Dopo tanto covare, perché a me la rabbia ammutolisce, provo a spiegare perché ieri mi è parso si sia toccata una nuova vetta d'orrore.
Perché dopo una bomba alla stazione continueremo a prendere treni, pur piangendo, pur con paura, perché non ci sono altre possibilità e la vita va avanti, è sopravvivenza, mica eroismo, è quello che evidentemente fanno quelli che vivono in certi luoghi dove certe cose sono frequenti. E dopo che un giornalista d'assalto è stato freddato per aver scritto o indagato su qualcosa di scomodo, ci sarà un altro giornalista innamorato della verità che indagherà a sua volta su quella morte, e che farà venir fuori la storia. Ci sarà la potenza dell'indignazione, ovviamente, e il desiderio di celebrare il coraggio, l'orgoglio per le proprie idee.
Ma essere uccisi per una battuta, è una cosa un po' diversa. Fare battute e vignette difficilmente passa per eroismo, tanto che qualcuno pure dice che se la son cercata. Fare battute e vignette difficilmente passa per sopravvivenza. E dunque ho paura, più di sempre, che questo attentato sia andato più a segno di tutti, e che oggi siamo tutti Charlie, ok, ma da domani forse prima di fare una battuta su certi argomenti ci si penserà due volte. Non per vigliaccheria, che pure sarebbe umana e non certo condannabile. per lo meno non da me, ma per oggettiva mancanza di voglia di ridere. Che mica si può ridere per forza, a comando, di tutto. Oggi già c'era chi chiedeva a quelli del Vernacoliere "avanti su, fate una vignetta anche voi, non avrete mica paura?"
E allora la mia reazione oggi, è stata quella di tornare a cercare vignette e video satirici in cui siano stati presi di mira i fondamentalismi. Solo poche settimane fa John Cleese infatti diceva: i fondamentalismi sono intrinsecamente ridicoli. Per questo sono perfetto materiale di satira, perché sono l'emanazione di una ovvia mancanza di intelligenza che porta a prendere le cose alla lettera. Purtroppo, per questo stesso motivo, ridere dei fondamentalisti, e degli stupidi, chiunque siano, è anche pericoloso.
Continuiamo a ridere, oltre alla rabbia, ai dibattiti, alla solidarietà per chi non c'entra niente e ci finisce in mezzo, oltre ai banner e ai necessari propositi di investimenti in educazione, istruzione, tolleranza, continuiamo a ridere di "loro". E quando dico loro intendo gli stupidi. Sia quelli che hanno fin troppa facilità a reperire un mitra, purtroppo, sia quelli che magari questa non ce l'hanno ma invocano comunque censure, querele e pene di morte. E ti chiedi se per caso, ce lo avessero lì a portata di mano pure loro, e nulla da perdere, non lo imbraccerebbero eccome.
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venerdì 9 gennaio 2015
martedì 30 settembre 2014
you think that we connect, that the chemistry's correct
Era tempo di dire al mio amico J che c'è un bambino in arrivo. Comunichiamo solo via chat su facebook, in inglese. Avevo rimandato oltremodo perché sotto sotto mi aspettavo grane. La solita esagerata direte voi. J è un caro amico ma da quando è padre è uno scassacazzi di professione. E ammetto che i rapporti si sono un po' raffreddati da parte mia perché ha cominciato a rompermi un po' troppo. Tanto che esasperata tempo fa gli dissi che non mi interessava avere figli e che la piantasse - di colpo smise di mandarmi le foto del pupo.
È quello che mi scrisse che sua moglie era in attesa aggiungendo la frase "sei gelosa? allora mettiti all'opera". Quanto mi fece incavolare quella frase. Quanta insensibilità dietro quelle parole (che ne sa lui di cosa voglio? che ne sa che non ci abbia provato senza riuscire? che ne sa che io non sappia già che non posso averne? e perché dà per scontato che il mio sentimento sarà l'invidia? eccetera)
Stavolta temevo già che mi avrebbe fatto arrabbiare.
Non avevo idea di quanto.
Si comincia col dirmi che è molto felice che finalmente io mi sia decisa.
Mi sale subito la carogna, ma decido di soprassedere, sono sempre prevenuta io, subito irritabile, e poi magari è per via della lingua...
Mi chiede come sono stati i primi tre mesi e gli dico: una favola in confronto ad ora.
Errore madornale. Parte il sermone esplicativo, una mitragliata di informazioni abbastanza basilari, una lista di consigli abbastanza scontati, ha una voglia matta di educarmi, di spiegarmi le cose, di investirmi del suo immenso sapere. Vuole raccontarmi la "sua" gravidanza mese per mese, eco per eco. I messaggi si susseguono senza sosta, lunghissimi e serrati, non posso infilarmi tra uno e l'altro.
Quando finalmente sembra che abbia finito, cerco di rassicurarlo dicendo che persino col solo aiuto del personale medico specializzato avevo già ricevuto tutti quei consigli ma complice il fatto che non c'entrano un accidente con il mio problema di adesso non mi hanno lo stesso aiutato ad evitarmi sto periodo di merda. Dunque parte la lista di acquisti che devo assolutamente fare, lui può aiutarmi, è uno che ha preparato tutto ai minimi dettagli, ha persino misurato il bagagliaio dell'auto prima di comprare il passeggino (no, vabbè, chi ci avrebbe mai pensato?), sa tutto, mi manda link, mi parla della amazon wishlist, mi fa venire le palpitazioni per l'ansia. Conosco un certo numero di mamme e nessuna, nemmeno mia suocera o mia cognata, mi aveva mai sottoposta ad un simile trattamento.
Per fermarlo, stordita e irritata, gli dico: quasi quasi sulla wishlist ci dovrei mettere solo "bambino già pronto, nato, svezzato, spannolinato e già bilingue" e mi eviterei questo periodo fisicamente difficile e pure la mole di ansie di cui mi stai dando un assaggio.
