Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Ora, mi pare ovvio che questo, più che a vedere con le mie precoci doti di debunking, deve aver avuto a che fare con l'approccio educativo dei miei genitori. Quelli che mi facevano ascoltare Vivaldi in culla, per intenderci, e che avevano dichiarato fuorilegge il tv-color. (Nel senso che, quando finalmente avevano capitolato e ce l'avevano lasciata guardare, la televisione, che come diceva Popper era una cattiva maestra, per rendere l'esperienza meno piacevole e addictive avevano optato per un 14 pollici in bianco e nero, i sadici). (Che i puffi erano blu ci ho messo anni a capirlo).
D'altra parte, non dipendeva solo dai miei. Nella famiglia allargata regnava infatti una certa confusione in merito alle tradizioni natalizie, e nella generale mancanza di coerenza era più difficile convincersi della veridicità di una o dell'altra. Per esempio, i miei nonni paterni e alcuni prozii parevano intendere che i regali li portasse Santa Lucia, col ciuchino. Ora, già che Santa Lucia era il 13 e non era nemmeno vacanza, ma chi lo aveva mai visto 'sto ciuchino?
Gli altri nonni invece, mi pare che ogni tanto menzionassero una qualche responsabilità di Gesù Bambino nella faccenda. Che cosa ti porta Gesù Bambino? era una frase che mi pare mi venisse rivolta non solo da loro, ma anche da altre persone nei loro dintorni. Ed io non credo di averli mai presi alla lettera. Dopo tutto, Gesù Bambino era un infante che il giorno di natale compariva nella mangiatoia del presepe, e aveva tutta l'aria di essere quello cui i doni venivano portati, non viceversa. Lungi da me mettere in dubbio i poteri sovrannaturali del divino, almeno a quell'età, ma ecco, diciamo che al massimo potevo accettare una sua intercessione, ma che i regali venissero nella pratica da mamma e babbo, a me pareva piuttosto chiaro. Tant'è che di letterine non ne ho mai scritte, a chicchessia.
Quanto a Babbo Natale, avendo fatto l'asilo dalle suore non credo egli fosse contemplato nelle recite e nei saggi finali. Alla televisione lo si vedeva, ma che c'entra, alla tele si vedeva pure il pupazzo Uan. O Mimì Ayuara. Cioè, non è che non sapessi cosa fosse, ma non avevo idea che fosse qualcosa in cui credere.
Ho un paio di ricordi che dimostrano come io, rispetto alla questione fossi più che altro perplessa.
A sei anni facevo ginnastica artistica (vabbè diciamo che ogni settimana mi recavo là dove altri facevano ginnastica artistica e mi mettevo un body dai colori improbabili) e quel Natale ci fu come sempre il Grande Saggio delle classi di ginnastica. A fine serata, mentre me ne sto seduta in mezzo ad altre bambine in un angolo della palestra, ecco spuntare DUE tizi vestiti da babbo natale muniti di sacco di doni, con lo scopo di distribuire un regalino ad ogni allieva, Mentre li vediamo cominciare la distribuzione, chiedo ad una mia compagna coetanea: ma chi sono quelli? E lei: Babbo Natale! Ed io, ripeto: sì ok, ma chi sono davvero? Al che questa povera bambina mi guarda con totale stupore e insiste che sono babbo natale, davvero! Ora, io già allora tendevo a dubitare di me, quindi forse forse mi avrebbe anche convinto che non ci avevo capito un ciufolo come sempre, ma cavolo, erano DUE. Fattele due domande tesoro.
Un altro ricordo era a scuola, la prima o la seconda elementare al massimo, durante un intervallo. è un ricordo molto vago, ma insomma, deve essere scoppiata tra due bambini la discussione in merito al signore ciccione con la barba ed era saltata fuori la frase derisoria "tizio crede ancora a babbo natale!". Ecco il mio ricordo è di aver pensato: ma in che senso ancora? Ora il mio senso di inappartenenza ha radici lontane e il mio ricordo era appunto: ma perché sembrano tutti capire di cosa cavolo si sta parlando...tranne me?
