Pagine

Visualizzazione post con etichetta Deutschland über Alles. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Deutschland über Alles. Mostra tutti i post

venerdì 6 ottobre 2017

la foto

La foto del viale alberato sta sul muro sopra alla mia scrivania, in mezzo alle altre. Ci sono Parigi, Firenze, Berlino, Strasburgo. E poi quel viale alberato che non esiste più.

Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.

Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.

Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.

L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.

Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto,  non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.

La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.




mercoledì 22 febbraio 2017

Il cielo sopra Francoforte

Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.

Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.

Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.

L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.

Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice:  se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.

Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.

Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.

Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.

Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo)

martedì 10 gennaio 2017

do not mess with potatoes

Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.

Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà. 

Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione. 

Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.

Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.

Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.

Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.




mercoledì 13 agosto 2014

it's something unpredictable but in the end it's right

Oggi pensavo che ci sono luoghi su questa terra che mi sono appartenuti, mi sono stati famigliari come il luogo dove sono cresciuta, e che adesso sono dietro di me, lontano da me, in una sorta di dimensione parallela che è diversa da quella in cui stanno tutti gli altri luoghi della terra.

A volte mi arrivano flash di quei luoghi. Come buffe cartoline mentali. Buffe, perché non sono le immagini che di solito fotografiamo, che ci portiamo addosso come souvenir. Non sono il Royal Mile o il monumento a Scott ad Edimburgo, non sono la cattedrale di Strasburgo, le terme di Baden Baden, il Castello di Heidelberg o quello di Neuschwannstein, sebbene ognuno di questi se rievocato mi si presenta davanti col suo corredo di ricordi e sensazioni. No, le immagini che mi trovo a rimirare più frequente, senza motivo alcuno ma con una strana malinconica sorpresa, sono luoghi banali, senza importanza, spesso senza bellezza.

C'è questo svincolo per esempio, sulla sinistra c'è Toys'R'us, sulla destra un MacDonald e un grande negozio di biciclette, nel mezzo una strada a quattro corsie sulla quale ho usato per la prima volta il navigatore (la perfida Jane) e sulla quale mi sono trovata regolarmente, prima di ogni viaggio verso sud, prima di ogni gita domenicale verso la Francia, prima di ogni viaggio verso l'aeroporto. Sapevo che Jane mi avrebbe mandato un fastidioso beep e intimato di stare attenta alle telecamere, e sapevo dove erano, ognuna di esse. Sapevo in quale corsia stare prima che lei mi dicesse per la ventottesima volta "keep right". Quel Toys'R'us è quello dove comprammo i costumi per il mio primo Fashing, il carnivale sbronzo e caciarone cui quella zona della Germania si dedica con tutto il cuore, anche passata l'infanzia. Sempre lì ho comprato il libro sonoro a mia nipote, prima di andarla a conoscere. Lì sono stata con le mie colleghe infinite volte in pausa pranzo, ogni volta che un nostro collega aveva un figlio in arrivo - lì comprammo il triciclo per il figlio del mio tecnico, che poi scoprimmo non avrebbe mai camminato. E ogni volta ci fermavamo a mangiare un kebab nel chioschetto di fronte - uno youfka senza cipolle e una cocacola. E quel MacDonald, ci ho mangiato una sola volta, uno strano sabato di millemila anni fa, quando non avevamo la macchina ed avevamo cambiato due linee di tram per essere lì, in cerca di una bici da corsa per me, in quella prima estate dopo che il mondo era esploso e senza rumore si era ricomposto (non la comprammo mai).

C'è questa strada lungo le rive del Reno, costeggiata d'alberi, il fiume che scorre così vicino che a volte se cominciava a piovere potevi trovarti con l'acqua alle caviglie. La gente vi faceva in-line-skating quando il tempo era bello e passeggiava coi cani. Una volta per attraversare un tratto tutto allagato Danne mi ha preso in spalla. Al sabato e alla domenica ci trovavi gente ben vestita che era appena uscita da un ristorante molto famoso lì vicino, dentro al bosco, circondato di canali e laghetti e dighe e ponti. Davanti al ristorante, con un piccolo banchetto contro ad un albero, un signore dall'accento slavo vendeva miele fatto nella zona, o patate, o mele, a seconda delle stagioni - noi compravamo il miele di castagno.  La strada verso casa si snodava tra i campi di colza e di granturco, costeggiata di meli e di ciliegi. A volte capitava di vedere un capriolo. Ovunque c'erano nidi di cicogne. Io quella strada l'ho fatta col sole e con la neve, a piedi e in bici, a volte ci andavamo a correre, a volte ci portavamo pure la gatta al guinzaglio, la saprei disegnare su una mappa, ogni curva, ogni ponticello. Sotto mille punti di vista, era casa.

