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sabato 30 agosto 2014

I don't care what they say about us anyway

Giovedì è stata una di quelle giornate che sembrano fatte apposta per riconciliarti col mondo. Con la Svezia, quantomeno.

Faccio parte di un book club composto di ragazze straniere da poco in città. Ci siamo conosciute tramite vari corsi di lingua e abbiamo costruito una specie di rete allargata. La maggior parte di noi non lavora, da qui il soprannome "The real housewives of Gothembourg", se avete presente la serie di orridi reality show dagli USA. Insieme leggiamo libri di scrittori svedesi e ci troviamo una volta a settimana per parlarne, in svedese. D'estate abbiamo letto il decimo libro di Camilla Läckberg, "Änglarmakerskan" (non c'è ancora la versione italiana) e ci è venuta voglia di farci un giro a Fjällbacka, la cittadina sulla costa ovest dove sono ambientati tutti i suoi libri e dove lei stessa è nata.
Fjällbacka dalla collina rocciosa protagonista de "Il predicatore"
Ci abbiamo messo mesi ma finalmente siamo riuscite a recuperare due auto e un buon numero di noi, e siamo partite con borse di provviste, coperte, thermos di té e caffè, costumi da bagno, crema solare, scarpe da trekking, macchine fotografiche, giacche impermeabili, felpe, e una quantità imbarazzante di plock-godis, le caramelle che si comprano sfuse praticamente in tutti i negozi. Si vede che ci siamo svedesizzate?
È stata una giornata semplicemente fantastica, pura estate nonostante non ne avessimo più speranza (agosto è considerato ufficialmente autunno, qui). Sole, cielo azzurro, il mare di un blu intenso e il verde dei boschi e dei prati (tutte cose che stanno pure nell'inno nazionale, e francamente ora capisco perché).
Fjällbacka dal molo
A Fjällbacka avevamo anche prenotato una barca che ci portasse all'isola di Valö, che sta proprio davanti alla cittadina ed è il luogo dove è ambientato il decimo romanzo. Si tratta di un isola piuttosto grande e quasi completamente deserta. Vi si trova una grande casa antica, che al momento è un hotel e che nel libro era un internato per studenti facoltosi. Dall'hotel abbiamo fatto una lunga passeggiata su sentieri molto impervi, che ci ha portato fino sulla parte più alta dell'isola, che è molto rocciosa. Quando dico impervi non esagero, c'era da usare le braccia per arrampicarsi, da schivare fango e rocce instabili e abbiamo lodato il fatto di esserci messe le scarpe giuste senza saperlo. Vedi a svedesizzarsi.
vista di Fjällbacka dall'hotel sull'isola di Valö


la vista dal luogo del picnic















Sulla cima ci siamo stese sulle rocce al sole e abbiamo fatto un lunghissimo picnic con davanti una vista pazzesca. Poi ci siamo rimesse in marcia scendendo sull'altro versante, sempre su sentieri davvero impegnativi, fino a raggiungere una piccola spiaggia. Ci sono alcune piccole case di vacanza super moderne che hanno l'aria di costare miliardi ma essendo la stagione finita erano deserte. E poi ci sono dei vecchi capanni di pescatori che sono stati rimordernati e trasformati in minuscole casette per vacanzieri proprio sulla spiaggia. Una di noi si è veramente messa il costume e buttata nell'acqua gelida dal pontile.
la spiaggetta

Di ritorno all'hotel il gestore ha richiamato la barca che ci avrebbe riportato indietro e abbiamo finito la giornata curiosando nei negozi costosissimi pieni di vestiti per velisti e arredamento per case di vacanze, a tema rigorosamente marittimo. Moltissimi svedesi sono velisti e questo è un tema che tira parecchio. Ci siamo poi prese un caffè in un ristorante dove il pizzaiolo si è rivelato essere un modenese che non parlava una parola di svedese e che non voleva più mollarmi, volendo raccontarmi del suo amore per i paesaggi svedesi, per la natura e per i luoghi. Si vede che era un giorno che ispirava!  La padrona invece si è molto divertita all'idea che il nostro variopinto gruppo di plurime nazionalità fosse un book club sulle orme di Camilla Läckberg. E ci ha pure indicato, dalla finestra,  la casa dove la scrittrice è nata, pensando chiaramente che fossimo un gruppo di fanatiche.

