Ieri mi ha chiamata Birgitta, l'ostetrica che mi ha aiutato a partorire. Qui è la prassi avere un colloquio post-parto, a qualche giorno di distanza, durante il quale si può ripercorrere quello che è accaduto e le scelte che sono state fatte. Sono molto grata di aver incontrato Birgitta, nonostante fosse alle soglie della pensione e mi aspettassi da lei quell'atteggiamento da insegnate di educazione fisica alla piantala di frignare! (ok, non vogliatemene per questa generalizzazione, è che la mia prof di ed fisica era solita urlarci che eravamo delle fallite che non avrebbero mai concluso niente nella vita se avevamo paura di fare una capriola). Invece Birgitta era proprio la persona che mi ci voleva: calma, serena, decisa e molto sicura di sé, così che non ho avuto paura anche quando in sottofondo si sentivano frasi un poco spaventevoli. Nulla di grave, non ho avuto un parto traumatico, ma nemmeno del tutto facile, e mi rendo conto che se avessi incontrato persone diverse avrebbe facilmente potuto finire in cesareo di urgenza. E invece ne ho addirittura un bel ricordo. Al punto che udite udite, se potessi sceglierei di rivivere il parto piuttosto che la gravidanza.
E questo significa che "ne ho fatta di strada" come mi disse un'altra ostetrica, Karin, quella del programma speciale di supporto che mesi fa mi ha ascoltato parlare per un'ora seduta in una delle sale parto dove poi avrei partorito. Karin mi ha aiutato a scrivere la mia "lettera", aggiunta poi diligentemente nel mio file, dove elencavo le mie paure e i miei desideri e come pensavo che il personale potesse aiutarmi al meglio. Per tutta la durata del travaglio, ogni volta che entrava una nuova infermiera o un'altra dottoressa, sia Birgitta che Marie (l'ostetrica del primo turno) si assicuravano che avessero letto il mio file e la mia lettera. In quelle ore ho parlato molto sia con Marie che Birgitta e penso che parlare con loro mi abbia aiutato a rimanere concentrata e calma. Speravo davvero di incontrare qualcuno con cui riuscire a collaborare al meglio, e così è stato. Sono infinitamente grata ad entrambe.
Sono anche infinitamente grata a Danne per esserci stato. Fino a pochi mesi fa avrei forse preferito essere sola, ed è stata solo la questione della lingua, inizialmente, a farmi cambiare idea (e in effetti come ho detto ne avevo ben d'onde!). In realtà il suo ruolo andava ben oltre questo. Fondamnentale è stao il momento in cui ero talmente sorpresa da quanto funzionasse il gas esilarante che ho dubitato di voler fare un'epidurale, Follia, pura, lo so bene, ma lo avevo istruito preventivamente. Verrà un momento, gli avevo detto, in cui mi metterò in testa di volercela o potercela fare senza, tu fammi desistere, ok? E così è stato.
Siamo rimasti in quella camera-parto per tutta la durata del travaglio e fino a due ore dopo la nascita di Kiki, Lì ci hanno lasciato soli a riprenderci prima di portarci su un carrello una fantastica colazione per due, che abbiamo mangiato con calma mentre Kiki riposava vicino a noi avvolta in una coperta. È stato un momento molto bello e pure surreale, tanto era stridente il confronto con quello che era avvenuto in quella stessa stanza solo poco tempo prima. Sono grata per aver avuto la chance di vivere questa esperienza in questo modo. Da soli, ma circondati di umanità e professionalità.
Adesso mi guardo indietro e mi rendo conto che gli ultimi mesi sono stati davvero duri per me, e che forse rientro nella casistica della depressione pre-parto. Che è una cosa vera, anche se meno conosciuta di quella post-parto. Ha ragioni diverse e sospetto che chi soffre dell'una non soffra della seconda e viceversa (ma fnon ne so abbastanza per pronunciarmi). Mi ha aiutato molto che mi fosse stata messa a disposizione, gratuitamente persino, una psicologa specializzata, Emma, che mi ha incontrato un paio di volte e mi ha fatto parlare di quello che mi spaventava. Avevo il sospetto che ci avrei messo mesi a sentire di amare mia figlia: ho letto che capita e sospettavo che capiti a quelle come me. Emmat mi ha detto di lasciar fare, lasciare che le cose mi accadessero, senza sentirmi in colpa per tutti quei frangenti in cui, probabilmente, non avrei sentito esattamente quello che gli altri si aspettavano. Anche per questo, queste due settimane di "isolamento" famigliare erano necessarie. E invece incontrare Kiki è stato come prendere una botta in testa. Ancora una volta, niente va come te lo immagini, e la vita è piena di sorprese.
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giovedì 26 febbraio 2015
sabato 21 febbraio 2015
A family's born
Kiki ha gli occhi blu e pochissimi capelli, biondi secondo sua madre, scuri secondo la questura. Kiki ha le mani e i piedi di suo padre, il viso di sua madre e una discreta personalità. Con grande sollievo di tutti ha mancato il giorno di San Valentino, ché a noi un compleanno da spartire con la più sciropposa delle feste non comandate non sembrava una buona idea.
Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.
Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno: nessuno dei presenti aveva quindi potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.
Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.
Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.
Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva, la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:
"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"
Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.
Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno: nessuno dei presenti aveva quindi potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.
Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.
Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.
Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva, la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:
"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"
lunedì 26 gennaio 2015
A B C D can I bring my friend to tea?
Fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa, diceva quello. Esci dalla tua comfort zone, dicono altri.
La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.
E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.
A volte poi penso che si fanno commenti per paura di sembrare "antipatiche" a non farli, perché alle donne in attesa si pensa faccia piacere essere al centro dell'attenzione...lo avrò fatto certamente, a suo tempo. Il problema è che per carattere io detesto essere al centro dell'attenzione. Per me è tortura.
E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.
Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.
Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!
La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.
E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.
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| Fatto da Crudelia, ovviamente |
E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.
Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.
Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!
venerdì 23 gennaio 2015
one two three four can I have a little more?
Dicono: ci avrai la nesting syndrome e starai lì a pulir casa nei minimi dettagli, a preparare il nido, a decorare la nursery con le paperelle, a canticchiare "lalalù lalalù" seduta su una sedia a dondolo con le mani incrociate placidamente sulla pancia...Maddeché, come si dice. Qui si è irrimediabilmente cialtroni.
E anche se qualche tentativo di metter le cose in sesto lo facciamo, e Danne prende due settimane di ferie dopo natale apposta per finire il capitolo "restauro appartamento" proprio per il rotto della cuffia, ecco che qualche imprevisto ci risprofonda nel caos. Nel caso specifico: la lavatrice che tira le cuoia proprio il giorno in cui Danne rientra al lavoro. Pavimenti allagati, puzza di cane bagnato, montagna di panni da lavare, vari elettrodomestici in giro per casa in attesa delle loro finali collocazioni e la lettiera dei gatti temporaneamente in soggiorno causa rinnovo locali. Bei momenti.
Ecco, lì la flemma della cialtrona "take it easy" vacilla e l'istinto della foresta da qualche parte cerca di emergere e farsi sentire. "Così non va!" ho sbottato infine. "Cavolo, non solo la cameretta è una discarica e non ci si entra senza sbucciarsi un malleolo (snoccolarsi, avrebbe detto mia nonna, che di queste cose era un' habitué), adesso questo! Non saremo mai pronti! E posso partorire da un momento all'altro!" Insomma, già di mio ho l'umore di un velociraptor, poi gli ormoni o il nesting o quel che è, son stati giorni duri. Tutto finito grazie al cielo, ai cognati pronti all'uso, a internet dove si possono comprare lavatrici pronta consegna con pochi semplici click e pure farsi portar via la vecchia.
A riprova che facciamo grandi passi avanti, ho persino preparato la celebre borsa. Quella circa la quale le ostetriche di qua dicono "beh alla fine l'unica cosa indispensabile è la carta di identità, tutto il resto se volete lo trovate qui" e che per un qualche mistero della fisica pesa comunque due quintali. Ho addirittura comprato 4 CD di musica per yoga e meditazione, perché qui ti dicono di portarti la tua musica preferita, ma io avevo il dubbio che la mia playlist per il jogging mi potesse dare in quel frangente degli istinti omicidi. Non sono affatto sicura che la musica pling plang sia poi meglio, in quel senso, ma che ne so? una si prepara a tutte le evenienze. Mi è rimasto impresso un commento in un forum: una tizia ancora si ricordava con angoscia il suo parto perché lo staff medico aveva scelto come sottofondo musicale Gigi D'Alessio. E insomma con questo ben in mente, ho messo in borsa il lettore mp3.
Fatto il fattibile, resta l'appuntamento di domenica con la mia baby shower. Che no, non è una tradizione svedese. Sarà una vera baby shower di ispirazione nord-americana, visto che è organizzata da una mia amica canadese e in generale dal mio book club. Non so bene cosa aspettarmi: nei film e nelle serie TV si vedono cose semplicemente terrificanti. Ho molta molta paura.
E anche se qualche tentativo di metter le cose in sesto lo facciamo, e Danne prende due settimane di ferie dopo natale apposta per finire il capitolo "restauro appartamento" proprio per il rotto della cuffia, ecco che qualche imprevisto ci risprofonda nel caos. Nel caso specifico: la lavatrice che tira le cuoia proprio il giorno in cui Danne rientra al lavoro. Pavimenti allagati, puzza di cane bagnato, montagna di panni da lavare, vari elettrodomestici in giro per casa in attesa delle loro finali collocazioni e la lettiera dei gatti temporaneamente in soggiorno causa rinnovo locali. Bei momenti.