E poi c'è questo posto di cui non so il nome, in Svizzera. Ci siamo fermati lì ogni volta che abbiamo viaggiato in auto verso l'Italia. Le prime volte, per caso - era più o meno il punto in cui cominciavamo ad aver fame e voglia di sgranchirci. alla fine lo abbiamo pure messo tra i preferiti del navigatore. Era una piazzola di sosta che si affacciava su un lago senza importanza, dietro c'erano pascoli verdi e baite e mucche.

la mia macchina che non c'è più
il lago senza nome
Non so perché l'avessimo scelta, forse perché era calma, c'erano i tavolini e i bagni non erano disgustosi, ma era anche una sensazione rassicurante quella di avere questo posto nel modo, questo posto che non aveva nemmeno un nome per noi (sul navigatore era segnato come "sosta in svizzera") e dove di solito ci sentivamo già in vacanza, già in viaggio, che è una sensazione meravigliosa e che mi manca parecchio. L'ultima volta mi ci sono fermata da sola, era il mio ultimo viaggio per riportare in italia la mia macchina e le ultime cose dopo aver svuotato l'appartamento. Gli ho detto addio, con uno sguardo, come a tante altre cose quel giorno.

lunedì 16 giugno 2014

ciao bella

Sono andata a correre con la mia maglietta dell'Italia, ieri, cosa che faccio spesso, sia chiaro, non era per via della partita. Dei ragazzini dalla pelle scura mi hanno apostrofata in svedese "Italien vann igår!" ed io ho sorriso.

I mondiali mi riportano sempre al 2006, col pensiero. La prima maglietta la comprai quell'anno - era diversa da quella che avevo oggi, perché ha tre stelle sullo stemma invece che quattro, ovviamente. Quella di allora, quella con tre stelle, di un colore più chiaro, azzurra davvero e non blu, la trovai in un negozietto di roba improbabile, per puro caso, uno di quei caldi pomeriggi di giugno in cui la Germania tutta si era scoperta orgogliosa dei suoi colori. Me lo ricordo come fosse ieri, che mentre mi provavo la maglietta, dalla finestra del negozio vedevo che in strada erano scesi i tifosi tedeschi che celebravano la vittoria di una loro partita appena finita. Tutte le auto avevano una o più bandierine tedesche, tutte le case ne avevano messa su una. In Germania, per ovvie ragioni, non era mai stato vista di buon occhio l'idea di mostrare sentimenti troppo patriottici, per loro quella di quei modiali del 2006, organizzati in casa, era stada una vera e propria liberazione. Peraltro, i tedeschi non facevano caroselli dopo le prime vittorie, cominciarono dopo che i tanti immigrati delle varie nazionalità (ma soprattutto italiani) avevano dato l'esempio.

Fino a che le partite andavano avanti nei vari gironi, l'atmosfera al lavoro era stata tranquilla. Io facevo il fantacalcio con la mia collega tedesca N. e poi guardavamo le partite in piazza, sul megaschermo, nella bolgia più assoluta, bevendo litri su litri di radler. Poi era diventato chiaro che Italia e Germania si sarebbero incontrate in semifinale, e nei giorni precedenti lo scontro gli spunti per litigare si moltiplicavano. Questa partita Italia-Germania pare avere sempre una portata maggiore delle altre, sia su un fronte che sull'altro. Si sprecavano le offese, le litigate, le catene di mail con battutine su una squadra o l'altra. al lavoro, partecipavano anche quelli degli altri paesi, schierandosi da una parte o dall'altra per varie ragioni.

La mattina della partita, andai al lavoro con quella famosa maglietta.
Per strada fui salutata da quasi tutti i tedeschi che incontravo, con mille sorrisi. Al lavoro ero l'unica italiana ad indossarla. N. aveva invece indossato la sua maglietta della Germania. Ci hanno visto abbracciarci ridendo quando ci siamo trovate per caso di fronte l'una all'altra, sorprese per aver avuto la stessa idea. Ho sentito un mio collega commentare che era una bella scena. E un altro sottolineare che ero l'unica che aveva avuto coraggio. Gli altri miei colleghi italiani, quelli che magliette simile se le sarebbero messe eccome il giorno dopo, avevano evitato.