E insomma, per me babbo natale, il ciuchino, gesù bambino erano tutti modi di dire, i regali li facevano comparire i genitori la mattina di natale, senza manco fare troppo show, e finita lì. Erano tanti e molto graditi, non vi immaginate scene da libro cuore, che questa bimba non ha sofferto. Attendevo la mattina di natale con molto entusiasmo ed anticipazione. Solo che, nella fase in cui i miei coetanei cominciavano a smettere di crederci, tutto quel parlare di una questione che pareva oggettivamente spinosa (le frasi evasive delle maestre, le lacrime di qualche bambino deriso...) mi portò a voler chiedere numi a mia madre.
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
La genitrice, che ora si giustifica dicendo "è perché insegno filosofia, che pretendi?", mi disse:
"Se a te fa piacere crederci, sì"
Ottima risposta, per carità, se io ci avessi mai creduto e avessi ancora capito dove stesse il punto.
Con la Befana, invece, il parentado si uniformava nella versione ufficiale, quella che vedeva la vecchia sulla scopa che depositava dolci e giocattoli e dunque, stranamente, a quella penso di averci creduto, per un po'.
Solo che il 6 gennaio mia mamma appendeva le "calze" sotto al boiler della caldaia. Perché non avevamo il camino. Camino che peraltro era un tasto dolentissimo in quegli anni, perché era un po' l'oggetto del desiderio della famigliola media anni ottanta, e noi eravamo gli unici tra i nostri vicini a non averlo, per problemi sorti durante la costruzione dello stabile. Una ferita aperta per mia madre, che aveva un conto in sospeso col costruttore (un palazzinaro della perggior specie). Ma non divaghiamo: calza appesa alla caldaia, dalla quale partiva un tubo che spariva nel muro. Ed io facevo colazione ogni giorno seduta al tavolo fissando questa caldaia sul muro opposto della cucina e pensavo che non c'era verso che una vecchietta per quanto magica riuscisse a farvi passare qualcosa attraverso. (Tanto più che ogni tanto ci finiva dentro qualche volatile, nel tubo, e non ne usciva né morto né vivo, una storia atroce) Quindi anche la befana è stata archiviata piuttosto presto.
Ora, io non so come declinare tutto ciò nella mia futura genitorialità ma non ho dubbi che qualche scompenso lo creeremo, con queste premesse.
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venerdì 5 dicembre 2014
domenica 9 marzo 2014
Anne-Marie Slaughter: why women still can't have it all
È l'otto marzo. Qua in Svezia non si esce con le amiche, non si ricevono mimose e in linea di massima che sia l'otto marzo non se ne accorge nessuno per le strade. Però la giornata è riconosciuta e diventa più questione di dibattiti che di effetti commerciali.
Giusto un anno fa ho avuto modo di ascoltare una conferenza che mi ha fatto molto riflettere. A parlare era Anne-Marie Slaughter, che era stata precedentemente al centro di una piccola bufera in stile "femminismo e fastidio" e aveva in seguito scritto un libro in merito e cominciato a girare il mondo per parlarne.
Non ho trovato la stessa identica conferenza cui ho assistito, ma ne ho trovata una in cui sostanzialmente vengono discusse le stesse cose.
Nel 2009 A.M. Slaughter fu nominata Director of Policy Planning da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato degli US (un equivalente del ministro degli esteri e della giustizia) sotto la prima amministrazione Obama. In questo modo, la Slaughter divenne la prima donna nella storia ad ottenere questa posizione. Nel 2011, alla scadenza del periodo canonico di due anni durante il quale si può chiedere l'aspettativa dal lavoro per ricoprire un incarico pubblico, la Slaughter decise di non prolungare il suo periodo a Washington e di tornare invece al suo incarico alla Princeton University. Rimanendo comunque consulente del Dipartimento di Stato. La decisione di tornare a Princeton non fu solo basata sul fatto che oltre i due anni di assenza avrebbe perso il posto professore, ma anche "sul suo desiderio di poter stare più tempo con la sua famiglia, perché si era resa conto che bilanciare un alto incarico governativo e i bisogni du due figli adolescenti non era possibile". Nel 2012, dopo un anno di dubbi, Slaughter si è convinta a scrivere l'articolo "Why Women Still Can't Have it All" pubblicato da The Atlantic. L'articolo riscosse un enorme interesse, suscitando un dibattito che raggiunse infine la prima pagina del New York Times ed i media di tutto il mondo.