Ecco, lì la flemma della cialtrona "take it easy" vacilla e l'istinto della foresta da qualche parte cerca di emergere e farsi sentire. "Così non va!" ho sbottato infine. "Cavolo, non solo la cameretta è una discarica e non ci si entra senza sbucciarsi un malleolo (snoccolarsi, avrebbe detto mia nonna, che di queste cose era un' habitué), adesso questo! Non saremo mai pronti! E posso partorire da un momento all'altro!" Insomma, già di mio ho l'umore di un velociraptor, poi gli ormoni o il nesting o quel che è, son stati giorni duri. Tutto finito grazie al cielo, ai cognati pronti all'uso, a internet dove si possono comprare lavatrici pronta consegna con pochi semplici click e pure farsi portar via la vecchia.
A riprova che facciamo grandi passi avanti, ho persino preparato la celebre borsa. Quella circa la quale le ostetriche di qua dicono "beh alla fine l'unica cosa indispensabile è la carta di identità, tutto il resto se volete lo trovate qui" e che per un qualche mistero della fisica pesa comunque due quintali. Ho addirittura comprato 4 CD di musica per yoga e meditazione, perché qui ti dicono di portarti la tua musica preferita, ma io avevo il dubbio che la mia playlist per il jogging mi potesse dare in quel frangente degli istinti omicidi. Non sono affatto sicura che la musica pling plang sia poi meglio, in quel senso, ma che ne so? una si prepara a tutte le evenienze. Mi è rimasto impresso un commento in un forum: una tizia ancora si ricordava con angoscia il suo parto perché lo staff medico aveva scelto come sottofondo musicale Gigi D'Alessio. E insomma con questo ben in mente, ho messo in borsa il lettore mp3.
Fatto il fattibile, resta l'appuntamento di domenica con la mia baby shower. Che no, non è una tradizione svedese. Sarà una vera baby shower di ispirazione nord-americana, visto che è organizzata da una mia amica canadese e in generale dal mio book club. Non so bene cosa aspettarmi: nei film e nelle serie TV si vedono cose semplicemente terrificanti. Ho molta molta paura.
giovedì 20 novembre 2014
nobody will give you a medal
Ultimamente colleziono post nelle bozze ma non riesco davvero a scrivere quello che sto attraversando. Sono molto insonne e molto fragile. Sento che ho bisogno di fermare i pensieri almeno qua sopra ma per spiegarmi meglio è necessario anche descrivere come funzionano le cose in Svezia in gravidanza. Magari è noioso, ma considerando che i blog degli altri hanno rappresentato per me una valida fonte di informazioni, magari a qualcuno che passasse di qu tutto questo potrebbe risultare utile.
Questa settimana sono andata ogni giorno alla clinica ostetrica. Lunedì avevo una visita di routine, oggi il primo incontro del corso preparto. Nel mezzo, martedì, una visita urgente e fuori programma perché è diventato evidente che ho bisogno di supporto psicologico o quanto meno emotivo. Martedì, peraltro, uscita dalla clinica, sono andata nella adiacente biblioteca e ho letto per tre ore filate libri molto tecnici, in svedese, sull'argomento.
In Svezia funziona così: non esistono cliniche private per partorire, tutti nascono in strutture gestite dallo stato. Ginecologi privati esistono ma praticamente nessuna vi ricorre, a meno, immagino di particolari patologie, necessità, fissazioni. Per tutta la durata della gravidanza, si frequenta, gratuitamente, una clinica ostetrica di riferimento (quella più vicina geograficamente) dove si incontrano solo ostetriche. La mia è a dieci minuti a piedi, dentro ad un centro commerciale, scollegata da qualsiasi ospedale. Se le ostetriche notano qualcosa di cui non si sentono sicure sono esse stesse a metterti in contatto con un ginecologo, che ti visiterà all'interno della stessa struttura, sempre gratuitamente. Se si rendono necessari esami particolari, saranno sempre le ostetriche a farti chiamare dall'ospedale che ti notificherà un appuntamento. Durante la gravidanza non sta mai a noi prenotare visite, e dalle nostre mani non transita nessun risultato di analisi. Tutto quello che hanno misurato, sta nei loro computer e se è tutto nella norma non ne verrai informata direttamente. Dal loro punto di vista, tutto questo è fatto per limitare le tue preoccupazioni. Per chi viene dall'Italia, abituata a portare personalmente i risultati delle analisi al proprio medico, per interpretarli, tutto ciò può causare anche un senso di insicurezza, di mancanza di controllo, ma in generale ammetto che lo stress è inferiore, nonché il tempo necessario a recarsi in vari luoghi per prenotare visite, e ritirare esami. Gli incontri sono regolari e sempre con la stessa ostetrica, circa uno al mese. Le ecografie sono invece molto poche, e in teoria nessuna dopo il 5o mese. Alle visite si prendono piuttosto le misure esterne, si misura il battito cardiaco, si fanno delle analisi del sangue veloci e mirate e sopratutto si parla.
L'ostetrica che ti segue in teoria è sempre la stessa. A me non è andata così, ma credo sia un caso dovuto al fatto che nei mesi estivi molte sono in vacanza e vengono sostituite da colleghe. Ad ogni modo tutte le mie informazioni, anche le cose che avevo menzionato brevemente ed ero certa fossero state dimenticate, stanno nel mio file. Questo file è accessibile da entrambi gli ospedali cittadini dove potrei trovarmi a partorire, a seconda delle disponibilità di posti. Il numero da chiamare in caso di dubbi, di avvio del travaglio o di qualsiasi emergenza è uno solo, che coordina entrambi gli ospedali. L'ostetrica che ti segue in gravidanza non è la stessa che ti segue nel momento del parto, ovviamente, ma se per qualche ragione una si trovasse a sentire che a pelle con questa persona non si instaura un buon rapporto, si può sempre chiedere di sostituirla senza problemi senza dover discutere. In ospedale non si vedranno ginecologi a meno di problemi, ma un medico è sempre presente e così anche un anestesista. Per l'epidurale non c'è da fare richieste particolari e preventive ma se si è molto decise per averne una, può essere bene che questa informazione compaia subito nel famoso file personale, così come altre necessità, paure, preoccupazioni etc. Altre forme di trattamento del dolore sono il gas esilarante, disponibile per tutto il travaglio in tutte le stanze, l'agopuntura (ohibò), una stimolazione con elettrodi (credo si chiami TENS) e delle infiltrazioni di acqua sterile sottocute.
Tempo fa avevo chiesto all'ostetrica, che però era una delle supplenti, del cosiddetto programma Aurora. Si tratta di un programma speciale per le donne che sentono di aver molta paura del parto. Lei tagliò subito corto dicendomi che quel programma aveva posti limitati, e che la precedenza era data a donne al secondo parto che ne avessero avuto uno traumatico prima. Quella risposta mi aveva scoraggiata dal chiedere oltre. Lunedì invece. le mie lacrime a fiume nel momento in cui una giovane apprendista ostetrica mi aveva semplicemente chiesto perché non dormissi, hanno fatto un'impressione maggiore. Sono stata presa molto sul serio. Il giorno dopo mi hanno voluto incontrare di nuovo, sia la mia ostetrica ufficiale, Gunilla, che l'apprendista e mi hanno fatto parlare in inglese, cosa che mi permette di esprimermi più naturalmente. Quel che è venuto fuori, vorrei riuscire a scriverlo presto, per ora mi limito ai fatti concreti: hanno fatto richiesta di iscrivermi al programma Aurora ma mi hanno anche offerto tutta una serie di altri supporti che fino ad allora, per disinformazione mia, pensavo fossero disponibili solo dentro ad Aurora. Ossia, incontri con una psicologa specificatamente formata (che spero di fare presto) e visite informative ad entrambi i reparti di ostetricia dei due ospedali. Questa pare una stupidaggine, ma per me è davvero importante vedere, farmi un'idea prima. In fondo, tutte le immagini che ho nella testa si riferiscono ad altri paesi (gli USA della tele e l'Italia dei racconti, magari pure datati).
Gunilla avrebbe voluto che posticipassi il corso preparto di oggi fino a quando non avessi avuto modo di vedere la psicologa. Probabilmente aveva paura che reagissi male alla vista del celebre filmato esplicativo. Io ho insistito per andarci, perché sento che la causa più grande di preoccupazione viene da quel che non so più che da quello che so, anche se forse agli altri può sembrare strano che mi angusti per non sapere che forma hanno le sedie, i letti, le camicie da notte e le mutande di rete (pure su questo dovrei tornare, ma per ridere).
Dunque ci sono andata. Il corso era tenuto da una ostetrica sulla sessantina, molto calma, molto asciutta nei toni e persino sarcastica: un tipo che si adatta molto bene a me. Io ho più problemi con le persone che sviolinano sulla forza delle donne e si ammantano di toni new-age, nonché ovviamente con quelle dai toni molto bruschi, il tipo "insegnante di educazione fisica" incazzosa. La signora peraltro mi teneva d'occhio, l'ho visto bene, e so che si riferiva a me quando diceva che se qualcuno non se la sentiva di vedere il filmato poteva certo assentarsi. Aveva parlato con Gunilla, lo so perché mi ha passato un foglio che Gunilla si era dimenticata di stamparmi ieri. Su di me è stata messa una bandierina che dice "maneggiare con cura" e non mi dispiace affatto, mi rassicura. Mi rende fiduciosa che a qualcuno importa di come sto dentro.
Il risultato di questi tre giorni è che ho pianto davvero tanto, di notte e di giorno, ho dormito davvero poco, ho parlato, ho pensato, ho letto e ho scritto e sto un po' meglio. So per certo che il "ma su non ci pensare" con me non funziona: io ci devo pensare eccome. So anche che non sempre si trova la persona giusta con la quale parlarne, e penso che se ci fosse stata solo Gunilla, lunedì, nulla di questo sarebbe venuto fuori. Parlarne davvero, al di là delle battute, al di là delle brevi menzioni di ovvie e comuni paure, è difficile perché si sente chiara la pressione sociale a non farla tanto lunga, in fondo partoriscono tutti, da sempre. Devo ringraziare questa ragazza così giovane (apprendista ma già mamma a sua volta quindi non è questione) per aver saputo riconoscere i segnali e aver dato loro importanza.
