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venerdì 31 gennaio 2014

le parole per dirlo

Una mattina, mi sono seduta in macchina e non sono riuscita a girare la chiave per mettere in moto.

Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.

È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.

C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".

C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.


Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".



Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.

E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?

Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.

Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.

Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.

Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.

Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.

Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo. 

mercoledì 29 gennaio 2014

perché non lavorerò mai più

Tutto il giorno, mi ci è voluto.

Chiamo, non chiamo, chiamo, non chiamo.

Provo in svedese? e se poi non capisco che mi dice? allora in inglese direttamente? oppure parto in svedese e le chiedo se parla inglese? che poi è una domanda retorica ma hai visto mai. E se invece in questo modo mi do subito la zappa sui piedi, che le faccio pensare che non potrò mai lavorare in una compagnia svedese, se non riesco manco a finire una telefonata? allora in svedese? mi appunto due o tre frasi. Ma se mi risponde in svedese su aspetti tecnici non capisco niente...e invece devo capire bene perché così so come scrivere la lettera di motivazione in svedese. Ma a che serve scrivere bene una lettera di motivazione in svedese se tanto si son fatti già l'idea al telefono che lo svedese non lo parlo abbastanza?

E poi qui sul sito dicono: We place great emphasis on the personal characteristics in this recruitment.

Dio quanto li detesto, questi pisicologi delle risorse umane, coi loro metodi infallibili per giudicare già da una frase se il candidato vale la pena guardarlo in faccia. Magari ti giudicano per i tuoi hobbys, magari è più importante che tu sappia sciare che non il tema del tuo fottuto dottorato. Conosco uno per il quale il colloquio di assunzione era in pratica vedere come socializzava in pausa caffè, la super importissima fika coi colleghi. E così penso: quali sono i miei interessi? mi piace scrivere, mi piace leggere, mi interesso di psicologia e sociologia, mi piace fare yoga e allenarmi a casa con il mio tapis roulant, ecco sai che pensano se leggono questo? che sono una asociale, un'insicura, magari pure una piantagrane. Ok, ammettiamo che sia vero (LOL) ma davvero questo ha un impatto su un lavoro tecnico, spersonalizzato, oggettivo, scientifico? E io che ho fatto Scienze perché temevo che, avessi studiato Lettere sarei stata poi sottoposta a giudizi poco oggettivi, in una società poco meritocratica! povera scema. Sai cosa dovrei scriverci, per farmi assumere? Che faccio free-climbing o triathlon. O che l'altra estate ho fatto un corso di barca a vela in Costa Azzurra. Che sono stata eletta quattro volte rappresentante degli studenti e che ero mediatore studentesco. Che a 18 anni ho preso un anno sabbatico per fare il volontario nell'africa sud-sahariana. Nella realtà, non so manco nuotare, ho la fobia degli insetti e ogni volta che me l'hanno proposto ho rifiutato di fare il rappresentante di classe, o di corso di laurea, o di studenti di dottorato.
E allora finisce che scrivo che i miei interessi sono viaggiare, cucinare per i miei amici e imparare le lingue, tutto vero per carità, ma allora perché mi sento così sfigata a scriverlo?

Mi viene da vomitare.


Devi chiamare, mi dicono tuti: prima, durante e dopo aver applicato, prima e dopo i pasti, devi rompergli le scatole, devi avere la voce ferma e allegra, non devi mai essere sincera ma nemmeno mentire troppo, devi spiegar loro perché tra tutte le persone del mondo dovrebbero assumere proprio te (ma guarda, io non mi assumerei, ogni volta che leggo di una posizione penso che io no, stiamo freschi), devi dir loro che cosa puoi fare per loro (eh? cioè, cercano qualcuno per quel dato lavoro, no? e io quello faccio, mica posso andar lì e inventarmi di far tutt'altro, no?) e sopratutto, cerca di non sembrare una malata di mente.


Per quello hai sempre il blog e grazziaddio che non lo legge nessuno.

Ok, faccio il numero.

Mi si annebbia un filo la vista. Butto giù prima che suoni.

Sai cosa? mi son scordata il magnesio stamani. E anche la vitamina D che serve tanto a queste latitudini.

Riprovo?


C'ho il cuore in gola. La tachicardia.

Spè che rileggo quello che scrivono sul sito.

Richiamo.

Suona.

Suona.

Suona.

Non risponde nessuno.

Sono le quattro deficiente. Alle quattro sono già tutti sulla via di casa, o a fare jogging, o al supermercato, o in palestra, o a fare un corso di capoeira o modellismo o danza del ventre o fotografia digitale. Glie possino.

Vabbè domani allora.


