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martedì 7 gennaio 2014

mia nonna

Mia nonna non mi telefona. C'è come una regola non scritta, che dice che sono i nipoti a dover chiamare i nonni. Specialmente se sono stati così insensibili da andarsene all'estero. Forse è un corollario a quell'altro teorema, quello per cui le visite dei nipoti bambini sono gradite anzi anelate, finché i suddetti nipoti sono  carucci e ben vestiti e si trattengono massimo un paio d'ore. Le chiesero se potevo andare a pranzo da lei una volta a settimana, quando avevo undici anni, per via del tempo pieno - i miei lavoravano. Lei disse di no, che non se la sentiva, un impegno troppo oneroso. Come risultato mi hanno dovuto iscrivere ad un'altra scuola, e come conseguenza io alle medie ho studiato francese e non inglese. E come conseguenza ho dovuto fare inglese privatamente, e alla fine è anche meglio così. Però questa nonna che non mi voleva a pranzo qualche perplessità me l'ha lasciata.

Mia nonna pretende.  Il suo unico figlio è il suo servetto. Per questo mio padre non può venirmi a trovare, o muoversi da casa per più di due giorni.  Di conseguenza, mi disse subito che al mio matrimonio non sarebbe venuto (poi mia madre minacciò ritorsioni), così come non è venuto al mio dottorato. La nonna di questo gode enormemente. (Del mio dottorato ha detto: ma come, non era già dottoressa?) Gli dice spesso eh che catena corta che ti ho messo ma con un certo piacere, non so se mi spiego, e mai una volta ha fatto il gesto eroico, simbolico, di dirgli "ma sì vai, che me la caverò". Scherziamo? È il suo trionfo.

Come a giustificarsi del gran bisogno che ha che mio padre la accudisca, spesso dice "io volevo fare anche una femmina, ma non è venuta". Ed io penso a questa femmina, questa desiderata servetta che avrebbe di sicuro sollevato mio padre da tanti compiti, fin dall'infanzia. Che vita avrebbe avuto. E penso menomale che non è venuta, anche se mi spiace per mio padre. Mio padre ha sempre dovuto aiutare in casa, anche nelle faccende, perché mia nonna ha avuto spesso problemi di salute, periodi di infermità. E però mia nonna lo ha fatto studiare, mio padre, contro il parere del padre e della scuola che lo vedeva bene all'aviamento o all'istituto tecnico, e invece fu tra i primi a fare lo scientifico. Lui di questo gliene è grato e sorride quando la sente dire "io ho fatto un dottore". Peccato solo in fisica, e non in medicina, come avrebbe voluto. E mi chiedo che scuola avrebbe fatto, la femmina che non è stata. Avendo fatto un dottore, un investimento, mia nonna aveva anche delle aspettative sul riscatto sociale ed economico che ne sarebbe venuto. E invece mio padre si è sposato subito dopo essersi laureato, e quel primo assegno da borsista (come i dottorandi di oggi) non era destinato a lei, ma a alla nuova famiglia. Per giunta lontana, perché il lavoro lo avrebbe portato a girare un po' per l'italia, con questa moglie disapprovata perché laureata, perché coetanea, perché conosciuta da poco, perché inferiore in niente, anzi. Lei avrebbe preferito che restasse vicino, che aspettasse, che trovasse una diciottenne incolta e senza prospettive lavorative, che avrebbe immediatamente preso il posto di servetta. La femmina tanto agognata.

I primi anni di matrimonio furono molto belli, dice mia madre - lontano da tutti. Epperò le lamentatio di mia nonna li raggiungevano anche a centinaia di km. Povera donna abbandonata dal figlio costretta ad affidarsi alla gentilezza di estranei (dicevano i pettegolezzi). Mia nonna aveva allora sessant'anni, meno di mia madre adesso, era appena andata in pensione: fu allora che cominciò a pieno titolo la sua carriera da inferma, malata, moribonda, costringendo la nostra famiglia ad un precipitoso rientro nelle vicinanze. Adesso ha 92 anni, e sta più o meno come allora. Ma col tempo ho compreso meglio la sua necessità di essere malata. A dirlo non ci si crede, ma per mia nonna andare in ospedale ricoverata era come andare in vacanza, era andare in un posto dove sarebbe stata accudita e dove la famiglia sarebbe stata costretta ad andarla ad assistere al suo capezzale. Mia nonna che si preparava ad un ricovero era un ciclone di paranoie, entusiasmi, voci alzate e toni teatrali. Era nel suo elemento. Per anni le ho sentito dire che suo marito almeno su una cosa non faceva economie: le cure mediche. Col tempo mi sono fatta l'idea che i ricoveri, i pianti, le iperboli erano il suo modo di sentirsi amata, in un modo forzoso e bullo che le somigliava profondamente.