Era una battuta, diosanto. Qualunque cosa pur di fermare quel fiume in piena.
Secondo errore madornale.
Lui ovviamente mi prende alla lettera e si lancia in una discussione sul tema nessun figlio adottivo sarà mai come un figlio vero. I primi 4 mesi ti cambiano come persona.
Sì ok, gli dico io irritata (perché su questo argomento mi irrito e la prendo sul personale comunque), ma anche i primi 4 mesi dopo che hai adottato non è che siano acqua fresca, è il senso di responsabilità che ti cambia, e quello c'è comunque, mica pensi "ah vabbè ma tanto è adottato, fa niente se si ammala o si fa male".
Ma lui è inarrestabile. E sgancia la madre di tutte le cazzate.
No, è perché serve di partorirlo, perché sia figlio tuo.
Io indugio con la faccia a urlo muto di Munch prima di mettere insieme una risposta, ma lui mi precede.
E non vale nemmeno il cesareo (che per "fortuna" dove ha partorito sua moglie, in Germania, non era contemplato che come extrema ratio).
È solo col dolore e col sacrificio che si diventa genitori. Mi spiace per mia moglie, e per te, ma è necessario.
Ovviamente mi è partita la brocca.
Menomale che era una discussione via chat perché se lo avessi avuto di fronte, oltretutto digiuna com'ero, lo avrei fatto a striscette.
E uno gli vuol dire, vabbè ma allora tu scusa mica hai partorito, vorrai mica chiamarti genitore.
Eh no, è qui il bello. Perché lui era nella stanza con la moglie in travaglio, e dunque il cambiamento profondo che ha bisogno del dolore fisico lo ha fatto più lui di quelle "comodone" che si prenotano il cesareo.
Ma porca paletta, ora sì che è guerra.
Mille volte meglio se fosse stato uno di quegli uomini anni 50, che stavano in corridoio a fumare i sigari.
Mille volte meglio che fosse banalmente e apertamente un maschilista di merda.
Mille volte meglio di un invasato che pensa che siccome ha vissuto 9 mesi con una moglie incinta ed è stato spettatore di un parto, allora può andare in giro a predicare a tutte le donne di riprodursi e di partorire con dolore, se no non vale.
Perché capite lui è un padre modello, un marito moderno, uno dei "buoni", l'esempio di come le nuove generazioni dovrebbero essere: pronti a dividersi i compiti, a considerarsi sotto gli stessi parametri.
E se ne esce con questa roba.
Stiamo messi bene!
Non cito che un 10% delle stupidaggini che è riuscito a inanellare.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
martedì 29 luglio 2014
it's so clear now that you are all that I have
E niente, abbiamo ancora 28 gradi e sole.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.
Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.
E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.
Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.
Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.
E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.
Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.
venerdì 27 giugno 2014
la fortuna è la dea bendata...la sfiga invece ci vede benissimo
Vorrei avere qualcosa di interessante da dire, ma la mia vita si snoda tra disumani compiti di svedese e il cataclisma del cambio di cucina. Al momento abbiamo tutta la nuova cucina ikea in scatoloni dentro alla stanza degli ospiti e quella vecchia semismontata ma ancora nell'appartamento, in attesa di un massacrante viaggio in discarica lunedì. Nel frattempo, una perdita d'acqua ci ha costretto ad un bel buco in un muro in ingresso, una dozzina di visite da parte degli addetti alla manutenzione del condominio e altrettante future per riparare il suddetto buco.
E stamani mentre gli addetti alle consegne ci portavano su la cucina ikea, abbiamo visto che grazie ad un errore dell'impedita decerebrata signorina ikea che ci ha fatto l'ordine, abbiamo pagato per due lavelli, uno dei quali già incollato alla lastra di melanimico lunga tre metri che poi è il ripiano fatto su misura per la nostra cucina. Ecco, grazie a questa genialata dell'averci fatto pagare per incollare un ulteriore lavello alla lastra (400 euro) ora il lastrone suddetto non passa più per le scale e quindi giace all'ingresso del condominio. Il servizio clienti dice che noi abbiamo firmato per il doppio lavello, quindi se ne lavano le mani - ora, è ovvio che se fosse stato minimamente evidente sull'ordine che stavamo pagando per due lavelli lo avremmo evitato no? la decerebrata sostiene di averlo reso chiaro...certo, tanto chiaro che le avevamo pure chiesto consiglio su come incollare il lavello, quello che infatti ci hanno consegnato sciolto.
Adesso non sappiamo proprio come fare, Danne mi è andato in corto circuito e al momento aspettiamo che rientrino dei vicini per chiedere aiuto a loro. Sigh.
E in teoria io dovrei leggere una novantina di pagine di letteratura settecentesca in svedese.
UPDATE: all's well what ends well
Alla fine è andata così. I vicini del piano terra, che poi sono gli unici che conosciamo davvero, sono rientrati a fine pomeriggio. Sono una coppia si settantenni che vive in perenne turno di guardia, vedono chiunque entri od esca e grazie al fatto che vivono al piano terra hanno facilità ad attaccare bottone con chiunque. Sono quelli che ci hanno fatto avere il garage e sono sotto ogni punto di vista molto molto carini, anche se un filo logorroici. Loro ovviamente sapevano tutto della nostra cucina, eravamo anche stati a vedere la loro per prendere spunto e si erano già offerti di aiutarci. Il problema però è che muovere un lastrone di tre metri con attaccato un lavello attraverso tre piani di scale troppo strette non è esattamente il tipo di cosa che dipende dalla buona volontà a prestare aiuto...c'era della geometria in ballo! L'idea che ci è venuta era quella di aprire tutte le finestre ai pianerottoli, per poter farvi passare parte della lastra e guadagnare spazio per girarla. Questo però non era sufficiente. Era necessario anche che almeno uno dei condomini ad ogni piano ci aprisse la porta di casa, e quella del bagno che vi sta di fronte, in modo tale che potessimo guadagnare ancora spazio di manovra. Noi non conosciamo i nostri vicini. In Svezia i rapporti nei condomini sono cordiali ma distanti, e raramente si va oltre il buongiorno buonasera. Ma l'asso nella manica erano Björn e Catarina, i due pensionati. Loro conoscono tutti per nome, sanno che problemi hanno, che orari fanno, sanno se sono persone disponibili oppure no. In linea di massima, il 90% è disponibile, perché è impossibile dire no a Catarina. Loro abitavano in campagna, prima di trasferirsi in città per star vicino ai nipoti, e hanno mantenuto l'approccio del piccolo villaggio. Senza perdere un colpo hanno intercesso per noi, bussando ad ogni porta, ottenendo anche aiuto da un paio di uomini ben in forma. Alla fine, quasi tutto il condominio ha contribuito, tra chi ci ha aperto la porta e chi ci ha aiutato fisicamente, e adesso l'impossibile catafalco è nel nostro ingresso (e blocca un paio di porte).