Intanto mi accascio un attimino.


martedì 28 gennaio 2014

il re dei cliché

Il lunedì ho l'abitudine di guardare la Littizzetto a Che tempo che fa, su internet (in differita, come in purgatorio). E il suo pezzo di ieri ha ovviamente suscitato un irrefrenabile voglia di commento. Dico ovviamente, perché se c'è un argomento italiano su cui noi espatriati, e sopratutto noi espatriate, ci scaldiamo anche dopo un'eternità all'estero, è questo.
Il Bidet.

Oramai sono anni che sopravvivo senza, così come vivo senza molte altre cose italiane che mi mancano. Ma ho ben chiaro che qui si sta proprio in una categoria a parte. Io vivo con questa speranza, o sogno, che un giorno avrò una casa un filo più grande, dalla quale non mi aspetterò di traslocare entro pochi anni, e i soldi e la motivazione per rifare il bagno, e dio m'è testimone, in quel bagno metterò un Bidet.
Danne mi guarda stupito, quando lo dico, e chiede: ma perché?

E qui sento che devo fare una precisazione per i miei compatrioti, e pure per la Littizzetto, hai visto mai passasse di qui, visto che ieri diceva di imporlo per legge alla Commissione Europea - un bidet in ogni bagno d'Europa.

Gli stranieri, il bidet, non lo vogliono.

Forse non tutti sanno che, infatti, negli anni ottanta il Bidet conobbe una certa popolarità anche fuori dai patri confini. Gli anziani (tipo me) si ricorderanno infatti la scena di Crocodile Dundee, ospite del Grand Hotel a New York, che chiede alla bionda giornalista a cosa serva quel piccolo sanitario. E poi, quando ci arriva, le urla dalla finestra "Ah ho capito: serve a lavarsi il c**o!"
Ecco, ci siamo mai chiesti come potesse esserci una tale scena se non capita proprio mai di trovare un bidet in USA? Io ai miei lo chiesi, guardando il film da bambina, e loro non sapevano che dire. Ora lo so: erano gli anni ottanta, e i più ricchi e i più sciccosi, il bidet lo avevano installato...e poi lo hanno tolto! In Svezia, a quanto pare, non fu solo una cosa da ricchi. Fu così infatti che Danne, con l'aria di uno ipnotizzato per ritrovare una memoria sepolta, mi disse che in effetti si ricordava vaghissimamente di averne visto uno nel bagno di sua madre, da bambino. Ecchevvelodico a fare, sparì nel giiro di poco. Ora, togliere un sanitario non è che sia proprio una cosa da niente: bisogna essere motivati. Ecco, questo è cosa pensano le donne straniere del nostro Bidet.
Facciamocene una ragione.

E come fanno? Non possono mica farsi sempre la doccia? mi chiedono tutti, tutte le mie amiche e (non ci si crede) pure la mia ginecologa in italia. Ecco, a parte il fatto che probabilmente fanno la doccia più spesso, non avendo modo, come si dice dalle mie parti, di "lavarsi a pezzi". anche perché hanno lavandini di due cm cubici, giusto i denti ti ci puoi lavare. No, ecco, usano la carta igienica bagnata. Per questo, immagino io, la ricerca di cui parlava la Littizzetto ieri mostrava come siano proprio questi paesi ad avere più richiesta di carta igienica non riciclata, perché mi pare resista meglio quando la bagni. Ma è una mia speculazione. Inoltre, sia in Germania che qui in Svezia, ho visto vendere moltissimo le salviettine imbevute che possono essere buttate nel water, ossia idrosolubili. Una mia amica italiana che lavora nel settore, quando le ho detto questa cosa, mi ha detto "Ah finalmente capisco! Ci hanno detto che volevano commercializzare questo prodotto e con le mie colleghe ci chiedevamo a che cavolo servisse!". Ecco a cosa. Ovviamente, io ne faccio un uso criminale, e metto in un angolo la mia parte green ed ecologista, legata a una sedia con un fazzoletto in bocca.

Ah, peraltro i detergenti intimi li trovi praticamente solo in farmacia, altro che cien del lidl. Io li importo dall'italia, hanno pure precedenza sull'olio biologico fatto dai miei. Tanto per dire.


Parlando di questo ameno argomento, mi è tornata in mente un'altra cosa su cui ho molto riso (c'ho un senso dell'umorismo un po' sui generis). Al Göteborgs stadsmuseum c'è una sezione dedicata alla storia della civiltà Vichinga, e se non ricordo male, c'erano riportate testimonianze dei loro incontri con civiltà più meridionali. I Vichingi infatti si spinsero anche fino a Costantinopoli e ne è rimasta testimonianza negli scritti di storici arabi del tempo. Ecco - uno di loro scriveva anche di questa differenza di usi e costumi...mille anni fa. Mi fa ridere perché di tutte le cose che potevano colpire uno storico dell'epoca, nell'incontro tra due civiltà tanto lontane, geograficamente, culturalmente, con tali difficoltà linguistiche, c'è finita proprio questa, ai posteri.

