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sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

venerdì 13 gennaio 2017

Sissa

Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.

In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.

Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.

Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.

Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.

Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.

martedì 10 gennaio 2017

do not mess with potatoes

Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.

Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà. 

Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione. 

Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.

Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.

Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.

Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.




mercoledì 23 dicembre 2015

il tiramisú di natale

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ehm, una giovane studentessa espatriata di fresco si recò ad una serata tra amici portando seco un tiramisú.

Lo aveva fatto nella cucina condivisa dell'allegra mansarda di Frau Blücher, utilizzando le fruste elettriche prestatele dal suo vicino di stanza di Singapore, il mascarpone e i savoiardi che si trovano ormai anche in capo al mondo ma che a lei era sembrato incredibile reperire, e come forma una di quei contenitori da microonde ricevuto in omaggio con un pacco di muffin del Penny Markt. L'intera faccenda aveva il fascino di una grande impresa.

Era una fredda sera di dicembre, l'altro suo vicino di stanza, francese, guidava la sua malconcia citroen e loro riuscirono a perdersi nella buia campagna tedesca. Arrivarono alla casa di quel suo collega svedese, conosciuto da poco. La casa era fatta apposta per dare delle feste, grande e bizzarra, nella mansarda (anche quella) di una vecchia casa alsaziana, con la scala di legno, le finestre storte, un pretzel sull'architrave della porta a ricordare che si trattava della casa del fornaio. Fu una sera molto divertente e molto spensierata. Guardarono un film, ascoltarono musica, risero molto. Si dimenticarono però del tiramisù.

Il mattino seguente, al lavoro, il collega svedese passando davanti al suo ufficio fece capolino dalla porta.
"Ma quel dolce che hai lasciato...c'è mica del caffè dentro? perché non ho chiuso occhio!"
"ehm...stai scherzando vero?"
"..."
"ma certo che c'è il caffè nel tiramisù..."

Chi lo avrebbe mai detto che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di tiramisù, passato in breve da dolce sconosciuto a preferito. Nel frattempo, la studentessa dalla mansarda condivisa, facendo una piccolissima deviazione, si sarebbe trasferita nella mansarda dello svedese, dove avrebbe trovato le migliori fruste elettriche di questo mondo, quelle classe 1970 ereditate da Mormor,  quelle che usa tuttora e senza le quali fare il tiramisú sarebbe molto, ma molto più difficile.

E chi lo avrebbe mai detto che nove anni dopo almost to the day, lo scorso capodanno, si sarebbero trovati sposati, in attesa di una figlia, a condividere lo stesso dessert con tutta la famiglia di lui. E a raccontare pure la storia buffa del tiramisù mangiato a tarda sera dal ragazzo sprovveduto, l'unico al mondo, evidentemente,  che ignorava che dentro ci fosse il caffè.

"ah, ma perché, c'è il caffè qui?" chiese allora il padre del suddetto, col cucchiaio a mezz'aria, la faccia stupita.

"Sì, c'è il caffè nel tiramisù" mormorò la ex studentessa, expat ormai rodata e incapace di stupirsi di niente, crollando le spalle.

Non si è stupita nemmeno quando gliene hanno commissionato uno come dessert per il pranzo di natale di domani. Perché in fondo le tradizioni sono solo convenzioni, e quando su sei adulti presenti si mischiano tre nazionalità ci si rende conto che la cosa più naturale da fare è inventarsene di nuove.

(Buon natale btw).

sabato 12 dicembre 2015

do they know it's xmas time at all?

Che sia quasi natale, lo si nota poco e lo si realizza con incredulità.

Per prima cosa, fa caldo. Où sont les neiges d'antan? recitava una poesia imparata al liceo. Fa più o meno lo stesso clima che nella mia lontana Toscana. Solo molto più buio. Ecco, che sia quasi natale lo notiamo solo per questo: che ci sono le luci dell'avvento nelle finestre. Sono l'unico addobbo che ho messo pure io, perché sono importanti, lo si capisce dopo il primo inverno passato al buio.

Invece per la prima volta da anni, non ho né addobbato né fatto l'albero. Ma come, il primo natale con un bambino per casa? in realtà non è un controsenso per niente. Abbiamo infatti realizzato che una casa con due felini ha più chances di mantenere in piedi un abete addobbato che non una casa dove soggiorni il ciclone Kiki.  Era chiaro che avrei passato tre settimane a raccogliere un abete finto di 180 cm dal pavimento, sotto il quale si sarebbe sepolta la piccola peste che si aggrappa a tutto.

Però è natale. E allora ho pensato che potevo ovviare con suggestioni olfattive là dove erano mancate quelle visive: ho deciso di cimentarmi per la prima volta nei pepparkakor, i biscotti allo zenzero tipici svedesi (ogni paese ha la sua variante).