Questa settimana sono andata ogni giorno alla clinica ostetrica. Lunedì avevo una visita di routine, oggi il primo incontro del corso preparto. Nel mezzo, martedì, una visita urgente e fuori programma perché è diventato evidente che ho bisogno di supporto psicologico o quanto meno emotivo. Martedì, peraltro, uscita dalla clinica, sono andata nella adiacente biblioteca e ho letto per tre ore filate libri molto tecnici, in svedese, sull'argomento.
In Svezia funziona così: non esistono cliniche private per partorire, tutti nascono in strutture gestite dallo stato. Ginecologi privati esistono ma praticamente nessuna vi ricorre, a meno, immagino di particolari patologie, necessità, fissazioni. Per tutta la durata della gravidanza, si frequenta, gratuitamente, una clinica ostetrica di riferimento (quella più vicina geograficamente) dove si incontrano solo ostetriche. La mia è a dieci minuti a piedi, dentro ad un centro commerciale, scollegata da qualsiasi ospedale. Se le ostetriche notano qualcosa di cui non si sentono sicure sono esse stesse a metterti in contatto con un ginecologo, che ti visiterà all'interno della stessa struttura, sempre gratuitamente. Se si rendono necessari esami particolari, saranno sempre le ostetriche a farti chiamare dall'ospedale che ti notificherà un appuntamento. Durante la gravidanza non sta mai a noi prenotare visite, e dalle nostre mani non transita nessun risultato di analisi. Tutto quello che hanno misurato, sta nei loro computer e se è tutto nella norma non ne verrai informata direttamente. Dal loro punto di vista, tutto questo è fatto per limitare le tue preoccupazioni. Per chi viene dall'Italia, abituata a portare personalmente i risultati delle analisi al proprio medico, per interpretarli, tutto ciò può causare anche un senso di insicurezza, di mancanza di controllo, ma in generale ammetto che lo stress è inferiore, nonché il tempo necessario a recarsi in vari luoghi per prenotare visite, e ritirare esami. Gli incontri sono regolari e sempre con la stessa ostetrica, circa uno al mese. Le ecografie sono invece molto poche, e in teoria nessuna dopo il 5o mese. Alle visite si prendono piuttosto le misure esterne, si misura il battito cardiaco, si fanno delle analisi del sangue veloci e mirate e sopratutto si parla.
L'ostetrica che ti segue in teoria è sempre la stessa. A me non è andata così, ma credo sia un caso dovuto al fatto che nei mesi estivi molte sono in vacanza e vengono sostituite da colleghe. Ad ogni modo tutte le mie informazioni, anche le cose che avevo menzionato brevemente ed ero certa fossero state dimenticate, stanno nel mio file. Questo file è accessibile da entrambi gli ospedali cittadini dove potrei trovarmi a partorire, a seconda delle disponibilità di posti. Il numero da chiamare in caso di dubbi, di avvio del travaglio o di qualsiasi emergenza è uno solo, che coordina entrambi gli ospedali. L'ostetrica che ti segue in gravidanza non è la stessa che ti segue nel momento del parto, ovviamente, ma se per qualche ragione una si trovasse a sentire che a pelle con questa persona non si instaura un buon rapporto, si può sempre chiedere di sostituirla senza problemi senza dover discutere. In ospedale non si vedranno ginecologi a meno di problemi, ma un medico è sempre presente e così anche un anestesista. Per l'epidurale non c'è da fare richieste particolari e preventive ma se si è molto decise per averne una, può essere bene che questa informazione compaia subito nel famoso file personale, così come altre necessità, paure, preoccupazioni etc. Altre forme di trattamento del dolore sono il gas esilarante, disponibile per tutto il travaglio in tutte le stanze, l'agopuntura (ohibò), una stimolazione con elettrodi (credo si chiami TENS) e delle infiltrazioni di acqua sterile sottocute.
Tempo fa avevo chiesto all'ostetrica, che però era una delle supplenti, del cosiddetto programma Aurora. Si tratta di un programma speciale per le donne che sentono di aver molta paura del parto. Lei tagliò subito corto dicendomi che quel programma aveva posti limitati, e che la precedenza era data a donne al secondo parto che ne avessero avuto uno traumatico prima. Quella risposta mi aveva scoraggiata dal chiedere oltre. Lunedì invece. le mie lacrime a fiume nel momento in cui una giovane apprendista ostetrica mi aveva semplicemente chiesto perché non dormissi, hanno fatto un'impressione maggiore. Sono stata presa molto sul serio. Il giorno dopo mi hanno voluto incontrare di nuovo, sia la mia ostetrica ufficiale, Gunilla, che l'apprendista e mi hanno fatto parlare in inglese, cosa che mi permette di esprimermi più naturalmente. Quel che è venuto fuori, vorrei riuscire a scriverlo presto, per ora mi limito ai fatti concreti: hanno fatto richiesta di iscrivermi al programma Aurora ma mi hanno anche offerto tutta una serie di altri supporti che fino ad allora, per disinformazione mia, pensavo fossero disponibili solo dentro ad Aurora. Ossia, incontri con una psicologa specificatamente formata (che spero di fare presto) e visite informative ad entrambi i reparti di ostetricia dei due ospedali. Questa pare una stupidaggine, ma per me è davvero importante vedere, farmi un'idea prima. In fondo, tutte le immagini che ho nella testa si riferiscono ad altri paesi (gli USA della tele e l'Italia dei racconti, magari pure datati).
Gunilla avrebbe voluto che posticipassi il corso preparto di oggi fino a quando non avessi avuto modo di vedere la psicologa. Probabilmente aveva paura che reagissi male alla vista del celebre filmato esplicativo. Io ho insistito per andarci, perché sento che la causa più grande di preoccupazione viene da quel che non so più che da quello che so, anche se forse agli altri può sembrare strano che mi angusti per non sapere che forma hanno le sedie, i letti, le camicie da notte e le mutande di rete (pure su questo dovrei tornare, ma per ridere).
Dunque ci sono andata. Il corso era tenuto da una ostetrica sulla sessantina, molto calma, molto asciutta nei toni e persino sarcastica: un tipo che si adatta molto bene a me. Io ho più problemi con le persone che sviolinano sulla forza delle donne e si ammantano di toni new-age, nonché ovviamente con quelle dai toni molto bruschi, il tipo "insegnante di educazione fisica" incazzosa. La signora peraltro mi teneva d'occhio, l'ho visto bene, e so che si riferiva a me quando diceva che se qualcuno non se la sentiva di vedere il filmato poteva certo assentarsi. Aveva parlato con Gunilla, lo so perché mi ha passato un foglio che Gunilla si era dimenticata di stamparmi ieri. Su di me è stata messa una bandierina che dice "maneggiare con cura" e non mi dispiace affatto, mi rassicura. Mi rende fiduciosa che a qualcuno importa di come sto dentro.
Il risultato di questi tre giorni è che ho pianto davvero tanto, di notte e di giorno, ho dormito davvero poco, ho parlato, ho pensato, ho letto e ho scritto e sto un po' meglio. So per certo che il "ma su non ci pensare" con me non funziona: io ci devo pensare eccome. So anche che non sempre si trova la persona giusta con la quale parlarne, e penso che se ci fosse stata solo Gunilla, lunedì, nulla di questo sarebbe venuto fuori. Parlarne davvero, al di là delle battute, al di là delle brevi menzioni di ovvie e comuni paure, è difficile perché si sente chiara la pressione sociale a non farla tanto lunga, in fondo partoriscono tutti, da sempre. Devo ringraziare questa ragazza così giovane (apprendista ma già mamma a sua volta quindi non è questione) per aver saputo riconoscere i segnali e aver dato loro importanza.
domenica 26 ottobre 2014
Disfunzione della sinfisi pubica, questa è la mia ultima scoperta. Ne ignoravo l'esistenza ma pare essere una cosa comune in gravidanza. Per caso ha anche un nome colloquiale in italiano? quello comune svedese è tremendo: foglossning, che significa letteralmente rilascio delle giunture. La causa è il rilascio dell'ormone relaxina che in preparazione al parto rilascia i muscoli del bacino. La conseguenza è un disallineamento che mette a dura prova i legamenti e provoca forti dolori ai fianchi.
In pratica, devo evitare tutti i movimenti durante i quali gambe e fianchi non si muovano simmetricamente. Tipo fare le scale (io abito al terzo piano senza ascensore, evvabbè).
Venerdì sono stata da una fisioterapista che mi ha dato una lista di esercizi appositi. Però una cosa è certa: devo fare sport seriamente. Quel che mi ha fermato fino ad ora è stata la mia tendenza ad aver mancamenti (l'ultimo proprio davanti alla reception della fisioterapista, per dire, e na vecchietta mi è passata avanti mentre mi accasciavo) e soprattutto questo errore: camminare, la mia attività preferita, è molto sconsigliato. Sfido io che ogni volta stavo peggio. La bici sarebbe perfetta, ma questa città in inverno non lo consente, il nuoto pure ma lì entrano in gioco le mie fobie. Dunque cross-trainer sia, e dio benedica il giorno in cui decisi di comprarlo e quello io cui decisi di traslocarlo fino in Svezia. Trenta minuti al giorno di attività cardio, minimo. E una fascia apposita che renda il tutto meno spiacevole. Ce la farò a tener fede? del resto per convicermi hanno usato "the ultimate motivational technique": potresti avere un parto lunghissimo, bene essere allenate, cara la mia mozzarella.
