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mercoledì 18 ottobre 2017

#metoo

Per circa 24 ore ho dibattuto dentro me, incapace di decidermi a pubblicare uno status Facebook che contenesse l'hashtag metoo. Da una parte, la paura di passarci come quella che fa la lagna per niente, per il gusto di mettersi in fila dietro all'ennesimo meme, o come la solita femminista mangiauomini.   Dall'altro, il bisogno di farmi sentire, la sensazione chiara che ci fosse una concreta necessità di rendere visibile quello che tutte noi, da sempre, sappiamo: che nel vasto range di interazioni col mondo che avremo, ce ne saranno alcune delle quali saremo oggetto solo in quanto donne, come diretta conseguenza di quella gamba in più di quel cromosoma X, e che saranno spiacevoli e potenzialmente pericolose.

E così, mentre indugiavo, ho avuto la fortuna di poter discutere con lei e lei e piano piano abbiamo compreso che tutte le ragioni per le quali avevamo taciuto erano tutto sommato risibili di fronte all'evidente necessità di rendere chiaro che così non va. In fondo, il nostro tacere era figlio proprio del perverso meccanismo che rende queste situazioni così incredibilmente comuni. È figlio del senso di impotenza e di stanchezza che ti fa perdere in partenza la voglia di addentrarti in una discussione - col collega misogino, con l'adolescente superficiale, con l'anziano tradizionalista. Ma anche con le donne che stanno lì, incredibilmente, a disquisire delle reazioni delle vittime, invece che sottolineare che nessuno dovrebbe metterle in quelle situazioni. Perché una donna, in quella situazione, perde sempre, perde comunque: perde se molla lo schiaffo e se ne va - e perde il lavoro, o peggio - e perde se si presta e sopravvive. Non è vero che c'è una scelta, l'abuso è a monte della reazione. 

Ma noi, noi lo abbiamo imparato da piccole a fare le equilibriste sul filo di quel rasoio: se ci stai, sei una troia, se non ci stai, una che se la tira. E lo abbiamo imparato subito che era colpa nostra, comunque. E che la nostra libertà a quanto pare stava nel poter scegliere di non esporci a rischi. La libertà di essere invisibili. 

La prima volta, a 12 anni, ero in giro con mio padre - ma lui stava forse a qualche passo da me - e avevo degli shorts molto corti. Un tizio passando mi gridò: belle gambe! Ricordo bene lo spaesamento, e il senso di vergogna. Il dubbio se mio padre avesse sentito o no, e la certezza che, nel caso avesse sentito, si sarebbe arrabbiato con me.

Quella volta poi, a 17. Andavo in bici verso casa, lungo una strada trafficata ma lontana dal paese. Mi si affiancò questo tipo in scooter, si mise alla mia velocità, e cominciò con le molestie verbali, che durarono per 5 interminabili chilometri, fino quasi a casa. So di avere avuto davvero paura, quella volta, paura che mi costringesse a fermarmi o mi facesse cadere. E schifo, quanto schifo, per le parole che diceva, e di riflesso, per me. E ovviamente non dissi nulla. Non era colpa mia forse, per aver insistito ad andare in bici, da sola, così lontano?

E quella volta che, a 18 anni, mentre tornavo dalla spiaggia al tramonto, in una pineta deserta, con la mia migliore amica, ridendo come due sceme, abbiamo evidentemente dato nell'occhio a due poliziotti in borghese. Che ci hanno fermate, e interrogate, e infine rilasciate con male parole...io credo perché italiane e automunite, e non straniere e sperdute come pensavano. Ci penso ogni volta che leggo di qualche ragazza straniera violentata da un agente - e succede come sapete - mi chiedo se poi quei due hanno trovato le vittime che cercavano.

E quell'anno intero in cui per andare all'università prendevo l'autobus e su quell'autobus c'era un tizio che adesso avrei pochi dubbi a chiamare stalker, ma in fondo non faceva nulla, parlava e basta, e a volte non scendeva alla sua fermata per rimanere sull'autobus con me più a lungo, e allora avevo preso a farmi venire a prendere alla fermata. Così, per sicurezza. 

E penso pure al coinquilino cubano, che si era fatto pressante, e che per punirmi della mia improvvisa freddezza mi rubò il cellulare - ma non avevo le prove che fosse lui, e quindi pace. Del resto se ne andò poco dopo e io ho sempre considerato quel cellulare il prezzo della mia libertà di scegliere. E di quell'altro coinquilino che mi abbracciò all'improvviso in cucina una mattina, e mi piantò la sua erezione addosso - e quando raccontai, furente,  della cosa ad un amico mi sentii dire che in fondo era un bravo ragazzo, e che stavo esagerando.

Nel mezzo, i tanti "innocenti complimenti" che però non erano richiesti. Le tante volte che un gruppo di uomini fermo su un marciapiede mi ha fatto pensare di cambiare strada. Le tante volte che ho sostanzialmente cercato di non attrarre l'attenzione. E poi la sensazione chiara che il fatto di avere un fidanzato mi avrebbe messo al riparo da molto. A tutto questo ho pensato, oggi.

Ma soprattutto ho pensato che in nessun momento della mia vita qualcuno mi ha "spiegato" apertamente come dovessi sentirmi o comportarmi. Devo averlo dedotto, come tutte, da come si comporta il mondo attorno a noi, dalle mille piccole sfumature che diamo alle nostre parole, dal modo col quale ridiamo a certe battute, sorridiamo in certi frangenti. E se voglio che il mondo in cui mia figlia crescerà sia diverso, anche solo in minima parte, bisogna che cominciamo a comportarci diversamente, che cominciamo a parlare diversamente. 

Che cominciamo a parlare.


venerdì 6 ottobre 2017

la foto

La foto del viale alberato sta sul muro sopra alla mia scrivania, in mezzo alle altre. Ci sono Parigi, Firenze, Berlino, Strasburgo. E poi quel viale alberato che non esiste più.

Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.

Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.

Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.

L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.

Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto,  non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.

La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.