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sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

martedì 16 settembre 2014

don't give up your day job

Mi devo essere persa qualche lezione fondamentale, quando andavo a scuola.
Perché non ricordo affatto di aver mai studiato Retorica. Ovvero, l'arte del dibattito, di come scrivere un articolo di giornale, un discorso di ringraziamento agli oscar (o al nobel, ai telegatti, a miss Italia dipende dai vostri gusti), il discorso che fa il testimone in onore degli sposi, una dichiarazione d'amore, una campagna elettorale o il buon anno del presidente.
E invece, evidentemente, in Svezia te lo insegnano alle superiori.
I contenuti delle lezioni in realtà per me non sono nuovi: si parla di figure stilistiche come litoti, anafore, metafore, iperboli...tutta roba che io non devo manco cercar sul dizionario grazie ad anni di analisi del testo poetico e quelle sadiche delle mie insegnanti di lettere. Ma appunto, noi le applicavamo a Pascoli ste cose, o sbaglio? No, qui le si applica al discorso che Daniel ha fatto al suo matrimonio con la Principessa Victoria.

il discorso è in inglese e svedese, se interessa

Discorso che, sia chiaro, io mi sono vista su youtube e ho pure studiato e sottolineato riga per riga alla ricerca degli artifici retorici. La parte in cui dice: 
"C'era una volta un giovane uomo...ok, forse non proprio un ranocchio all'inizio della storia...come nella favola dei fratelli Grimm, ma di certo nemmeno un principe. E il primo bacio non l'ha trasformato."
Ecco, questa è un'allusione (state piangendo?). Ed io devo imparare a scrivere e parlare così, se voglio passare questo cavolo di esame. Del resto Victoria ha segnato mille punti nei cuori degli svedesi quando si è rivolta così alla nazione il giorno delle nozze: 
"Miei cari, cari amici. Vorrei cominciare con il ringraziare voi, perché voi, popolo svedese, avete donato a me il mio Principe." 
(se non piangete qui siete dei cuori di pietra). Ad averlo saputo prima, il discorso al mio matrimonio non lo avrei improvvisato su due piedi, per giunta instabili sul tacco 12. (Sì ho veramente tenuto un discorso di brindisi al mio matrimonio, perché se aspettavo quell'orso che ho sposato, e che chiaramente dell'ora di svedese a scuola se ne sbatteva, eravamo ancora lì).

Di colpo mi è più chiaro come mai la campagna elettorale appena conclusasi in Svezia mi fosse apparsa così esotica. I politici parlano con questa roba ben chiara in testa. I politici qui imparano a preparare i loro discorsi seguendo questo schema: intellectio, inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio/pronunciatio 
(pure la pronunciatio, maledetti).

E dunque vanno in tv e anche quando si odiano visceralmente non urlano, non si prendono a sberle, o mostrano il dito medio con l'anellozzo, non si mandano nemmeno a quel paese. Non chiamano all'improvviso al telefono i conduttori televisivi per protestare per le interviste ad altri. Non si alzano nemmeno in piedi di botto abbandonando lo studio perché le domande non li aggradano. Stanno lì, sorridono, restano calmi anche quando bollono (qui sicuramente aiuta essere svedesi più che la scuola) non si parlano nemmeno addosso e se ne escono con frasi ad effetto che dici "ah beh, ecco perché il politico lo fa lui e non io".

Finito il dibattito, è il turno degli esperti di retorica. Ossia un gruppo di giornalisti e studiosi commentano come i politici si sono comportati durante l'intervista o il faccia a faccia appena conclusosi. Sottolineano i passaggi dove sono stati efficaci e quelli dove sono stati deboli. 

Per esempio, primo ministro appena eletto, leader del partito social democratico, è stato talvolta criticato perché essendo di professione sindacalista e non "politico" ha mostrato di non avere una gran strategia del dibattito. Molto criticato persino all'estero (magari non in Italia) quando ha mal gestito un dialogo TV con la leader del partito di centro. Ella aveva fatto due passi verso di lui con dei fogli in mano, dicendo "ecco guardi questi dati" e lui ha rifiutato di accettare quei fogli dicendo che li conosceva bene e l'ha per così dire respinta, con un gesto considerato poco elegante. Ecco, questo gesto, hanno commentato alcuni esperti, non è stata una gran mossa: ha mostrato una certa debolezza, come una paura di quei dati, cosa che potrebbe anche aver danneggiato il risultato finale di queste elezioni. Io mi ero solo stupita non ci fosse scappata una spinta. Penso che se quegli esperti potessero assistere ad un dibattito tv italiano andrebbero in berserk (ah, solo io e altri tre nerd guardavamo Neon Genesis Evangelion? ok, diciamo corto circuito allora).