Ma basta col sentirsi un'invalida, basta piangersi addosso, giusto? dunque la sera esco per andare ad una festa organizzata dalla mia chiccosissima amica francese. La festa è bellissima, come tutte le sue feste, salvo che per me si tratta di astenermi dal profluvio di champagne e Chateauneuf du Pape, dall'immane buffet di formaggi francesi (non è dato sapere se ce ne fosse almeno uno fatto di latte pastorizzato, e nel dubbio non è dato mangiare) e dalla carne (buonissima mi dicono) praticamente al sangue, che sarebbe la versione francese del termine "ben cotta". A fine serata, la padrona di casa e due nostre amiche, brille allegre e spensierate, fanno progetti per sabato prossimo
- Oh devi assolutamente venire con noi! andiamo alla festa in maschera più cool della città!
-Er...ok....
. ci troviamo qui alle dieci per travestirci....ma tu come pensi di entrarci in un costume?
- Er...boh, adesso vediamo...magari mi vesto da zucca?
- No, ma scherzate? quella festa non è proprio luogo per lei! No, magari tu vieni un'altra sera, ok?
- Er.. ok, sì forse è meglio. Beh s'è fatta una certa, saluti e baci a tutti (detto mentre mi aggancio la giacca)
- oddio come ti sta piccola! ma non dovresti comprartene una più grande?
- Er...sì, in effetti ce l'ho, è che l'eskimo del 77 per la gran festa alla corte di Francia non mi sembrava il caso.
Sigh.
Ma basta col sentirsi un'invalida, basta piangersi addosso, giusto? dunque la sera esco per andare ad una festa organizzata dalla mia chiccosissima amica francese. La festa è bellissima, come tutte le sue feste, salvo che per me si tratta di astenermi dal profluvio di champagne e Chateauneuf du Pape, dall'immane buffet di formaggi francesi (non è dato sapere se ce ne fosse almeno uno fatto di latte pastorizzato, e nel dubbio non è dato mangiare) e dalla carne (buonissima mi dicono) praticamente al sangue, che sarebbe la versione francese del termine "ben cotta". A fine serata, la padrona di casa e due nostre amiche,
- Oh devi assolutamente venire con noi! andiamo alla festa in maschera più cool della città!
-Er...ok....
. ci troviamo qui alle dieci per travestirci....ma tu come pensi di entrarci in un costume?
- Er...boh, adesso vediamo...magari mi vesto da zucca?
- No, ma scherzate? quella festa non è proprio luogo per lei! No, magari tu vieni un'altra sera, ok?
- Er.. ok, sì forse è meglio. Beh s'è fatta una certa, saluti e baci a tutti (detto mentre mi aggancio la giacca)
- oddio come ti sta piccola! ma non dovresti comprartene una più grande?
- Er...sì, in effetti ce l'ho, è che l'eskimo del 77 per la gran festa alla corte di Francia non mi sembrava il caso.
Sigh.
lunedì 13 ottobre 2014
When you've got to choose every way you look at this you lose.
Nella mia scala ci sono sette appartamenti. Tra condomini, in questi palazzi di mezza periferia, ci si frequenta poco, specie se non si hanno figli coetanei. Ci si dice Hej sulle scale. Molti guardano dallo spioncino prima di uscire di casa, per ridurre al minimo l'eventualità di incroci. Lo so perché spesso ho sentito porte aprirsi e chiudersi dopo che eravamo passati. Non è antipatia, anche se così suonerà agli italiani: è solo distanza di sicurezza, una cosa che gli svedesi praticano regolarmente. Come quando nei ristoranti, sugli autobus, nelle sale d'aspetto, scelgono il posto libero più distante da tutti gli altri posti occupati.
Dunque chi siano i miei condomini io lo ignoro, grossomodo. La variabile impazzita in questa situazione sono i vicini del pianoterra, una coppia di settantenni che si è trasferita qua pochi anni fa, vendendo una grande casa in campagna per poter vivere in città vicino ai nipotini. Non si sono del tutto rassegnati alla vita spersonalizzata di città, e fanno come se fossero ancora in un paesino: parlano con tutti, conoscono tutti. Sono utili e al contempo un po' inquietanti. Se non ci fossero stati loro non so come avremmo risolto l'inghippo cucina. Furono loro in effetti a chiedere che gli altri ci aiutassero.
Il primo a cui chiesero aiuto era il signore del primo piano, perché era un uomo robusto e loro parevano conoscerlo bene, lui e la famiglia, lo si capiva da come interagivano coi bambini. Era la prima volta che lo vedevo. Di solito incrociavo la moglie coi bambini: non sorrideva e rispondeva di malavoglia ai miei saluti. Ammetto di essermela presa all'inizio, mi sentivo rifiutata senza aver fatto altro che offrire un sorriso. Col tempo ci eravamo accorti però che era soprattutto stanca. Di quelle stanchezze che ti si depositano nelle ossa e fanno parlare di depressione, insomma. Anche quella volta ci fece capire che le scocciava aiutarci, aprendoci la porta di casa per farvi entrare il gigantesco ripiano della nostra cucina in modo che potessimo far manovra sul pianerottolo.
I loro bambini correvano su e giù per le scale, eccitati. Bussavano man mano alle altre porte dei piani superiori, perché anche quelle venissero aperte, a turno. A me sembravano bambini normalissimi, persino ben educati. I vicini del piano terra però ci dissero che avevano entrambi dei problemi. Il maggiore con ADHD, la minore una qualche forma di autismo. Tutta quella stanchezza, quella smorfia dura sul viso, adesso mi pareva di capirle meglio, e ho continuato ad offrirle i miei sorrisi. Lentamente, abbiamo notato che adesso è lei a salutare per prima ed io ho imparato a distinguere un viso da indurito da uno ostile.
Qualche tempo fa, mentre salivo le scale col fiatone e sostavo con lo sguardo un poco più a lungo intorno a me, ho visto che uno dei due nomi sulla loro porta era stato cancellato con il segno di un grosso pennarello. Danne ha poi notato che è davvero tanto tempo che non incrocia mai il padre dei bambini, al mattino, come capitava di solito. Abbiamo invece incrociato lei più volte, sempre con le braccia ingombre di borse e giochi, mentre grida, inascoltata, e i due bambini litigano tra loro e scappano avanti senza attenderla. Ci pare di sentirli gridare più spesso tra loro, sulle scale.
Di certo alla prossima occasione i vicini del piano terra ci racconteranno persino quello che non vorremmo sapere. Forse non capiamo nulla della situazione, eppure lo stesso pensiero ci ha assalito entrambi, perché ci sembra che quel segno di pennarello (insistito più volte, come da una mano arrabbiata) sia eloquente abbastanza. Ci ha riempito di una grande tristezza e, dobbiamo ammetterlo, di una certa paura. Per quello sguardo stanco, e per la tensione che quella stanchezza può insinuare in una coppia. E per tutto quanto di imprevedibile e spaventevole il futuro può avere in serbo. Chissà se sarò forte abbastanza, se saremo forti abbastanza. L'idea che nelle difficoltà ci si trovi a preferire di dividere le proprie strade mi pare l'eventualità più crudele di tutte.
Dunque chi siano i miei condomini io lo ignoro, grossomodo. La variabile impazzita in questa situazione sono i vicini del pianoterra, una coppia di settantenni che si è trasferita qua pochi anni fa, vendendo una grande casa in campagna per poter vivere in città vicino ai nipotini. Non si sono del tutto rassegnati alla vita spersonalizzata di città, e fanno come se fossero ancora in un paesino: parlano con tutti, conoscono tutti. Sono utili e al contempo un po' inquietanti. Se non ci fossero stati loro non so come avremmo risolto l'inghippo cucina. Furono loro in effetti a chiedere che gli altri ci aiutassero.
Il primo a cui chiesero aiuto era il signore del primo piano, perché era un uomo robusto e loro parevano conoscerlo bene, lui e la famiglia, lo si capiva da come interagivano coi bambini. Era la prima volta che lo vedevo. Di solito incrociavo la moglie coi bambini: non sorrideva e rispondeva di malavoglia ai miei saluti. Ammetto di essermela presa all'inizio, mi sentivo rifiutata senza aver fatto altro che offrire un sorriso. Col tempo ci eravamo accorti però che era soprattutto stanca. Di quelle stanchezze che ti si depositano nelle ossa e fanno parlare di depressione, insomma. Anche quella volta ci fece capire che le scocciava aiutarci, aprendoci la porta di casa per farvi entrare il gigantesco ripiano della nostra cucina in modo che potessimo far manovra sul pianerottolo.
I loro bambini correvano su e giù per le scale, eccitati. Bussavano man mano alle altre porte dei piani superiori, perché anche quelle venissero aperte, a turno. A me sembravano bambini normalissimi, persino ben educati. I vicini del piano terra però ci dissero che avevano entrambi dei problemi. Il maggiore con ADHD, la minore una qualche forma di autismo. Tutta quella stanchezza, quella smorfia dura sul viso, adesso mi pareva di capirle meglio, e ho continuato ad offrirle i miei sorrisi. Lentamente, abbiamo notato che adesso è lei a salutare per prima ed io ho imparato a distinguere un viso da indurito da uno ostile.
Qualche tempo fa, mentre salivo le scale col fiatone e sostavo con lo sguardo un poco più a lungo intorno a me, ho visto che uno dei due nomi sulla loro porta era stato cancellato con il segno di un grosso pennarello. Danne ha poi notato che è davvero tanto tempo che non incrocia mai il padre dei bambini, al mattino, come capitava di solito. Abbiamo invece incrociato lei più volte, sempre con le braccia ingombre di borse e giochi, mentre grida, inascoltata, e i due bambini litigano tra loro e scappano avanti senza attenderla. Ci pare di sentirli gridare più spesso tra loro, sulle scale.
