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giovedì 23 ottobre 2014

And the boys chase the girls, with curls in their hair

Tra i commenti al blog di elasti ho trovato alcuni video pubblicitari di prodotti per la cura del corpo che sembrano aver abbracciato il problema di come le donne si vedono.  Si tratta di più di una marca, segno che questo è stato riconosciuto come un buon approccio pubblicitario. Del resto, dopo tanto parlare di quanto l'immagine del corpo femminile ci avesse condizionato in negativo, le pubblicità che più fanno mostra di corpi femminili e sono rivolte alle donne - innegabilmente, quelle di cosmetici - erano finite sotto esame.

In particolare mi ha colpito questo:



In effetti non so come mi descriverei, ma sono sicura che ho per gli altri molta più indulgenza che per me stessa. Difficilmente descriverei una terza persona inbase ai suoi difetti, penso che i pregi mi colpirebbero di più. Di me, non so, non mi è mai capitato di doverlo fare.

Su altri blog in questo periodo (qui, qui e qui) si è parlato di come sia importante talvolta percepire l'effetto positivo che la nostra apparenza (gnocchitudine, per la precisione) può attuare sugli altri, specie in contesti professionali, o comunque in contesti di relazione con un pubblico di persone che non sono amici, famiglia, comfort zone. Io mi ricordo che quando andavo ai congressi, dedicavo quasi egual attenzione all'estetica del mio powerpoint e della mia presentazione, che alla mia. E non è che ci andassi per stendere qualcuno: era più che altro come mi sarei sentita io in quei panni, il punto. Anzi, a guardar bene, serviva parecchia pianificazione per far sì che tutto paresse casuale e senza sforzo, perché questo avrebbe compromesso il mio sentirmi a mio agio. Nel mio caso (penso che dipenda da persona a persona) si trattava di tacchi alti e qualche aderenza, e soprattutto il trucco che c'è ma non si vede (leggi un buon fondotinta, che pare niente ma un brufolo sul mento secondo me metteva di malumore pure Marie Curie). Tutte le volte che non ci ho badato (perché son pur sempre una cazzona, e a volte ho pensato di non aver tempo per queste quisquilie) la mia presentazione ne ha risentito. Cambiava la mia percezione di me, che si specchiava nelle facce degli altri, un meccanismo che penso abbia tutte le caratteristiche del circolo vizioso.

Parimenti, è molto frequente che una donna si approcci ad unscire da tutti i momenti di cattivo umore, tristezza, insoddisfazione facendo qualcosa che la faccia sentire dentro come se sembrasse più bella fuori: andar dal parrucchiere, cominciare una dieta o uno sport, andar dall'estetista. Ma nasce prima l'uovo o la gallina? si esce dal malumore perché la nostra immagine migliora, o la nostra immagine migliora perché abbiamo semplicemente fatto qualcosa per uscir dal malumore? Io la risposta non ce l'ho. Lo dicevo poco tempo fa, che spesso farmi la piastra al mio cespo di capelli crespi mi fa vedere il mondo sotto una luce migliore.

Questo è del resto il periodo che più di tutti mi mette faccia a faccia con questo dilemma, e se parlava di qua. Il mio aspetto esteriore è cambiato, è una cosa che non riconosco mia. Oltretutto, temendo l'effetto che tale presa di coscienza potrebbe avere su di me, non mi guardo poi molto allo specchio, e alle tante richieste di "foto della pancia" mi trovo a rispondere in preda allo scoramento (perché non ne ho, in pratica, e non so come dire che l'idea non mi entusiasma quanto sembra entusiasmare gli altri). La conseguenza paradossale è che io non so effettivamente quanto io sia grossa. Nella mia testa sono, alternativamente, molto più grossa o molto più piccola di quanto non sia in realtà.
Contemporaneamente, sono venute a mancare le classiche metodologie per porre rimedio alla conseguenza di vedersi allo specchio come non ci si vorrebbe. Non riesco a fare più di tanto sport per esempio, perché ho dolori ovunque e vado in affanno facilmente. E di certo non trovo senso nel mettermi a dieta se comunque quel che dice la bilancia è destinato ad aumentare. Ossia, per tornare al tema di partenza: mi manca la validazione esteriore per un processo che in ultima istanza dovrebbe migliorare il mio stato interiore. Lo sport e la dieta, da soli, senza specchi, non hanno il potere di migliorare come mi sento dentro.

Non credo che le donne siano le uniche ad avere a che fare in questo modo con la loro immagine ormai, anche se penso che su di noi la pressione sia innegabilmente maggiore. Per esempio, quando vado a trovare mia nonna, faccio in modo di avere un aspetto impeccabile più che uscissi con gli amici, perché la sua immancabile frase "ti mantieni sempre bene", detta, lo giuro, con un velo di delusione, mi comprova che la pressione c'è. Mio fratello ci può andare con dieci kg di troppo e a lui non dirà niente, stiamone certi. Però il mondo la fuori è cambiato (per fortuna o purtroppo?) e adesso anche gli uomini dopo una crisi sentimentale corrono subito in palestra.