Il sollievo è stato immenso: non siamo stati costretti a tagliare la lastra rimettendoci parecchio tempo e denaro, e per giunta abbiamo sentito quella bella senzazione di avere tutti questi semisconosciuti pronti ad aiutarci. Noi che abbiamo vissuto a lungo all'estero, lontano da tutti i nostri contatti più stretti, con le barriere linguistiche e culturali in mezzo, non siamo abituati a pensare di poter semplicemente chiedere aiuto, a volte.
E stamani mentre gli addetti alle consegne ci portavano su la cucina ikea, abbiamo visto che grazie ad un errore dell'impedita decerebrata signorina ikea che ci ha fatto l'ordine, abbiamo pagato per due lavelli, uno dei quali già incollato alla lastra di melanimico lunga tre metri che poi è il ripiano fatto su misura per la nostra cucina. Ecco, grazie a questa genialata dell'averci fatto pagare per incollare un ulteriore lavello alla lastra (400 euro) ora il lastrone suddetto non passa più per le scale e quindi giace all'ingresso del condominio. Il servizio clienti dice che noi abbiamo firmato per il doppio lavello, quindi se ne lavano le mani - ora, è ovvio che se fosse stato minimamente evidente sull'ordine che stavamo pagando per due lavelli lo avremmo evitato no? la decerebrata sostiene di averlo reso chiaro...certo, tanto chiaro che le avevamo pure chiesto consiglio su come incollare il lavello, quello che infatti ci hanno consegnato sciolto.
Adesso non sappiamo proprio come fare, Danne mi è andato in corto circuito e al momento aspettiamo che rientrino dei vicini per chiedere aiuto a loro. Sigh.
E in teoria io dovrei leggere una novantina di pagine di letteratura settecentesca in svedese.
UPDATE: all's well what ends well
![]() |
| il lastrone della discordia |
![]() |
| la cucina qusi per intero |
Alla fine è andata così. I vicini del piano terra, che poi sono gli unici che conosciamo davvero, sono rientrati a fine pomeriggio. Sono una coppia si settantenni che vive in perenne turno di guardia, vedono chiunque entri od esca e grazie al fatto che vivono al piano terra hanno facilità ad attaccare bottone con chiunque. Sono quelli che ci hanno fatto avere il garage e sono sotto ogni punto di vista molto molto carini, anche se un filo logorroici. Loro ovviamente sapevano tutto della nostra cucina, eravamo anche stati a vedere la loro per prendere spunto e si erano già offerti di aiutarci. Il problema però è che muovere un lastrone di tre metri con attaccato un lavello attraverso tre piani di scale troppo strette non è esattamente il tipo di cosa che dipende dalla buona volontà a prestare aiuto...c'era della geometria in ballo! L'idea che ci è venuta era quella di aprire tutte le finestre ai pianerottoli, per poter farvi passare parte della lastra e guadagnare spazio per girarla. Questo però non era sufficiente. Era necessario anche che almeno uno dei condomini ad ogni piano ci aprisse la porta di casa, e quella del bagno che vi sta di fronte, in modo tale che potessimo guadagnare ancora spazio di manovra. Noi non conosciamo i nostri vicini. In Svezia i rapporti nei condomini sono cordiali ma distanti, e raramente si va oltre il buongiorno buonasera. Ma l'asso nella manica erano Björn e Catarina, i due pensionati. Loro conoscono tutti per nome, sanno che problemi hanno, che orari fanno, sanno se sono persone disponibili oppure no. In linea di massima, il 90% è disponibile, perché è impossibile dire no a Catarina. Loro abitavano in campagna, prima di trasferirsi in città per star vicino ai nipoti, e hanno mantenuto l'approccio del piccolo villaggio. Senza perdere un colpo hanno intercesso per noi, bussando ad ogni porta, ottenendo anche aiuto da un paio di uomini ben in forma. Alla fine, quasi tutto il condominio ha contribuito, tra chi ci ha aperto la porta e chi ci ha aiutato fisicamente, e adesso l'impossibile catafalco è nel nostro ingresso (e blocca un paio di porte).
Il sollievo è stato immenso: non siamo stati costretti a tagliare la lastra rimettendoci parecchio tempo e denaro, e per giunta abbiamo sentito quella bella senzazione di avere tutti questi semisconosciuti pronti ad aiutarci. Noi che abbiamo vissuto a lungo all'estero, lontano da tutti i nostri contatti più stretti, con le barriere linguistiche e culturali in mezzo, non siamo abituati a pensare di poter semplicemente chiedere aiuto, a volte.
sabato 24 maggio 2014
corso di svedese per immigrati: avete presente le dodici fatiche di Asterix?
L'organizzazione di questi corsi è una tra le cose più assurde che abbia avuto modo di sperimentare in Svezia.