Di certo alla prossima occasione i vicini del piano terra ci racconteranno persino quello che non vorremmo sapere. Forse non capiamo nulla della situazione, eppure lo stesso pensiero ci ha assalito entrambi, perché ci sembra che quel segno di pennarello (insistito più volte, come da una mano arrabbiata) sia eloquente abbastanza. Ci ha riempito di una grande tristezza e, dobbiamo ammetterlo, di una certa paura. Per quello sguardo stanco, e per la tensione che quella stanchezza può insinuare in una coppia. E per tutto quanto di imprevedibile e spaventevole il futuro può avere in serbo. Chissà se sarò forte abbastanza, se saremo forti abbastanza. L'idea che nelle difficoltà ci si trovi a preferire di dividere le proprie strade mi pare l'eventualità più crudele di tutte.
venerdì 10 ottobre 2014
Princess Consuela Banana-Hammock
Era arrivato un bellissimo autunno dorato, come non se ne vedono spesso a queste latitudini.
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.
Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza!
Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).
E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.
Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.
Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza!
Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).
E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.
Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock
martedì 30 settembre 2014
And though I know who I'm not I still don't know who I am
È un periodaccio, fisicamente parlando.
Temo che ci sia una somma di concause, ossia non è solo per via della cerenza di ferro, e degli effetti ancora più devastanti degli integratori di ferro (ve li risparmio), ma è anche una questione di stress.
Non lo so più gestire. Mi vengono le palpitazioni con niente. Tipo se devo uscire la mattina presto per andare a lezione e tenere un'altra prova orale di retorica in svedese. Lo so bene che non muore nessuno se prendo un butto voto, ma ditelo al mio corpo se ci riuscite. Un disastro, mancamenti, lacrime sempre pronte, malditesta repentini e tachicardia. Questa settimana poi ho tre prove d'esame.
E poi sono diventata enorme e non ho una bella reazione nemmeno a questo. Mi manca il mio corpo, mi manca essere agile e non provare dolori qua e là, e mi manca incrociare la mia immagine riflessa in qualche vetrina e non sussultare al pensiero che è la mia. Ottima situazione per presenziare ad un matrimonio, oltretutto, capirete, con relativo coro di ohh e ahh ma com'è possibile ti ho vista due settimane fa e la pancia manco si vedeva. Ed io detesto attrarre l'attenzione, e invece sono più visibile che mai.
Che non avrei preso benissimo la gravidanza non era certo una sorpresa, essendo che io non prendo mai bene niente, per principio. Come dice Danne, you were born pissed off.
In mezzo a tutto questo, mi son trovata a fare sta benedetta ecografia "volontaria", come cavia per un corso di ostetricia. Io avevo accettato nella speranza che l'inquilino/a si mostrasse più chiaramente. Sapevo che sarebbe stata lunga e magari un po' strana come eco, perché gli studenti sarebbero stati alle prime armi.
Non avevo idea di quanto... è stata una specie di tortura. E per ragioni a me sconosciute, a star sdraiata lì mi mancava il respiro e avevo il cuore a mille. Per 40 interminabili minuti. Ad un certo punto non guardavo più nemmeno lo schermo, mi pareva che mi desse ancora più ansia vedere immagini confuse che cambiavano continuamente perché lo studente diceva magari "devo andare da destra a sinistra o da sinistra a destra?" e muovendo simultaneamente il sensore, e premeva e spesso mi faceva male. Oltretutto continuavano ad aggiungere quel gel orribile. Guardavo invece il soffitto e cercavo di respirare, e pensavo "dio questo è niente, ho proprio una soglia di sopportazione ridicola". Finché lo studente non ha esclamato "ah comunque visto che lo vuoi sapere, è femmina". L'ostetrica esperta ha allora aggiunto "sì, probabilmente".
Mi si stampa un sorrisone sulla faccia...allora questa tortura non è stata inutile! Dopo di che l'ostetrica ha voluto lasciarmi una foto omaggio, perché ci teneva che i pazienti volontari fossero ricompensati in qualche modo - oltre alla ricompensa pattuita, due biglietti per il cinema. Ed io volevo dirle, lasci perdere la foto, mi lasci andare che sto malissimo e grondo di gel...ma lei ci teneva.
Ed eccola. Una foto di profilo, dove non si vede un cappero.
E la foto di un piede.
Un piede enorme.
Sono incinta di una hobbit.
Temo che ci sia una somma di concause, ossia non è solo per via della cerenza di ferro, e degli effetti ancora più devastanti degli integratori di ferro (ve li risparmio), ma è anche una questione di stress.
Non lo so più gestire. Mi vengono le palpitazioni con niente. Tipo se devo uscire la mattina presto per andare a lezione e tenere un'altra prova orale di retorica in svedese. Lo so bene che non muore nessuno se prendo un butto voto, ma ditelo al mio corpo se ci riuscite. Un disastro, mancamenti, lacrime sempre pronte, malditesta repentini e tachicardia. Questa settimana poi ho tre prove d'esame.
E poi sono diventata enorme e non ho una bella reazione nemmeno a questo. Mi manca il mio corpo, mi manca essere agile e non provare dolori qua e là, e mi manca incrociare la mia immagine riflessa in qualche vetrina e non sussultare al pensiero che è la mia. Ottima situazione per presenziare ad un matrimonio, oltretutto, capirete, con relativo coro di ohh e ahh ma com'è possibile ti ho vista due settimane fa e la pancia manco si vedeva. Ed io detesto attrarre l'attenzione, e invece sono più visibile che mai.
Che non avrei preso benissimo la gravidanza non era certo una sorpresa, essendo che io non prendo mai bene niente, per principio. Come dice Danne, you were born pissed off.
In mezzo a tutto questo, mi son trovata a fare sta benedetta ecografia "volontaria", come cavia per un corso di ostetricia. Io avevo accettato nella speranza che l'inquilino/a si mostrasse più chiaramente. Sapevo che sarebbe stata lunga e magari un po' strana come eco, perché gli studenti sarebbero stati alle prime armi.
Non avevo idea di quanto... è stata una specie di tortura. E per ragioni a me sconosciute, a star sdraiata lì mi mancava il respiro e avevo il cuore a mille. Per 40 interminabili minuti. Ad un certo punto non guardavo più nemmeno lo schermo, mi pareva che mi desse ancora più ansia vedere immagini confuse che cambiavano continuamente perché lo studente diceva magari "devo andare da destra a sinistra o da sinistra a destra?" e muovendo simultaneamente il sensore, e premeva e spesso mi faceva male. Oltretutto continuavano ad aggiungere quel gel orribile. Guardavo invece il soffitto e cercavo di respirare, e pensavo "dio questo è niente, ho proprio una soglia di sopportazione ridicola". Finché lo studente non ha esclamato "ah comunque visto che lo vuoi sapere, è femmina". L'ostetrica esperta ha allora aggiunto "sì, probabilmente".
Mi si stampa un sorrisone sulla faccia...allora questa tortura non è stata inutile! Dopo di che l'ostetrica ha voluto lasciarmi una foto omaggio, perché ci teneva che i pazienti volontari fossero ricompensati in qualche modo - oltre alla ricompensa pattuita, due biglietti per il cinema. Ed io volevo dirle, lasci perdere la foto, mi lasci andare che sto malissimo e grondo di gel...ma lei ci teneva.
Ed eccola. Una foto di profilo, dove non si vede un cappero.
E la foto di un piede.
Un piede enorme.
Sono incinta di una hobbit.
you think that we connect, that the chemistry's correct
Era tempo di dire al mio amico J che c'è un bambino in arrivo. Comunichiamo solo via chat su facebook, in inglese. Avevo rimandato oltremodo perché sotto sotto mi aspettavo grane. La solita esagerata direte voi. J è un caro amico ma da quando è padre è uno scassacazzi di professione. E ammetto che i rapporti si sono un po' raffreddati da parte mia perché ha cominciato a rompermi un po' troppo. Tanto che esasperata tempo fa gli dissi che non mi interessava avere figli e che la piantasse - di colpo smise di mandarmi le foto del pupo.
È quello che mi scrisse che sua moglie era in attesa aggiungendo la frase "sei gelosa? allora mettiti all'opera". Quanto mi fece incavolare quella frase. Quanta insensibilità dietro quelle parole (che ne sa lui di cosa voglio? che ne sa che non ci abbia provato senza riuscire? che ne sa che io non sappia già che non posso averne? e perché dà per scontato che il mio sentimento sarà l'invidia? eccetera)
Stavolta temevo già che mi avrebbe fatto arrabbiare.
Non avevo idea di quanto.
Si comincia col dirmi che è molto felice che finalmente io mi sia decisa.
Mi sale subito la carogna, ma decido di soprassedere, sono sempre prevenuta io, subito irritabile, e poi magari è per via della lingua...
Mi chiede come sono stati i primi tre mesi e gli dico: una favola in confronto ad ora.
Errore madornale. Parte il sermone esplicativo, una mitragliata di informazioni abbastanza basilari, una lista di consigli abbastanza scontati, ha una voglia matta di educarmi, di spiegarmi le cose, di investirmi del suo immenso sapere. Vuole raccontarmi la "sua" gravidanza mese per mese, eco per eco. I messaggi si susseguono senza sosta, lunghissimi e serrati, non posso infilarmi tra uno e l'altro.