Si vede che abbiamo una sensibilità diversa al riguardo. Magari pure delle differenze genetiche, ormai, non mi stupirebbe, E di sicuro, le temperature diverse avranno avuto la più grande responsabilità al riguardo. E insomma, dopo mille anni e in pieno villaggio globale, è tempo di accettarlo, no?

venerdì 24 gennaio 2014

Il peggio è passato

Passato il solstizio d'inverno e arrivata la prima neve, pare che finalmente sia tornata la luce.
Me lo dicevano tutti; vedrai, sarà il buio a darti fastidio, non il freddo. Ed è vero, perché francamente qui non fa più freddo che in Germania, o perlomeno non sempre. La corrente del golfo fa sì che in questa parte di Svezia piova più che nevicare, c'è una gran differenza con la costa est. con Stoccolma. E poi in casa fa caldo, più caldo che a casa dei miei nell'umidissima palude in cui vivono, dove piove tutto l'inverno, con temperature che favoriscono muffe e dolori reumatici. Mille volte meglio il freddo secco.
Ma la luce, la luce. è un'altra storia.
A Dicembre, complice la mancanza di neve e la pioggi aincessante, il buio era una costante della giornata. Il cielo diventava al massimo una distesa di nubi grigiaste, tra le nove e le tre del pomeriggio. La luce elettrica in pratica era accesa tutto il giorno. Era orribile svegliarsi e vedere il buio, a maggior ragione essendo disoccupata e non avendo una ragione vera per uscire. D'improvviso ho compreso perché gli svedesi accendano tutte quelle luci sulle finestre. Adventsljusstakar, ossia le candele dell'avvento, sia elettriche che di cera, e le stelle di natale (Julstjärna), che non sono solo le piante ma anche e soprattutto queste meravigliose stelle di carta traforate e illuminate, da appendere alla finestra della stanza con le finestre più frontali.
Diventa davvero necessario, vedere tutta quella luce, sia passeggiando fuori, vedendo le finestre illuminate degli altri, che stando a casa. Ed è per questo che non ci sono tende: queste luci devono essere condivise! Dalla mia cucina, in quei giorni bui, guardavo le case illuminate dei palazzi di fronte, tutti quei candelabri, era rincuorante davvero, faceva sentire meno soli. Perché è proprio un grido di vita e di speranza, un modo di dire agli altri: tenete duro! Siamo ancora qua, vedete? tutti vivi, anche in questo buio. L'inverno presto finirà e tornerà la luce!
Vivendo qui ho anche capito perché in un paese tra i più atei del mondo, il natale sia così sentito.È proprio il solstizio, il punto, sono i saturnalia, è il ciclo della vita, e poi gli puoi dare il nome che più ti aggrada. Puoi tirare in ballo Gesù oppure una santa che perse gli occhi - che appunto rimase al buio. Ma l'importante è che accendi candele, che ti stringi agli altri, che riempi la tua vita dentro casa di dolcezze e luci, per combattere il buio e il freddo di fuori. è facile immaginare come un migliaio di anni fa, buio e freddo fossero un affare ben più serio di oggi, e andassero a braccetto con la morte. Stando qui, lo capisci meglio, ecco.

Indirettamente, ho anche capito il rapporto complicato che le coppie miste (italo-scandinave) hanno con la luce elettrica. Fin da piccola, ho imparato che se è giorno la luce sta spenta. E quando si è costretti ad accenderla presto, d'inverno, a casa mia lo si faceva con un sospiro imbronciato, a malincuore, e contestualmente si tiravano giù le tapparelle. Perché se no i vicini avrebbero visto attraverso le tende. Ora, tutte le coppie miste che conosco hanno questa buffa routine: lo scandinavo gira di stanza in stanza accendendo luci e l'italiano,  trovand stanze disabitate e illuminate, le spegne. È un balletto buffissimo. Che però, lo ammetto, facevamo di più in Germania - dove il buio invernale incideva meno. E anche le altre coppie miste cui mi riferisco, erano coppie conosciute in Germania. Qui, in effetti, ho sentito di aver bisogno anche io, delle luci accese.