Lo scorso Febbraio sono stata allo Studievägledningen, l'ufficio per chiedere se potevo avere accesso ad uno dei corsi gratuiti per immigrati, quelli che qui si chiamano SFI. Siccome ci sono diversi livelli, la signora con cui parlavo aveva il compito di stabilire a quale potevo iscrivermi. Le ho detto che avevo già raggiunto il livello B1 privatamente ma non sapevo a che cosa corrispondesse.
La signora già si irrita che io non avessi pensato di fare da subito i corsi gratuiti, e la ragione è che se si vuole imparare lo svedese in meno di dieci anni, questi corsi gratuiti non servono a molto: le classi sono numerose, con grande disparità di leivello tra gli studenti (molti sono magari semi-analfabeti ed è difficilissimo trovare un buon ritmo per tutti) e gli insegnanti molto poco motivati.
Controllando sulla sua tabella di equivalenze, mi dice che il mio livello è già superiore a quello del più alto livello di SFI e dunque dovrei fare i tre corsi detti SAS, svedese come lingua straniera. Solo che per capire a quale di questi SAS iscrivermi, dovrei fare un esame. Ma c'è un altro problema: non posso accedere a nessun corso prima di agosto (ossia oltre sei mesi dopo!)
Io ovviamente non metto in dubbio quello che lei mi dice, dopotutto è il suo lavoro! Me ne vado con un faglio con le informazioni su come fare l'esame suddetto e le date del periodo in cui io mi possa iscrivere ai corsi di agosto.
Qualche settimana dopo, preparandomi all'esame, mi rendo conto che c'era eccome la possibilità di accedere a corsi prima di agosto! Mi arrabbio perché più cerco informazioni e meno mi spiego perché la signora avesse dovuto essere tanto fuorviante.
Con una mia amica vado a fare l'esame, in una scuola immensa dove nessuno pare sapere nulla di quello che vogliamo o cerchiamo. Dopo un pomeriggio surreale, e due ore di esame al computer, ci comunicano i risultati: siamo entrambe al secondo livello su tre, SAS 2. Per accedere all'università, per chiarirsi, serve il terzo e ultimo livello, SAS 3. Il risultato ci viene comunicato a voce, inviato per mail e contemporaneamente mandato allo Studievägledningen: ma non siamo ancora iscritte al corso. Di lì a qualche tempo comincia il periodo di 2 settimane in cui ci possiamo iscrivere. Il primo giorno di tale periodo ci presentiamo combattive all'ufficio e diciamo, parlando svedese (la mia amica poi parla benissimo, senza accento, tanto che in quello stesso posto una volta le avevano chiesto se fosse svedese) che abbiamo fatto il test e vogliamo iscriverci al livello SAS2.
Il signore, come prima reazione ci dice: non è adesso il periodo per iscriversi.
Immediatamente tiriamo fuori il foglio con le date che ci avevano dato in quello stesso ufficio.
Al che lui cambia subito la storia: sì, le iscrizioni sono aperte ma secondo lui dovremmo iscriverci piuttosto ai corsi SFI, visto che non li abbiamo mai fatti.
Noi allora, fulminandolo con lo sguardo, produciamo il foglio coi risultati del test, che loro dovrebbero aver ricevuto, che assicurano che siamo ben oltre i corsi SFI. Tanto per spiegare, ho un paio di amiche al corso di più alto livello SFI e mi dicono che i loro compagni di classe parlano così: oggi...sole; cielo...blu; io...felice). Screanzato.
Ancora poco convinto scartabella per qualche minuto sul registro internet prima di capitolare e lasciarci iscrivere al corso che comincierà appunto lunedì, ossia di lì a 4 mesi. Ma l'iscrizione non ci dà nessuna certezza di trovarvi posto, dobbiamo aspettare fino a un paio di settimane prima dell'inizio del corso per essere sicure.
Due settimane fa, appunto, ricevo un sms, una lettera e una email su cui sta la frase "tra poco riceverai la chiamata all'incontro introduttivo OBBLIGATORIO. Se non ti presenti all'incontro perdi l'accesso al corso. Se non ricevi la chiamata prima del 6 maggio, chiamaci."
Ovviamente, il 6 maggio ancora non avevo ricevuto nulla. Non è fantastico? Tre mezzi diversi per dirmi che riceverò un invito, ma l'invito in sé viene inviato solo per posta normale, ossia con l'unico mezzo che è soggetto a ritardi e smarrimenti. Dei geni!
La mia amica (che vive DAVANTI alla scuola) li ha chiamati, e loro le hanno detto: ma qui risulta che hai ricevuto l'invito! E lei ha dovuto insistere per farsi dare le info a voce. Non ha mai ricevuto nulla. Io invece avevo deciso di attendere almeno il 7 per chiamare e ho ricevuto l'invito (via posta normalea fine pomeriggio del 6. L'incontro obbligatorio era il 12.
All'incontro obbligatorio ci dicono solo cose generiche e chiariscono che ANCORA non abbiamo nessuna certezza ufficiale di avere un posto nel corso. Per quella dobbiamo aspettare il 20, quando ci verrà comunicato il nostro insegnante e i libri da comprare.
Il 20 arriva, e di nuovo solo a sera ricevo la conferma, stavolta via mail. Sono nel corso, che comincia il 26 ma...non so ancora né quali né quanti giorni alla settimana avrò lezione, né a che ora!!!
Solo ieri sera il mio insegnate mi ha scritto una mail e ho scoperto che ho lezione due giorni a settimana e che la prima è martedì. Inoltre avevo ben due giorni per procurarmi i libri. Grazie!
martedì 15 aprile 2014
For the times they are a-changing
Sono cresciuta in una cittadina di provincia che era definita dai suoi stessi abitanti una città di "bottegai", ossia piccoli commercianti. Ha sempre avuto i negozi più belli e costosi della zona, perfino più di quelli delle città più grandi. Nel capoluogo per esempio, dove c'è l'università, tra la gente trovavi magari più stranieri, più immigrati da altre parti d'italia, più professori e artisti, più gente istruita eppure i negozi non erano altrettanto belli. Nel capoluogo i gestori erano incapaci o sgarbati o vendevano robaccia e in poco tempo chiudevano. Nella mia cittadina i negozi stavano lì da generazioni ed erano gestiti da chi "ci sapeva fare" e andare "sul corso" era un'attività quasi religiosa, un rito cui l'intera popolazione adulta, maschi e femmine, vecchi e giovani, si dedicava con regolarità, preparandosi meticolosamente, vestendosi al meglio.