Per prima cosa ho comprato le spezie giuste - del resto è impossibile evitarle nei negozi, in questo periodo. Anzi mi sa che è per esserci sbattuta contro alle casse che mi è venuta l'idea. Chiodi di garofano macinati, cannella, zenzero (qualcuno mette anche il cardamomo) e bicarbonato da usare al posto del lievito. Poi ho comprato le imprescindibili formine: un cuore, una specie di capra detta julbock, un maiale, un omino e una donnina. i pepparkakor a forma di cuore sono i più diffusi. Poi è arrivata mia suocera in visita. Quale migliore occasione per imparare una ricetta tradizionale, approvata, consolidata negli anni?

Ah li faceva la nonna di Danne, Mormor, mi fa lei, io però non li faccio mai, non ho pazienza.

Questo avrebbe dovuto essere un serio campanello di allarme. Mia suocera sotto natale passa tipo un mese a impastare e infornare. E poi intuivo un sottinteso: se mi stufo io figuriamoci te. E come darle torto, un gabbiano mi ha cagato sulla finestra a settembre e la patacca sta ancora lì, la mia fama di casalinga è quel che è. Con una mano sola poi.

Però nessuno ha cercato di fermarmi, E ho incominciato a impastare: si montano 150g di burro a temperatura ambiente con 225g di zucchero. Poi si aggiungono le spezie: mezzo cucchiaio di zenzero, mezzo cucchiaio di chiodi di garofano (il cui aroma dominerà su tutto), un cucchiaio di cannella e mezzo cucchiaio di bicarbonato. Poi si aggiunge un decilitro d'acqua e poco a poco 450g di farina. Si fa una palla e la si lascia 24 ore in frigo avvolta nella pellicola.

Il giorno dopo arriva il momento di stendere la pasta. Eccheccevò? avevo pensato io, tracotante come non mai. E invece ho presto compreso le ragioni di mia suocera. Perché i pepparkakor svedesi sono biscotti sottili e croccanti. E siccome in forno un poco crescono, la pasta va stesa ancora più sottile. Quanto sottile? Mormor diceva: che più sottile non si può. Consiglio un tantino evanescente che si scontra con la difficoltà oggettiva di riuscire poi a staccare la pasta dal ripiano senza sfasciarla. Mia suocera se la rideva svedesemente, il che ovviamente significa in modo silente, mentre teneva impegnata Kiki. Intanto mi spiegava che il trucco era maneggiare pochissima pasta per volta e usare una spatola per staccarla più volte e rivoltarla  e infarinarla durante il processo. Ho impresso le formine quando la pasta era spessa circa 2 mm anche se era chiaro che Mormor non avrebbe approvato. Sempre con una spatola ho trasferito poi le formine sulla placca del forno foderata di carta. Bisogna fare attenzione che la superficie dei biscotti non sia impolverata di farina e cuocerli per 5 minuti a 200°C.

Il fatto che cuociano in 5 minuti significa che non si avrà tempo di preparare un'altra infornata mentre cuoce la prima. È un attimo che si carbonizzano, peraltro. Mentre guardavo i miei biscotti che prendevano in forno il colore marrone scuro tipico e l'odore meraviglioso si spandeva per casa, ho realizzato che avevo usato solo una microscopica parte della pasta. Eh, vedi perché non ho pazienza? non si finisce mai coi pepparkakor! Sono tornata a leggere la ricetta e ho realizzato: avevo dimezzato le dosi rispetto al libro, ma anche dimezzate erano comunque per 150 biscotti. E io dopo tanto lavoro ne avevo in forno 18. Intanto s'era pure fatta una certa. Ma caspiterina, chi scrive ricette per 300 biscotti? Ah giusto, gli svedesi sotto natale, ecco chi.

Ma non è carino dire te l'avevo detto e infatti non me l'hanno detto. I biscotti erano un filo troppo spessi, quindi non abbastanza croccanti, ma ho in frigo una palla di pasta di circa un chilo su cui continuare ad allenarmi da qui a natale.

giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.

martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!



mercoledì 15 luglio 2015

and I try oh my god do I try

La vacanza dai suoceri ha rinfrancato lo spirito ma anche fatto fare un balzo alla bilancia, maledizione. Urge trovare il modo di pasteggiare 5 volte al dì, come fanno i miei suoceri (evidentemente possessori di metabolismo scandinavo) riducendo le porzioni senza dare nell'occhio. Per esempio potrei mangiare un solo dolcetto con il caffè, invece che uno per tipo. Oppure potrei adottare il masticamento rallentato, cosa che mi permetterebbe di evitare il bis avendo ancora il piatto pieno della prima porzione. It's not rocket science...eppure dopo otto anni non ho ancora imparato.

