
Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.
Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo.
venerdì 11 ottobre 2013
Ti ho sposato per allegria
La maggior parte dei miei amici con figli, in Svezia, non è sposata, oppure ha deciso di farlo quando i bambini (più d'uno, anche quattro) erano già grandi. Dunque mi ero fatta l'idea che il matrimonio da queste parti non sia il fatto apicale che sembrerebbe essere da noi. Eppure col tempo ho notato che non è proprio così.
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
On Marriage Kahlil Gibran
You were born together, and together you shall be forevermore.
You shall be together when the white wings of death scatter your days.
Ay, you shall be together even in the silent memory of God.
But let there be spaces in your togetherness,
And let the winds of the heavens dance between you.
Love one another, but make not a bond of love:
Let it rather be a moving sea between the shores of your souls.
Fill each other's cup but drink not from one cup.
Give one another of your bread but eat not from the same loaf
Sing and dance together and be joyous, but let each one of you be alone,
Even as the strings of a lute are alone though they quiver with the same music.
Give your hearts, but not into each other's keeping.
For only the hand of Life can contain your hearts.
And stand together yet not too near together:
For the pillars of the temple stand apart,
And the oak tree and the cypress grow not in each other's shadow.
giovedì 3 ottobre 2013
Ancora sulla pasta
I cliché sul cibo italiano mi affascinano. Perché non si tratta di semplice mancanza di esperienza diretta, come ne avrei io per esempio nei confronti della cucina cinese. Quel che mi affascina è che all'estero ci si esprime in merito con una serie di certezze granitiche. Ossia, la gente studia, si informa, e parla con quella che credono essere cognizione di causa.
Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).
Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!
Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?
In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.
Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.
Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.
Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.
Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.
Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".
Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).
Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!
Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?
In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.
Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.
Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.
Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.
Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.
Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".
martedì 17 settembre 2013
traghettando
Al martedì, per la serie facciamoci del male, mi guardo in differita come in Purgatorio, la puntata di Presa Diretta trasmessa su rai tre la sera prima.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.
Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".
Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.
E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.
Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.
A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani.
Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.
Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".
Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.
E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.
Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.
A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani.
Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.
venerdì 23 agosto 2013
Ultimo giorno di lezione del corso di svedese A1.
Per salutarci, è stata ovviamente organizzata una speciale fika di commiato. Ossia, l'immancabile pausa caffè delle 10:30 durerà più di mezzora e ognuno porterà qualcosa da mangiare che sia tipico del suo paese di origine.
Trovare cibo "esotico" qui in Svezia, come un po' dappertutto ormai, non è difficile. Lo si trova nei supermercati, persino. Uno degli studenti, però, un polacco che vive da molti anni spostandosi attraverso l'europa, ha però sostenuto di non essere in grado di portare nulla. L'altra polacca che abbiamo in classe gli ha consigliato di provare il negozio polacco del suo quartiere, e lui ha detto "No, io quei negozi li evito"
Al che lei si è arrabbiata e davanti a tutta la classe ha detto che non sopporta più di incontrare polacchi che si fanno un vanto di scegliere di non frequentare altri polacchi. Lei dice di sentirsi spesso rifiutata da connazionali che preferiscono altre amicizie.
Il ragazzo, peraltro, ha insistito di aver sempre fatto così, anche quando viveva a roma ed evitava come la peste le comunità chiuse dove si parla solo polacco, si mangia solo polacco, e non si hanno amici italiani.
La nostra insegnante si è pure molto stupita, e lui mi ha chiamato in causa:
"non succede forse la stessa cosa agli italiani?"
In effetti non posso dire di non comprenderlo. In Germania ho anche io preferito evitare i gruppi di soli italiani, che finivano per far la spesa solo all'alimentari italiano, mangiavano solo nei ristoranti italiani, parlavano solo italiano. Ma soprattutto: passavano il tempo a dire quanto fosse orribile la Germania. Quanto fossero tutti stronzi e tirchi, quanto fosse brutta la lingua, quanto fossero freddi, quanto il clima facesse schifo.
Personalmente, dopo le prime sorprese dovute al gap culturale, ho sempre molto apprezzato i tedeschi e ritengo la germania un buon posto per vivere. Non faceva per me, però, e ho sempre cercato di andarmene ma di questo non li ho mai incolpati. Ai miei connazionali però, non passava manco per la testa di andarsene. E allora a me la loro pareva ipocrisia.
All'alimentari italiano ci andavo di tanto in tanto, però, e dunque non capisco del tutto le remore del mio compagno di classe.
Solo perché vai a comprarti una mozzarella non vuol dire che scegli di appartenere ad un ghetto, ecco.
Però magari l'alimentari polacco non è la stessa cosa del negozietto italiano in Germania, dove comunque tutto era scritto in tedesco ed era aperto ad una vasta clientela, pure tedesca. Questo davvero lo ignoro.
la ragazza polacca siede in classe accanto a me, per cui le ho chiesto: "davvero ti capita che qualcuno rifiuti di esserti amica solo in quanto sua connazionale?"