Quando ero piccola, per andare a trovare i miei nonni dovevamo attraversare una piccola porzione del corso cittadino e mia mamma viveva nell'angoscia che in quei cinque metri qualcuno sorprendesse me, mio padre o mio fratello trasandati o "sbrindellati". "E ci sei passato dal corso con quei pantaloni?" è una delle frasi più frequenti della mia infanzia.
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A 13-14 anni mi son buttata entusiasta nell'eccitante mondo del su e giù sul corso con le mie compagne di scuola. Andavamo con l'autobus dal nostro paesino, alle quattro del pomeriggio, coi nostri giubbini di jeans ricamati e le converse, io e le mie amiche, tutte figlie di genitori che ci avrebbero permesso poco altro e di certo non di far più tardi dell'ora di cena.
A volte andavamo al cinema, anche quello stava sul corso, prima che mettessero i multisala fuori città. Più spesso compravamo un quarto di pizza o una focaccina ripiena, le caramelle gommose in quel negozio nuovissimo ed esotico dove potevi farti il sacchetto mischiando da sola a piacere. Soprattutto camminavamo cercando di incrociare il ragazzo che ci piaceva al momento, o di quelli che piacevano alle amiche, per poter poi riferire loro dove e con chi lo avevamo visto. Tanto era certo che in un modo o in un altro tutti i ragazzi della zona al sabato pomeriggio sarebbero passati di lì. L'ora dipendeva dall'età, invecchiando ci si spostava più a ridosso della cena - ma quando raggiunsi l'età degli aperitivi la vita già mi aveva portato altrove. I negozi bellissimi e costosissimi li guardavamo appena, allora. Più avanti vi saremmo passate sperando in un qualche regalo da occasione speciale, perché non c'era modo che potessimo permetterci quella roba. In molti di quei negozi non sono mai entrata. Li guardavo da fuori, piena di timore reverenziale: per far la commessa sottopagata in uno di quelli più "in" ti veniva in pratica richiesto di spendere tutto il tuo stipendio in vestiti per risultare presentabile ai clienti. Quando poi ho avuto qualche soldo da spendere, mi son scoperta poco interessata. La distanza geografica mi ha reso immune dal desiderio di andare a sperperare uno stipendio in quei luoghi tanto ammirati da bambina, il ricordo di quella via piena di gente ben vestita che sgomita per un parcheggio e si riempie le braccia di sacchetti non mi ha seguita nella mia vita adulta.
Ci son tornata questa settimana - ero in Italia in visita. Eravamo a cena con le mie amiche di quel tempo lì, quelle che sono mie amiche da allora, "le bimbe" come si dice ancora tra noi. E parlavamo di un sacco di cose che allora non ci toccavano, e infatti tra noi non abbiamo mai parlato di politica per esempio, e adesso che ci proviamo siamo dubbiose e circospette, non sappiamo come - e pensa che andavamo in bagno insieme, che avremmo saputo descrivere le reciproche mutande, se ce lo avessero chiesto, e invece è la politica che ci riempie di imbarazzo.
"Tu non lo sai", mi dicono "ma qui sta chiudendo tutto, è un disastro"
E dopo cena camminiamo per smaltire la pizza. Camminiamo sul corso buio e deserto. È martedì sera e non c'è niente di strano dopotutto. Ma molte vetrine sono vuote e col cartello vendesi. Ha chiuso la boutique sartoria storica dove persino mia madre, figlia di proletari, si era comprata due o tre capi favolosi che ancora vivono nel mio armadio - perché a quei tempi non c'erano vestiti lowcost e magari avevi un solo cappotto ma fatto come dio comanda. Ha chiuso il negozio di abiti da sposa davanti al quale sospiravano le mie amiche. Alcuni negozi dove entravamo senza poterci permettere che di toccare i vestiti esposti sono stati rimpiazzati con catene a bassissimo costo che avevo conosciuto abitando in Germania. Dei negozi esosi e chiccosi della nostra infanzia ne rimangono un paio, e pare abbiano dovuto abbassare i prezzi. Io scruto una vetrina - un solo elegantissimo manichino. Leggo un prezzo che mi pare altissimo. Le bimbe mi dicono che per quella cifra fino a poco tempo fa non avrebbero mai venduto quel cappotto, al massimo una giacchina. E nel gotha delle scarpe lì accanto, la sfilata di tacchi vertiginosi sta su una media di almeno cento euro inferiore a quella che era. Ed io che vengo da un paese dove la gente guadagna forse due volte tanto, in media, mi trovo a stupirmi del prezzo assurdo di quelle scarpe, sebbene ribassato.
Mi dicono, adesso i negozi sono vuoti e per il parcheggio non c'è problema.
Quando ero piccola, per andare a trovare i miei nonni dovevamo attraversare una piccola porzione del corso cittadino e mia mamma viveva nell'angoscia che in quei cinque metri qualcuno sorprendesse me, mio padre o mio fratello trasandati o "sbrindellati". "E ci sei passato dal corso con quei pantaloni?" è una delle frasi più frequenti della mia infanzia.
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A 13-14 anni mi son buttata entusiasta nell'eccitante mondo del su e giù sul corso con le mie compagne di scuola. Andavamo con l'autobus dal nostro paesino, alle quattro del pomeriggio, coi nostri giubbini di jeans ricamati e le converse, io e le mie amiche, tutte figlie di genitori che ci avrebbero permesso poco altro e di certo non di far più tardi dell'ora di cena.