Oggi c'è un bel sole che brilla sulla neve, un cielo azzurro e tutto questo bianco intorno. Le luci di natale si sono piano piano spente, e son tornate in cantina con gli addobbi e l'albero - dopo il 13 Gennaio. Il peggio è passato.

martedì 21 gennaio 2014

il dio delle piccole cose

Il mio rapporto con le cose, gli oggetti, è piuttosto tormentato. Mi sono costretta in pratica a vivere con sempre meno cose, perché, con i miei genitori in pratica hoarders allo stadio iniziale, ho cominciato a sentire le cose come una zavorra che ci portava tutti giù.
Eppure, il trasloco mi ha messo di fronte ad alcune mie contraddizioni.
Ho scoperto che ci sono oggetti, all'apparenza identici a tanti altri che ho buttato via senza un attimo di dubbio, sapendo che avrei potuto rimpiazzarli facilmente all'occorrenza,che invece considero insostituibili.
C'è una bilancia digitale - di recente la usiamo spesso perché stiamo seguendo una dieta. Se l'avessi perduta o lasciata in Germania, ne avrei trovate mille altre identiche da lidl, per dieci euro. Però ogni volta che la uso ripenso al 2006 e ad un ragazzo svedese appena conosciuto che mi chiese di aiutarlo a scegliere tra i premi che poteva ricevere da una raccolta punti. La raccolta punti di Karstadt, per l'esattezza. Non mi ricordo gli altri oggetti del catalogo, ma mi colpì questo ragazzo che viveva solo, che faceva una raccolta punti in un grande magazzino, e che tra tanti piccoli oggetti pensava di prendersi una bilancia digitale. Perché mi colpiva? forse aveva la mia età, all'incirca, l'età degli amici lasciati in Italia, e nessuno di loro aveva vissuto da solo, e nessuno di loro, me compresa, si era ancora approcciato alla vita con le esigenze e le priorità di un adulto, uno che ha bisogno di una bilancia digitale. E poi, ovviamente, mi colpì che chiedesse consiglio a me, come se sapesse che un giorno non lontanissimo, avrei diviso con lui l'uso quotidiano di quella bilancia.
Ci sono dei candelabri di metallo, e una tovaglietta da tavolo. Nulla di costoso, niente di meraviglioso. Ma ogni volta che li guardo, mi ricordo di un sabato a spasso per la città, di una svendita speciale organizzata dal suddetto grande magazzino, in un garage adiacente, e noi che passeggiando la scopriamo per caso, entriamo, e frughiamo pigramente tra ceste di oggetti in saldo. E penso che non ho mai comprato una tovaglia in vita mia, né dei candelabri, e penso che anche solo il gesto, di rendere la nostra casa più nostra e più accogliente mi fa sentire bene. Ripenso a quel periodo, alla casa sgangherata in affitto, ai mobili di seconda mano, i segni della vita da single di un ragazzo, le chitarre e i pesi sul pavimento e i miei vestiti che entravano tutti nella metà del suo piccolo armadio.
C'è un bollitore per l'acqua - comprato da aldi per 15 euro, che mi è sempre sembrato fichissimo, e ogni volta che l'accendevo e vedevo quella futuristica luce blu mi sentivo come se avessi fatto un gigantesco upgrade della mia vita.
C'è il tostapane che lascia il segno bruciato di un teschio su ogni fetta di pane, quello con su scritto "sweet child of mine", comprato per lui in quel negozio di cose pazze che si chiamava Grüner Krebs - e usato ogni giorno, per anni, e oggi un poco meno - ma ogni volta ripenso a quanto costasse, e a quanti pochi soldi avessi.
Ci sono poi due pirofile di vetro col tappo di plastica, e sono sicura nessuno penserebbe mai che siano insostituibili, ma è che mi ricordo bene quel giorno da walmart. Perché non avevamo la macchina, e ci siamo andati col tram, da walmart, che stava un poco fuori città, ci siamo andati apposta cambiando due o tre linee. E per portare a casa la spesa di quel giorno, abbiamo dovuto comprare pure quelle borse rigide, quelle che non sono usa e getta, e pure quelle abbiamo ancora. Le pirofile erano perché avevamo appena comprato il forno, che Danne non aveva mai avuto nella sua cucina sgangherata da scapolo, un piccolo forno elettrico, ma grande abbastanza per farci una pizza, e non avevamo nessun recipiente per cuocere nulla in forno, e bisognava pure trovarne di abbastanza piccoli, perché ci entrassero. E dunque quelle pirofile, una grande e una piccola, di vetro pirex, che pesavano pure un po' sulla via di casa, alla sera, in quei primi mesi di vita comune, quel primo inverno in cui tutto cambiò. L'altro giorno ci siamo chiesti perché non ne abbiamo mai più trovate, di pirofile col tappo in plastica, ora che abbiamo un forno grande, ora che ogni tanto portiamo una teglia di lasagne da questo o da quello e pensiamo, se solo avesse il tappo! Ma è così, niente sarà mai così perfetto come quei primi oggetti solo nostri, quei primi pezzi del nostro futuro, quei primi passi nella mia vita adulta.




martedì 14 gennaio 2014

Dos idiomas dos almas*

Con Danne ancora non parliamo svedese. Riesco a parlare svedese con lui solo se ci sono intorno a noi altri svedesi. E anche in quel caso, se si tratta di amici che conosco da tanto, sono enormemente a disagio. Con i famigliari di Danne, invece, coi quali non ho mai potuto prima d'ora parlare più di tanto, passare allo svedese è stato un passo avanti.
Il motivo è ovvio: mi sento come sdoppiata, e sento che di colpo la me stessa che parla svedese  non mi appartiene, e questo mi fa tanta più impressione quanto più i miei interlocutori mi hanno conosciuta nella piena potenza di una lingua a me più nota.. Sono una persona diversa da quella che fino a ieri con le stesse persone parlava inglese, una persona che parla con un vocabolario ristretto, che è involontariamente comica ma non è capace di esserlo volontariamente - perché declinare il senso dell'umorismo.in una nuova lingua è forse l'ultima cosa che si riesce a fare, molto dopo che si è già diventati fluenti.
 