Dunque che si fa? Da un lato è importante imparare a convivere coi tratti di noi che non sono alterabili, almeno in linea di massima - smettendo così di enfatizzarli, come fanno le donne del filmato. Dall'altro forse voler migliorare quei lati oggettivamente migliorabili non è un segno di vacuità o di superficialità: un miglior tono muscolare, un chilo in meno, cosmetici affidabili... Ma è un equilibrio difficile. Penso che lo sforzo per tenermi in forma sia altra cosa che un'iniezione di botox, o quelle mostruosità che le ex-bellissime attrici si impiantano sotto gli zigomi o si iniettano nelle labbra risultando terrificanti, ma nel mezzo ci sono mille sfumature in cui perdersi. Per esempio, si dice che la Magnani dicesse alle truccatrici: non mi nascondere le rughe, ci ho messo tutta la vita a farmele venire. Io, lo confesso, mi tingo i capelli e non credo che avrò mai il coraggio di smettere. È dura.

martedì 30 settembre 2014

you think that we connect, that the chemistry's correct


Era tempo di dire al mio amico J che c'è un bambino in arrivo. Comunichiamo solo via chat su facebook, in inglese. Avevo rimandato oltremodo perché sotto sotto mi aspettavo grane. La solita esagerata direte voi. J è un caro amico ma da quando è padre è uno scassacazzi di professione. E ammetto che i rapporti si sono un po' raffreddati da parte mia perché ha cominciato a rompermi un po' troppo. Tanto che esasperata tempo fa gli dissi che non mi interessava avere figli e che la piantasse - di colpo smise di mandarmi le foto del pupo.
È quello che mi scrisse che sua moglie era in attesa aggiungendo la frase "sei gelosa? allora mettiti all'opera". Quanto mi fece incavolare quella frase. Quanta insensibilità dietro quelle parole (che ne sa lui di cosa voglio? che ne sa che non ci abbia provato senza riuscire? che ne sa che io non sappia già che non posso averne? e perché dà per scontato che il mio sentimento sarà l'invidia? eccetera)

Stavolta temevo già che mi avrebbe fatto arrabbiare.
Non avevo idea di quanto.
Si comincia col dirmi che è molto felice che finalmente io mi sia decisa.
Mi sale subito la carogna, ma decido di soprassedere, sono sempre prevenuta io, subito irritabile, e poi magari è per via della lingua...
Mi chiede come sono stati i primi tre mesi e gli dico: una favola in confronto ad ora.
Errore madornale. Parte il sermone esplicativo, una mitragliata di informazioni abbastanza basilari, una lista di consigli abbastanza scontati, ha una voglia matta di educarmi, di spiegarmi le cose, di investirmi del suo immenso sapere. Vuole raccontarmi la "sua" gravidanza mese per mese, eco per eco. I messaggi si susseguono senza sosta, lunghissimi e serrati, non posso infilarmi tra uno e l'altro.
Quando finalmente sembra che abbia finito, cerco di rassicurarlo dicendo che persino col solo aiuto del personale medico specializzato avevo già ricevuto tutti quei consigli ma complice il fatto che non c'entrano un accidente con il mio problema di adesso non mi hanno lo stesso aiutato ad evitarmi sto periodo di merda. Dunque parte la lista di acquisti che devo assolutamente fare, lui può aiutarmi, è uno che ha preparato tutto ai minimi dettagli, ha persino misurato il bagagliaio dell'auto prima di comprare il passeggino (no, vabbè, chi ci avrebbe mai pensato?), sa tutto, mi manda link, mi parla della amazon wishlist, mi fa venire le palpitazioni per l'ansia. Conosco un certo numero di mamme e nessuna, nemmeno mia suocera o mia cognata, mi aveva mai sottoposta ad un simile trattamento.
Per fermarlo, stordita e irritata, gli dico: quasi quasi sulla wishlist ci dovrei mettere solo "bambino già pronto, nato, svezzato, spannolinato e già bilingue" e mi eviterei questo periodo fisicamente difficile e pure la mole di ansie di cui mi stai dando un assaggio.
Era una battuta, diosanto. Qualunque cosa pur di fermare quel fiume in piena.
Secondo errore madornale.
Lui ovviamente mi prende alla lettera e si lancia in una discussione sul tema nessun figlio adottivo sarà mai come un figlio vero. I primi 4 mesi ti cambiano come persona. 
Sì ok, gli dico io irritata (perché su questo argomento mi irrito e la prendo sul personale comunque), ma anche i primi 4 mesi dopo che hai adottato non è che siano acqua fresca, è il senso di responsabilità che ti cambia, e quello c'è comunque, mica pensi "ah vabbè ma tanto è adottato, fa niente se si ammala o si fa male".
Ma lui è inarrestabile. E sgancia la madre di tutte le cazzate.
No, è perché serve di partorirlo, perché sia figlio tuo. 
Io indugio con la faccia a urlo muto di Munch prima di mettere insieme una risposta, ma lui mi precede.
E non vale nemmeno il cesareo (che per "fortuna" dove ha partorito sua moglie, in Germania, non era contemplato che come extrema ratio).
È solo col dolore e col sacrificio che si diventa genitori. Mi spiace per mia moglie, e per te, ma è necessario. 

Ovviamente mi è partita la brocca.
Menomale che era una discussione via chat perché se lo avessi avuto di fronte, oltretutto digiuna com'ero, lo avrei fatto a striscette.
E uno gli vuol dire, vabbè ma allora tu scusa mica hai partorito, vorrai mica chiamarti genitore.
Eh no, è qui il bello. Perché lui era nella stanza con la moglie in travaglio, e dunque il cambiamento profondo che ha bisogno del dolore fisico lo ha fatto più lui di quelle "comodone" che si prenotano il cesareo.

Ma porca paletta, ora sì che è guerra.
Mille volte meglio se fosse stato uno di quegli uomini anni 50, che stavano in corridoio a fumare i sigari.
Mille volte meglio che fosse banalmente e apertamente un maschilista di merda.
Mille volte meglio di un invasato che pensa che siccome ha vissuto 9 mesi con una moglie incinta ed è stato spettatore di un parto, allora può andare in giro a predicare a tutte le donne di riprodursi e di partorire con dolore, se no non vale.

Perché capite lui è un padre modello, un marito moderno, uno dei "buoni", l'esempio di come le nuove generazioni dovrebbero essere: pronti a dividersi i compiti, a considerarsi sotto gli stessi parametri.
E se ne esce con questa roba. 
Stiamo messi bene!