Lei era figlia di mezzo di una famiglia di contadini, dove le donne mangiavano su una "seggiola nel canto del fuoco" e gli uomini serviti a tavola - nessuno contava meno di lei. Il fratello scapestrato era il cocco di casa, e lei per prima si sarebbe fatta ammazzare per servirlo meglio. Una madre intelligente ma insicura, una sorella debole e molto meno intelligente di lei, un padre piuttosto ottuso, e lei in mezzo a fare per tre, con una forza ed un'energia di cui andava molto orgogliosa. Grande e grossa, forte di braccia e di voce, la chiamavano la bersagliera e ne era intimamente fiera. Solo che in pratica era la bestia da soma di casa: e più lei si faceva in quattro e più cresceva in lei la proiezione su quel futuro in cui sarebbe stato il suo turno di essere servita. Adesso quando vedo come tratta la donna delle pulizie mi vergogno profondamente.

La famiglia di mio nonno, in cui si trasferì dopo il matrimonio, era pure una famiglia di mezzadri, anche lì il lavoro era durissimo, ma le dinamiche famigliari erano un po' diverse, le donne un filo meno bistrattate, all'educazione si dava importanza. Mio nonno aveva la terza elementare ma per i campi lo chiamavano il dottore - ed io lo ricordo ottantenne a leggersi tutti i libri di storia di mia madre, silenzioso e profondo com'era. Ecco io credo che mia nonna non trovò il cambiamento in cui sperava, sposandosi, nonostante avesse fatto il maschio, l'unico erede del cognome di casa. Poté però almeno aggrapparsi a quel ruolo di privilegio delle famiglie contadine, un ruolo conteso ferocemente tra suocere e nuore, quello della malata. Mio nonno era orfano, e avena solo una sorella, il ruolo fu subito suo. E grazie ad una gravidanza difficile, alle immense fatiche dell'infanzia e ad una schiena geneticamente difettata (la stessa che ho io) fu abbastanza facile. Seguirono operazioni di ernie, busti, ferri vari. Da piccola me li mostrava piuttosto fiera; guarda guarda la tua povera nonna coi ferri che le sorreggono la schiena. E lei lo sapeva che io avrei avuto lo stesso problema - quanto me lo ha ripetuto! vedrai vedrai quando sarai vecchia! ma non prima di allora: finché c'è lei al mondo, il ruolo è suo. E la mia schiena, le lastre, la fisioterapia, gli antidolorifici, non sono cose da essere discusse con lei. Ho smesso da tanto di dirle come sto. Essere interrotta alla seconda frase di cui io sono il soggetto non è divertente. Ho smesso da tanto di dirle qualunque cosa.

Non mi importa molto, in realtà, della sua palese indifferenza alla mia salute. In un certo senso, per me è stato quasi liberatorio rendermi conto che non le importava proprio. Mi ha sollevato dai sensi di colpa che ancora affliggono mio padre. Me lo ricordo bene quando è stato, avrò avuto forse vent'anni, una conversazione in cui si lamentava con i soliti toni da tregenda di un piccolo problema alla pelle che, incidentalmente, avevo anche io avuto una volta. Si vede che sono parecchi i geni che mi ha passato. Ed io, in piena innocenza, volevo dirle di come lo avevo risolto, di quale farmaco avevo usato, e cominciai a raccontarle l'episodio e lei mi interruppe, ripeté le sue lamentele, mi fece capire proprio chiaro che quello non era terreno mio. E dopo, stranamente mi sono sentita parecchio più leggera. Si fosse trattato di un problema più grave, come per esempio è diventata in seguito la mia schiena, ci sarei stata male: meglio aver messo tutti i pezzi del puzzle a posto senza essermi spezzata il cuore.

Cosa che invece mi si spezza ogni volta che sento i racconti più recenti, relativi alle dinamiche tra lei e mio padre. Mio padre sta male, e in questo minaccia il suo ruolo di malata. A 92 anni non è certo il momento di farsi spodestare. E dunque, ogni volta che le condizioni di mio padre si aggravano, ogni volta che compare un sintomo nuovo, ecco che per magia lo stesso sintomo compare anche a lei. Solo peggio, ovviamente, almeno a giudicare dai lamenti. Ed io di questo proprio non riesco a farmi una ragione, di questo proprio non so perdonarla.

2 commenti:

  1. Che triste, che triste vita povera nonna. Mi perdonerai -capisco bene il tuo livore ler lei- ma non posso fare a meno di pensare a quanto poco cuore e quanta sofferenza possono aver generato un'insensibilita' del genere.
    E tu coi tuoi racconti sei un bisturi affilatissimo e potente. I tuoi ritratti mi colpiscono sempre.molto.

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    1. è proprio così, e quei passaggi sulla sua vita li ho messi proprio per spiegare da dove origina questa sua personalità: ha avuto una vita tremenda e si sente perennemente in credito verso di essa. E la prendo come una lezione per me stessa, perché anche io non usi la vita (l'educazione, le possibilità) che ho avuto come una scusa per gli aspetti di me di cui andar meno fiera, e una giustificazione per imporli a chi mi vuol bene senza almeno provare a cambiarli.

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