Dopo la partita ci furono caroselli in città fino a notte fonda, traffico completamente bloccato, compresi i tram. A me, in tutta onestà passò la voglia di festeggiare. Perché mi ricordavo ancora bene come ci si sente quando si viene eliminati, quando finiscono i giochi...l'aria di silenzio surreale che c'era in città dopo quella partita con la Corea, per esempio! Ecco, mi immaginavo come ci saremmo sentiti se quel pomeriggio, tornando mesti a casa dai vari megaschermi, ci fossimo imbattuti in orde di coreani felici che ci impedissero di procedere con la macchina, parandosi di fronte alla nostra auto con una grande bandiera della Corea..in Italia! Ecco, mi pareva che fosse il caso di ricordarsi che eravamo in Germania dopotutto, e un minimo di rispetto per il dolore altrui potevamo anche mostrarlo, pur festeggiando.

Qui in Svezia le cose sono molto diverse, mi rendo conto, l'altra sera non si è sentito assolutamente nulla. La comunità italiana è molto ridotta rispetto alla Germania. Eppure non credo di entrare mai in un negozio del centro senza sentire pezzi di conversazioni italiane intorno a me. Diciamo che quelli che ci sono sono in ogni caso molto più silenziosi. Si fa fatica anche ad aggregarli, gli italiani, perché spesso si ha la sensazione che molti preferiscano evitare. 

E dunque, ieri sono uscita con la mia maglietta sollevando un bel po' di sguardi sorpresi...qui la maglietta azzurra la vedi quasi sempre addosso ad iraniani che vogliono spacciarsi per italiani! Ci hanno fatto anche un film (per me) esilarante: Ciao Bella.

venerdì 31 gennaio 2014

le parole per dirlo

Una mattina, mi sono seduta in macchina e non sono riuscita a girare la chiave per mettere in moto.

Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.

È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.

C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".

C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.


Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".



Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.

E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?

Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.

Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.

Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.

Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.

Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.

Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo. 

giovedì 3 ottobre 2013

Ancora sulla pasta

I cliché sul cibo italiano mi affascinano. Perché non si tratta di semplice mancanza di esperienza diretta, come ne avrei io per esempio nei confronti della cucina cinese. Quel che mi affascina è che all'estero ci si esprime in merito con una serie di certezze granitiche. Ossia, la gente studia, si informa, e parla con quella che credono essere cognizione di causa.

Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).

Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!

Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?

In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.

Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.

Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.

Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.

Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.

Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".






martedì 17 settembre 2013

traghettando

Al martedì, per la serie facciamoci del male, mi guardo in differita come in Purgatorio, la puntata di Presa Diretta trasmessa su rai tre la sera prima.
E ovviamente trascorro il resto della giornata, e talvolta della settimana, arrabbiata e depressa.
 Non ne scrivo perché mi pare quasi di infilarmi in una pagina da libro cuore, coi bambini che non mangiano carne o non mangiano proprio. Con le famiglie che vivono di carità - gente poco più grande di me e che pare invece essere coeva di mia nonna, nel dopoguerra.

Danne mi dice che forse potrei evitare, se devo starci così male.
È il mio paese, gli dico. È dietro di te, mi fa.
Non te la prendere, ma davvero non puoi capire, gli dico, e non solo perché tu sei a "casa".

Non era la stessa cosa nemmeno essere in Germania, per lui, perché non si era certo trasferito per bisogno, non è mai stato davvero un emigrante. Non lo sono davvero nemmeno io, a dirla tutta, ma le cose sono cambiate da quando me ne sono andata. Forse lo sarei diventata, ecco.

E poi lo vedo ogni giorno in classe, al corso, che sebbene molto internazionale sembra un gruppo di sostegno per PIIGS. Portoghesi, greci, spagnoli, irlandesi e me, ci siamo tutti. Con le nostre lauree, i nostri risparmi investiti in corsi di lingua. Si ride parecchio, sia chiaro. Ma si vede che siamo pure parecchio incazzati. Per esempio c'è stata una breve, soppressa, frizione tra due studenti, per una fabbrica chiusa e trasportata dall'irlanda alla polonia, per tanti disoccupati da una parte, e per tanti sfruttati dall'altra, e a volte l'Europa pare proprio aver fallito se ci troviamo a rischiare gli incidenti diplomatici in un corso di lingua.


