Per migliorare lo svedese sto leggendo le cose più impensabili. Non si può far gli schizzinosi quando si cerca di imparare una lingua per integrarsi. Per integrarsi, serve più Moccia che Manzoni, per essere chiari. E per questo infatti mi son morsa la lingua quando ho visto i libri di Fabio Volo a casa di una mia amica svedese che studia italiano.
Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.
È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.
E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.
Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.
Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.
Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere
team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo. Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.
Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto. Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era
da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri
giocatori non erano al suo livello.
Il libro è un po' la storia della sua maturazione,
evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.
Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.
Nessun commento:
Posta un commento