Non cito che un 10% delle stupidaggini che è riuscito a inanellare.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.

lunedì 30 giugno 2014

Power tools are a girl's best friends

and then I'll fix my hair as well
where there once was a kitchen
It's all in a day's work! così dicono i supereroi. Per noi i giorni sono stati circa tre, ma finalmente l'orrida cucina anni sessanta color rosso bandiera giace completamente in discarica. Due viaggi con un rimorchio stracolmo di assi di legno, sportelli, ripiani "numerar" ed elettrodomestici. È rimasto solo il frigo, e il microonde...ci aspettano un paio di settimane di monoporzioni da scongelare, oppure della pizza del turco sotto casa, della quale ho sviluppato una preoccupante dipendenza.

E niente, si vede quanto è fico da usare il super bosch professionale (quello blu, non quello verde, care mie) con annesso attrezzo per rimuovere le mattonelle?

Qualche tempo fa un amico mi chiese come andasse con l'appartamento, in una conversazione via messaggi di testo. Io risposi raccontando le varie vicissitudini, perché il lavoro si era dimostrato alla fine più lungo e faticoso di quanto preventivato. La risposta fu: beh, ma che ti importa, lascia fare a Danne, no?
Ora, è evidente che per tante ragioni Danne fa la maggior parte del lavoro e della fatica. È più alto, più forte, e su molte questioni ha un po' di esperienza che io non avevo. Ma quella frase mi ha fatto incavolare a morte. E oggi mi è tornata in mente, quando ho pensato che con l'attrezzo giusto qualunque donna può fare questi lavori, perché l'attrezzo supperisce alla mancanza di forza fisica.

E poi, porca paletta, per me una coppia è una squadra. I compiti si suddividono, ma mica per dire: e questi, amore, sono cavoli tuoi. Ed io uscirò da questa esperienza con una certa conoscenza di come si restaura un appartamento, visto che nell'ultimo anno ho imparato a stuccare, pianeggiare (lappare, per l'esattezza) stendere carta da parati, tinteggiare, mettere il parquet e fissare i battiscopa. E sono soddisfazioni!






domenica 9 marzo 2014

Anne-Marie Slaughter: why women still can't have it all

È l'otto marzo. Qua in Svezia non si esce con le amiche, non si ricevono mimose e in linea di massima che sia l'otto marzo non se ne accorge nessuno per le strade. Però la giornata è riconosciuta e diventa più questione di dibattiti che di effetti commerciali.

Giusto un anno fa  ho avuto modo di ascoltare una conferenza che mi ha fatto molto riflettere. A parlare era Anne-Marie Slaughter, che era stata precedentemente al centro di una piccola bufera in stile "femminismo e fastidio" e aveva in seguito scritto un libro in merito e cominciato a girare il mondo per parlarne.


Non ho trovato la stessa identica conferenza cui ho assistito, ma ne ho trovata una in cui sostanzialmente vengono discusse le stesse cose.



Nel 2009 A.M. Slaughter fu nominata Director of Policy Planning da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato degli US (un equivalente del ministro degli esteri e della giustizia) sotto la prima amministrazione Obama. In questo modo, la Slaughter divenne la prima donna nella storia ad ottenere questa posizione. Nel 2011, alla scadenza del periodo canonico di due anni durante il quale si può chiedere l'aspettativa dal lavoro per ricoprire un incarico pubblico, la Slaughter decise di non prolungare il suo periodo a Washington e di tornare invece al suo incarico alla Princeton University. Rimanendo comunque consulente del Dipartimento di Stato. La decisione di tornare a Princeton non fu solo basata sul fatto che oltre i due anni di assenza avrebbe perso il posto professore, ma anche "sul suo desiderio di poter stare più tempo con la sua famiglia, perché si era resa conto che bilanciare un alto incarico governativo e i bisogni du due figli adolescenti non era possibile". Nel 2012, dopo un anno di dubbi, Slaughter si è convinta a scrivere l'articolo "Why Women Still Can't Have it All" pubblicato da The Atlantic. L'articolo riscosse un enorme interesse, suscitando un dibattito che raggiunse infine la prima pagina del New York Times ed i media di tutto il mondo.

È stato a questo punto che per la prima volta sentii parlare di questa donna. Mi ricordo però solo i titoli di qualche articolo e forse un'eco dalla CNN in sottofondo in casa, un pomeriggio. La mia percezione, allora, fu interamente sommersa dal concetto che molti giornali fecero passare: una donna che dice coniugare lavoro e carriera non è possibile, e rinuncia alla seconda. Plauso dei tradizionalisti. Ira delle femministe. E sdegno mio, perché di certo non avevamo bisogno di una storia come quella.

E invece ne avevamo bisogno.

Primo, era ingiusto farla passare per una che rinunciava alla carriera, visto che di fatto tornava a fare il professore universitario, e quindi a vivere nella città dove erano rimasti suo marito e i suoi figli - non a casa a far la calza, come si suol dire.
Secondo, Slaughter non ha davvero lasciato a metà un incarico, come certi titoli ti facevano pensare, l'ha portato a compimento, ha solo declinato l'offerta di prolungare il contratto.
Terzo, è normalissimo lasciare dopo i due anni. Anche la maggior parte degli uomini che prima di lei avevano avuto quell'incarico, dopo due anni erano tornati a fare quel che facevano prima. Questo perché raramente venivano confermati, mentre lei lo è stata. E anche perché dopo due anni il lavoro precedente non ci sarebbe più stato. Ma di quegli uomini nessuno ha parlato.

Una volta fissate queste importanti precisazioni, ho potuto ascoltarla senza pregiudizio. E ne aveva di cose da dire!
  
It made people talk
Partiamo dalle critiche al titolo "perché le donne ancora non possono avere tutto": lei stessa ammette che fosse forse fuorviante. Ma ha avuto l'effetto di far parlare e tanto, e quindi era un titolo efficace. Un'espressione più articolata e meno tranciante forse sarebbe passata inosservata. E di far parlare c'è ancora tanto bisogno.

