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martedì 4 febbraio 2014
alzare la mano
È tanto che vorrei trovare il modo di parlarne (ho collezionato una dozzina di bozze infatti) ma come per tante altre cose ultimamente, mi ci voleva l'ultimo post di Squa per sbloccarmi.
La mia ex-capa ha avuto una carriera fantastica. Ad un certo punto infatti, se ne è andata per prendere una posizione infinitamente più alta. Per una combinazione di eventi, a me (e ad un collega) è toccato in sorte il suo ex-ufficio. Svuotando un cassetto, ho trovato un plico di appunti di un corso rivolto a donne in posizione di leadership, e la pagina che riportava questo testo mi ha colpito più di tutte.
Da "The successful manager", Geraldine Brown e Catherine Brady, Kogan Page, 1993:
Quello che i bambini imparano dai loro giochi:
1) a competere: devi vincere
2) a cooperare: per vincere, devi cooperare coi compagni di squadra
3) a tollerare: non importa se un altro bambino ti piace o no, se è bravo, se ha le capacità che servono per vincere, allora devi volerlo in squadra con te. Essere simpatici o amati non è importante quanto essere rispettati in quanto compagni di squadra.
4) a lavorare verso uno scopo comune: per vincere servono le doti di ogni individuo.
5) ad essere parte di una squadra: per avere successo personale, serve il supporto della squadra. L'identità di gruppo diventa più importante di quella individuale.
6) comando e rispetto del comando: per vincere devi imparare a fare entrambe le cose
7) a perdere: il fallimento non ti abbatte, impari a far meglio la prossima volta
8) a rischiare: è nell'interesse di vincere la partita
9) a pianificare e organizzare: uno schema di gioco fà sì che ognuno sappia che cosa l'aspetta
10) ad accettare le critiche: sia da parte del capo che da parte dei compagni di squadra, perché serve a migliorare il gioco della squadra
11) a interpretare le regole: le regole vanno imparate, ma anche sfidate e piegate
12) ad accettare la responsabilità: come capitano, devi accettare la responsabilità della sconfitta, e condividere il riconoscimento di una vittoria
13) a valutare e ad agire di conseguenza: devi imparare quali sono i punti di forza e di debolezza, tuoi e degli altri
14) ad avere capacità di resistenza: serve molta energia per mantenere la tua efficacia
15) a perseverare: perché devi essere determinato a cercar di vincere anche quando sembra contro ogni probabilità
Quello che le bambine imparano dai loro giochi:
1) che non importa se perdono: le relazioni di amicizia sono più importanti
2) a fare giochi dove nessuno vince: perché se nessuno vince, allora nessuno perde
3) ad evitare i rischi: non ne vale la pena, qualcuno potrebbe farsi male
4) a cercare approvazione: essere amate e apprezzate è la cosa più importante
5) ad evitare il conflitto: così da mantenere buone relazioni
6) a non prendere decisioni: magari si può cambiare gioco, ed evitare una decisione che possa alienare parte del gruppo
7) ad obbedire più che a comandare: quando maschi e femmine giocano insieme, chi prende il comando del gruppo?
Ora, non è che io ritenga questo testo perfettamente condivisibile. È evidente che non tutti gli uomini imparano le 15 lezioni suddette e che nemmeno tutte le donne si comportano come gli altri 7 punti. Per esempio, ci sono sicuramente ragazze che hanno fatto molto sport di squadra da bambine, e magari sono meglio attrezzate in questo senso. Però non ho potuto che notare che io personalmente, non ho imparato molto di quelle 15 cose (guarda caso facevo ginnastica artistica, lo sport con la più alta percentuale di anoressiche dopo la danza). Per esempio:
- io non accetto bene le critiche: se qualcuno mi critica, vuol dire che non mi ama. Se qualcuno mi critica, allora non sono perfetta. E se non sono perfetta, non posso aspirare ad avere nessun riconoscimento, o carriera, o premio, o autostima. Una critica mi getta nella depressione perché mi fa sentire un fallimento.