un tour sulle orme della giallista (è lei nella foto) costa circa 15 euro
Del resto in paese si organizzano anche visite guidate ai luoghi degli omicidi dei romanzi (il Camilla Läckberg tour) e cercano di sfruttare questa cosa dal punto di vista turistico. Quel che mi colpisce è che la scrittrice è del 1974 e la maggior parte degli svedesi non la considera certo un esempio di alta letteratura (e concordo). Insomma sarebbe come un Moccia Tour per Roma.
Ingrid Bergman, la star di molti film di Hitchcock
Inoltre, Fjällbacka ha un'altra cittadina illustre, Ingrid Bergman, che qui ha fatto spargere le sue ceneri e alla quale è dedicata la piazza del paese. Non so, francamente penso sia una figura destinata a rimanere nella storia più di una giallista di moda...ma forse è solo l'aura della star defunta, e di certo il marketing è sempre il marketing!





Alla fine, parlando tra noi, ci siamo trovate daccordo su questo punto. Che la Svezia è un luogo capace di grandi contrasti emotivi. Il buio inverno e l'estate scintillante. Si pensa spesso che la conseguenza di questo sia un popolo di depressi con manie suicide (un dato che in realtà non ha una vera valenza statistica ma viene spesso ripetuto) ma io credo piuttosto che la conseguenza principale sia un rapporto più intenso con la natura. Quando ti trovi davanti a scenari come questi e pensi che presto arriverà un lungo periodo di pioggia e gelo, ti trovi a respirarlo a fondo, taking it all in, per portarlo con te. E quando il sole torna, è davvero come uscire da un letargo. Dunque arrivederci estate, cercherò di fare tesoro di questi ricordi!

martedì 26 agosto 2014

I recommend sticking your foot in your mouth at any time

La settimana che ho passato in italia è stata dura sotto molti aspetti. Cose che vorrei dire e non riesco. Immagino che in tutto ci fosse soprattutto la sensazione che quella fosse, presumibilmente, la mia ultima visita da sola, in un certo senso l'ultima volta di me solo figlia. Non che non me lo aspettassi. Ma è stata comunque dura. C'è stata parecchia rabbia, fatica e pure molto piangere. Ed è andata. E sento che è fuori dalle mie mani, fuori dal mio potere, quel che accadrà, se e come sarà possibile trovare un nuovo equilibrio che non ci mandi tutti quanti al manicomio. Posso solo sperare.

E vorrei scriverne, davvero. Così come avevo bisogno di rovesciare tutto quanto su Danne, appena scesa dall'aereo, mentre guidava verso la città, tutto, la rabbia e le lacrime e le parole che dette fuori da quella macchina mi avrebbero fatto troppa paura, che dette anche solo un'ora dopo mi sarebbero apparse impossibili. E invece andavano tirate fuori almeno una volta, perché non mi venisse poi voglia di pensare che il ricordo di questa settimana fosse solo uno scherzo della memoria. Così da non ritrovarmi tra mesi, al ritorno, di nuovo sconvolta e sofferente, a fare i conti con questi due cocci della mia vita che non c'è più verso di rincollare, la mia vita di prima e la vita di dopo, di ora. Ma si vede che si è chiusa quella finestra di consapevolezza e disperazione. Perché la vita va avanti e questa è casa.




mercoledì 13 agosto 2014

it's something unpredictable but in the end it's right

Oggi pensavo che ci sono luoghi su questa terra che mi sono appartenuti, mi sono stati famigliari come il luogo dove sono cresciuta, e che adesso sono dietro di me, lontano da me, in una sorta di dimensione parallela che è diversa da quella in cui stanno tutti gli altri luoghi della terra.