Quando finalmente sembra che abbia finito, cerco di rassicurarlo dicendo che persino col solo aiuto del personale medico specializzato avevo già ricevuto tutti quei consigli ma complice il fatto che non c'entrano un accidente con il mio problema di adesso non mi hanno lo stesso aiutato ad evitarmi sto periodo di merda. Dunque parte la lista di acquisti che devo assolutamente fare, lui può aiutarmi, è uno che ha preparato tutto ai minimi dettagli, ha persino misurato il bagagliaio dell'auto prima di comprare il passeggino (no, vabbè, chi ci avrebbe mai pensato?), sa tutto, mi manda link, mi parla della amazon wishlist, mi fa venire le palpitazioni per l'ansia. Conosco un certo numero di mamme e nessuna, nemmeno mia suocera o mia cognata, mi aveva mai sottoposta ad un simile trattamento.
Per fermarlo, stordita e irritata, gli dico: quasi quasi sulla wishlist ci dovrei mettere solo "bambino già pronto, nato, svezzato, spannolinato e già bilingue" e mi eviterei questo periodo fisicamente difficile e pure la mole di ansie di cui mi stai dando un assaggio.
Era una battuta, diosanto. Qualunque cosa pur di fermare quel fiume in piena.
Secondo errore madornale.
Lui ovviamente mi prende alla lettera e si lancia in una discussione sul tema nessun figlio adottivo sarà mai come un figlio vero. I primi 4 mesi ti cambiano come persona.
Sì ok, gli dico io irritata (perché su questo argomento mi irrito e la prendo sul personale comunque), ma anche i primi 4 mesi dopo che hai adottato non è che siano acqua fresca, è il senso di responsabilità che ti cambia, e quello c'è comunque, mica pensi "ah vabbè ma tanto è adottato, fa niente se si ammala o si fa male".
Ma lui è inarrestabile. E sgancia la madre di tutte le cazzate.
No, è perché serve di partorirlo, perché sia figlio tuo.
Io indugio con la faccia a urlo muto di Munch prima di mettere insieme una risposta, ma lui mi precede.
E non vale nemmeno il cesareo (che per "fortuna" dove ha partorito sua moglie, in Germania, non era contemplato che come extrema ratio).
È solo col dolore e col sacrificio che si diventa genitori. Mi spiace per mia moglie, e per te, ma è necessario.
Ovviamente mi è partita la brocca.
Menomale che era una discussione via chat perché se lo avessi avuto di fronte, oltretutto digiuna com'ero, lo avrei fatto a striscette.
E uno gli vuol dire, vabbè ma allora tu scusa mica hai partorito, vorrai mica chiamarti genitore.
Eh no, è qui il bello. Perché lui era nella stanza con la moglie in travaglio, e dunque il cambiamento profondo che ha bisogno del dolore fisico lo ha fatto più lui di quelle "comodone" che si prenotano il cesareo.
Ma porca paletta, ora sì che è guerra.
Mille volte meglio se fosse stato uno di quegli uomini anni 50, che stavano in corridoio a fumare i sigari.
Mille volte meglio che fosse banalmente e apertamente un maschilista di merda.
Mille volte meglio di un invasato che pensa che siccome ha vissuto 9 mesi con una moglie incinta ed è stato spettatore di un parto, allora può andare in giro a predicare a tutte le donne di riprodursi e di partorire con dolore, se no non vale.
Perché capite lui è un padre modello, un marito moderno, uno dei "buoni", l'esempio di come le nuove generazioni dovrebbero essere: pronti a dividersi i compiti, a considerarsi sotto gli stessi parametri.
E se ne esce con questa roba.
Stiamo messi bene!
Non cito che un 10% delle stupidaggini che è riuscito a inanellare.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
domenica 7 settembre 2014
möhippa
Una möhippa è la versione svedese di un addio al nubilato. Immagino non ci sia un protocollo standard. Quella a cui sono stata ieri aveva però alcune peculiarità.
La prima, cominciava alle nove di mattina e sarebbe finita verso le otto di sera. La ragione, probabilmente il fatto che tre su cinque delle partecipanti erano mamme, sposa inclusa.
Questo probabilmente ha determinato anche il programma della giornata.
Primo step: trovarci alla suddetta ora antelucana (per me, di sabato mattina) per preparare le vivande.
Causa la mia presenza, era stato comprato anche dello champagne analcolico, per il resto c'era cibo per un esercito. Una delle due presenti di origine polacca ha confessato che in Polonia se si prepara cibo per una festa, ce ne deve essere da far cadere ammazzata la gente. Ho convenuto che allora non ci accomuna solo la morale cattolica.
La sposa è arrivata un filo irritata perché aveva programmato che quel giorno era il giorno in cui avrebbe espletato gli ultimi preparativi del matrimonio, ossia ordinare il bouquet. Aveva chiesto a me di accompagnarla, ed essendo la festa una sorpresa avevo risposto con un laconico: no scusa sono impegnata tutto il giorno. Al che mi era giunta altrettanto laconica risposta: vabbè vado da sola. E invece.
Dopo l'arrivo della sposa è stata la volta dell'arrivo del massaggiatore a domicilio. Mentre lei veniva rilassata a dovere, noi abbiamo ricevuto un corso di pittura ad acrilici. Dopo di ché tutte insieme abbiamo mangiato, ed io ho cominciato a sentirmi come ormai mi sento dopo aver mangiato anche solo un cracker ossia sul punto di esplodere come la bambina-palla del primo willy wonka (che non mi ricordo se stava anche nel film con johnny depp).
Peraltro, a tavola, la mia bottiglia di (orrido) spumante analcolico è stata divisa con la sposa, che di bere proprio non se la sentiva. Magari dopo, ha detto. Le altre invece avevano assunto lo stesso colorito rosé dello spumante (non analcolico) e si erano lanciate in bellissimi racconti di parti, endometriosi, gravidanze da film dell'orrore. Per finire, la sposa mi ha conisgliato di non fare come lei e scegliere l'epidurale. Al che io (perdonatemi, non mi son saputa trattenere) le ho detto che è da quando ho sedici anni che ho preso la decisione (tra le varie cose, inclusa quella di non sposarmi mai) che senza la garanzia di un'epidurale non avrei manco cominciato una gravidanza, e cosa cavolo aveva in testa lei quando inizialmente in sala travaglio l'aveva rifiutata (per poi ricredersi ore dopo, che ve lo dico a fare). In Italia manco hai la certezza di poterla fare, e queste qui fanno le eroine moderne, chi ha il pane non ha i denti, non c'è che dire.
Dopo di che mi hanno consigliato di andare a parlare col centro che offre sostegno psicologico alle donne che hanno paura del parto, e se tale sostegno non dovesse bastare, un cesareo su richiesta. Penso che andrò a farci un giro. Ad ogni modo, sarà il tema o la gravidanza, a fine pasto avevo solo voglia di vomitare.
E invece era l'ora di metter mano ai pennelli e ai colori. E mi sono divertita parecchio. La padrona di casa aveva selezionato delle belle foto di paesaggi scattate nei suoi viaggi che avremmo potuto usare come modello per i nostri quadretti. Ci ha seguito passo passo ed aiutato a mettere insieme della roba decente.
Dopo di che è cominciata una sequela di maschere esfolianti, idratanti, manicure eccetera alla quale non ho partecipato più che altro perché l'idea di trascorrere troppo tempo davanti allo specchio ultimamente mi acciacca: piuttosto ho chiacchierato (in svedese) con questa o quella che in quel momento non fosse al trucco e parrucco. Distrattamente ho pure bevuto dal bicchiere sbagliato beccandomi un sorso d'alcol, cosa che ha prontamente fatto scattare tutti gli allarmi in tutti i centri ostetrici del Regno.
Ed era di colpo ora del piatto forte della giornata: il corso di cupcake. Si teneva in un caffè nei dintorni, un posto dal nome piuttosto ovvio di cupcake time, gestito da una ragazza americana. Questo è il mio coming out: a me gli arredi romantici, con la carta da parati color pastello disseminata di rose, le tazzine vintage del servito da tè della nonna, le sedie shabby chic di legno decapato, i cuscini candy stripes nei colori delle caramelle, e in generale l'attitudine da girlygirl hanno stancato proprio. Mi è venuta la carie già sulla porta.
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| I miei sono quelli in seconda fila, se interessa |
Il corso consisteva nell'imparare a fare roselline di pasta di zucchero e farci spiegare la differenza tra frosting, icing e royal icing. (non la sapete? sapevatela!) Ci attendevano tre cupcake già cotti a testa e stava a noi decorarli con vari tipi di creme formaggiose (frosting all'americana), una miriade di tipi di zuccherini e perline e formine ritagliate nella pasta di zucchero.
L'idea era di mangiare poi una delle nostre creazioni sul posto, sorseggiando un tè nelle tazzine delle bambole, e di portare a casa le altre due. Ora, sappiate che una di noi, per la privacy diremo "una che NON era incinta" al primo boccone di glassa ai mirtilli e sottostante cupcake al cioccolato e fudge ha quasi vomitato per il brutale chock da zuccheri modello pugno nello stomaco. Ed io sono una demente, perché avrei dovuto far tesoro della sua faccia e impacchettare anche il terzo cupcake nella doggy bag. Invece, stoica come non mai, perché mi spiaceva essere scortese, me lo sono mangiato combattendo la nausea. Perché l'unico sapore che ho sentito era: zucchero! zucchero! zucchero!!! Danne si è mangiato i rimanenti due alle nove di sera sotto il mio sguardo: a tuo rischio e pericolo. E niente, si conferma la mia incapacità di comprendere o godere della pasticceria americana.
All'uscita vedevo vagamente la madonna (cit.)