È stato a questo punto che per la prima volta sentii parlare di questa donna. Mi ricordo però solo i titoli di qualche articolo e forse un'eco dalla CNN in sottofondo in casa, un pomeriggio. La mia percezione, allora, fu interamente sommersa dal concetto che molti giornali fecero passare: una donna che dice coniugare lavoro e carriera non è possibile, e rinuncia alla seconda. Plauso dei tradizionalisti. Ira delle femministe. E sdegno mio, perché di certo non avevamo bisogno di una storia come quella.
E invece ne avevamo bisogno.
Primo, era ingiusto farla passare per una che rinunciava alla carriera, visto che di fatto tornava a fare il professore universitario, e quindi a vivere nella città dove erano rimasti suo marito e i suoi figli - non a casa a far la calza, come si suol dire.
Secondo, Slaughter non ha davvero lasciato a metà un incarico, come certi titoli ti facevano pensare, l'ha portato a compimento, ha solo declinato l'offerta di prolungare il contratto.
Terzo, è normalissimo lasciare dopo i due anni. Anche la maggior parte degli uomini che prima di lei avevano avuto quell'incarico, dopo due anni erano tornati a fare quel che facevano prima. Questo perché raramente venivano confermati, mentre lei lo è stata. E anche perché dopo due anni il lavoro precedente non ci sarebbe più stato. Ma di quegli uomini nessuno ha parlato.
Una volta fissate queste importanti precisazioni, ho potuto ascoltarla senza pregiudizio. E ne aveva di cose da dire!
It made people talk
Partiamo dalle critiche al titolo "perché le donne ancora non possono avere tutto": lei stessa ammette che fosse forse fuorviante. Ma ha avuto l'effetto di far parlare e tanto, e quindi era un titolo efficace. Un'espressione più articolata e meno tranciante forse sarebbe passata inosservata. E di far parlare c'è ancora tanto bisogno.
I owe it all to the women before me
Riguardo all'accusa che di fatto avesse danneggiato la causa femminista, ha avuto parole molto equilibrate. Ha ammesso che le donne prima di noi hanno avuto barriere più alte da vincere, e regole più dure con cui confrontarsi. Forse hanno dovuto calpestare alcune parti di loro stesse per arrivare là dove prima di loro c'erano solo uomini - e grazie a questo fatto, altre donne hanno potuto seguirle. È opinione diffusa che siano i capi donna single ad essere meno collaborative con le impiegate che annunciano maternità. Ma invece di assumere una posizione di scontro, da donne contro donne, Slaughter sottolinea come possa essere difficile per quelle prime donne accettare che adesso non debba più essere necessario calpestare quelle parti di sé (rinunciare alla famiglia, ai figli, ad espressioni di femminilità) per ottenere la stessa stima o gli stessi risultati. Il mondo è cambiato e migliorato parecchio nel frattempo e forse loro non sono in grado di accettare il fatto che i loro sacrifici non siano più riconosciuti come necessari. Ma non dobbiamo dimenticarci che senza quei loro sacrifici la voce delle donne non sarebbe mai entrata in certe stanze.
flexibility is essential
alla fine, al di là dei diritti e delle necessità dei singoli, è nell'interesse del datore di lavoro aumentare la flessibilità. La flessibilità è importante. Non è ovunque possibile nella stessa misura, ma dovrebbe essere ovunque una linea guida. Perché alla fine, è un problema del datore di lavoro perdere un impiegato/a di valore perché non si è trovato il modo di trattenerlo. Mettere le riunioni importanti in orari accessibili ai genitori, dar loro libertà di lavorare fuori dall'ufficio se necessario, dir loro in pratica "non mi porta dove e come lo fai, finché il lavor è fatto in tempo e fatto bene".