- io non amo le responsabilità: perché temo che mi metteranno in condizione di fallire, non essendo perfetta come invece dovrei essere
- io tendo a non perseverare: il primo accenno che non sto vincendo mi chiarisce subito che perderò, ovviamente, e come ho mai potuto pensare altrimenti? non essendo perfetta, non era nemmeno il caso che cominciassi a giocare!
- io tendo a stancarmi: perché lo sforzo di convincere me stessa è talmente grande, che non mi resta energia per convincere gli altri
- io odio i conflitti: sono proprio incapace di litigare e poi scoppio in privato
- io odio prendere decisioni, ho troppa paura che siano sbagliate
- io non ho mai rischiato molto, per la stessa ragione
Ora, è ovvio che per fare carriera, i 15 punti aiutano e gli altri 7 ti impacciano. Questo potrebbe spiegare, se davvero essi descrivono statisticamente più gli uomini delle donne, perché ci sono più uomini ai vertici.
Quel che non capisco è perché sia così. Quando avviene? C'è qualcosa di innato in questa diverisità? O è solo culturale?
Che un gran ruolo sia giocato dall'educazione mi pare evidente, almeno nel mio caso.
Ho fatto l'asilo dalle suore e non mi basterebbe un blog per dire in quanti modi quell'esperienza mi ha segnata: le bambine non fanno questo, non fanno quello, se lo fanno si beccano sculacciate. Mia madre è patologicamente insicura, mia nonna non ne parliamo. La mia ex-quasi-suocera mi chiedeva spesso se non volessi fare l'insegnate, invece che perseguire come suo figlio la strada della ricerca, un buon lavoro da donne, diceva. Prima di ogni esame all'università ero tesissima e a posteriori dicevo sempre "sicuramente non l'ho passato": e lei diceva, se ti spaventa questo, allora come farai a partorire? In una strana commistione di generi della paura. Del resto, quando poi veniva fuori che l'esame l'avevo passato, si scocciava molto di come io avessi potuto essere così insicura. Ecco, era come dire: quelle sono preoccupazioni da uomini, inutili per te, ti distraggono da quelle che dovrebbero essere le tue preoccupazioni, e accidenti come è possibile che alla fine tu abbia i voti più alti di mio figlio?
Per quanto io sia stata fin da piccola una che urlava il suo femminismo piuttosto forte, mi rendo conto adesso di non aver visto i segnali che già un imprinting era avvenuto dentro di me, nonostante tutto. Avevo in qualche modo accettato un certo tipo di logica senza davvero metterla in discussione. Ossia, mi sarei battuta per non fare la casalinga come le mamme delle mie amiche (e la mia ex-quasi-suocera), era chiaro che avrei studiato e avrei avuto la stessa educazione di un mio eventuale marito, come mia mamma, e che avrei lavorato, come mia mamma, ma ecco, che avrei fatto carriera, no, non era davvero nei miei piani. Come mia mamma...Una vita nel compromesso. Con quel bel retrogusto di frustrazione. Mia mamma non ha mai partecipato al conocorso a preside, per esempio. Nella scuola, le insegnanti sono donne per una schiacciante maggioranza, i presidi invece, che ve lo dico a fare? per maggioranza, uomini. Ha sempre detto che avrebbe potuto essere un buon preside, ma non ha mai alzato la mano.
Ma come è accaduto che mi convincessero di dover combattere una guerra interiore verso un irraggiungibile ideale di perfezione, tanto da tagliarmi le gambe per ogni altra competizione? In che modo sono stata educata con lo scopo quasi esclusivo di essere amata e in che modo mi sono convinta che per essere amata dovevo essere perfetta?