A volte mi arrivano flash di quei luoghi. Come buffe cartoline mentali. Buffe, perché non sono le immagini che di solito fotografiamo, che ci portiamo addosso come souvenir. Non sono il Royal Mile o il monumento a Scott ad Edimburgo, non sono la cattedrale di Strasburgo, le terme di Baden Baden, il Castello di Heidelberg o quello di Neuschwannstein, sebbene ognuno di questi se rievocato mi si presenta davanti col suo corredo di ricordi e sensazioni. No, le immagini che mi trovo a rimirare più frequente, senza motivo alcuno ma con una strana malinconica sorpresa, sono luoghi banali, senza importanza, spesso senza bellezza.

C'è questo svincolo per esempio, sulla sinistra c'è Toys'R'us, sulla destra un MacDonald e un grande negozio di biciclette, nel mezzo una strada a quattro corsie sulla quale ho usato per la prima volta il navigatore (la perfida Jane) e sulla quale mi sono trovata regolarmente, prima di ogni viaggio verso sud, prima di ogni gita domenicale verso la Francia, prima di ogni viaggio verso l'aeroporto. Sapevo che Jane mi avrebbe mandato un fastidioso beep e intimato di stare attenta alle telecamere, e sapevo dove erano, ognuna di esse. Sapevo in quale corsia stare prima che lei mi dicesse per la ventottesima volta "keep right". Quel Toys'R'us è quello dove comprammo i costumi per il mio primo Fashing, il carnivale sbronzo e caciarone cui quella zona della Germania si dedica con tutto il cuore, anche passata l'infanzia. Sempre lì ho comprato il libro sonoro a mia nipote, prima di andarla a conoscere. Lì sono stata con le mie colleghe infinite volte in pausa pranzo, ogni volta che un nostro collega aveva un figlio in arrivo - lì comprammo il triciclo per il figlio del mio tecnico, che poi scoprimmo non avrebbe mai camminato. E ogni volta ci fermavamo a mangiare un kebab nel chioschetto di fronte - uno youfka senza cipolle e una cocacola. E quel MacDonald, ci ho mangiato una sola volta, uno strano sabato di millemila anni fa, quando non avevamo la macchina ed avevamo cambiato due linee di tram per essere lì, in cerca di una bici da corsa per me, in quella prima estate dopo che il mondo era esploso e senza rumore si era ricomposto (non la comprammo mai).

C'è questa strada lungo le rive del Reno, costeggiata d'alberi, il fiume che scorre così vicino che a volte se cominciava a piovere potevi trovarti con l'acqua alle caviglie. La gente vi faceva in-line-skating quando il tempo era bello e passeggiava coi cani. Una volta per attraversare un tratto tutto allagato Danne mi ha preso in spalla. Al sabato e alla domenica ci trovavi gente ben vestita che era appena uscita da un ristorante molto famoso lì vicino, dentro al bosco, circondato di canali e laghetti e dighe e ponti. Davanti al ristorante, con un piccolo banchetto contro ad un albero, un signore dall'accento slavo vendeva miele fatto nella zona, o patate, o mele, a seconda delle stagioni - noi compravamo il miele di castagno.  La strada verso casa si snodava tra i campi di colza e di granturco, costeggiata di meli e di ciliegi. A volte capitava di vedere un capriolo. Ovunque c'erano nidi di cicogne. Io quella strada l'ho fatta col sole e con la neve, a piedi e in bici, a volte ci andavamo a correre, a volte ci portavamo pure la gatta al guinzaglio, la saprei disegnare su una mappa, ogni curva, ogni ponticello. Sotto mille punti di vista, era casa.