this is not only a woman issue, this is a human issue
questo è secondo me il messaggio più importante. Non c'era nemmeno un uomo ad ascoltarla, ma Slaughter non parlava solo alle donne, perché è evidente che i problemi di una famiglia rispetto al lavoro coinvolgono uomini e donne, sono problemi di una società non di un genere. Ci sono i padri delle donne per esempio, che hanno magari orgogliosamente investito nella carriera delle loro figlie, che le hanno spinte a laurearsi, a credere nelle loro capacità, e che di certo non possono dirsi soddisfatti nel saperle sottoimpiegate o disoccupate a causa di una maternità che evidentemente saranno i primi a non considerare solo un loro sfizio. E poi ci sono i padri che lavorano, i mariti delle donne che lavorano, i padri che son cresciuti in un mondo un po' diverso e che vedono nel loro essere padri una parte fondamentale della loro vita: anche loro hanno diritto ad un ambiente lavorativo che consenta loro di occuparsi dei figli, un ambiente lavorativo dove si possa se necessario implementare anche la loro necessità di non fare riunioni a tarda sera, o alle sette di mattina, perché al di là della routine casa-scuola c'è semplicemente la voglia di passer del tempo coi bambini.
fathers do not have it all either
infatti nemmeno gli uomini possono avere tutto, al momento. Anche loro scontano la mancanza di congedi parentali. Ma soprattutto scontano il problema di venir considerati meno che uomini (in molti ambienti lavorativi è così e comunque Slaughter parla degli USA) per chiedere il diritto a veder crescere i loro figli.
the macho culture has to change
È arrivato il momento in cui davvero lasciarsi alle spalle vestigia che non aiutano nessuno e danno solo alibi a comportamenti che alla fine danneggiano tutti, famiglia e impiego, uomini e donne. Saughter lo chiama "trovare il tipping-point" il punto in cui di colpo si dice basta e si capovolge il paradigma. Fa l'esempio del fumare in pubblico. Quel che era normalissimo in passato (fumare a cena, al cinema, nei pub) già pochi anni dopo del divieto generale pare un lontanissimo e improbabile ricordo. Eppure ai tempi la resistenza fu tenace.
È segno che volendo si possono cambiare le cose, con un aiuto significativo del legislatore.
women also have to change
ma anche le donne devono abbandonare quelle parti di quella cultura dalle quali si sentono più rappresentate e persino protette. Le donne devono imparare a delegare e accettare che non saranno più l'unica figura di riferimento dei figli: e questo non sarà un sacrificio, ma una vittoria, il segno che una coppia di genitori ha funzionato al meglio! Eppure lei stessa racconta dello strano moto di gelosia nel sentire i suoi figli chiamare il padre svegliandosi la notte - e ha dovuto ricordare a se stessa che non c'era nessuna accusa in questo al suo ruolo di madre. Le donne devono poi anche accettare che le cose che erano in passato solo di loro (purtroppo) pertinenza non vengano fatte solo esattamente come le farebbero loro. Spesso sono le donne a portarsi addosso standard assurdi, confrontandosi idealmente con l'ideal di angelo del focolare ereditato e con quello di manager competitiva e indipendente che hanno imparato crescendo. È l'ora di smetterla di farsi del male da sole!
why in europe, where they have more benefits, women still are a long way from equality?
infine è necessario sottolineare che in USA la situazione è immensamente peggiore che in Europa riguardo ai benefici sociali. Per esempio, non esiste il congedo maternità e molte donne ricorrono "all'elemosina" dei colleghi-amici che cedono loro le loro ferie per permettere di mettere insieme un periodo sufficiente a farle tornare al lavoro (promettendo di ricambiare il favore). Eppure, nei luoghi di lavoro e nella società, sono accettate molte forme di sessismo che in USA ti porterebbero dritto in tribunale.
Io penso che questo da un lato non ci dica nulla di nuovo, perché le defferenze di wellfare tra europa e stati uniti hanno profonde radici culturali, dall'altro ci debba far riflettere sul fatto che i divieti producono segni più visibili dei benefici, quando si tratta di cambiare l'aspetto della società. (Esempio ne è il divieto di fumo, dopo decenni di campagne di sensibilizzazione). Ma i cambiamenti veri, quelli che accadono nel cuore delle persone, non discendono né dagli uni né dagli altri, o perlomeno non solo. Si tratta di contnuare a scuotere la barca finché non si raggiunge il tipping point, si tratta di continuare a sperare che il futuro sarà meglio del passato, per il semplice fatto che avremo collettivamente vissuto e sperimentato di più. Si tratta di cominciare a cambiare noi stessi, e la nostra famiglia, contemporaneamente continuando a far sentire la nostra voce anche fuori.
venerdì 24 gennaio 2014
Il peggio è passato
Passato il solstizio d'inverno e arrivata la prima neve, pare che finalmente sia tornata la luce.