E non è accaduto solo a me. Alcune mie compagne di corso manifestavano sintomi piuttosto simili a me in questo. Se devo dirla tutta, all'univeristà, noi ragazze insicure eravamo anche quelle considerate più "normali", nel confronto impietoso con le tipiche "donne scienziato", nel cliché generale, quelle ossia che non avevano altro nella vita che lo studio, pochi amici e nessun fidanzato. Ecco, in qualche modo, sento che la nostra insicurezza era proprio proporzionale alla percezione esterna che "forse non avevamo bisogno di ammazzarci sui libri". Eravamo quindi considerate più femmine delle altre. Quelli che han fatto più carriera, tra di noi, erano i ragazzi coi voti medi, quelli che facevano sport e avevano la ragazza, possibilmente in un'altra facoltà.
Più ci penso più vedo che i miei sforzi nella scuola non sono mai stati indirizzati al mio personale successo, ma ad avere dei bei voti. Del resto le recenti statistiche mostrano che le ragazze vanno meglio a scuola, hanno in media i voti più alti. E nella vita in realtà i bei voti contano poco. Contano altre cose, come dimostrano le linee guida delle risorse umane. Conta sapere cosa si vuole, tanto per cominciare, sapere dove sta la meta, la porta, il canestro, sapere quanto ci manca a raggiungerlo e cosa fare per arrivarci.
Mi rendo quindi conto adesso che a me non è mai stato detto: che cosa vuoi? che cosa è importante per te? e io adesso non so rispondere. Da che ho memoria, mi è stato detto: fai il tuo dovere (nel mio caso specifico, studiare), e se lo hai fatto tutto non hai niente da temere, avrai un bel voto in ritorno, e la nostra approvazione. Come tante altre ragazze che ho sentito, è facile che alla domanda "che cosa vuoi?" rispondiamo coinvolgendo altre persone, come se la nostra felicità non fosse mai solo una cosa personale.
Ad un certo punto della mia vita ho lasciato il mio fidanzato. Fu una decisione orribile, che ho trascinato per un periodo troppo lungo. Principalmente, ho dovuto convincere me stessa che la mia felicità avesse un valore, e che non potevo decidere pesandola contro la felicità di tutti quelli che avrei ferito. Questa azione è stata per me dolorisissima e forse unicamente possibile perché già mi ero allontanata da casa. E perché c'era il supporto di Danne (bella forza! bel coraggio!) La reazione di amici e famigliari fu piuttosto brutta e per un po' ho temuto che nessuno mi avrebbe più voluto bene. Adesso, quando parlo con mia madre delle mie paure lavorative etc, lei spesso mi dice "ma tu hai fatto scelte che poche altre avrebbero fatto", sento la sua stima a posteriori, ecco. Mia madre e molte mie amiche che a suo tempo mi avrebbero portata da un esorcista, a distanza di anni mi parlano sottolineando il mio coraggio e la mia indipendenza. E a me viene da ridere, perché adesso più che mai nella mia vita percepisco in pieno che non sono capace di impormi, di difendermi, di ottenere quel che mi spetterebbe, di alzare la mano.E vorrei tanto sapere in che modo si può lavorare su un meccanismo interiore sepolto a tale profondità dentro di me.
mercoledì 29 gennaio 2014
perché non lavorerò mai più
Tutto il giorno, mi ci è voluto.
Chiamo, non chiamo, chiamo, non chiamo.
Provo in svedese? e se poi non capisco che mi dice? allora in inglese direttamente? oppure parto in svedese e le chiedo se parla inglese? che poi è una domanda retorica ma hai visto mai. E se invece in questo modo mi do subito la zappa sui piedi, che le faccio pensare che non potrò mai lavorare in una compagnia svedese, se non riesco manco a finire una telefonata? allora in svedese? mi appunto due o tre frasi. Ma se mi risponde in svedese su aspetti tecnici non capisco niente...e invece devo capire bene perché così so come scrivere la lettera di motivazione in svedese. Ma a che serve scrivere bene una lettera di motivazione in svedese se tanto si son fatti già l'idea al telefono che lo svedese non lo parlo abbastanza?