E poi c'è questo posto di cui non so il nome, in Svizzera. Ci siamo fermati lì ogni volta che abbiamo viaggiato in auto verso l'Italia. Le prime volte, per caso - era più o meno il punto in cui cominciavamo ad aver fame e voglia di sgranchirci. alla fine lo abbiamo pure messo tra i preferiti del navigatore. Era una piazzola di sosta che si affacciava su un lago senza importanza, dietro c'erano pascoli verdi e baite e mucche.

la mia macchina che non c'è più
il lago senza nome
Non so perché l'avessimo scelta, forse perché era calma, c'erano i tavolini e i bagni non erano disgustosi, ma era anche una sensazione rassicurante quella di avere questo posto nel modo, questo posto che non aveva nemmeno un nome per noi (sul navigatore era segnato come "sosta in svizzera") e dove di solito ci sentivamo già in vacanza, già in viaggio, che è una sensazione meravigliosa e che mi manca parecchio. L'ultima volta mi ci sono fermata da sola, era il mio ultimo viaggio per riportare in italia la mia macchina e le ultime cose dopo aver svuotato l'appartamento. Gli ho detto addio, con uno sguardo, come a tante altre cose quel giorno.

giovedì 7 agosto 2014

la guerra è finita per sempre finita almeno per me

Mia nonna è morta d'Alzheimer - sì anche se di Alzheimer non si muore in realtà, con l'Alzheimer si finisce di voler vivere, che può essere infinitamente peggio.

Non mi ricordo bene gli inizi, sono lontanissimi in effetti. Mia nonna che combinava pasticci in cucina, mia nonna che si dimenticava i nomi. Ma era sempre stata un disastro in cucina a ben vedere, e forse per questo non ci facemmo caso. E del resto aveva sempre detto "io son scordona" da che io ne abbia memoria. Eppure era così, certamente, già in quegli anni lontani quando ridevamo parecchio o ci arrabbiavamo parecchio, per gli errori, e i disastri e tutto. L'idea che ne conservo, è che tutto sia precipitato dopo un breve soggiorno in ospedale, per curare tutt'altro, qualcosa di non grave. Tornata a casa, più o meno apertamente, più o meno di botto, non aveva più saputo o voluto far niente. Mio nonno dunque imparò, ad ottant'anni, a far da sé. E presero anche un aiuto domestico, ovviamente.

Quel che avvenne dopo, per come lo ricordo, è stata soprattutto un'escalation di rabbia. Da quel che ho capito, è una costante dell'Alzheimer, assieme al desiderio di morire. Mia nonna era incazzata a morte.
E mentre la memoria a breve termine si annullava, mia nonna cominciava a vivere in un eterno passato. Riaffiorarono storie mai sentite, vecchissimi livori. I miei nonni che non litigavano mai alzando la voce, perché non stava bene, e seppellivano anni di frustrazione sotto i tappeti con nonchalance, in tarda età non facevano altro. Soprattutto, recriminavano.

Mia nonna diceva una frase completamente incomprensibile "meglio far la puttana". Meglio di cosa ci chiedevamo, della malattia? della vecchiaia? ma poi capimmo. Meglio che fare la moglie, e non essere mai apprezzata, e non avere sostanzialmente troppo margine di azione...anche economico. Povera nonna che non pensava ci potessero essere altri lavori. E che shock, sentirle dire questa cosa, lei che era super religiosa (bigotta diceva mio padre, a onor del vero) lei che aveva aspettato il fidanzato per sei anni di guerra, lei che aveva fatto l'operaia sotto le bombe e di certo era stata ben felice di smettere e di sposarsi e di avere soldi abbastaza da stare a casa, come la maggior parte delle sue coetanee.