A volte andavamo al cinema, anche quello stava sul corso, prima che mettessero i multisala fuori città. Più spesso compravamo un quarto di pizza o una focaccina ripiena, le caramelle gommose in quel negozio nuovissimo ed esotico dove potevi farti il sacchetto mischiando da sola a piacere. Soprattutto camminavamo cercando di incrociare il ragazzo che ci piaceva al momento, o di quelli che piacevano alle amiche, per poter poi riferire loro dove e con chi lo avevamo visto. Tanto era certo che in un modo o in un altro tutti i ragazzi della zona al sabato pomeriggio sarebbero passati di lì. L'ora dipendeva dall'età, invecchiando ci si spostava più a ridosso della cena - ma quando raggiunsi l'età degli aperitivi la vita già mi aveva portato altrove. I negozi bellissimi e costosissimi li guardavamo appena, allora. Più avanti vi saremmo passate sperando in un qualche regalo da occasione speciale, perché non c'era modo che potessimo permetterci quella roba. In molti di quei negozi non sono mai entrata. Li guardavo da fuori, piena di timore reverenziale: per far la commessa sottopagata in uno di quelli più "in" ti veniva in pratica richiesto di spendere tutto il tuo stipendio in vestiti per risultare presentabile ai clienti. Quando poi ho avuto qualche soldo da spendere, mi son scoperta poco interessata. La distanza geografica mi ha reso immune dal desiderio di andare a sperperare uno stipendio in quei luoghi tanto ammirati da bambina, il ricordo di quella via piena di gente ben vestita che sgomita per un parcheggio e si riempie le braccia di sacchetti non mi ha seguita nella mia vita adulta.
Ci son tornata questa settimana - ero in Italia in visita. Eravamo a cena con le mie amiche di quel tempo lì, quelle che sono mie amiche da allora, "le bimbe" come si dice ancora tra noi. E parlavamo di un sacco di cose che allora non ci toccavano, e infatti tra noi non abbiamo mai parlato di politica per esempio, e adesso che ci proviamo siamo dubbiose e circospette, non sappiamo come - e pensa che andavamo in bagno insieme, che avremmo saputo descrivere le reciproche mutande, se ce lo avessero chiesto, e invece è la politica che ci riempie di imbarazzo.
"Tu non lo sai", mi dicono "ma qui sta chiudendo tutto, è un disastro"
E dopo cena camminiamo per smaltire la pizza. Camminiamo sul corso buio e deserto. È martedì sera e non c'è niente di strano dopotutto. Ma molte vetrine sono vuote e col cartello vendesi. Ha chiuso la boutique sartoria storica dove persino mia madre, figlia di proletari, si era comprata due o tre capi favolosi che ancora vivono nel mio armadio - perché a quei tempi non c'erano vestiti lowcost e magari avevi un solo cappotto ma fatto come dio comanda. Ha chiuso il negozio di abiti da sposa davanti al quale sospiravano le mie amiche. Alcuni negozi dove entravamo senza poterci permettere che di toccare i vestiti esposti sono stati rimpiazzati con catene a bassissimo costo che avevo conosciuto abitando in Germania. Dei negozi esosi e chiccosi della nostra infanzia ne rimangono un paio, e pare abbiano dovuto abbassare i prezzi. Io scruto una vetrina - un solo elegantissimo manichino. Leggo un prezzo che mi pare altissimo. Le bimbe mi dicono che per quella cifra fino a poco tempo fa non avrebbero mai venduto quel cappotto, al massimo una giacchina. E nel gotha delle scarpe lì accanto, la sfilata di tacchi vertiginosi sta su una media di almeno cento euro inferiore a quella che era. Ed io che vengo da un paese dove la gente guadagna forse due volte tanto, in media, mi trovo a stupirmi del prezzo assurdo di quelle scarpe, sebbene ribassato.
Mi dicono, adesso i negozi sono vuoti e per il parcheggio non c'è problema.
martedì 1 ottobre 2013
Ancora sulla Barilla
Allora, io ho questo stupido atteggiamento circa "le notizie del momento": le ignoro finché posso, cerco di convincermi che non meritano il mio interesse. Fuggo dallo Zeitgeist manco fosse un fantasma vero. E poi capitolo, sommersa dalla valanga di commenti del cavolo che finisco col leggere pubblicati ovunque.
Io non ho avuto modo di sentire esattamente le parole incriminate, solo dei virgolettati qua e là.
Del resto penso la stessa cosa sia accaduta a molti di coloro chesi sono espressi in merito. Tanto per cominciare, i vari miei amici non italiani che hanno letto della questione da traduzioni.
Io, la penso così.
E sabato scorso mi sono avventurata nei corridoi della pasta - dove, in Svezia almeno, la Barilla impera - con la stessa lista della spesa di sempre. Tutto era come sempre, devo dire, inclusi i prezzi.
Se c'è una marca che mi è venuta voglia di boicottare, è una di quelle che, come sciacalli, si son gettate sull'opportunità di racimolare della pubblicità a costo zero. Senza aver mai mostrato di voler vendere idee o concetti tanto più progressisti, di essersi mai battuti per niente.
A me scoccia parecchio questa cagnara, perché mi pare sproporzionata rispetto al silenzio tombale in cui precipita l'italia quando si tratta di protestare per l'assenza di diritti, per le leggi che discriminano famiglie atipiche, per la miopia del sistema e del legislatore nei confronti di cambiamenti che non solo stanno accadendo, ma anzi sono già accaduti.
Non solo. Non ho mai sentito nessuno prima protestare più di tanto contro le pubblicità cretine messe in onda dalla Barilla così come dall' 80% delle marche, in Italia. Eppure erano sessiste, irrealistiche, assurde, noiose, e talmente iconiche, nella loro idiozia, che da anni l'espressione "famiglia da mulino bianco" indica una famiglia che non esiste. E tutti compravano Barilla, specie all'estero.