Me lo dicevano tutti; vedrai, sarà il buio a darti fastidio, non il freddo. Ed è vero, perché francamente qui non fa più freddo che in Germania, o perlomeno non sempre. La corrente del golfo fa sì che in questa parte di Svezia piova più che nevicare, c'è una gran differenza con la costa est. con Stoccolma. E poi in casa fa caldo, più caldo che a casa dei miei nell'umidissima palude in cui vivono, dove piove tutto l'inverno, con temperature che favoriscono muffe e dolori reumatici. Mille volte meglio il freddo secco.
Ma la luce, la luce. è un'altra storia.
A Dicembre, complice la mancanza di neve e la pioggi aincessante, il buio era una costante della giornata. Il cielo diventava al massimo una distesa di nubi grigiaste, tra le nove e le tre del pomeriggio. La luce elettrica in pratica era accesa tutto il giorno. Era orribile svegliarsi e vedere il buio, a maggior ragione essendo disoccupata e non avendo una ragione vera per uscire. D'improvviso ho compreso perché gli svedesi accendano tutte quelle luci sulle finestre. Adventsljusstakar, ossia le candele dell'avvento, sia elettriche che di cera, e le stelle di natale (Julstjärna), che non sono solo le piante ma anche e soprattutto queste meravigliose stelle di carta traforate e illuminate, da appendere alla finestra della stanza con le finestre più frontali.
Diventa davvero necessario, vedere tutta quella luce, sia passeggiando fuori, vedendo le finestre illuminate degli altri, che stando a casa. Ed è per questo che non ci sono tende: queste luci devono essere condivise! Dalla mia cucina, in quei giorni bui, guardavo le case illuminate dei palazzi di fronte, tutti quei candelabri, era rincuorante davvero, faceva sentire meno soli. Perché è proprio un grido di vita e di speranza, un modo di dire agli altri: tenete duro! Siamo ancora qua, vedete? tutti vivi, anche in questo buio. L'inverno presto finirà e tornerà la luce!
Vivendo qui ho anche capito perché in un paese tra i più atei del mondo, il natale sia così sentito.È proprio il solstizio, il punto, sono i saturnalia, è il ciclo della vita, e poi gli puoi dare il nome che più ti aggrada. Puoi tirare in ballo Gesù oppure una santa che perse gli occhi - che appunto rimase al buio. Ma l'importante è che accendi candele, che ti stringi agli altri, che riempi la tua vita dentro casa di dolcezze e luci, per combattere il buio e il freddo di fuori. è facile immaginare come un migliaio di anni fa, buio e freddo fossero un affare ben più serio di oggi, e andassero a braccetto con la morte. Stando qui, lo capisci meglio, ecco.
Indirettamente, ho anche capito il rapporto complicato che le coppie miste (italo-scandinave) hanno con la luce elettrica. Fin da piccola, ho imparato che se è giorno la luce sta spenta. E quando si è costretti ad accenderla presto, d'inverno, a casa mia lo si faceva con un sospiro imbronciato, a malincuore, e contestualmente si tiravano giù le tapparelle. Perché se no i vicini avrebbero visto attraverso le tende. Ora, tutte le coppie miste che conosco hanno questa buffa routine: lo scandinavo gira di stanza in stanza accendendo luci e l'italiano, trovand stanze disabitate e illuminate, le spegne. È un balletto buffissimo. Che però, lo ammetto, facevamo di più in Germania - dove il buio invernale incideva meno. E anche le altre coppie miste cui mi riferisco, erano coppie conosciute in Germania. Qui, in effetti, ho sentito di aver bisogno anche io, delle luci accese.