E poi qui sul sito dicono: We place great emphasis on the personal characteristics in this recruitment.
Dio quanto li detesto, questi pisicologi delle risorse umane, coi loro metodi infallibili per giudicare già da una frase se il candidato vale la pena guardarlo in faccia. Magari ti giudicano per i tuoi hobbys, magari è più importante che tu sappia sciare che non il tema del tuo fottuto dottorato. Conosco uno per il quale il colloquio di assunzione era in pratica vedere come socializzava in pausa caffè, la super importissima fika coi colleghi. E così penso: quali sono i miei interessi? mi piace scrivere, mi piace leggere, mi interesso di psicologia e sociologia, mi piace fare yoga e allenarmi a casa con il mio tapis roulant, ecco sai che pensano se leggono questo? che sono una asociale, un'insicura, magari pure una piantagrane. Ok, ammettiamo che sia vero (LOL) ma davvero questo ha un impatto su un lavoro tecnico, spersonalizzato, oggettivo, scientifico? E io che ho fatto Scienze perché temevo che, avessi studiato Lettere sarei stata poi sottoposta a giudizi poco oggettivi, in una società poco meritocratica! povera scema. Sai cosa dovrei scriverci, per farmi assumere? Che faccio free-climbing o triathlon. O che l'altra estate ho fatto un corso di barca a vela in Costa Azzurra. Che sono stata eletta quattro volte rappresentante degli studenti e che ero mediatore studentesco. Che a 18 anni ho preso un anno sabbatico per fare il volontario nell'africa sud-sahariana. Nella realtà, non so manco nuotare, ho la fobia degli insetti e ogni volta che me l'hanno proposto ho rifiutato di fare il rappresentante di classe, o di corso di laurea, o di studenti di dottorato.
E allora finisce che scrivo che i miei interessi sono viaggiare, cucinare per i miei amici e imparare le lingue, tutto vero per carità, ma allora perché mi sento così sfigata a scriverlo?
Mi viene da vomitare.
Devi chiamare, mi dicono tuti: prima, durante e dopo aver applicato, prima e dopo i pasti, devi rompergli le scatole, devi avere la voce ferma e allegra, non devi mai essere sincera ma nemmeno mentire troppo, devi spiegar loro perché tra tutte le persone del mondo dovrebbero assumere proprio te (ma guarda, io non mi assumerei, ogni volta che leggo di una posizione penso che io no, stiamo freschi), devi dir loro che cosa puoi fare per loro (eh? cioè, cercano qualcuno per quel dato lavoro, no? e io quello faccio, mica posso andar lì e inventarmi di far tutt'altro, no?) e sopratutto, cerca di non sembrare una malata di mente.
Per quello hai sempre il blog e grazziaddio che non lo legge nessuno.
Ok, faccio il numero.
Mi si annebbia un filo la vista. Butto giù prima che suoni.
Sai cosa? mi son scordata il magnesio stamani. E anche la vitamina D che serve tanto a queste latitudini.
Riprovo?
C'ho il cuore in gola. La tachicardia.
Spè che rileggo quello che scrivono sul sito.
Richiamo.
Suona.
Suona.
Suona.
Non risponde nessuno.
Sono le quattro deficiente. Alle quattro sono già tutti sulla via di casa, o a fare jogging, o al supermercato, o in palestra, o a fare un corso di capoeira o modellismo o danza del ventre o fotografia digitale. Glie possino.
Vabbè domani allora.
Intanto mi accascio un attimino.
Chiamo, non chiamo, chiamo, non chiamo.