Per inciso, le ferree opinioni del signor Barilla non lo hanno forzato a vendere all'estero con le stesse pubblicità. Manco per idea. La pubblicità Barilla, all'estero, punta su altri cliché abusati: quelli dell'italianità. Ma no, non si vedono donne che servono il piatto di pasta a tavola al marito seduto.
Non si vedono nemmeno coppie gay, a dirla tutta.
Non se ne vedono tante in nessuna pubblicità, ad essere onesti.
E perché? Perché le pubblicità puntano al "largest demographic" di ogni prodotto. Ossia sono piuttosto generiche nella rappresentazione delle persone e delle famiglie, se puntano a vendere a tutti. Quello che noto, è che nelle pubblicità del cibo, in Svezia, Barilla compresa, si punta poco sul mettersi a tavola tutti insieme. Forse perché si da meno importanza al momento topico della cena, non so. Però, e questo mi pare il punto, si vedono spesso uomini ai fornelli, uomini che preparano da mangiare per i bambini. E anche donne, ovviamente.Perché in Svezia - oh ma mica solo in Svezia eh? - ai fornelli prima o poi ci si devono mettere tutti, e pure al supermercato ci devono andare tutti, e quindi perché non cercare di includerli tutti nel largest demographics?
Se la Barilla presentasse qui la sua famiglia irreale, non venderebbe molto. Non perché la boicotterebbero, ma perché lascerebbero fuori una fetta di mercato. E infatti non lo fanno, nonostante le loro ferree idee in merito.
E perché invece lo fanno in Italia?
Non mi volete mica far credere che ad oggi in Italia gli uomini - gli uomini veri che piacciono tanto al signor Barilla, quelli rigorosamente eterosessuali, ecco - non cucinano?Uomini che vivono da soli? Padri divorziati? Studenti? uomini che per una strana mutazione genetica amino cucinare anche se non fanno di lavoro lo chef Barilla?
Evidentemente no.
A quanto pare, gli uomini che poveracci cucinano, in Italia, lo fanno sognando di non doverlo fare, sognando che insieme al vasetto di pesto possano ottenere anche la gnocca col grembiule, le perle e il sorriso materno. Così come insieme al rasoio e al dopobarba gli vendi la gnocca che pende dalle sue labbra e una moto.
Oggi una mia amica paventava che le dichiarazioni di Guido Barilla fossero volute e studiate a tavolino con esperti di marketing, con il preciso scopo di far scoppiare il polverone e aggiudicarsi così the largest demographics: gli intolleranti retrogradi.
Ammetto che faccio fatica a dargli torto, perché sono chiaramente tanti. E oggi lamentano che non si possano più esprimere in pace le opinioni - e sostengono cose come:
non vedo niente di male nel voler prendere le distanze dagli omosessuali
mia mamma pure serviva a tavola, e allora?
mia nonna ha cresciuto tre generazioni senza tante storie, oggi direbbero che era una vittima del maschilismo
(e perché non: mia nonna la randellavano quotidianamente e non ha mai fatto tante storie, oggi sarebbe ad amore criminale)
Ora però mi interrogo sinceramente sul da farsi.
C'è chi auspica leggi che proibiscano di dire frasi del genere in pubblico. Su questo punto vorrei davvero aver sentito la frase originale per dire la mia.
In un paese che proibisce ai gay e ai single di adottare non può essere un crimine dire di essere daccordo con quella che è a tutti gli effetti (purtroppo) una legge del paese.
Certo, io ad uno che dice "poveri i figli di un genitore gay" rispondere "poveri i figli di un genitore idiota".
Ma come si può proibire un'opinione condivisa dal nostro parlamento?
E poi, in generale, proibire le opinioni è una cosa che mi mette i brividi.
Il crimine di hate speech invece è un'altra faccenda, e posso augurarmi che venga implementato.
Ma poi?
Sulla carta abbiamo tante belle leggi.
Sulla carta, diciamo alle donne maltrattate di denunciare.
Sulla carta, è un crimine serio anche maltrattare gli animali.
Ma nella pratica, che cosa cambia? Possiamo ritenerci soddisfatti con la stesura di una legge, anche se fosse molto ben scritta (e spesso non lo è, si veda l'aborto detto "ddl femminicidio")?
E poi si deve cambiare quel che finisce in tv.
Ma mica solo adesso, eh!
Eppure nessuno si è mosso ancora per tanti abomini della nostra pubblicità.
Qui in Svezia, per esempio, non si vedono mai culi e tette nelle pubblicità di abbronzanti e anticellulite che pullulano d'estate. Qui vedo parecchie pubblicità di birra e gioco d'azzardo, però.
È il marketing bellezza!
Proviamo a crescere figli migliori. Proviamo ad essere persone migliori, migliori dei nostri genitori che forse la pensano come Guido Barilla. Proviamo a guardare fuori dal nostro buco di paese.
Fuori, ci sono donne che si mettono la minigonna anche se hanno la cellulite, e non cade loro in testa il cielo.
Fuori, ci sono donne presidente con un dottorato in fisica, col culone e che non hanno sposato nessun figo. Fuori, ci sono pure omosessuali ai quali altri governi hanno concesso il diritto di crescere figli che sembrano in tutto e per tutto uguali agli altri.
Fuori, ci sono persone che guardano avanti.
Fuori, le cose vanno avanti.
martedì 27 agosto 2013
Non sono mai stata una che giocava con cicciobello, e i deliri delle mie amiche davanti ad un paio di scarpine o di piedini cicciotti non li ho mai capiti, anzi, li ho sempre trovati ridicoli. I bambini non li ho mai capiti, non mi hanno mai interessato. Adesso molti miei coetanei hanno figli e non mi crea nessun problema passare del tempo con le loro famiglie, non ho una fobia ecco.
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.
Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.
Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?
E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti: l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.
Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.
Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.