I owe it all to the women before me
Riguardo all'accusa che di fatto avesse danneggiato la causa femminista, ha avuto parole molto equilibrate. Ha ammesso che le donne prima di noi hanno avuto barriere più alte da vincere, e regole più dure con cui confrontarsi. Forse hanno dovuto calpestare alcune parti di loro stesse per arrivare là dove prima di loro c'erano solo uomini - e grazie a questo fatto, altre donne hanno potuto seguirle. È opinione diffusa che siano i capi donna single ad essere meno collaborative con le impiegate che annunciano maternità. Ma invece di assumere una posizione di scontro, da donne contro donne, Slaughter sottolinea come possa essere difficile per quelle prime donne accettare che adesso non debba più essere necessario calpestare quelle parti di sé (rinunciare alla famiglia, ai figli, ad espressioni di femminilità) per ottenere la stessa stima o gli stessi risultati. Il mondo è cambiato e migliorato parecchio nel frattempo e forse loro non sono in grado di accettare il fatto che i loro sacrifici non siano più riconosciuti come necessari. Ma non dobbiamo dimenticarci che senza quei loro sacrifici la voce delle donne non sarebbe mai entrata in certe stanze.


flexibility is essential
alla fine, al di là dei diritti e delle necessità dei singoli, è nell'interesse del datore di lavoro aumentare la flessibilità. La flessibilità è importante. Non è ovunque possibile nella stessa misura, ma dovrebbe essere ovunque una linea guida. Perché alla fine, è un problema del datore di lavoro perdere un impiegato/a di valore perché non si è trovato il modo di trattenerlo. Mettere le riunioni importanti  in orari accessibili ai genitori, dar loro libertà di lavorare fuori dall'ufficio se necessario, dir loro in pratica "non mi porta dove e come lo fai, finché il lavor è fatto in tempo e fatto bene".

this is not only a woman issue, this is a human issue
questo è secondo me il messaggio più importante. Non c'era nemmeno un uomo ad ascoltarla, ma Slaughter non parlava solo alle donne, perché è evidente che i problemi di una famiglia rispetto al lavoro coinvolgono uomini e donne, sono problemi di una società non di un genere. Ci sono i padri delle donne per esempio, che hanno magari orgogliosamente investito nella carriera delle loro figlie, che le hanno spinte a laurearsi, a credere nelle loro capacità, e che di certo non possono dirsi soddisfatti nel saperle sottoimpiegate o disoccupate a causa di una maternità che evidentemente saranno i primi a non considerare solo un loro sfizio. E poi ci sono i padri che lavorano, i mariti delle donne che lavorano, i padri che son cresciuti in un mondo un po' diverso e che vedono nel loro essere padri una parte fondamentale della loro vita: anche loro hanno diritto ad un ambiente lavorativo che consenta loro di occuparsi dei figli, un ambiente lavorativo dove si possa se necessario implementare anche la loro necessità di non fare riunioni a tarda sera, o alle sette di mattina, perché al di là della routine casa-scuola c'è semplicemente la voglia di passer del tempo coi bambini.

fathers do not have it all either
infatti nemmeno gli uomini possono avere tutto, al momento. Anche loro scontano la mancanza di congedi parentali. Ma soprattutto scontano il problema di venir considerati meno che uomini (in molti ambienti lavorativi è così e comunque Slaughter parla degli USA) per chiedere il diritto a veder crescere i loro figli.

the macho culture has to change
È arrivato il momento in cui davvero lasciarsi alle spalle vestigia che non aiutano nessuno e danno solo alibi a comportamenti che alla fine danneggiano tutti, famiglia e impiego, uomini e donne. Saughter lo chiama "trovare il tipping-point" il punto in cui di colpo si dice basta e si capovolge il paradigma. Fa l'esempio del fumare in pubblico. Quel che era normalissimo in passato (fumare a cena, al cinema, nei pub) già pochi anni dopo del divieto generale pare un lontanissimo e improbabile ricordo. Eppure ai tempi la resistenza fu tenace.
È segno che volendo si possono cambiare le cose, con un aiuto significativo del legislatore.

women also have to change
ma anche le donne devono abbandonare quelle parti di quella cultura dalle quali si sentono più rappresentate e persino protette. Le donne devono imparare a delegare e accettare che non saranno più l'unica figura di riferimento dei figli: e questo non sarà un sacrificio, ma una vittoria, il segno che una coppia di genitori ha funzionato al meglio! Eppure lei stessa racconta dello strano moto di gelosia nel sentire i suoi figli chiamare il padre svegliandosi la notte - e ha dovuto ricordare a se stessa che non c'era nessuna accusa in questo al suo ruolo di madre. Le donne devono poi anche accettare che le cose che erano in passato solo di loro (purtroppo) pertinenza non vengano fatte solo esattamente come le farebbero loro. Spesso sono le donne a portarsi addosso standard assurdi, confrontandosi idealmente con l'ideal di angelo del focolare ereditato e con quello di manager competitiva e indipendente che hanno imparato crescendo. È l'ora di smetterla di farsi del male da sole!
  why in europe, where they have more benefits, women still are a long way from equality?
infine è necessario sottolineare che in USA la situazione è immensamente peggiore che in Europa riguardo ai benefici sociali. Per esempio, non esiste il congedo maternità e molte donne ricorrono "all'elemosina" dei colleghi-amici che cedono loro le loro ferie per permettere di mettere insieme un periodo sufficiente a farle tornare al lavoro (promettendo di ricambiare il favore). Eppure, nei luoghi di lavoro e nella società, sono accettate molte forme di sessismo che in USA ti porterebbero dritto in tribunale. 
 Io penso che questo da un lato non ci dica nulla di nuovo, perché le defferenze di wellfare tra europa e stati uniti hanno profonde radici culturali, dall'altro ci debba far riflettere sul fatto che i divieti producono segni più visibili dei benefici, quando si tratta di cambiare l'aspetto della società. (Esempio ne è il divieto di fumo, dopo decenni di campagne di sensibilizzazione). Ma i cambiamenti veri, quelli che accadono nel cuore delle persone, non discendono né dagli uni né dagli altri, o perlomeno non solo. Si tratta di contnuare a scuotere la barca finché non si raggiunge il tipping point, si tratta di continuare a sperare che il futuro sarà meglio del passato, per il semplice fatto che avremo collettivamente vissuto e sperimentato di più. Si tratta di cominciare a cambiare noi stessi, e la nostra famiglia, contemporaneamente continuando a far sentire la nostra voce anche fuori.