Ma era tempo di andare al ristorante. Un posto che fa roba molto molto insolita, anche quello di ispirazione americana, con voli pindarici fusion nella cucina giapponese, indiana, cinese e cajun. Erano tutte entusiaste ed io penso che senza il cupcake, il brunch megalomane di ispirazione polacca di qualche ora prima e soprattutto a bun in the oven, forse lo sarei stata anche io. Purtroppo avevo solo in mente di sopravvivere senza produrmi in funzioni corporali troppo pubbliche e andarmi a stendere. Cosa che poi ho fatto, almeno per qualche ora: è dalle quattro del mattino che vago per casa, tra il bagno e il soggiorno, e avendo abbandonato ogni speranza di dormire o farmi passare il maldistomaco alle sei ho deciso di farci su un post.
Nel complesso mi sono pure divertita, e posso anche dire di aver bevuto più della festeggiata, che rende l'idea della gente con la quale ho a che fare.
mercoledì 3 settembre 2014
keep calm and look ahead
È un po' che cerco di scrivere quel che mi passa per la testa in merito a questa gravidanza e mi fermo sempre un attimo prima di pubblicare. Forse perché sento di avere pensieri non proprio mainstream e me ne vergogno un po'. Di certo sono in attesa. In particolare, in attesa del 9 e di questa ecografia che spero mi dica qualcosa di più circa l'inquilino del piano di sotto, che al momento è un'entità vaga e indefinita. e forse per questo non riesco a fare veramente nessun preparativo. Né nomi, né vestiti, né oggetti di alcun tipo.
Non so se riesco a spiegarmi: sarebbe come comprare un regalo per una persona che non conoscete. Non so immaginarmi niente - e non che se mi immaginassi qualcosa farebbe la minima differenza, ovviamente!
In Svezia, del resto, non è necessario dare un nome ai bambini appena nascono. Si ha tempo diversi mesi per registrarli e conosco molte famiglie che ci pensano su parecchio dopo la nascita e dicono che aspettano che sia il bambino a rivelare qualche tratto della sua personalità per poter fare una scelta azzeccata. Conosco addirittura una famiglia che scelse un nome e poi lo cambiò per un altro quando il bambino aveva circa un anno: dissero che avevano capito che non avrebbe mai potuto essere un Oskar!
Dubito che farò altrettanto però capisco la ragione che vi sta dietro. Inoltre, lo ammetto (e so che non avrò molti fan a proposito), io continuo a non trovare particolarmente interessanti i neonati. Qualsiasi cambiamento sia destinato ad avvenire in me non è ancora avvenuto, questo è sicuro. Me ne sono resa conto visitando un'amica che ha tre bambini: 6 anni, 2 anni e 3 mesi. Continuo a pensare a quanto meravigliosi siano i bambini più grandicelli, che parlano dicendo cose che ti stendono, e fanno cose che non ti aspetti, e hanno tutto un mondo dentro in costante evoluzione. Non ho mai condiviso l'enorme entusiasmo che un microscopico bambolotto provocava nelle mie amiche. Peraltro, anche a rivedere le foto della mia nipotina non posso che constatare che appena nata era carina ma ora è semplicemente da urlo. E invece sua madre rimpiange le prime settimane e quando siamo in giro insieme si ferma a indicarmi ogni neonato in cui ci imbattiamo, aspettandosi da me reazioni che boh, semplicemente non ho. Sarà il surplus di ormoni maschili che mi hanno diagnosticato? Vedremo come evolve questa cosa: sono curiosa. E anche un po' spaventata. Perché sapere che la mia persona così come la conosco è destinata a cambiare a breve è una cosa eccitante ma anche un po' sconvolgente, no? no?
Torno ai miei compiti di svedese. Oggi: come scrivere un articolo di dibattito per un giornale usando formulazioni retoriche. Ma manco in italiano saprei. Vabbè.
Non so se riesco a spiegarmi: sarebbe come comprare un regalo per una persona che non conoscete. Non so immaginarmi niente - e non che se mi immaginassi qualcosa farebbe la minima differenza, ovviamente!
In Svezia, del resto, non è necessario dare un nome ai bambini appena nascono. Si ha tempo diversi mesi per registrarli e conosco molte famiglie che ci pensano su parecchio dopo la nascita e dicono che aspettano che sia il bambino a rivelare qualche tratto della sua personalità per poter fare una scelta azzeccata. Conosco addirittura una famiglia che scelse un nome e poi lo cambiò per un altro quando il bambino aveva circa un anno: dissero che avevano capito che non avrebbe mai potuto essere un Oskar!
Dubito che farò altrettanto però capisco la ragione che vi sta dietro. Inoltre, lo ammetto (e so che non avrò molti fan a proposito), io continuo a non trovare particolarmente interessanti i neonati. Qualsiasi cambiamento sia destinato ad avvenire in me non è ancora avvenuto, questo è sicuro. Me ne sono resa conto visitando un'amica che ha tre bambini: 6 anni, 2 anni e 3 mesi. Continuo a pensare a quanto meravigliosi siano i bambini più grandicelli, che parlano dicendo cose che ti stendono, e fanno cose che non ti aspetti, e hanno tutto un mondo dentro in costante evoluzione. Non ho mai condiviso l'enorme entusiasmo che un microscopico bambolotto provocava nelle mie amiche. Peraltro, anche a rivedere le foto della mia nipotina non posso che constatare che appena nata era carina ma ora è semplicemente da urlo. E invece sua madre rimpiange le prime settimane e quando siamo in giro insieme si ferma a indicarmi ogni neonato in cui ci imbattiamo, aspettandosi da me reazioni che boh, semplicemente non ho. Sarà il surplus di ormoni maschili che mi hanno diagnosticato? Vedremo come evolve questa cosa: sono curiosa. E anche un po' spaventata. Perché sapere che la mia persona così come la conosco è destinata a cambiare a breve è una cosa eccitante ma anche un po' sconvolgente, no? no?
Torno ai miei compiti di svedese. Oggi: come scrivere un articolo di dibattito per un giornale usando formulazioni retoriche. Ma manco in italiano saprei. Vabbè.
domenica 3 agosto 2014
Il termometro segna ancora 28 gradi, e 60% di umidità. Ha piovuto stanotte ma adesso c'è di nuovo il sole.Caldo umido e piogge tropicali. Sicuri che questa sia la Svezia?
Non sono molto attiva ultimamente, il caldo mi fiacca in una maniera patetica. Non mi sono trasferita al nord per stare così! mugolo di tanto in tanto, perché sono una piattola.
Ho ricominciato a fare yoga cercando su youtube dei tutorial per lo yoga in gravidanza. Non che ci sia moltissima differenza, perlomeno non ancora, per me. E oggi ho male un po' in tutti i muscoli, segno che sono fuori allenamento in maniera imbarazzante. E mi manca di correre, davvero.
Mi manca l'idea del mio programma di allenamento che aveva mete chiare ed evidenti: correre un pochino di più o un pochino più veloce, ogni volta. Il fatto è che mi è stato detto di dover fare almeno tre ore di esercizio o di sport alla settimana, in gravidanza, adducendo il fatto che non ho molti muscoli, almeno per i canoni svedesi. E però contemporaneamente mi hanno proibito la corsa perché "aver corso tre volte alla settimana da diversi mesi non faceva di me una persona sufficientemente allenata" dunque son rimasta un po' senza alternative - oltre che senza molta stima di me, declassata a pappamolla senza muscoli nel giro di un minuto dall'inizio del mio primo colloquio con l'ostetrica. Perché io non vado in piscina, punto.
In realtà, a sentir l'ostetrica, l'alternativa per me era il nordic walking. Ossia lo sport ufficiale delle casalinghe e delle pensionate del nord-europa, altra bella legnata all'autostima. Mi ha pure dato dei consigli, mi ha mostrato i suoi bastoni e mi ha dato una dimostrazione pratica, nel bel mezzo della clinica ostetrica, ci teneva a farmi vedere che era uno sport di tutto rispetto e non solo per le signore attempate (sì ok però). Che scena surreale. Prima visita e non un prelievo, non un'analisi, solo una dimostrazione di nordic walking, e un bel cazziatone per la mia mancanza di forma fisica da parte di una sessantenne..
Ma il bello era che mentre da una parte mi rimbrottava per essere così fuori forma, dall'altro mi rimbrottavaa pure per il fatto di essere troppo magra (ma quando mai? io? nessuno in vita mia mi ha mai definito magra). Guardando solo il mio peso (lo avevo scritto compilando il modulo di entrata, ma nessuno mi ha pesato, ci avevo pure aggiunto un chilo per portarmi avanti) e non la mia altezza (nanerrima) ha sentenziato che avrei dovuto metter su minimo 16 kg, ma forse anche 20 va'. È seguita lista di prodotti caseari a base di latte rigorosamente intero, niente di quella robaccia light mi raccomando, burro come se piovesse, gelato fatto con la panna e non con il latte, e mi raccomando non ti mettere in testa che siccome sei incinta ora ti devi riempire solo di verdure. Ora ci rido ma in quel momento mi son vista costretta a trasformarmi in una palla (un aumento di 20 kg per me è un aumento del 40% della mia massa corporea, suvvia, siamo seri) e stavo quasi per mettermi a piangere. Al che lei: ma ti vedo preoccupata....dai almeno promettimi che mangi un po' di gelato! Che scena surreale, e due.
Non ho mai più incontrato quella ostetrica e ho un po' l'incubo che mi ricapiti (qui non c'è verso di essere seguiti da una sola persona, va sempre a rotazione ed è una scocciatura) perché chissà come prenderà la notizia che non ho messo su quasi niente, nonostante non abbia mai vomitato e nonostante sia stata preda di una fame assassina e debilitante per i passati tre mesi (ora non mi capita più). In italia magari mi cazzierebbero per il contrario. Quelle che ho incontrato alle visite successive non sono state altrettanto interessate alla mia forma fisica, ma più al fatto di controllare che ci fosse effettivamente un bambino in arrivo - strano eh? Però, peso a parte, sento un po' questa cosa che non faccio abbastanza moto. Sarebbe solo più facile facesse un filo più fresco.