Oggi c'è un bel sole che brilla sulla neve, un cielo azzurro e tutto questo bianco intorno. Le luci di natale si sono piano piano spente, e son tornate in cantina con gli addobbi e l'albero - dopo il 13 Gennaio. Il peggio è passato.
Me lo dicevano tutti; vedrai, sarà il buio a darti fastidio, non il freddo. Ed è vero, perché francamente qui non fa più freddo che in Germania, o perlomeno non sempre. La corrente del golfo fa sì che in questa parte di Svezia piova più che nevicare, c'è una gran differenza con la costa est. con Stoccolma. E poi in casa fa caldo, più caldo che a casa dei miei nell'umidissima palude in cui vivono, dove piove tutto l'inverno, con temperature che favoriscono muffe e dolori reumatici. Mille volte meglio il freddo secco.
Ma la luce, la luce. è un'altra storia.
Diventa davvero necessario, vedere tutta quella luce, sia passeggiando fuori, vedendo le finestre illuminate degli altri, che stando a casa. Ed è per questo che non ci sono tende: queste luci devono essere condivise! Dalla mia cucina, in quei giorni bui, guardavo le case illuminate dei palazzi di fronte, tutti quei candelabri, era rincuorante davvero, faceva sentire meno soli. Perché è proprio un grido di vita e di speranza, un modo di dire agli altri: tenete duro! Siamo ancora qua, vedete? tutti vivi, anche in questo buio. L'inverno presto finirà e tornerà la luce!
Vivendo qui ho anche capito perché in un paese tra i più atei del mondo, il natale sia così sentito.È proprio il solstizio, il punto, sono i saturnalia, è il ciclo della vita, e poi gli puoi dare il nome che più ti aggrada. Puoi tirare in ballo Gesù oppure una santa che perse gli occhi - che appunto rimase al buio. Ma l'importante è che accendi candele, che ti stringi agli altri, che riempi la tua vita dentro casa di dolcezze e luci, per combattere il buio e il freddo di fuori. è facile immaginare come un migliaio di anni fa, buio e freddo fossero un affare ben più serio di oggi, e andassero a braccetto con la morte. Stando qui, lo capisci meglio, ecco.
Indirettamente, ho anche capito il rapporto complicato che le coppie miste (italo-scandinave) hanno con la luce elettrica. Fin da piccola, ho imparato che se è giorno la luce sta spenta. E quando si è costretti ad accenderla presto, d'inverno, a casa mia lo si faceva con un sospiro imbronciato, a malincuore, e contestualmente si tiravano giù le tapparelle. Perché se no i vicini avrebbero visto attraverso le tende. Ora, tutte le coppie miste che conosco hanno questa buffa routine: lo scandinavo gira di stanza in stanza accendendo luci e l'italiano, trovand stanze disabitate e illuminate, le spegne. È un balletto buffissimo. Che però, lo ammetto, facevamo di più in Germania - dove il buio invernale incideva meno. E anche le altre coppie miste cui mi riferisco, erano coppie conosciute in Germania. Qui, in effetti, ho sentito di aver bisogno anche io, delle luci accese.
Oggi c'è un bel sole che brilla sulla neve, un cielo azzurro e tutto questo bianco intorno. Le luci di natale si sono piano piano spente, e son tornate in cantina con gli addobbi e l'albero - dopo il 13 Gennaio. Il peggio è passato.
martedì 31 dicembre 2013
Fairytale Of New York (Shane MacGowan)
It was Christmas Eve, babe, in the drunk tank
An old man said to me, won't see another one
And then he sang a song, The Rare Old Mountain Dew
And I turned my face away and dreamed about you
Got on a lucky one, came in eighteen to one
I've got a feeling this year's for me and you
So happy Christmas, I love you baby
I can see a better time when all our dreams come true
They've got cars big as bars, they've got rivers of gold
But the wind goes right through you It's no place for the old
When you first took my hand on a cold Christmas Eve
You promised me Broadway was waiting for me
You were handsome, You were pretty, Queen of New York City
When the band finished playing they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
We kissed on the corner then danced through the night
The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day
You're a bum, You're a punk, You're an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scum bag, You maggot, You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse, I pray God It's our last
The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day
And the bells were ringing out for Christmas day
I could have been someone, well so could anyone
You took my dreams from me when I first found you
I kept them with me babe, I put them with my own
Can't make it all alone I've built my dreams around you
You took my dreams from me when I first found you
I kept them with me babe, I put them with my own
Can't make it all alone I've built my dreams around you
The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day
And the bells were ringing out for Christmas day
venerdì 18 ottobre 2013
Fredagsmys
In svedese c'è una parola difficile da tradurre: mys.