In effetti ho dovuto ripensare a come sia andata con l'inglese. Non me ne sono accorta, a suo tempo, ma ci ho messo anni a trovare me stessa nella mia seconda lingua. Non so esattamente quando sia accaduto, ma comunque anni dopo aver conseguito, a vent'anni, il famoso livello C2, quello che corrisponde, sulla carta, ai madrelingua. Prima del C2 ero comunque in grado di parlare inglese in modo rilassato, avevo avuto modo di fare molte amicizie in altri paesi, conoscere gente, cavarmela in situazioni quotidiane. L'inglese era però la lingua delle vacanze, delle parentesi aperte e chiuse. Non ne avevo bisogno al di fuori di esse, e durante potevo ben permettermi di essere più o meno io, ma smussata di tante complicanze, di tante sottigliezze. Dove il vocabolario non mi seguiva, la conversazione non andava, e andava bene così, anche perché ero una ragazzina.

Il cambiamento è avvenuto molti anni dopo, quando mi sono trasferita in Germania, l'inglese si è preso tutta la mia vita, incluse le ore di dormiveglia e di sonno.Vivevo in uno studentato dove ero l'unica italiana e soprattutto, là ho conosciuto Jason. Jason mi assomigliava tanto, era come una me stessa cinese e maschile. Jason è madrelingua inglese, ma un inglese velocissimo e duro, come è quello che si parla a Singapore. Le nostre serate passate a parlare e guardar film, fino alle quattro del mattino, sono stati il vero shock linguistico. Ricordo bene che molte di quelle conversazioni le seguivo con molta fatica, che a volte al telefono non lo capivo, che guardare un film o una serie tv dove si parlasse con forti accenti o in modo gergale era difficile. Un esempio su tutti: Snatch visto senza sottotitoli fu una pena tremenda. È vero, ero già stata in grado di leggere in lingua originale molti classici inglesi, ma col diario di Bridget Jones, per fare un altro esempio, avevo fatto molta più fatica. Mi mancavano le parolacce, le espressioni colorite, la percezione che una frase può essere detta in molti modi. E il senso dell'umorismo....ah, la fatica di tradurre le cose che mi facevano ridere, e la realizzazione che semplicemente non si può. Perché pare assurdo ma non ci fanno ridere le stesse cose, in due lingue diverse. E questo, incidentalmente spiega perché in Italia detestavo I Griffin e invece adesso adoro Family Guy. È che semplicemente in italiano spesso non funziona, non si è in grado veramente di decodificarlo. Anche perché mancano alcuni riferimenti culturali.

E qui si apre un altro capitolo. Il cinema, le citazioni da film o da episodi de I Simpson sono sempre state una gran parte delle conversazioni con i miei amici, in Italia come all'estero. Ma solo dopo aver conosciuto Jason mi sono resa conto che non potevo comunicare semplicemente traducendo all'indietro, dall'italiano all'inglese, le frasi celebri e le battute. Anzi, nemmeno i titoli dei film! Dopo aver conosciuto Danne, ed aver capito che ormai l'inglese era una componente fissa della mia vita, ho dovuto riguardare tutti i film che erano stati importanti per me in lingua originale, da Via col Vento al Padrino - perché devi sapere come dire Cara francamente me ne infischio! in modo che si capisca che stai citando Reth Butler. Sembra una cosa da niente ma ci ho messo anni!

Ecco, ci ho messo anni. Io e Danne siamo insieme da 7 anni. Abbiamo le nostre battute, i nostri modi di dire, le nostre citazioni, i nostri riferimenti, tutto in inglese. Forse altre coppie miste hanno sempre avuto un modo misto di parlare - ne conosco che mischiano due o tre lingue costantemente - ma forse per noi non è stato necessario poiché potevamo coprire tutti gli ambiti della nostra vita con questa seconda lingua. Dalle parole d'amore alle parolacce, mi è rimasto solo di dirgli stronzo, ogni tanto. Ma questo lo dice anche Colin Firth, che ha la moglie italiana e che parla italiano, che stronzo è la sua parola preferita!