giovedì 6 febbraio 2014

the gender equality paradox

Ho visto questo documentario molti mesi fa e mi ha dato molto da pensare.
Ha contraddetto molte delle mie convinzioni, ma non tutte, e mi ha sicuramente offerto un punto di vista apprezzabile, nel senso che non l'ho trovato fazioso.
Faziosi sono i commenti che lo accompagnano su youtube.'
Faziose sono certe definizioni date da altri di questo documentario: come far tacere una femminista in pochi secondi, come distruggere le loro argomentazioni, guarda come la femminista ti odia quando le dici una verità scomoda.
Da scienziata, mi piace quando vengono esposti dati, risultati di studi, e quando si possono ascoltare i pareri anche contrastanti di più ricercatori. Da scienziata, tendo ahimé a guardare un po' dall'alto in basso gli studi sociologici fatti col cuore e con le opinioni prima che con il microscopio, ecco. Però, da appassionata di psicologia e sociologia, trovo i gender studies importantissimi e appassionanti. Da donna, e da femminista, trovo fondamentale che ci si interroghi al riguardo.
 Inoltre, quando ho visto per la prima volta il filmato, su youtube non era ancora partito il flame, ecco, i commenti cretini erano assenti ed io me lo sono guardato e goduto immensamente. Per questo spero che sia ancora possibile guardarlo con gli stessi occhi, ignorando che queste cose cerca di usarle per i loro comodi e i loro personali scopi ideologici.

Alla fine, le statistiche sono utili, ci raccontano qualcosa, ma non ci raccontano le singole persone.Secondo me non c'è niente di abominevole in una statistica che ci dice che la maggior parte delle donne ha problemi ad orientarsi, o che la maggior parte degli uomini non ha un talento per le lingue straniere. Non lo trovo pericoloso in sé - specialmente perché è platealmente vero. Io per esempio ho un buon senso dell'orientamento e so sempre più o meno dove sta il nord, senza doverci pensare - ma la maggior parte delle mie amiche si perde facilmente. Un mio amico di mestiere fa il controllore di volo in Germania e mi ha raccontato della durissima selezione a stadi successivi. Fino alla prova di orientamento le donne erano il 50% dei candidati, dopo quella prova sono state quasi tutte eliminate. Io sono sicura che questo non può essere ragionevolmente ascritto al solo sessismo, e introdurre le quota rosa in quella specifica selezione, con quegli specifici candidati, avrebbe potuto in effetti far passare dei candidati meno adatti a quel lavoro.

È un tema rischioso e difficile, e troppo sensibile. Perché introdurre il concetto di differenze di genere innate può essere facilmente strumentalizzato da gente che la userebbe come ragione per tenere le donne a casa a far la calza. L'idea che la differenza intellettiva fosse biologica era di fatto la scusa per negarci pure il diritto di voto, con la storia dei grammi di cervello in meno. Per me, basterebbe far capire che il valore di una persona non è in discussione, che l'intellligenza e la stupidità sono equamente distribuiti tra i generi. Forse non si può dire altrettanto degli interessi e delle pulsioni personali: ma questo non giustifica la polarizzazione bianco-nero imposta dalla nostra società, sfruttata ignobilmente dalle logiche di marketing e di conseguenza rafforzata nella percezione collettiva..

Un buon modello educativo è infatti, secondo me, quello svedese, dove a scuola si insegna a tutti, maschi e femmine, sia economia domestica che educazione tecnica, entrambe le cose con tanto di laboratorio pratico. Così tutti imparano tutto: cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato, lavorare il legno, costruire circuiti elettrici etc. Dunque, le ragazze che hanno interessi tecnici saranno libere di svilupparli prima dei 20 anni (quanto mi sarebbe piaciuto!) e i maschi imparano a fare tutto in casa senza sentirsi degli eroi (quando va bene) o sminuiti nella loro virilità (quando va male). Poi però, una volta che vanno all'università, nemmeno qui in Svezia le donne ingegnere sono il 50%, né gli uomini che studiano lingue o fanno l'educatore d'infanzia. È davvero un problema? Le persone vanno lasciate libere di scegliere in pace - senza condizionamenti culturali né da una parte né dall'altra. Perché io temo che nel numero "stranamente" alto delle donne indiane che studiano informatica (per dirne una) non ci siano solo quelle davvero interessate, ma anche e soprattutto quelle che sperano di venir considerate meglio di un cane una volta che avranno ottenuto un lavoro da uomo...queste non sono pari opportunità, secondo me, tutto il contrario.

Piuttosto mi chiedo questo: anche accettando che esistono dei campi prettamente maschili e degli altri prettamente femminili, come mai ai vertici di entrambi ci sono comunque uomini?


Ma ci sarebbe così tanto da dire, e ho davvero paura di fare un danno ogni volta che mi approccio a questo argomento. Come se il fatto di non poterlo esaurire mi mettesse a rischio di dare una visione parziale, e dunque meno equilibrata.



martedì 4 febbraio 2014

alzare la mano

 
È tanto che vorrei trovare il modo di parlarne (ho collezionato una dozzina di bozze infatti) ma come per tante altre cose ultimamente, mi ci voleva l'ultimo post di Squa per sbloccarmi.
La mia ex-capa ha avuto una carriera fantastica. Ad un certo punto infatti, se ne è andata per prendere una posizione infinitamente più alta. Per una combinazione di eventi, a me (e ad un collega) è toccato in sorte il suo ex-ufficio. Svuotando un cassetto, ho trovato un plico di appunti di un corso rivolto a donne in posizione di leadership, e la pagina che riportava questo testo mi ha colpito più di tutte.