Danne dice che devo essere più comprensiva e capire che per loro è una cosa importante e come amica dovrei partecipare della loro gioia. Ma non basta una volta o due? E allora perché non possono partecipare di quel che è importante nella mia vita, sebbene non sia un bambino?
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!
Solo che ho passato la trentina e tutti vorrebbero vedermi incinta.
Gli ultimi mesi al lavoro me lo chiedevano TUTTI. Oppure dicevano cose tipo: vabbè se non trovi lavoro in Svezia puoi sempre fare un figlio. Eccerto.
Né io né Danne siamo pronti, e tutto questo farmi sentire un prodotto in scadenza non aiuta.
Paradossalmente i problemi maggiori ce li ho con i miei due amici maschi, che son diventati padri recentemente. Nessuno di loro è italiano e nessuno è svedese, tanto per chiarire.
Uno di loro mi comunicò che avrrebbe presto avuto un figlio tramite un breve messaggio su facebook, e lo ha corredato da questa chiosa:
"Are you jealous? get to work!"
No, seriamente.
La data prevista per il parto era a ridosso del mio trasloco dalla Germania alla Svezia. Circa un mese prima mi ha scritto chiedendomi se potevo fermarmi nella sua città durante il viaggio verso la svezia, per conoscere suo figlio. Ora, il viaggio era di 1200 Km, e per via dei ponti/traghetti ci vogliono sulle 14 ore. Fermarci, con una macchina carica delle nostre cose non era proprio facilissimo già da sé, e comportava una sosta in hotel, e un'aggiunta di 24 ore sulla tabella di marcia. Quindi mi pareva già una richiesta eccessiva. Ma il problema principale, come gli scrissi cercando i non suonare scortese, era il fatto che in quel viaggio sarebbero venuti con me i miei gatti. Proprio per la loro presenza non era fattibile per esempio di far sosta ad Amburgo come avevamo già fatto in passato, a casa di parenti. Ed ero francamente molto preoccupata per quel lungo viaggio con i gatti, perché tutte le esperienze precedenti (viaggi più brevi) erano già state disastrose. Il veterinario si era rifiutato di darci dei sonniferi e ci preparavamo ad un viaggio orribile - come infatti è stato. Fermandoci in hotel o in una casa con neonato, dove avrei poi potuto lasciarli?
La sua risposta fu: LOL I can imagine the logistic nightmare, take it easy.
Come risposta nulla di che, ma quel lol all'inizio mi ha un po' indispettito. Voglio dire, sono certa che se invece di gatti dovessi traslocare bambini non ci sarebbe stato il lol. Ma il punto è: solo perché una vita umana vale di più nella generale graduatoria dell'universo (vabbè) non è che allora i gatti possono anche morire, no?
E a questo proposito, pure l'altro amico si è reso protagonista di commenti fantastici.
Due episodi. Il primo: mi racconta che suo fratello a Parigi ha "comprato un gatto di razza", appena nato. Io freno i commenti al vetriolo perché chi compra animali di razza già mi pare poco genuino come amante degli animali. I miei sono sempre stati tutti rigorosamente randagi al 100% ed erano tutti fantastici. Ma vabbè. Ridendo come un pazzo, mi racconta che quando il prezioso gattino aveva pochi mesi, suo fratello ha quasi rischiato di ucciderlo dimenticandoselo sul balcone per un giorno intero mentre nevicava. Alla fine, diceva ridendo, dalla neve spuntavano solo le orecchie! E siccome io non ridevo affatto, ha aggiunto: vabbè, almeno non era suo figlio, dai. Beh, in quel caso, ho replicato, di certo non rideresti: l'avrebbero arrestato e gli avrebbero tolto il figlio.
Secondo episodio: gli stavo dicendo che la mia gattina cieca ci svegliava la notte - era subito dopo che l'avevamo presa, il periodo di adattamento. Per ridere gli dissi: vabbè, diciamo che almeno ci alleniamo in vista (lontanissima) di neonati. Mi ero pure forzata a far quel commento per risultare "normale", senti come sono messa. E lui disse: ah, i gatti non li hai presi per allenarti, ma come sostituto! Ammettilo che non vedi l'ora di avere figli e nel frattempo ti sfoghi coi gatti!
Mi è quasi venuta una sincope.
Io ho avuto gatti e cani per tutta la vita, da quando ero piccola. Vivendo in Germania, per anni non ho potuto averne per via dell'instabilità della mia vita, e mi mancavano parecchio. Poi il lavoro ha cominciato a darmi dei problemi e sentivo che avere di nuovo un gatto mi avrebbe aiutata. Con Danne abbiamo deciso che potevamo pure prenderci la responsabilità di un animale domestico: la nostra vita era ancora abbastanza instabile ma dopo 5 anni in Germania cominciavamo a sentirci meno "transitori" ed eravamo sicuramente più responsabili. Insomma, porca paletta, la mancanza di figli nell'equazione non c'entrava per niente! Inoltre io non parlo mai dei miei gatti come se fossero dei figli, come tanta gente che dice "sono la mamma di Fufi" o "il papà di Buck". E nemmeno faccio la vocina deficiente pucci pucci.
Ma veniamo alla faccenda principale: entrambi mi inondano regolarmente di foto dei loro piccoli. Uno mi ha anche dato la password per accedere ad un album online dove carica regolarmente centinaia di foto - e se la prende se non ci do un'occhiata. Ed io non so più che dire. Cioè,ho sempre mandato loro commenti carini e pieni di complimenti, ma dopo un po' non so più che inventarmi.
Comunque parla facile lui, 'ste cose le mandano a me, mica a lui!
venerdì 24 maggio 2013
Hey, are you talking to me?
Da quando in Italia si parla di femminicidio non faccio che prendermi dei travasi di bile, ogni volta che incappo in un articolo che ne parli, su blog e giornali.
Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio!
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.
Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.
Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino? Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.
Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende, e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?
E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.
Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio!
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.
Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.
Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino? Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.
Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende, e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?
E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.
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