Niente, questo anno non ingrana , ve ne sarete accorti.
E i post in bozza diventano così irritanti che alla fine li cancello e buonanotte.
Facciamo così, diciamole in breve, le cose, e poi passiamo oltre.
Kiki ha 11 mesi e 12 denti, capelli ancora pochi e distribuiti bizzarramente. Ha fatto i suoi primi passi qualche settimana fa ma ha subito deciso di non ripetere l'esperienza. Opta invece per la curiosa via di mezzo di camminare eretta sulle ginocchia, maggior risultato col minimo sforzo. Ogni giorno, al netto delle sue 12 ore di sonno notturno, ha una rigida routine che prevede: sgombero del tavolino del salotto da ogni inutile orpello; sgombero del comodino di mamma da oggetti senza importanza quali e-reader e occhiali; testare se nella notte è cresciuta abbastanza da raggiungere il laptop sul tavolo e procedere indi alla sua distruzione; acciuffare un gatto a piacere e sfidarlo a duello (per ora vince il gatto); tentare un furto di croccantini royal canin; svuotare la cesta dei giochi su un'area il più vasta possibile perfezionando l'uso degli arti superiori; nascondere la palla gialla e fare in modo che non venga mai più ritrovata (per ora ci sono stati avvistamenti nel cestino dell'immondizia e nel cassetto della mia biancheria, ma da martedì risulta di nuovo missing in action). È una full schedule, come si nota. Resta giusto il tempo di appendersi alle ginocchia della genitrice millesima volte al dì producendo ultrasuoni.
Non ho più male al polso dal 23 dicembre scorso. E vivo nell'angoscia che ritorni. Tutto ciò mi ha portato a riflessioni su quanto il dolore fisico possa condizionare le nostre azioni. Per diverse settimane per esempio non riuscivo lo stesso a compiere in modo rilassato azioni che temevo mi avrebbero fatto male. Mi ricordavo certi cani maltrattati che continuano ad aver paura delle scope a distanza di anni. E se ci si pensa, non si apprezza mai davvero a sufficienza cosa significa vivere una quotidianità esente dal dolore fisico, finché ce l'abbiamo.
A marzo verrà a trovarmi il mio amico J., che vive nella Germania del Nord ma viene da Singapore. E ha già cominciato tutta una storia che in Svezia fa freddo e lui viene dall'equatore, quindi starà malissimo e ommioddiochiglielofafare - e pensare che l'idea era sua! E io vi giuro, ho una gran voglia di mandarlo a quel paese. Un po' trovo quasi comica l'idea di uno che dalla Germania del Nord viene un giorno nella Svezia del Sud e si aspetta chissà che cambiamento epocale di clima. Mi chiedeva se qui dove sto io poteva vedere l'aurora boreale, per dire, e ci è mancato poco non gli chiedessi se per caso non voleva farsi un giro della città su una slitta trainata da renne, che insomma, siamo lì. D'altro canto mi fa un po' rabbia perché spesso si lamenta di come la gente che incontra mostri ignoranza sul suo paese d'origine, magari non distinguendo cinesi da giapponesi, ma poi non si rende conto che fa uguale (in questo caso con la Svezia, ma è capitato con l'Italia). E una volta corretto ci resta pure male! Gli ho detto, pazientemente, che il clima non dipende così strettamente dalla latitudine, e lui mi fa: ma ho un'amica in Norvegia che muore di freddo! Ah beh, ok, se la sua amica tailandese in Norvegia ha freddo allora evidentemente la Corrente del Golfo deve aver svoltato e bisogna allertare i meteorologi.
Ah, e poi la vera notizia di questi giorni, l'unica cosa che mi tiene in piedi: dal 26 comincio con Crudelia un corso di Yoga, una sera a settimana. Un'ora e mezza di musica pling-plong senza strilli e manine che mi tirano da tutte le parti, direi che anche se non meditassi e mi facessi una dormitina ne uscirei comunque ritemprata.