Al di là di questo escursus politico ora resta il fatto che io non mi ero mai posta il problema di come scrivere un discorso finora e invece entro domani mi deve venir qualche buona idea. Già il mio articolo di dibattito è finito maluccio causa evidente mancanza di dispositio. Poi la mia appassionata arringa sull'abuso di alcol non ha evidentemente appassionato nessuno (mancava pathos, me la cavavo però con logos e ethos). Adesso quindi devo ripeterlo, nella speranza di un voto più alto, infilandoci qualche bella figura stilistica, qualche artificio, un esordio accattivante...

O almeno un'anafora, per dio!



martedì 29 luglio 2014

it's so clear now that you are all that I have

E niente, abbiamo ancora 28 gradi e sole.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.

Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.

E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.

Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.

mercoledì 19 marzo 2014

D'amore e d'altro ancora

Oggi sono stata alla prima riunione del mio circolo di lettura svedese.

Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.

Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.

Altra cosa positiva: questo romanzo è introvabile in città. Nei giorni scorsi ci siamo tutti sentite dire dai commessi delle millemila librerie della città: spiacenti ma non teniamo certo i libri vecchi di 40 anni di scrittori passati di moda" e "sei la quarta che me lo chiede!" e così ho finalmente ricevuto la spinta necessaria a presentarmi in una delle millemila filiali della biblioteca cittadina. Ed è stato fantastico! Perché ho scoperto che le biblioteche sono strapiene di gente, e non solo le filiali più in centro, più vicine all'università, ma tutte, anche quelle periferiche come quelle del mio quartiere, e a qualsiasi ora del giorno. Per esempio quella a me più vicina è specializzata in servizi ai pensionati perché qui ne vivono molti. E così nel giro di poco mi son trovata in mano la mia tessera, la mia copia del libro e pure una copia elettronica per leggerlo sul computer e cercare più velocemente le parole sul dizionario.

Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella,  peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).

Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:


Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia

E ancora:

All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato

Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
 Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.

E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.

La differenza, forse, alla fine, è l'amore. 

Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.

Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.

È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.

Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.




*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)

giovedì 13 marzo 2014

Zlatan

Per migliorare lo svedese sto leggendo le cose più impensabili. Non si può far gli schizzinosi quando si cerca di imparare una lingua per integrarsi. Per integrarsi, serve più Moccia che Manzoni, per essere chiari. E per questo infatti mi son morsa la lingua quando ho visto i libri di Fabio Volo a casa di una mia amica svedese che studia italiano.

Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.

È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.

E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.

Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.

Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.

Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo.  Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.


Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto.  Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri giocatori non erano al suo livello.

Il libro è un po' la storia della sua maturazione, evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.

Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.

lunedì 14 ottobre 2013

C'era una volta un'insegnante sadica (ovvero, come ho scritto un' improbabile storia per bambini in svedese)


Det var en gång en liten katt som bodde med sin husse i en liten lägenhet.

Katten kallades Liza för hon hade runda svarta ögon som Liza Minnelli.

Katten var nämligen blind, och kunde därför bara se skillnad på ljus och mörker.

Hon var dock modig och intelligent. Hon hade snart blivit bra på att orientera sig i lägenheten.

Hon var så glad! Hon åt kyckling varje dag och la sig i solen. På nätterna sov hon med sin husse på sängen.



En dag kom en annat katt för att bo hos dem, eftersom hussen alltid hade velat ha två katter.

Den nya katten kallades Enzo. Han var stor och stark men inte så intelligent.

Hon förstod inte att Liza var blind!

Han ville leke med henne och hade mycket energi. Han kunde inte hålla sig lugn.

Liza var inte så glad längre.

Den natten, när hussen låg sig på sängen, gick Liza upp till honom och bet honom i tån!