Da "The successful manager", Geraldine Brown e Catherine Brady, Kogan Page, 1993:

Quello che i bambini imparano dai loro giochi:

1) a competere: devi vincere
2) a cooperare: per vincere, devi cooperare coi compagni di squadra
3) a tollerare: non importa se un altro bambino ti piace o no, se è bravo, se ha le capacità che servono per vincere, allora devi volerlo in squadra con te. Essere simpatici o amati non è importante quanto essere rispettati in quanto compagni di squadra.
4) a lavorare verso uno scopo comune: per vincere servono le doti di ogni individuo.
5) ad essere parte di una squadra: per avere successo personale, serve il supporto della squadra. L'identità di gruppo diventa più importante di quella individuale.
6) comando e rispetto del comando: per vincere devi imparare a fare entrambe le cose
7) a perdere: il fallimento non ti abbatte, impari a far meglio la prossima volta
8) a rischiare: è nell'interesse di vincere la partita
9) a pianificare e organizzare: uno schema di gioco fà sì che ognuno sappia che cosa l'aspetta
10) ad accettare le critiche: sia da parte del capo che da parte dei compagni di squadra, perché serve a migliorare il gioco della squadra
11) a interpretare le regole: le regole vanno imparate, ma anche sfidate e piegate
12) ad accettare la responsabilità: come capitano, devi accettare la responsabilità della sconfitta, e condividere il riconoscimento di una vittoria
13) a valutare e ad agire di conseguenza: devi imparare quali sono i punti di forza e di debolezza, tuoi e degli altri
14) ad avere capacità di resistenza: serve molta energia per mantenere la tua efficacia
15) a perseverare: perché devi essere determinato a cercar di vincere anche quando sembra contro ogni probabilità

Quello che le bambine imparano dai loro giochi:

1) che non importa se perdono: le relazioni di amicizia sono più importanti
2) a fare giochi dove nessuno vince: perché se nessuno vince, allora nessuno perde
3) ad evitare i rischi: non ne vale la pena, qualcuno potrebbe farsi male
4) a cercare approvazione: essere amate e apprezzate è la cosa più importante
5) ad evitare il conflitto: così da mantenere buone relazioni
6) a non prendere decisioni: magari si può cambiare gioco, ed evitare una decisione che possa alienare parte del gruppo
7) ad obbedire più che a comandare: quando maschi e femmine giocano insieme, chi prende il comando del gruppo?

Ora, non è che io ritenga questo testo perfettamente condivisibile. È evidente che non tutti gli uomini imparano le 15 lezioni suddette e che nemmeno tutte le donne si comportano come gli altri 7 punti. Per esempio, ci sono sicuramente ragazze che hanno fatto molto sport di squadra da bambine, e magari sono meglio attrezzate in questo senso. Però non ho potuto che notare che io personalmente, non ho imparato molto di quelle 15 cose (guarda caso facevo ginnastica artistica, lo sport con la più alta percentuale di anoressiche dopo la danza). Per esempio:

- io non accetto bene le critiche: se qualcuno mi critica, vuol dire che non mi ama. Se qualcuno mi critica, allora non sono perfetta. E se non sono perfetta, non posso aspirare ad avere nessun riconoscimento, o carriera, o premio, o autostima. Una critica mi getta nella depressione perché mi fa sentire un fallimento.
- io non amo le responsabilità: perché temo che mi metteranno in condizione di fallire, non essendo perfetta come invece dovrei essere
- io tendo a non perseverare: il primo accenno che non sto vincendo mi chiarisce subito che perderò, ovviamente, e come ho mai potuto pensare altrimenti? non essendo perfetta, non era nemmeno il caso che cominciassi a giocare!
- io tendo a stancarmi: perché lo sforzo di convincere me stessa è talmente grande, che non mi resta energia per convincere gli altri
- io odio i conflitti: sono proprio incapace di litigare e poi scoppio in privato
- io odio prendere decisioni, ho troppa paura che siano sbagliate


- io non ho mai rischiato molto, per la stessa ragione




Ora, è ovvio che per fare carriera, i 15 punti aiutano e gli altri 7 ti impacciano. Questo potrebbe spiegare, se davvero essi descrivono statisticamente più gli uomini delle donne, perché ci sono più uomini ai vertici.

Quel che non capisco è perché sia così. Quando avviene? C'è qualcosa di innato in questa diverisità? O è solo culturale?

Che un gran ruolo sia giocato dall'educazione mi pare evidente, almeno nel mio caso.
Ho fatto l'asilo dalle suore e non mi basterebbe un blog per dire in quanti modi quell'esperienza mi ha segnata: le bambine non fanno questo, non fanno quello, se lo fanno si beccano sculacciate. Mia madre è patologicamente insicura, mia nonna non ne parliamo. La mia ex-quasi-suocera mi chiedeva spesso se non volessi fare l'insegnate, invece che perseguire come suo figlio la strada della ricerca, un buon  lavoro da donne, diceva. Prima di ogni esame all'università ero tesissima e a posteriori dicevo sempre "sicuramente non l'ho passato": e lei diceva, se ti spaventa questo, allora come farai a partorire? In una strana commistione di generi della paura. Del resto, quando poi veniva fuori che l'esame l'avevo passato, si scocciava molto di come io avessi potuto essere così insicura. Ecco, era come dire: quelle sono preoccupazioni da uomini, inutili per te, ti distraggono da quelle che dovrebbero essere le tue preoccupazioni, e accidenti come è possibile che alla fine tu abbia i voti più alti di mio figlio?