Provo in svedese? e se poi non capisco che mi dice? allora in inglese direttamente? oppure parto in svedese e le chiedo se parla inglese? che poi è una domanda retorica ma hai visto mai. E se invece in questo modo mi do subito la zappa sui piedi, che le faccio pensare che non potrò mai lavorare in una compagnia svedese, se non riesco manco a finire una telefonata? allora in svedese? mi appunto due o tre frasi. Ma se mi risponde in svedese su aspetti tecnici non capisco niente...e invece devo capire bene perché così so come scrivere la lettera di motivazione in svedese. Ma a che serve scrivere bene una lettera di motivazione in svedese se tanto si son fatti già l'idea al telefono che lo svedese non lo parlo abbastanza?
E poi qui sul sito dicono: We place great emphasis on the personal characteristics in this recruitment.
Dio quanto li detesto, questi pisicologi delle risorse umane, coi loro metodi infallibili per giudicare già da una frase se il candidato vale la pena guardarlo in faccia. Magari ti giudicano per i tuoi hobbys, magari è più importante che tu sappia sciare che non il tema del tuo fottuto dottorato. Conosco uno per il quale il colloquio di assunzione era in pratica vedere come socializzava in pausa caffè, la super importissima fika coi colleghi. E così penso: quali sono i miei interessi? mi piace scrivere, mi piace leggere, mi interesso di psicologia e sociologia, mi piace fare yoga e allenarmi a casa con il mio tapis roulant, ecco sai che pensano se leggono questo? che sono una asociale, un'insicura, magari pure una piantagrane. Ok, ammettiamo che sia vero (LOL) ma davvero questo ha un impatto su un lavoro tecnico, spersonalizzato, oggettivo, scientifico? E io che ho fatto Scienze perché temevo che, avessi studiato Lettere sarei stata poi sottoposta a giudizi poco oggettivi, in una società poco meritocratica! povera scema. Sai cosa dovrei scriverci, per farmi assumere? Che faccio free-climbing o triathlon. O che l'altra estate ho fatto un corso di barca a vela in Costa Azzurra. Che sono stata eletta quattro volte rappresentante degli studenti e che ero mediatore studentesco. Che a 18 anni ho preso un anno sabbatico per fare il volontario nell'africa sud-sahariana. Nella realtà, non so manco nuotare, ho la fobia degli insetti e ogni volta che me l'hanno proposto ho rifiutato di fare il rappresentante di classe, o di corso di laurea, o di studenti di dottorato.
E allora finisce che scrivo che i miei interessi sono viaggiare, cucinare per i miei amici e imparare le lingue, tutto vero per carità, ma allora perché mi sento così sfigata a scriverlo?
Mi viene da vomitare.
Devi chiamare, mi dicono tuti: prima, durante e dopo aver applicato, prima e dopo i pasti, devi rompergli le scatole, devi avere la voce ferma e allegra, non devi mai essere sincera ma nemmeno mentire troppo, devi spiegar loro perché tra tutte le persone del mondo dovrebbero assumere proprio te (ma guarda, io non mi assumerei, ogni volta che leggo di una posizione penso che io no, stiamo freschi), devi dir loro che cosa puoi fare per loro (eh? cioè, cercano qualcuno per quel dato lavoro, no? e io quello faccio, mica posso andar lì e inventarmi di far tutt'altro, no?) e sopratutto, cerca di non sembrare una malata di mente.
Per quello hai sempre il blog e grazziaddio che non lo legge nessuno.
Ok, faccio il numero.
Mi si annebbia un filo la vista. Butto giù prima che suoni.
Sai cosa? mi son scordata il magnesio stamani. E anche la vitamina D che serve tanto a queste latitudini.
Riprovo?
C'ho il cuore in gola. La tachicardia.
Spè che rileggo quello che scrivono sul sito.
Richiamo.
Suona.
Suona.
Suona.
Non risponde nessuno.
Sono le quattro deficiente. Alle quattro sono già tutti sulla via di casa, o a fare jogging, o al supermercato, o in palestra, o a fare un corso di capoeira o modellismo o danza del ventre o fotografia digitale. Glie possino.
Vabbè domani allora.
Intanto mi accascio un attimino.
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