Ecco che torna la piattola.
Non sono molto attiva ultimamente, il caldo mi fiacca in una maniera patetica. Non mi sono trasferita al nord per stare così! mugolo di tanto in tanto, perché sono una piattola.
Ho ricominciato a fare yoga cercando su youtube dei tutorial per lo yoga in gravidanza. Non che ci sia moltissima differenza, perlomeno non ancora, per me. E oggi ho male un po' in tutti i muscoli, segno che sono fuori allenamento in maniera imbarazzante. E mi manca di correre, davvero.
Mi manca l'idea del mio programma di allenamento che aveva mete chiare ed evidenti: correre un pochino di più o un pochino più veloce, ogni volta. Il fatto è che mi è stato detto di dover fare almeno tre ore di esercizio o di sport alla settimana, in gravidanza, adducendo il fatto che non ho molti muscoli, almeno per i canoni svedesi. E però contemporaneamente mi hanno proibito la corsa perché "aver corso tre volte alla settimana da diversi mesi non faceva di me una persona sufficientemente allenata" dunque son rimasta un po' senza alternative - oltre che senza molta stima di me, declassata a pappamolla senza muscoli nel giro di un minuto dall'inizio del mio primo colloquio con l'ostetrica. Perché io non vado in piscina, punto.
In realtà, a sentir l'ostetrica, l'alternativa per me era il nordic walking. Ossia lo sport ufficiale delle casalinghe e delle pensionate del nord-europa, altra bella legnata all'autostima. Mi ha pure dato dei consigli, mi ha mostrato i suoi bastoni e mi ha dato una dimostrazione pratica, nel bel mezzo della clinica ostetrica, ci teneva a farmi vedere che era uno sport di tutto rispetto e non solo per le signore attempate (sì ok però). Che scena surreale. Prima visita e non un prelievo, non un'analisi, solo una dimostrazione di nordic walking, e un bel cazziatone per la mia mancanza di forma fisica da parte di una sessantenne..
Ma il bello era che mentre da una parte mi rimbrottava per essere così fuori forma, dall'altro mi rimbrottavaa pure per il fatto di essere troppo magra (ma quando mai? io? nessuno in vita mia mi ha mai definito magra). Guardando solo il mio peso (lo avevo scritto compilando il modulo di entrata, ma nessuno mi ha pesato, ci avevo pure aggiunto un chilo per portarmi avanti) e non la mia altezza (nanerrima) ha sentenziato che avrei dovuto metter su minimo 16 kg, ma forse anche 20 va'. È seguita lista di prodotti caseari a base di latte rigorosamente intero, niente di quella robaccia light mi raccomando, burro come se piovesse, gelato fatto con la panna e non con il latte, e mi raccomando non ti mettere in testa che siccome sei incinta ora ti devi riempire solo di verdure. Ora ci rido ma in quel momento mi son vista costretta a trasformarmi in una palla (un aumento di 20 kg per me è un aumento del 40% della mia massa corporea, suvvia, siamo seri) e stavo quasi per mettermi a piangere. Al che lei: ma ti vedo preoccupata....dai almeno promettimi che mangi un po' di gelato! Che scena surreale, e due.
Non ho mai più incontrato quella ostetrica e ho un po' l'incubo che mi ricapiti (qui non c'è verso di essere seguiti da una sola persona, va sempre a rotazione ed è una scocciatura) perché chissà come prenderà la notizia che non ho messo su quasi niente, nonostante non abbia mai vomitato e nonostante sia stata preda di una fame assassina e debilitante per i passati tre mesi (ora non mi capita più). In italia magari mi cazzierebbero per il contrario. Quelle che ho incontrato alle visite successive non sono state altrettanto interessate alla mia forma fisica, ma più al fatto di controllare che ci fosse effettivamente un bambino in arrivo - strano eh? Però, peso a parte, sento un po' questa cosa che non faccio abbastanza moto. Sarebbe solo più facile facesse un filo più fresco.
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| non sono l'unica in casa che col caldo si impigrisce |
martedì 29 luglio 2014
it's so clear now that you are all that I have
E niente, abbiamo ancora 28 gradi e sole.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.
Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.
E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.
Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.
Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.
E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.
Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.
lunedì 28 luglio 2014
like a band-aid
Questo post mi causa fatica e sollievo al tempo stesso, e so già che uscirà fuori un po' stropicciato e frettoloso, e che non ne sarò troppo soddisfatta, perché sono troppe le emozioni da tenere a bada mentre scrivo. Oggi ho fatto un test che per me era uno spartiacque immaginario, il momento in cui avrei finalmente potuto dire quello che con poche eccezioni mi tengo dentro da qualche mese. Per la precisione, da 12 settimane e due giorni. Sono incinta.
Ed essendo come sono, e restando vero tutto quel che ho sempre detto, scritto e sbandierato, non sono stati tre mesi di fuochi artificiali e coriandoli, come magari lo sono per tante, bensì sono stati infarciti di momenti di puro panico, settimane di insonnia, esclamazioni folli, paranoie al limite del record olimpico e varie ed eventuali. Ma le cose sono andate migliorando, ed oggi è stata sollevata la paura che mi aveva costretto ad essere più circospetta. Presto (tipo tra un paio d'ore) temo verrà sostituita da altre paure, come è ovvio. Per questo devo scrivere adesso, che sono appena rientrata dalla clinica ostetrica, se no rischio di non trovare mai il coraggio. E spero che dopo aver scritto qui, io lo trovi anche per fare annunci di persona, perché sono tante le persone cui avrei dovuto, potuto e voluto dirlo, e non l'ho ancora fatto per mille strambe ragioni.
Paradossalmente, ne sono venute a conoscenza persone a cui non sono molto legata, che conosco da poco e con le quali non mi verrebbe spontaneo confidarmi. Questo è quel che accade ad essere incinta in Svezia. Esci il venerdì sera, il cosiddetto giorno degli after-work party, con amiche e amici e ti tocca dire al barman "ma avete qualcosa di analcolico?". Al che ci manca poco che il dj fermi la musica, gli avventori restino col bicchiera a mezzaria e da un albero nelle vicinanze si libri in voli uno stormo di piccioni in un silenzio surreale. "Niente alcol? ma sei sicura?"
In Italia avrei senza fatica passato in rassegna la pagina "cocktail analcolici" senza destare nessun interesse, invece qui manco le mettono sul menú le alternative. E ti dicono: mah, abbiamo acqua minerale, succo di arancia oppure cocacola...E tu gli dici, vabbè dammi sta cocacola e sai già che TUTTI i tuoi amici che hanno assistito alla scena stanno pensando che sei incinta, perché non esiste altra ragione per non bere di venerdì sera. Con un sopracciglio alzato uno di loro ti dice "E così, niente alcol eh?" Per un attimo ho considerato di dire che avevo preso degli antidolorofici poco prima, ma mi sono sentita così idiota a mentire e soprattutto ero sicura che me lo avrebbero letto in faccia. E invece di rispondere ho fatto una smorfia come dire "eh già", e allora tutti hanno detto "Beh, congratulazioni allora!". E non c'è stato bisogno di dire proprio niente. Che poi era quel che mi serviva.
Ed essendo come sono, e restando vero tutto quel che ho sempre detto, scritto e sbandierato, non sono stati tre mesi di fuochi artificiali e coriandoli, come magari lo sono per tante, bensì sono stati infarciti di momenti di puro panico, settimane di insonnia, esclamazioni folli, paranoie al limite del record olimpico e varie ed eventuali. Ma le cose sono andate migliorando, ed oggi è stata sollevata la paura che mi aveva costretto ad essere più circospetta. Presto (tipo tra un paio d'ore) temo verrà sostituita da altre paure, come è ovvio. Per questo devo scrivere adesso, che sono appena rientrata dalla clinica ostetrica, se no rischio di non trovare mai il coraggio. E spero che dopo aver scritto qui, io lo trovi anche per fare annunci di persona, perché sono tante le persone cui avrei dovuto, potuto e voluto dirlo, e non l'ho ancora fatto per mille strambe ragioni.
Paradossalmente, ne sono venute a conoscenza persone a cui non sono molto legata, che conosco da poco e con le quali non mi verrebbe spontaneo confidarmi. Questo è quel che accade ad essere incinta in Svezia. Esci il venerdì sera, il cosiddetto giorno degli after-work party, con amiche e amici e ti tocca dire al barman "ma avete qualcosa di analcolico?". Al che ci manca poco che il dj fermi la musica, gli avventori restino col bicchiera a mezzaria e da un albero nelle vicinanze si libri in voli uno stormo di piccioni in un silenzio surreale. "Niente alcol? ma sei sicura?"
In Italia avrei senza fatica passato in rassegna la pagina "cocktail analcolici" senza destare nessun interesse, invece qui manco le mettono sul menú le alternative. E ti dicono: mah, abbiamo acqua minerale, succo di arancia oppure cocacola...E tu gli dici, vabbè dammi sta cocacola e sai già che TUTTI i tuoi amici che hanno assistito alla scena stanno pensando che sei incinta, perché non esiste altra ragione per non bere di venerdì sera. Con un sopracciglio alzato uno di loro ti dice "E così, niente alcol eh?" Per un attimo ho considerato di dire che avevo preso degli antidolorofici poco prima, ma mi sono sentita così idiota a mentire e soprattutto ero sicura che me lo avrebbero letto in faccia. E invece di rispondere ho fatto una smorfia come dire "eh già", e allora tutti hanno detto "Beh, congratulazioni allora!". E non c'è stato bisogno di dire proprio niente. Che poi era quel che mi serviva.
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