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.
Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.
Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?
Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.
A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.
Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.
Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?
Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.
A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!
sabato 31 dicembre 2011
I drink a whisky drink I drink a vodka drink and when I need to pee I use the kitchen sink (Homer J. Simpson)
Natale è passato, il nostro primo Natale insieme, il primo non passato con le famiglie di origine, il primo coi gatti, il primo da sposati, il primo (e l'ultimo) nella nostra strana mansarda che cade a pezzi. Non è stato un Natale natalizio, contrariamente alle intenzioni, abbiamo scoperto che quel che rende Natale natale è il fatto di essere bambini o di avere bambini, e in mancanza di entrambi i presupposti forse il fatto di non trascorrerlo nella stessa casa dei trenta e rotti precedenti ha spezzato l'ultima llusione.
Ad ogni modo è stato sereno, silenzioso, e caldo, senza la neve degli anni passati.
Il 24 a casa mia non si celebra, forse noi toscani siamo gli unici al mondo, chissà, mentre in Svezia è il giorno più importante. Danne voleva fare il porridge, un must della vigilia al quale ero pronta a sottomettermi, ma non abbiamo trovato gli ingredienti. Un po' sconsolati ci siamo adattati a non fare semplicemente niente. Niente messa, niente regali sotto l'albero (il nostro era un ipad comprato insieme e usato in anticipo perché era necessario durante l'ultimo viaggio di lavoro di Danne. Al mattino di Natale un amico, in partenza per le vacanze, ci ha portato un giocattolo laser per il piccolo di casa (Enzo, the Cat) e le chiavi del suo appartamento, così che possiamo passare a trovare ogni tanto il suo gatto solo e abbandonato.
LizaMinnelli, la gattina cieca e traballante che adoriamo oltre ogni umana immaginazione, è felice di averci a casa in queste vacanze, così possiamo difenderla dagli attacchi innamorati di Enzo, che non ha ancora capito che la piccola non ci vede.
Oggi è S.Silvestro, che è la nostra piccola tradizione. Lo festeggiamo sempre qui, ritrovandoci a metà strada dopo i natali passati a 3000 Km di distanza, uno a nord e l'altra a sud, ci cuciniamo una cena un po' lussuosa e beviamo sempre troppo vino. Quest'anno sarà dura, un po' perché domattina cominciamo il trasloco (qua vicino) e un po' perché di bere ancora proprio non ne abbiamo voglia...ieri sera con la scusa di dover svuotare un po' di bottiglie in vista del trasloco, abbiamo invitato un amico. Dopo un po' di vino e due gin&tonic ho perso la brocca completamente e ho solo vaghi ricordi di aver molto riso, anche col caffè in bocca, tanto da averlo sputacchiato in giro e di esser poi finita a passare un paio d'ore sul pavimento del bagno. Ciò implica che io sia scesa al piano di sotto senza rompermi l'osso del collo, anche se non ne conservo memoria, e senza aver salutato l'amico. Ho anche vomitato, quietamente, diligentemente dentro alla tazza, e pure di questo ho un ricordo vago e divertito. So, per esempio, che vomitando pensavo: io non ho mai vomitato per due cocktail! anzi non ho mai vomitato per una sbronza...deve essere il gin. Danne poi mi ha raccattato dal pavimento e dice che ho molto ripetuto queste due cose "I never puke!" e "Please don't buy Gin ever again"
Ma ora la bottiglia è vuota, il malditesta passato e solo gli schizzi di caffè sulla tovaglia testimoniano l'accaduto. Io invece sono mortificata, mi vergogno molto. Di solito ho una soglia alcolica molto elevata, è che sarò allergica al gin (ora basta la parola a darmi la nausea, comunque). Ma la vergogna è per non aver memoria. Ho dunque scoperto che odio perdere il controllo, le inibizioni sì ma il controllo delle mie gambe, della mia bocca...Danne dice che sono troppo severa, perché a parte ridere molto avevo comunque il controllo di quel che facevo (ne è prova che abbia sceso le scale e centrato la tazza!). Dice che sono "a happy drunk", e che considerato che sono normalmente una depressa cronica è pure una cosa piacevole.