Passare allo svedese con lui mi costa fatica ma soprattutto trasforma interamente la nostra relazione, per quello non mi riesce. All'inizio lui rideva, e lo capisco, perché è così pazzesco il confronto. Non so essere in svedese né sarcastica né sboccata, non mi soddisfano queste parolacce senza cuore che parlano solo di inferno e dannazioni, non riesco nemmenoa gridare al gatto di scendere dal tavolo, in svedese

Dai tempo al tempo, mi dico. Piano piano arriveranno tutti i riferimenti culturali che mi mancano.
E una parte di me, in un angolo, sospira e pensa...di nuovo? Dopo la fatica fatta con l'inglese e quella fatta col tedesco siamo daccapo! E capisco la mia compagna di corso che una volta è sbottata dicendo "Questa lo giuro è l'ultima lingua che imparo!"

* citazione da non so chi. Avrei tanto voluto studiare spagnolo, io.





martedì 7 gennaio 2014

mia nonna

Mia nonna non mi telefona. C'è come una regola non scritta, che dice che sono i nipoti a dover chiamare i nonni. Specialmente se sono stati così insensibili da andarsene all'estero. Forse è un corollario a quell'altro teorema, quello per cui le visite dei nipoti bambini sono gradite anzi anelate, finché i suddetti nipoti sono  carucci e ben vestiti e si trattengono massimo un paio d'ore. Le chiesero se potevo andare a pranzo da lei una volta a settimana, quando avevo undici anni, per via del tempo pieno - i miei lavoravano. Lei disse di no, che non se la sentiva, un impegno troppo oneroso. Come risultato mi hanno dovuto iscrivere ad un'altra scuola, e come conseguenza io alle medie ho studiato francese e non inglese. E come conseguenza ho dovuto fare inglese privatamente, e alla fine è anche meglio così. Però questa nonna che non mi voleva a pranzo qualche perplessità me l'ha lasciata.

Mia nonna pretende.  Il suo unico figlio è il suo servetto. Per questo mio padre non può venirmi a trovare, o muoversi da casa per più di due giorni.  Di conseguenza, mi disse subito che al mio matrimonio non sarebbe venuto (poi mia madre minacciò ritorsioni), così come non è venuto al mio dottorato. La nonna di questo gode enormemente. (Del mio dottorato ha detto: ma come, non era già dottoressa?) Gli dice spesso eh che catena corta che ti ho messo ma con un certo piacere, non so se mi spiego, e mai una volta ha fatto il gesto eroico, simbolico, di dirgli "ma sì vai, che me la caverò". Scherziamo? È il suo trionfo.

Come a giustificarsi del gran bisogno che ha che mio padre la accudisca, spesso dice "io volevo fare anche una femmina, ma non è venuta". Ed io penso a questa femmina, questa desiderata servetta che avrebbe di sicuro sollevato mio padre da tanti compiti, fin dall'infanzia. Che vita avrebbe avuto. E penso menomale che non è venuta, anche se mi spiace per mio padre. Mio padre ha sempre dovuto aiutare in casa, anche nelle faccende, perché mia nonna ha avuto spesso problemi di salute, periodi di infermità. E però mia nonna lo ha fatto studiare, mio padre, contro il parere del padre e della scuola che lo vedeva bene all'aviamento o all'istituto tecnico, e invece fu tra i primi a fare lo scientifico. Lui di questo gliene è grato e sorride quando la sente dire "io ho fatto un dottore". Peccato solo in fisica, e non in medicina, come avrebbe voluto. E mi chiedo che scuola avrebbe fatto, la femmina che non è stata. Avendo fatto un dottore, un investimento, mia nonna aveva anche delle aspettative sul riscatto sociale ed economico che ne sarebbe venuto. E invece mio padre si è sposato subito dopo essersi laureato, e quel primo assegno da borsista (come i dottorandi di oggi) non era destinato a lei, ma a alla nuova famiglia. Per giunta lontana, perché il lavoro lo avrebbe portato a girare un po' per l'italia, con questa moglie disapprovata perché laureata, perché coetanea, perché conosciuta da poco, perché inferiore in niente, anzi. Lei avrebbe preferito che restasse vicino, che aspettasse, che trovasse una diciottenne incolta e senza prospettive lavorative, che avrebbe immediatamente preso il posto di servetta. La femmina tanto agognata.