E mio nonno ogni tanto lo trovavi a mormorare tra sé che a lui durante la prigionia in America gli avevano trovato una fidanzata, una ragazza figlia di immigrati italiani che avrebbe potuto sposare per la cittadinanza, come fecero in tanti per evitare di tornare in Italia. Mio nonno aveva rifiutato, era un uomo col senso del dovere ed era fidanzato, e per quel che poteva saperne la sua fidanzata era ancora viva e lo aspettava. Ma avevano 20 anni quando si erano salutati, e sei anni di guerra non devono esser passati lisci come l'olio sulle loro vite - mia nonna era diventata fervente praticante a quel modo, ad esser sola e fidanzata con chi manca da tanto, e chissà se è vivo e chissà se tornerà.

La loro poteva essere una storia di quelle su cui gli americani fanno i film per la sera di San Valentino. Io avrei saputo come sceneggiarlo: avrei cominciato con Hiroshima, il 6 agosto del 45. Il compleanno di mia nonna, mio nonno dallo Utah che pensa che ora forse la guerra è finita, che manca poco. Una grande storia d'amore di quelle che fanno piangere le ragazze romantiche e che mi fanno sempre tirare qualcosa contro al televisore.

E invece quel che segue sono cinquant'anni tra boom economico e modeste comodità, di una vita serena con tantissimi omissis, le nozze d'oro festeggiate come una rivalsa su un matrimonio modesto. Una fila infinita di pranzi e di cene che mia nonna preparava con la paura non piacessero - tutta la vita le ho sentito dire con voce affranta "cosa faccio da pranzo?" - perché aveva tre sorelle tutte più brave di lei, tutte più belle di lei, povera nonna. E mio nonno mangiava in silenzio, con mezzo bicchiere di rosso davanti, e raramente diceva alcunché sul cibo. Le rare volte che qualcosa era buono davvero e lui le faceva un complimento, poi mia nonna cucinava quel piatto fino alla nausea, grata e sollevata com'era. E allora meglio tacere, ma quel silenzio pesava comunque. A mio nonno scocciava pure che lei si sentisse così inferiore alle sorelle, cosa che faceva sì che pure lui fosse vittima di moderati soprusi famigliari, ma non è mai stato buono di farla sentire davvero apprezzata. Tutto quel non detto. E poi arriva l'Alzheimer e di colpo nessuno sta più zitto, e tutto viene detto, urlato e vomitato, e pare un contrappasso quasi, per tutti.

Quel che mi ricordo di più di mia nonna, prima che la malattia la trasformasse, è comunque la sua costante voglia di rimettermi in riga, di smussare le mie ribellioni, di legarmi i capelli che portavo selvaggi, di farmi indossare vestiti carini e scarpe di vernice, i suoi tentativi di insegnarmi a far le faccende domestiche - solo a me, mio fratello sempre fuori dalla scena - e una piega severa della bocca quando diceva che ero "la solita". (Lo direbbe anche adesso, se leggesse quel che scrivo) Dei miei voti scolastici non le è mai importato nulla. Che strana incoerenza predicare perché crescessi allineata con il paradigma contro cui, persa ogni inibizione causa danno neurologico, si sarebbe scagliata lei stessa. Mi ha fatto molto riflettere, a posteriori. Ho pensato che le contraddizioni di mia nonna erano sepolte davvero in profondità. E magari lo sono per tanti, o forse soprattutto per tante. Perché le aspettative degli altri, della famiglia e del mondo, ci accompagnano sempre e sono talmente radicate nella nostra coscienza che è sempre durissima distinguere tra quel che vogliamo davvero e quel che crediamo di dover volere. Quello che rappresenta la nostra quiete e sicurezza di oggi e che magarai sarà il rimpianto di domani.

E niente, ieri era il suo compleanno.

domenica 3 agosto 2014

Il termometro segna ancora 28 gradi, e 60% di umidità. Ha piovuto stanotte ma adesso c'è di nuovo il sole.Caldo umido e piogge tropicali. Sicuri che questa sia la Svezia?

Non sono molto attiva ultimamente, il caldo mi fiacca in una maniera patetica. Non mi sono trasferita al nord per stare così! mugolo di tanto in tanto, perché sono una piattola.