Non sarà mai davvero dietro di me, la rabbia. Perché noi non dovevamo più essere così. Noi eravamo i ragazzi del bengodi, diceva mia nonna, i primi figli del consumismo anni ottanta, avevamo  davanti solo un luminoso futuro e abbiamo studiato cose bellissime e inutili, e adesso anche quelle "utili" non ci proteggono dal farci sentire inutili. La rabbia viene soprattutto dal fatto che sentiamo che le cose potevano andare diversamente. Perché abbiamo vissuto in paesi ricchi, dove c'era tutto, e dove di certo non mancavano i mezzi per investire su un domani diverso. Non siamo fuggiti sulle barche, non siamo profughi di guerra, siamo cresciuti pensando di restare, non di fuggire.

A giudicare dalla trasmissione, mi pare che in Germania i nuovi immigrati italiani siano pure più vecchi di quelli che vedo qui, e più incazzati. Deduco che la situazione si è parecchio inasprita rispetto ai tempi dei miei primi corsi di tedesco per immigrati. Uno diceva: se avessi voluto emigrare lo avrei fatto a 20 anni, non ora che ne ho 50! I miei sono fortunati, in quel senso, eppure anche loro sono incazzati - perché in fondo in fondo non avrebbero mai pensato che io non vivessi là con loro. Dentro una casa che non varrà più niente, che non sarà l'eredità che loro pensavano di lasciarsi dietro. E io ogni volta penso: come faccio a tenere qui il mio cuore spezzato quando ogni grammo di energia mi serve per investirlo qui, nel mio futuro, e per mantenere viva la mia speranza, il mio domani. 

Tempo fa ho trovato una bella definizione data da un'altra expat, della gente che si trova a metà tra due mondi e strattonata emotivamente da una parte all'altra. Lo scrivava a proposito del Natale e di come col tempo ci si trova a rivedere il concetto di tradizioni famigliari, ma mi pare adatto anche a questo contesto. Noi siamo i traghettatori, noi siamo il legame, il  ponte, noi stiamo costruendo, da zero, il crogiolo che diventerà, un giorno, tradizione. Non c'è tempo per sentimentalismi, c'è tanto da fare.

venerdì 23 agosto 2013

Ultimo giorno di lezione del corso di svedese A1.
Per salutarci, è stata ovviamente organizzata una speciale fika di commiato. Ossia, l'immancabile pausa caffè delle 10:30 durerà più di mezzora e ognuno porterà qualcosa da mangiare che sia tipico del suo paese di origine.
Trovare cibo "esotico" qui in Svezia, come un po' dappertutto ormai, non è difficile. Lo si trova nei supermercati, persino. Uno degli studenti, però, un polacco che vive da molti anni spostandosi attraverso l'europa, ha però sostenuto di non essere in grado di portare nulla. L'altra polacca che abbiamo in classe gli ha consigliato di provare il negozio polacco del suo quartiere, e lui ha detto "No, io quei negozi li evito"
Al che lei si è arrabbiata e davanti a tutta la classe ha detto che non sopporta più di incontrare polacchi che si fanno un vanto di scegliere di non frequentare altri polacchi. Lei dice di sentirsi spesso rifiutata da connazionali che preferiscono altre amicizie.
Il ragazzo, peraltro, ha insistito di aver sempre fatto così, anche quando viveva a roma ed evitava come la peste le comunità chiuse dove si parla solo polacco, si mangia solo polacco, e non si hanno amici italiani.
La nostra insegnante si è pure molto stupita, e lui mi ha chiamato in causa:
"non succede forse la stessa cosa agli italiani?"
In effetti non posso dire di non comprenderlo. In Germania ho anche io preferito evitare i gruppi di soli italiani, che finivano per far la spesa solo all'alimentari italiano, mangiavano solo nei ristoranti italiani, parlavano solo italiano. Ma soprattutto: passavano il tempo a dire quanto fosse orribile la Germania. Quanto fossero tutti stronzi e tirchi, quanto fosse brutta la lingua, quanto fossero freddi, quanto il clima facesse schifo.
Personalmente, dopo le prime sorprese dovute al gap culturale, ho sempre molto apprezzato i tedeschi e ritengo la germania un buon posto per vivere. Non faceva per me, però, e ho sempre cercato di andarmene ma di questo non li ho mai incolpati. Ai miei connazionali però, non passava manco per la testa di andarsene. E allora a me la loro pareva ipocrisia.
All'alimentari italiano ci andavo di tanto in tanto, però, e dunque non capisco del tutto le remore del mio compagno di classe.
Solo perché vai a comprarti una mozzarella non vuol dire che scegli di appartenere ad un ghetto, ecco.
Però magari l'alimentari polacco non è la stessa cosa del negozietto italiano in Germania, dove comunque tutto era scritto in tedesco ed era aperto ad una vasta clientela, pure tedesca. Questo davvero lo ignoro.
la ragazza polacca siede in classe accanto a me, per cui le ho chiesto: "davvero ti capita che qualcuno rifiuti di esserti amica solo in quanto sua connazionale?"
Al che lei ha risposto: "mi hai mai vista parlare con lui? a certa gente sono proprio allergica."