Per quanto io sia stata fin da piccola una che urlava il suo femminismo piuttosto forte, mi rendo conto adesso di non aver visto i segnali che già un imprinting era avvenuto dentro di me, nonostante tutto. Avevo in qualche modo accettato un certo tipo di logica senza davvero metterla in discussione. Ossia, mi sarei battuta per non fare la casalinga come le mamme delle mie amiche (e la mia ex-quasi-suocera), era chiaro che avrei studiato e avrei avuto la stessa educazione di un mio eventuale marito, come mia mamma, e che avrei lavorato, come mia mamma, ma ecco, che avrei fatto carriera, no, non era davvero nei miei piani. Come mia mamma...Una vita nel compromesso. Con quel bel retrogusto di frustrazione. Mia mamma non ha mai partecipato al conocorso a preside, per esempio. Nella scuola, le insegnanti sono donne per una schiacciante maggioranza, i presidi invece, che ve lo dico a fare? per maggioranza, uomini. Ha sempre detto che avrebbe potuto essere un buon preside, ma non ha mai alzato la mano.



Ma come è accaduto che mi convincessero di dover combattere una guerra interiore verso un irraggiungibile ideale di perfezione, tanto da tagliarmi le gambe per ogni altra competizione? In che modo sono stata educata con lo scopo quasi esclusivo di essere amata e in che modo mi sono convinta che per essere amata dovevo essere perfetta?
E non è accaduto solo a me. Alcune mie compagne di corso manifestavano sintomi  piuttosto simili a me in questo. Se devo dirla tutta, all'univeristà, noi ragazze insicure eravamo anche quelle considerate più "normali", nel confronto impietoso con le tipiche "donne scienziato", nel cliché generale, quelle ossia che non avevano altro nella vita che lo studio, pochi amici e nessun fidanzato. Ecco, in qualche modo, sento che la nostra insicurezza era proprio proporzionale alla percezione esterna che "forse non avevamo bisogno di ammazzarci sui libri". Eravamo quindi considerate più femmine delle altre. Quelli che han fatto più carriera, tra di noi, erano i ragazzi coi voti medi, quelli che facevano sport e avevano la ragazza, possibilmente in un'altra facoltà.

Più ci penso più vedo che i miei sforzi nella scuola non sono mai stati indirizzati al mio personale successo, ma ad avere dei bei voti. Del resto le recenti statistiche mostrano che le ragazze vanno meglio a scuola, hanno in media i voti più alti. E nella vita in realtà i bei voti contano poco. Contano altre cose, come dimostrano le linee guida delle risorse umane. Conta sapere cosa si vuole, tanto per cominciare, sapere dove sta la meta, la porta, il canestro, sapere quanto ci manca a raggiungerlo e cosa fare per arrivarci.

Mi rendo quindi conto adesso che a me non è mai stato detto: che cosa vuoi? che cosa è importante per te? e io adesso non so rispondere. Da che ho memoria, mi è stato detto: fai il tuo dovere (nel mio caso specifico, studiare), e se lo hai fatto tutto non hai niente da temere, avrai un bel voto in ritorno, e la nostra approvazione. Come tante altre ragazze che ho sentito, è facile che alla domanda "che cosa vuoi?" rispondiamo coinvolgendo altre persone, come se la nostra felicità non fosse mai solo una cosa personale. 

Ad un certo punto della mia vita ho lasciato il mio fidanzato. Fu una decisione orribile, che ho trascinato per un periodo troppo lungo. Principalmente, ho dovuto convincere me stessa che la mia felicità avesse un valore, e che non potevo decidere pesandola contro la felicità di tutti quelli che avrei ferito. Questa azione è stata per me dolorisissima e forse unicamente possibile perché già mi ero allontanata da casa. E perché c'era il supporto di Danne (bella forza! bel coraggio!) La reazione di amici e famigliari fu piuttosto brutta e per un po' ho temuto che nessuno mi avrebbe più voluto bene. Adesso, quando parlo con mia madre delle mie paure lavorative etc, lei spesso mi dice "ma tu hai fatto scelte che poche altre avrebbero fatto", sento la sua stima a posteriori, ecco. Mia madre e molte mie amiche che a suo tempo mi avrebbero portata da un esorcista, a distanza di anni mi parlano sottolineando il mio coraggio e la mia indipendenza. E a me viene da ridere, perché adesso più che mai nella mia vita percepisco in pieno che non sono capace di impormi, di difendermi, di ottenere quel che mi spetterebbe, di alzare la mano.E vorrei tanto sapere in che modo si può lavorare su un meccanismo interiore sepolto a tale profondità dentro di me.



martedì 1 ottobre 2013

Ancora sulla Barilla


Allora, io ho questo stupido atteggiamento circa "le notizie del momento": le ignoro finché posso, cerco di convincermi che non meritano il mio interesse. Fuggo dallo Zeitgeist manco fosse un fantasma vero. E poi capitolo, sommersa dalla valanga di commenti del cavolo che finisco col leggere pubblicati ovunque.

Io non ho avuto modo di sentire esattamente le parole incriminate, solo dei virgolettati qua e là.
Del resto penso la stessa cosa sia accaduta a molti di coloro chesi sono espressi in merito. Tanto per cominciare, i vari miei amici non italiani che hanno letto della questione da traduzioni.

Io, la penso così.
E sabato scorso mi sono avventurata nei corridoi della pasta - dove, in Svezia almeno, la Barilla impera - con la stessa lista della spesa di sempre. Tutto era come sempre, devo dire, inclusi i prezzi.
Se c'è una marca che mi è venuta voglia di boicottare, è una di quelle che, come sciacalli, si son gettate sull'opportunità di racimolare della pubblicità a costo zero. Senza aver mai mostrato di voler vendere idee o concetti tanto più progressisti, di essersi mai battuti per niente.

A me scoccia parecchio questa cagnara, perché mi pare sproporzionata rispetto al silenzio tombale in cui precipita l'italia quando si tratta di protestare per l'assenza di diritti, per le leggi che discriminano famiglie atipiche, per la miopia del sistema e del legislatore nei confronti di cambiamenti che non solo stanno accadendo, ma anzi sono già accaduti.