I primi anni di matrimonio furono molto belli, dice mia madre - lontano da tutti. Epperò le lamentatio di mia nonna li raggiungevano anche a centinaia di km. Povera donna abbandonata dal figlio costretta ad affidarsi alla gentilezza di estranei (dicevano i pettegolezzi). Mia nonna aveva allora sessant'anni, meno di mia madre adesso, era appena andata in pensione: fu allora che cominciò a pieno titolo la sua carriera da inferma, malata, moribonda, costringendo la nostra famiglia ad un precipitoso rientro nelle vicinanze. Adesso ha 92 anni, e sta più o meno come allora. Ma col tempo ho compreso meglio la sua necessità di essere malata. A dirlo non ci si crede, ma per mia nonna andare in ospedale ricoverata era come andare in vacanza, era andare in un posto dove sarebbe stata accudita e dove la famiglia sarebbe stata costretta ad andarla ad assistere al suo capezzale. Mia nonna che si preparava ad un ricovero era un ciclone di paranoie, entusiasmi, voci alzate e toni teatrali. Era nel suo elemento. Per anni le ho sentito dire che suo marito almeno su una cosa non faceva economie: le cure mediche. Col tempo mi sono fatta l'idea che i ricoveri, i pianti, le iperboli erano il suo modo di sentirsi amata, in un modo forzoso e bullo che le somigliava profondamente.

Lei era figlia di mezzo di una famiglia di contadini, dove le donne mangiavano su una "seggiola nel canto del fuoco" e gli uomini serviti a tavola - nessuno contava meno di lei. Il fratello scapestrato era il cocco di casa, e lei per prima si sarebbe fatta ammazzare per servirlo meglio. Una madre intelligente ma insicura, una sorella debole e molto meno intelligente di lei, un padre piuttosto ottuso, e lei in mezzo a fare per tre, con una forza ed un'energia di cui andava molto orgogliosa. Grande e grossa, forte di braccia e di voce, la chiamavano la bersagliera e ne era intimamente fiera. Solo che in pratica era la bestia da soma di casa: e più lei si faceva in quattro e più cresceva in lei la proiezione su quel futuro in cui sarebbe stato il suo turno di essere servita. Adesso quando vedo come tratta la donna delle pulizie mi vergogno profondamente.

La famiglia di mio nonno, in cui si trasferì dopo il matrimonio, era pure una famiglia di mezzadri, anche lì il lavoro era durissimo, ma le dinamiche famigliari erano un po' diverse, le donne un filo meno bistrattate, all'educazione si dava importanza. Mio nonno aveva la terza elementare ma per i campi lo chiamavano il dottore - ed io lo ricordo ottantenne a leggersi tutti i libri di storia di mia madre, silenzioso e profondo com'era. Ecco io credo che mia nonna non trovò il cambiamento in cui sperava, sposandosi, nonostante avesse fatto il maschio, l'unico erede del cognome di casa. Poté però almeno aggrapparsi a quel ruolo di privilegio delle famiglie contadine, un ruolo conteso ferocemente tra suocere e nuore, quello della malata. Mio nonno era orfano, e avena solo una sorella, il ruolo fu subito suo. E grazie ad una gravidanza difficile, alle immense fatiche dell'infanzia e ad una schiena geneticamente difettata (la stessa che ho io) fu abbastanza facile. Seguirono operazioni di ernie, busti, ferri vari. Da piccola me li mostrava piuttosto fiera; guarda guarda la tua povera nonna coi ferri che le sorreggono la schiena. E lei lo sapeva che io avrei avuto lo stesso problema - quanto me lo ha ripetuto! vedrai vedrai quando sarai vecchia! ma non prima di allora: finché c'è lei al mondo, il ruolo è suo. E la mia schiena, le lastre, la fisioterapia, gli antidolorifici, non sono cose da essere discusse con lei. Ho smesso da tanto di dirle come sto. Essere interrotta alla seconda frase di cui io sono il soggetto non è divertente. Ho smesso da tanto di dirle qualunque cosa.

Non mi importa molto, in realtà, della sua palese indifferenza alla mia salute. In un certo senso, per me è stato quasi liberatorio rendermi conto che non le importava proprio. Mi ha sollevato dai sensi di colpa che ancora affliggono mio padre. Me lo ricordo bene quando è stato, avrò avuto forse vent'anni, una conversazione in cui si lamentava con i soliti toni da tregenda di un piccolo problema alla pelle che, incidentalmente, avevo anche io avuto una volta. Si vede che sono parecchi i geni che mi ha passato. Ed io, in piena innocenza, volevo dirle di come lo avevo risolto, di quale farmaco avevo usato, e cominciai a raccontarle l'episodio e lei mi interruppe, ripeté le sue lamentele, mi fece capire proprio chiaro che quello non era terreno mio. E dopo, stranamente mi sono sentita parecchio più leggera. Si fosse trattato di un problema più grave, come per esempio è diventata in seguito la mia schiena, ci sarei stata male: meglio aver messo tutti i pezzi del puzzle a posto senza essermi spezzata il cuore.