Al che lei ha risposto: "mi hai mai vista parlare con lui? a certa gente sono proprio allergica."
Sono tornata a casa riflettendo. Sono certa che molti italiani mi hanno vista esattamente come lei vede lui.
Anche se non ho mai avuto il desiderio cosciente di escludere nessuno dalla mia vita solo in quanto italiano.
Sono certa anche che non sia vero che i polacchi che lei incontra rifiutino di essere suoi amici, piuttosto evitano di esserlo solo sulla semplice base della condivisa nazionalità. Magari scelgono di essere amici delle persone con cui condividono interessi o opinioni. Ma se anche fosse come dice lei, resta una ovvia differenza tra lei e lui. Lei dalla svezia se ne vuole andare, propendendo più per la nazione del suo fidanzato o la sua - e come non ritrovarmi in questo?. Lui invece vorrebbe restare: ha visto la Polonia, ha visto l'Italia, ha visto la Svezia, e ha scelto. E come non ritrovarmi pure in lui?
Per salutarci, è stata ovviamente organizzata una speciale fika di commiato. Ossia, l'immancabile pausa caffè delle 10:30 durerà più di mezzora e ognuno porterà qualcosa da mangiare che sia tipico del suo paese di origine.
Trovare cibo "esotico" qui in Svezia, come un po' dappertutto ormai, non è difficile. Lo si trova nei supermercati, persino. Uno degli studenti, però, un polacco che vive da molti anni spostandosi attraverso l'europa, ha però sostenuto di non essere in grado di portare nulla. L'altra polacca che abbiamo in classe gli ha consigliato di provare il negozio polacco del suo quartiere, e lui ha detto "No, io quei negozi li evito"
Al che lei si è arrabbiata e davanti a tutta la classe ha detto che non sopporta più di incontrare polacchi che si fanno un vanto di scegliere di non frequentare altri polacchi. Lei dice di sentirsi spesso rifiutata da connazionali che preferiscono altre amicizie.
Il ragazzo, peraltro, ha insistito di aver sempre fatto così, anche quando viveva a roma ed evitava come la peste le comunità chiuse dove si parla solo polacco, si mangia solo polacco, e non si hanno amici italiani.
La nostra insegnante si è pure molto stupita, e lui mi ha chiamato in causa:
"non succede forse la stessa cosa agli italiani?"
In effetti non posso dire di non comprenderlo. In Germania ho anche io preferito evitare i gruppi di soli italiani, che finivano per far la spesa solo all'alimentari italiano, mangiavano solo nei ristoranti italiani, parlavano solo italiano. Ma soprattutto: passavano il tempo a dire quanto fosse orribile la Germania. Quanto fossero tutti stronzi e tirchi, quanto fosse brutta la lingua, quanto fossero freddi, quanto il clima facesse schifo.
Personalmente, dopo le prime sorprese dovute al gap culturale, ho sempre molto apprezzato i tedeschi e ritengo la germania un buon posto per vivere. Non faceva per me, però, e ho sempre cercato di andarmene ma di questo non li ho mai incolpati. Ai miei connazionali però, non passava manco per la testa di andarsene. E allora a me la loro pareva ipocrisia.
All'alimentari italiano ci andavo di tanto in tanto, però, e dunque non capisco del tutto le remore del mio compagno di classe.
Solo perché vai a comprarti una mozzarella non vuol dire che scegli di appartenere ad un ghetto, ecco.
Però magari l'alimentari polacco non è la stessa cosa del negozietto italiano in Germania, dove comunque tutto era scritto in tedesco ed era aperto ad una vasta clientela, pure tedesca. Questo davvero lo ignoro.
la ragazza polacca siede in classe accanto a me, per cui le ho chiesto: "davvero ti capita che qualcuno rifiuti di esserti amica solo in quanto sua connazionale?"
Al che lei ha risposto: "mi hai mai vista parlare con lui? a certa gente sono proprio allergica."
Sono tornata a casa riflettendo. Sono certa che molti italiani mi hanno vista esattamente come lei vede lui.
Anche se non ho mai avuto il desiderio cosciente di escludere nessuno dalla mia vita solo in quanto italiano.
Sono certa anche che non sia vero che i polacchi che lei incontra rifiutino di essere suoi amici, piuttosto evitano di esserlo solo sulla semplice base della condivisa nazionalità. Magari scelgono di essere amici delle persone con cui condividono interessi o opinioni. Ma se anche fosse come dice lei, resta una ovvia differenza tra lei e lui. Lei dalla svezia se ne vuole andare, propendendo più per la nazione del suo fidanzato o la sua - e come non ritrovarmi in questo?. Lui invece vorrebbe restare: ha visto la Polonia, ha visto l'Italia, ha visto la Svezia, e ha scelto. E come non ritrovarmi pure in lui?
Iscriviti a:
Post (Atom)