Non solo. Non ho mai sentito nessuno prima protestare più di tanto contro le pubblicità cretine messe in onda dalla Barilla così come dall' 80% delle marche, in Italia. Eppure erano sessiste, irrealistiche, assurde, noiose, e talmente iconiche, nella loro idiozia, che da anni l'espressione "famiglia da mulino bianco" indica una famiglia che non esiste. E tutti compravano Barilla, specie all'estero.

Per inciso, le ferree opinioni del signor Barilla non lo hanno forzato a vendere all'estero con le stesse pubblicità. Manco per idea. La pubblicità Barilla, all'estero, punta su altri cliché abusati: quelli dell'italianità. Ma no, non si vedono donne che servono il piatto di pasta a tavola al marito seduto.
Non si vedono nemmeno coppie gay, a dirla tutta.
Non se ne vedono tante in nessuna pubblicità, ad essere onesti.
E perché? Perché le pubblicità puntano al "largest demographic" di ogni prodotto. Ossia sono piuttosto generiche nella rappresentazione delle persone e delle famiglie, se puntano a vendere a tutti. Quello che noto, è che nelle pubblicità del cibo, in Svezia, Barilla compresa, si punta poco sul mettersi a tavola tutti insieme. Forse perché si da meno importanza al momento topico della cena, non so. Però, e questo mi pare il punto, si vedono spesso uomini ai fornelli, uomini che preparano da mangiare per i bambini. E anche donne, ovviamente.Perché in Svezia - oh ma mica solo in Svezia eh? - ai fornelli prima o poi ci si devono mettere tutti, e pure al supermercato ci devono andare tutti, e quindi perché non cercare di includerli tutti nel largest demographics?
Se la Barilla presentasse qui la sua famiglia irreale, non venderebbe molto. Non perché la boicotterebbero, ma perché lascerebbero fuori una fetta di mercato. E infatti non lo fanno, nonostante le loro ferree idee in merito.
E perché invece lo fanno in Italia?
Non mi volete mica far credere che ad oggi in Italia gli uomini - gli uomini veri che piacciono tanto al signor Barilla, quelli rigorosamente eterosessuali, ecco - non cucinano?Uomini che vivono da soli? Padri divorziati? Studenti? uomini che per una strana mutazione genetica amino cucinare anche se non fanno di lavoro lo chef Barilla?
Evidentemente no.

A quanto pare, gli uomini che poveracci cucinano, in Italia, lo fanno sognando di non doverlo fare, sognando che insieme al vasetto di pesto possano ottenere anche la gnocca col grembiule, le perle e il sorriso materno. Così come insieme al rasoio e al dopobarba gli vendi la gnocca che pende dalle sue labbra e una moto.

Oggi una mia amica paventava che le dichiarazioni di Guido Barilla fossero volute e studiate a tavolino con esperti di marketing, con il preciso scopo di far scoppiare il polverone e aggiudicarsi così the largest demographics: gli intolleranti retrogradi.

Ammetto che faccio fatica a dargli torto, perché sono chiaramente tanti. E oggi lamentano che non si possano più esprimere in pace le opinioni - e sostengono cose come:
non vedo niente di male nel voler prendere le distanze dagli omosessuali
mia mamma pure serviva a tavola, e allora?
mia nonna ha cresciuto tre generazioni senza tante storie, oggi direbbero che era una vittima del maschilismo
(e perché non: mia nonna la randellavano quotidianamente e non ha mai fatto tante storie, oggi sarebbe ad amore criminale)


Ora però mi interrogo sinceramente sul da farsi.
C'è chi auspica leggi che proibiscano di dire frasi del genere in pubblico. Su questo punto vorrei davvero aver sentito la frase originale per dire la mia.
In un paese che proibisce ai gay e ai single di adottare non può essere un crimine dire di essere daccordo con quella che è a tutti gli effetti (purtroppo) una legge del paese.

Certo, io ad uno che dice "poveri i figli di un genitore gay" rispondere "poveri i figli di un genitore idiota".
Ma come si può proibire un'opinione condivisa dal nostro parlamento?
E poi, in generale, proibire le opinioni è una cosa che mi mette i brividi.
Il crimine di hate speech invece è un'altra faccenda, e posso augurarmi che venga implementato.
Ma poi?
Sulla carta abbiamo tante belle leggi.
Sulla carta, diciamo alle donne maltrattate di denunciare.
Sulla carta, è un crimine serio anche maltrattare gli animali.
Ma nella pratica, che cosa cambia? Possiamo ritenerci soddisfatti con la stesura di una legge, anche se fosse molto ben scritta (e spesso non lo è, si veda l'aborto detto "ddl femminicidio")?


E poi si deve cambiare quel che finisce in tv.
Ma mica solo adesso, eh!
Eppure nessuno si è mosso ancora per tanti abomini della nostra pubblicità.
Qui in Svezia, per esempio, non si vedono mai culi e tette nelle pubblicità di abbronzanti e anticellulite che pullulano d'estate. Qui vedo parecchie pubblicità di birra e gioco d'azzardo, però.
È il marketing bellezza!

Proviamo a crescere figli migliori. Proviamo ad essere persone migliori, migliori dei nostri genitori che forse la pensano come Guido Barilla. Proviamo a guardare fuori dal nostro buco di paese.
Fuori, ci sono donne che si mettono la minigonna anche se hanno la cellulite, e non cade loro in testa il cielo.
Fuori, ci sono donne presidente con un dottorato in fisica, col culone e che non hanno sposato nessun figo. Fuori, ci sono pure omosessuali ai quali altri governi hanno concesso il diritto di crescere figli che sembrano in tutto e per tutto uguali agli altri.
Fuori, ci sono persone che guardano avanti.
Fuori, le cose vanno avanti.

mercoledì 21 agosto 2013

cavalleria scandinava

Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato

Bär min väska!

ossia Carry my bag!

così, all'imperativo.
 La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.

Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.

Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.

Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.

Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci

(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)

Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).

 E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.

E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!

Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?

Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.

E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.

E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.