Cosa che invece mi si spezza ogni volta che sento i racconti più recenti, relativi alle dinamiche tra lei e mio padre. Mio padre sta male, e in questo minaccia il suo ruolo di malata. A 92 anni non è certo il momento di farsi spodestare. E dunque, ogni volta che le condizioni di mio padre si aggravano, ogni volta che compare un sintomo nuovo, ecco che per magia lo stesso sintomo compare anche a lei. Solo peggio, ovviamente, almeno a giudicare dai lamenti. Ed io di questo proprio non riesco a farmi una ragione, di questo proprio non so perdonarla.

domenica 5 gennaio 2014

different strokes for different folks

La camera da letto è l'ultima stanza da rifare, dopo lo studio, il soggiorno, l'ingresso. Poi verrà la cucina, ma per ora ci basta riportare queste pare ti a colori più umani, risolvere le magagne di macchie e bozzi e usura che affliggevano quasi tutte le superfici.

La cucina, per quanto imperfetta, per quanto anch'essa datata e ammaccata, è pur sempre funzionale e comoda - perché le cucine svedesi degli anni sessanta, persino quelle degli appartamenti proletari, erano funzionali in un modo che da noi ci saremmo sognati ancora a lungo - e poi è rosso fuoco, vuoi mettere che allegria ti fa una cucina rosso fuoco. Le pareti invece!

Sulle pareti abbiamo trovato strati e strati della carta da parati più assurda. Uno sotto l'altro, sono spuntati fuori fiorami baldanzosi, rilievi broccateggianti, geometrie arlecchinesche, altri fiori, quadrati, linee, e altri fiori ancora. I colori parevano scelti completamente a caso ma mai troppo lontano dalla vasta gamma degli ocra e dei marroni tanto in voga ai tempi. Questo capita agli appartamenti in affitto: lavori fatti di fretta, col materiale più economico - la fantasia rimasta invenduta del decennio precedente, il colore che nessuno voleva, Ma lo stesso mi chiedo quali persone abbiano mai potuto pensare che fosse accettabile vivere circondati da quelle combinazioni.

Lo studio - quella era la stanza dei bambini. Alle pareti una giungla, dal pavimento al soffitto: giraffe e leoni tra gli alberi di un'amazzonia stilizzata. Pure due murales, come due quadri incastonati nel muro: altri leoni, elefanti, giraffe, ma fatti a mano libera, visibilmente, da qualche membro della famiglia dalle aspirazioni artistiche. Mi son chiesta come vivessero quei due bambini, io non ci avrei chiuso occhio là dentro. E poi ho pensato che era per quei due bambini (nelle foto dell'appartamento in vendita si vedevano una culla ed un lettino) che tutte le prese elettriche sono così scomode, sono le prese childproof che si vendevano anni e anni fa. Chissà quando le hanno messe, se al tempo di quell'oggetto o al tempo di quei bambini. E chissà qual era il tempo di quei bambini, perché che ne sappiamo di chi viveva qui per ultimo? pare la casa fosse rimasta vuota per anni, l'ultimo proprietario aveva intenzione di rinnovarla ma non l'ha mai fatto e l'ha poi venduta a noi esattamente com'era. Ed è per quei bambini che tutti gli sportelli della cucina avevano gli odiosi sistemi antibambino che ho dovuto smontare uno per uno. E i due ganci più bassi in bagno, quelli in cui sbatto chiedendomi perché ci sono, erano per loro.

Dalla camera abbiamo in questi giorni smontato  l'armadio a muro, perché era messo in un posto scomodo e così la camera sembrerà più grande. Gli armadi a muro erano una costante degli appartamenti svedesi, ed erano ben pensati, con le mensole e i cassetti. Pure in un appartamento da operai. Mia madre negli anni ottanta girò mezza provincia per convincere un falegname a fargliene uno come lo voleva, e i cassetti fu decretato sarebbe stato impossibile chederglieli. Per smontarlo abbiamo comprato una sega elettrica, e ci è voluta una serie di silenti imprecazioni svedesi per come era attaccato al cemento con chiodi di cinque centimetri, soffitto, pareti e pavimento - ho pensato in caso di terremoto lo avremmo trovato intatto, in mezzo alle macerie. E quindi bisogna rifare il pavimento, perché sotto l'armadio, appunto, c'era solo cemento. Sarà per i prossimi giorni: intanto abbiamo spellato, stuccato e carteggiato le pareti color latte e nesquik. Alla fine saranno bianche, come nel resto della casa - bianco e basta, nessuno di quei vari crema mascarpone cappuccino che vanno tanto di moda e sembrano fatti solo per farti venir fame e per strizzare l'occhio alle donne che sempre più numerose si avvicinano ai negozi di vernici. Bianco e basta - tranne una parete azzurra.

E mi immagino i futuri inquilini di questo posto, in un giorno lontano, chiedersi perplessi che cosa avesse in testa il precedente propietario, a tingere tutto bianco gesso, e a mettere una parete azzurra lì, una verde in soggiorno, una verde scuro in ingresso. Niente di più soggettivo dei colori, mi viene da pensare.

E però proprio per questo: finalmente casa.