E pazienza, si torna a casa, ci rimette a dieta e ci si rimette a correre. Sono i giorni di Gothia Cup (1000 squadre di calcio giovanile da 150 paesi del mondo). Il mio quartiere brulica di squadre di ragazzini e ragazzine, li vedi a volte in uniforme, a volte in gruppi disordinati. Io li guardo, specie le ragazze, perché mi ricordano la me di quelle estati in Inghilterra, quando mi trovavo in simili gruppi, a camminare su suolo straniero sentendomi grande e impavida (Ed essendo invece una squinternata con lo zainetto fluorescente). Al al campo sportivo dove vado a correre ogni giorno ci sono partite del torneo. Ieri sera giocava una squadra africana, e mentre correvo un bambino di massimo 4 anni ha lasciato la mamma a suonare il tamburo tra gli spettatori e si è messo a corrermi accanto, un sorriso bianchissimo rivolto in su verso di me. Adorabile e tutto, ma porca miseria che mazzata per l'ego.

Oggi poi Kiki compie 5 mesi e per festeggiare è stata vaccinata per la prima volta. Due belle punture, una per coscia, povera piccola che pianto che si è fatta. Non ci ero preparata alla sofferenza di vederla così disperata e specie la seconda puntura è stata una tortura pura, per me che dovevo tenerla. Ora è di pessimo umore e aveva quella faccia lì, sapete, quello sguardo di chi per la prima volta si rende conto che il mondo è pieno di stronzi. Col cavolo che mi fido ancora delle graziose infermiere, pareva dirmi, e tu l'hai lasciata fare. Quanto è dura crescere.

mercoledì 8 luglio 2015

Amazing grace

Siamo stati all'appartamento che era di Mormor, la bisnonna, che verrà presto venduto.

Bisogna decidere cosa tenere, cosa vendere, cosa dar via. Una cosa già vista e già sofferta, alla morte dei miei nonni, quando il peso di quel loro accumulo di decenni ci è piombato addosso d'un colpo. E come allora penso a come sia strano il rapporto dell'uomo con le cose. Come fossero amuleti per la felicità, non è l'uso che si fa di esse che può darci piacere o sollievo, spesso è il solo possederle e immaginare il loro prender posto nel nostro futuro. Fino a che non lo prendono tutto, il posto. E chi resta si trova a raccogliere il più possibile per non tradire quella speranza ingenua, perché disfarsene sarebbe come dire alla memoria di chi non c'è più che tutto è stato vano. E dunque apriamo armadietti e riempiamo scatole, e portiamo con noi talvolta il ricordo e talvolta il valore, ma col cuore pesante, come le nostre braccia, perché in fondo sono solo cose, cose di cui nessuno ha davvero bisogno, ma sono le cose di Mormor.

Che strano essere lì in quelle piccole stanze dai mobili antiquati, con ancora tanti oggetti del quotidiano intorno. In freezer ci sono ancora gli ultimi dolcetti sfornati da Mormor, poco prima che ci lasciasse, sono la nostra fika di oggi. Facciamo un caffè nella sua cucina, lo beviamo nelle sue tazzine. Che strano vedere Kiki che si rotola sul suo tappeto. Che strano il sole in quel terrazzino ora sgombro. Che strana la morte e la vita e noi che vi stiamo in mezzo.

Mormor aveva lasciato scritto come voleva che fosse il suo funerale e quel che voleva i medici facessero o non facessero. Mia suocera trova un gran conforto in quel sapere d'aver fatto come voleva lei, e nel sapere che se ne è andata più o meno come avrebbe voluto. È importante, mi dice, per chi resta. Nulla ti ricorda che non hai più radici come questo genere di riflessione. Eppure hai rami e forse per questo hai perso il diritto di alzare solo le spalle e dirti che in fondo non importa.

domenica 5 luglio 2015

recharging

Forse mi alimenta un pannello solare e con tutta la pioggia di giugno devo aver scaricato tutta la batteria. Ecco come mi sentivo, la scorsa settimana, quando finalmente sono iniziate le vacanze e nel primo giorno di estate vera ci siamo messi in auto, due gatti urlanti, una bimba di quattro mesi e due adulti semidistrutti, alla volta di casa dei suoceri e dei boschi di Småland.