Ho ricominciato a fare yoga cercando su youtube dei tutorial per lo yoga in gravidanza. Non che ci sia moltissima differenza, perlomeno non ancora, per me. E oggi ho male un po' in tutti i muscoli, segno che sono fuori allenamento in maniera imbarazzante. E mi manca di correre, davvero.

Mi manca l'idea del mio programma di allenamento che aveva mete chiare ed evidenti: correre un pochino di più o un pochino più veloce, ogni volta. Il fatto è che mi è stato detto di dover fare almeno tre ore di esercizio o di sport alla settimana, in gravidanza, adducendo il fatto che non ho molti muscoli, almeno per i canoni svedesi. E però contemporaneamente mi hanno proibito la corsa perché "aver corso tre volte alla settimana da diversi mesi non faceva di me una persona sufficientemente allenata" dunque son rimasta un po' senza alternative - oltre che senza molta stima di me, declassata a pappamolla senza muscoli nel giro di un minuto dall'inizio del mio primo colloquio con l'ostetrica. Perché io non vado in piscina, punto.

In realtà, a sentir l'ostetrica, l'alternativa per me era il nordic walking. Ossia lo sport ufficiale delle casalinghe e delle pensionate del nord-europa, altra bella legnata all'autostima. Mi ha pure dato dei consigli, mi ha mostrato i suoi bastoni e mi ha dato una dimostrazione pratica, nel bel mezzo della clinica ostetrica, ci teneva a farmi vedere che era uno sport di tutto rispetto e non solo per le signore attempate (sì ok però). Che scena surreale. Prima visita e non un prelievo, non un'analisi, solo una dimostrazione di nordic walking, e un bel cazziatone per la mia mancanza di forma fisica da parte di una sessantenne..

Ma il bello era che mentre da una parte mi rimbrottava per essere così fuori forma, dall'altro mi rimbrottavaa pure per il fatto di essere troppo magra (ma quando mai? io? nessuno in vita mia mi ha mai definito magra). Guardando solo il mio peso (lo avevo scritto compilando il modulo di entrata, ma nessuno mi ha pesato, ci avevo pure aggiunto un chilo per portarmi avanti) e non la mia altezza (nanerrima) ha sentenziato che avrei dovuto metter su minimo 16 kg, ma forse anche 20 va'. È seguita lista di prodotti caseari a base di latte rigorosamente intero, niente di quella robaccia light mi raccomando, burro come se piovesse, gelato fatto con la panna e non con il latte, e mi raccomando non ti mettere in testa che siccome sei incinta ora ti devi riempire solo di verdure. Ora ci rido ma in quel momento mi son vista costretta a trasformarmi in una palla (un aumento di 20 kg per me è un aumento del 40% della mia massa corporea, suvvia, siamo seri) e stavo quasi per mettermi a piangere. Al che lei: ma ti vedo preoccupata....dai almeno promettimi che mangi un po' di gelato! Che scena surreale, e due.

Non ho mai più incontrato quella ostetrica e ho un po' l'incubo che mi ricapiti (qui non c'è verso di essere seguiti da una sola persona, va sempre a rotazione ed è una scocciatura) perché chissà come prenderà la notizia che non ho messo su quasi niente, nonostante non abbia mai vomitato e nonostante sia stata preda di una fame assassina e debilitante per i passati tre mesi (ora non mi capita più). In italia magari  mi cazzierebbero per il contrario. Quelle che ho incontrato alle visite successive non sono state altrettanto interessate alla mia forma fisica, ma più al fatto di controllare che ci fosse effettivamente un bambino in arrivo - strano eh?  Però, peso a parte, sento un po' questa cosa che non faccio abbastanza moto. Sarebbe solo più facile facesse un filo più fresco.
Ecco che torna la piattola.

non sono l'unica in casa che col caldo si impigrisce