Ieri mi ha chiamata Birgitta, l'ostetrica che mi ha aiutato a partorire. Qui è la prassi avere un colloquio post-parto, a qualche giorno di distanza, durante il quale si può ripercorrere quello che è accaduto e le scelte che sono state fatte. Sono molto grata di aver incontrato Birgitta, nonostante fosse alle soglie della pensione e mi aspettassi da lei quell'atteggiamento da insegnate di educazione fisica alla piantala di frignare! (ok, non vogliatemene per questa generalizzazione, è che la mia prof di ed fisica era solita urlarci che eravamo delle fallite che non avrebbero mai concluso niente nella vita se avevamo paura di fare una capriola). Invece Birgitta era proprio la persona che mi ci voleva: calma, serena, decisa e molto sicura di sé, così che non ho avuto paura anche quando in sottofondo si sentivano frasi un poco spaventevoli. Nulla di grave, non ho avuto un parto traumatico, ma nemmeno del tutto facile, e mi rendo conto che se avessi incontrato persone diverse avrebbe facilmente potuto finire in cesareo di urgenza. E invece ne ho addirittura un bel ricordo. Al punto che udite udite, se potessi sceglierei di rivivere il parto piuttosto che la gravidanza.
E questo significa che "ne ho fatta di strada" come mi disse un'altra ostetrica, Karin, quella del programma speciale di supporto che mesi fa mi ha ascoltato parlare per un'ora seduta in una delle sale parto dove poi avrei partorito. Karin mi ha aiutato a scrivere la mia "lettera", aggiunta poi diligentemente nel mio file, dove elencavo le mie paure e i miei desideri e come pensavo che il personale potesse aiutarmi al meglio. Per tutta la durata del travaglio, ogni volta che entrava una nuova infermiera o un'altra dottoressa, sia Birgitta che Marie (l'ostetrica del primo turno) si assicuravano che avessero letto il mio file e la mia lettera. In quelle ore ho parlato molto sia con Marie che Birgitta e penso che parlare con loro mi abbia aiutato a rimanere concentrata e calma. Speravo davvero di incontrare qualcuno con cui riuscire a collaborare al meglio, e così è stato. Sono infinitamente grata ad entrambe.
Sono anche infinitamente grata a Danne per esserci stato. Fino a pochi mesi fa avrei forse preferito essere sola, ed è stata solo la questione della lingua, inizialmente, a farmi cambiare idea (e in effetti come ho detto ne avevo ben d'onde!). In realtà il suo ruolo andava ben oltre questo. Fondamnentale è stao il momento in cui ero talmente sorpresa da quanto funzionasse il gas esilarante che ho dubitato di voler fare un'epidurale, Follia, pura, lo so bene, ma lo avevo istruito preventivamente. Verrà un momento, gli avevo detto, in cui mi metterò in testa di volercela o potercela fare senza, tu fammi desistere, ok? E così è stato.
Siamo rimasti in quella camera-parto per tutta la durata del travaglio e fino a due ore dopo la nascita di Kiki, Lì ci hanno lasciato soli a riprenderci prima di portarci su un carrello una fantastica colazione per due, che abbiamo mangiato con calma mentre Kiki riposava vicino a noi avvolta in una coperta. È stato un momento molto bello e pure surreale, tanto era stridente il confronto con quello che era avvenuto in quella stessa stanza solo poco tempo prima. Sono grata per aver avuto la chance di vivere questa esperienza in questo modo. Da soli, ma circondati di umanità e professionalità.
Adesso mi guardo indietro e mi rendo conto che gli ultimi mesi sono stati davvero duri per me, e che forse rientro nella casistica della depressione pre-parto. Che è una cosa vera, anche se meno conosciuta di quella post-parto. Ha ragioni diverse e sospetto che chi soffre dell'una non soffra della seconda e viceversa (ma fnon ne so abbastanza per pronunciarmi). Mi ha aiutato molto che mi fosse stata messa a disposizione, gratuitamente persino, una psicologa specializzata, Emma, che mi ha incontrato un paio di volte e mi ha fatto parlare di quello che mi spaventava. Avevo il sospetto che ci avrei messo mesi a sentire di amare mia figlia: ho letto che capita e sospettavo che capiti a quelle come me. Emmat mi ha detto di lasciar fare, lasciare che le cose mi accadessero, senza sentirmi in colpa per tutti quei frangenti in cui, probabilmente, non avrei sentito esattamente quello che gli altri si aspettavano. Anche per questo, queste due settimane di "isolamento" famigliare erano necessarie. E invece incontrare Kiki è stato come prendere una botta in testa. Ancora una volta, niente va come te lo immagini, e la vita è piena di sorprese.
giovedì 26 febbraio 2015
sabato 21 febbraio 2015
A family's born
Kiki ha gli occhi blu e pochissimi capelli, biondi secondo sua madre, scuri secondo la questura. Kiki ha le mani e i piedi di suo padre, il viso di sua madre e una discreta personalità. Con grande sollievo di tutti ha mancato il giorno di San Valentino, ché a noi un compleanno da spartire con la più sciropposa delle feste non comandate non sembrava una buona idea.
Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.
Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno: nessuno dei presenti aveva quindi potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.
Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.
Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.
Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva, la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:
"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"
Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.
Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno: nessuno dei presenti aveva quindi potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.
Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.
Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.
Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva, la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:
"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"
martedì 3 febbraio 2015
Mixed signals
Mormon preacher: in the afterlife you will be reunited with your family
and will spend eternity with them!
Stephen Fry: but what if you've been good?
Se c'è un argomento sul quale le differenze culturali cui sono esposta si fanno sentire di più, c'è il modo di concepire i rapporti famigliari. Di seguito solo alcuni esempi.
AmicaGreca: quando il bambino nascerà, tua madre starà con voi minimo un mese, no? (come no)
CognataTedesca: i miei sono venuti su a conoscere mia figlia quando aveva due mesi, prima temevano di disturbare (ahahaahah).
Fratello: ma tutti i miei amici all'estero fanno venire le famiglie qualche giorno prima della data presunta del parto, e restano minimo un paio di settimane! (ah beh se lo fanno tutti i tuoi amici)
Mamma: ma io non voglio certo aspettare Marzo, io conto di venir su a Febbraio. (contaci)
Mamma2: ok, aspettiamo dopo che è nato a prenotare, ma poi pensavo che verrò tipo una settimana ogni mese...(e poi c'era la marmotta che confezionava la cioccolata...)
Suocera, via email, a mio marito: se hai un minuto chiama, io non oso perché ho paura di trovarvi in un momentaccio, manca solo una settimana, potrebbe nascere da un momento all'altro...
Io (basita) a mio marito: Ma non pensa che se il momento si avvicina le manderesti un messaggio per avvertirla?
Danne: No, mi ha solo chiesto se per favore non aspettiamo troppi giorni a dirle che è nato...
Iscriviti a:
Post (Atom)