Sono tornata a casa riflettendo. Sono certa che molti italiani mi hanno vista esattamente come lei vede lui.
Anche se non ho mai avuto il desiderio cosciente di escludere nessuno dalla mia vita solo in quanto italiano.
Sono certa anche che non sia vero che i polacchi che lei incontra rifiutino di essere suoi amici, piuttosto evitano di esserlo solo sulla semplice base della condivisa nazionalità. Magari scelgono di essere amici delle persone con cui condividono interessi o opinioni. Ma se anche fosse come dice lei, resta una ovvia differenza tra lei e lui. Lei dalla svezia se ne vuole andare, propendendo più per la nazione del suo fidanzato o la sua - e come non ritrovarmi in questo?. Lui invece vorrebbe restare: ha visto la Polonia, ha visto l'Italia, ha visto la Svezia, e ha scelto. E come non ritrovarmi pure in lui?


mercoledì 21 agosto 2013

cavalleria scandinava

Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato

Bär min väska!

ossia Carry my bag!

così, all'imperativo.
 La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.

Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.

Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.

Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.

Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci

(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)

Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).

 E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.

E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!

Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?

Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.

E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.

E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.






venerdì 24 maggio 2013

one day at a time

Sono i miei ultimi giorni in Germania. Li passo in un appartamento semivuoto, coi gatti e le ultime cose pronte per essere messe in macchina, tra dieci giorni. Cucino e mangio con l'unico scopo di svuotare la dispensa e il frigo. Bevo anche di conseguenza, il che dà innegabilmente soddisfazioni maggiori.

Penso che questa specie di inverno prolungato sia un elaborato piano del destino per non soffrire di nostalgia, visto che il trasloco è previsto per giugno, quando in questo angolo fortunato di Germania di solito fanno trenta gradi. E invece al momento in Svezia c'è bel tempo mentre qua fuori ci sono sei gradi e piove da settimane. Non credo di aver mai visto così poco sole come in questo 2013.

Le ripercussioni sul morale sono evidenti. Al lavoro, i mediterranei vanno in giro incazzati come api e si vestono in modo incongruo. il che è tipico degli immigrati mediterranei al nord una volta che hanno passato il primo inverno. Quell'inverno per il quale si erano preparati le pellicce di foca, per intendersi, e che si son stupiti di constatare non era poi così freddo. Contemporaneamente, mia madre al telefono si lamenta del freddo, perché in Toscana fa esattamente lo stesso clima di qua, ma chiaramente nella gara delle lamentatio la differenza di latitudine risolve l'ex-aequo.

Persino i gatti sono rompiscatole, perché soffrono l'assenza del loro amato Kratzbaum o albero tiragraffi o come altro cavolo si chiama il trespolo da cui erano soliti dominare la stanza e noi abietti servitori di felini, partito sul camion dei traslochi assieme a quasi tutti i nostri possedimenti terreni. Dunque Enzo si è trasferito in pianta stabile sopra l'armadio. e Liza, la mia gattina cieca, soffre della mancanza del suo umano preferito.
Mettiti in coda, sorella.

E dunque, dicevamo: sono giorni difficili, e passano con una lentezza che ha del paranormale.