Sulla mia depressione vedremo cosa ha da dire questo 2012 da fine del mondo (non è che è pure bisesto e funesto?no eh? già ho dato col 2008).
Ad ogni modo è stato sereno, silenzioso, e caldo, senza la neve degli anni passati.
Il 24 a casa mia non si celebra, forse noi toscani siamo gli unici al mondo, chissà, mentre in Svezia è il giorno più importante. Danne voleva fare il porridge, un must della vigilia al quale ero pronta a sottomettermi, ma non abbiamo trovato gli ingredienti. Un po' sconsolati ci siamo adattati a non fare semplicemente niente. Niente messa, niente regali sotto l'albero (il nostro era un ipad comprato insieme e usato in anticipo perché era necessario durante l'ultimo viaggio di lavoro di Danne. Al mattino di Natale un amico, in partenza per le vacanze, ci ha portato un giocattolo laser per il piccolo di casa (Enzo, the Cat) e le chiavi del suo appartamento, così che possiamo passare a trovare ogni tanto il suo gatto solo e abbandonato.
LizaMinnelli, la gattina cieca e traballante che adoriamo oltre ogni umana immaginazione, è felice di averci a casa in queste vacanze, così possiamo difenderla dagli attacchi innamorati di Enzo, che non ha ancora capito che la piccola non ci vede.
Oggi è S.Silvestro, che è la nostra piccola tradizione. Lo festeggiamo sempre qui, ritrovandoci a metà strada dopo i natali passati a 3000 Km di distanza, uno a nord e l'altra a sud, ci cuciniamo una cena un po' lussuosa e beviamo sempre troppo vino. Quest'anno sarà dura, un po' perché domattina cominciamo il trasloco (qua vicino) e un po' perché di bere ancora proprio non ne abbiamo voglia...ieri sera con la scusa di dover svuotare un po' di bottiglie in vista del trasloco, abbiamo invitato un amico. Dopo un po' di vino e due gin&tonic ho perso la brocca completamente e ho solo vaghi ricordi di aver molto riso, anche col caffè in bocca, tanto da averlo sputacchiato in giro e di esser poi finita a passare un paio d'ore sul pavimento del bagno. Ciò implica che io sia scesa al piano di sotto senza rompermi l'osso del collo, anche se non ne conservo memoria, e senza aver salutato l'amico. Ho anche vomitato, quietamente, diligentemente dentro alla tazza, e pure di questo ho un ricordo vago e divertito. So, per esempio, che vomitando pensavo: io non ho mai vomitato per due cocktail! anzi non ho mai vomitato per una sbronza...deve essere il gin. Danne poi mi ha raccattato dal pavimento e dice che ho molto ripetuto queste due cose "I never puke!" e "Please don't buy Gin ever again"
Ma ora la bottiglia è vuota, il malditesta passato e solo gli schizzi di caffè sulla tovaglia testimoniano l'accaduto. Io invece sono mortificata, mi vergogno molto. Di solito ho una soglia alcolica molto elevata, è che sarò allergica al gin (ora basta la parola a darmi la nausea, comunque). Ma la vergogna è per non aver memoria. Ho dunque scoperto che odio perdere il controllo, le inibizioni sì ma il controllo delle mie gambe, della mia bocca...Danne dice che sono troppo severa, perché a parte ridere molto avevo comunque il controllo di quel che facevo (ne è prova che abbia sceso le scale e centrato la tazza!). Dice che sono "a happy drunk", e che considerato che sono normalmente una depressa cronica è pure una cosa piacevole.
Sulla mia depressione vedremo cosa ha da dire questo 2012 da fine del mondo (non è che è pure bisesto e funesto?no eh? già ho dato col 2008).
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