Ma la pioggia non era l'unica cosa che aveva scaricato la mia batteria. Da molte settimane la suddetta pupa ha deciso di non dormire più la notte, cosa che faceva con discreta regolarità dal secondo mese, illudendomi che il peggio fosse alla spalle. Maddeche. Il peggio, mi dicono, è sempre e comunque davanti. Non solo: i giorni, quei giorni di pioggia e di freddo e di frustrazioni varie, quelli durante i quali secondo i più "ma tu tanto recuperi",  li passava a strillare, reclamando un'attenzione costante. Io sono insonne come mio solito, di giorno non ho mai potuto dormire nemmeno da piccola, quindi quando Kiki collassa dopo ore di pianti riversa su un tappeto, con la faccia spalmata su un qualche giocattolo e il volto paonazzo e rigato di lacrime (such a drama queen) io non posso cogliere l'attimo e schiacciare un pisolino. No. Di solito faccio lavatrici (montagne) pulisco lettiere (altre montagne) faccio uncinetto sostanzialmente per calmare i nervi. E il senso di inutilità imperante.

Ecco perché alle vacanze ci sono arrivata in ginocchio. Perdita della memoria a breve termine, male alle gambe, capelli bianchi a ciuffi, un orzaiolo e una generale voglia di sbattere fortissimo la testa al muro. Poi mi sono ricordata che ho un libro che mi hanno prestato, scritto da due olandesi, sul primo anno di vita del bambino. Io odio leggere i libretti di istruzioni e pure i mobili ikea li monto di testa di mia, figurarsi che voglia avevo di un manuale di puericultura. Per giunta in svedese. Hanno dovuto insistere. Chiedermelo almeno dieci volte, da quando ero incinta al quinto mese: ma il libro l'hai letto? davvero, leggilo. 

E alla fine un occhio ce l'ho buttato. Il libro parla dei sette scatti di crescita del bambino, che si presentano come periodi di tempesta cui segue una gran calma. Avvengono per tutti negli stessi periodi. Il bambino sente che qualcosa di grande e destabilizzante sta avvenendo e per reazione diventa più appiccicoso, mostra emozioni in modo più violento e repentino, reclama più attenzione e contatto. E passano per tutti, più o meno indipendentemente da quel che si fa per sopravvivere loro. Il libro mette pure un calendario. Dunque vediamo, periodi di merda: tra la 4a e la 5a settimana, tra la 7a e la 9a, tra la 11a e la 12a, tra la 14a e la 20a...
Sei settimane di inferno. Tra la 14a e la 20a. Indovina a che settimana stiamo. "Questo periodo è più lungo dei precedenti e ai genitori può sembrare infinito". Ah ecco.
Io a questo calendario non ci credevo e non ci volevo credere ma finora non abbiamo sgarrato di una settimana (che culo).

Il libro riporta anche testimonianze dirette e fa la lista dei pensieri deleteri che in quei momenti di tempesta si finiscono per fare. Ci si sente molto poco originali a leggerlo. Nulla di speciale nel mio sconforto. Nulla di unico nemmeno nel fatto che avrei voluto passasse non dico l'uomo nero ma almeno la befana, che se la portasse via una settimana. Una settimana di sonno. Sonno e mohito. E poi sonno. Magari al sole, così ricarico pure il pannello.

E alla fine sono arrivate le ferie, sono arrivati i trenta gradi, e siamo arrivati dai suoceri senza ammazzare nessuno nelle cinque ore di auto coi gatti matti. Una settimana tra i boschi, cieli azzurri e laghi incorniciati di verde, liberi da ogni altra incombenza, con mia suocera che ci riempie di cibo e dolcetti e fragole appena colte e si smazza pure la pupa. Che peraltro avrà controllato il calendario pure lei e ha ridotto drasticamente i pianti in favore di gran risate e sorrisoni. Amore di nonna. Manca il mohito, quello sarà dura che me lo porti la suocera, ma mi ha detto che posso portarmi a casa il limoncello che le regalai temporibus, ché tanto nessuno lo beve.

lunedì 1 giugno 2015

farewell

La nonna di Danne ci ha lasciato.
Aveva 93 anni e viveva da sola a circa 50Km dai genitori di Danne. Era due volte vedova. La prima volta, aveva forse vent'anni ed una bimba appena nata. La seconda, erano gli anni ottanta. Nel mezzo ai due matrimoni c'erano stati lunghi anni di ristrettezze economiche, di vita da madre single e lavoratrice. E dopo anche il cancro, e poi, infine, la vecchiaia: poteva muoversi poco e non ci vedeva quasi più. Quando il secondo marito era morto, aveva venduto la casa e si era trasferita in un piccolo appartamento, come è cosa comune qua, cedendo quasi tutti i suoi mobili e le cose per le quali non avrebbe più avuto spazio.

Altissima, ancora, nonostante il peso degli anni, i capelli candidi come vengono solo ai biondi e gli occhi blu velati dalla cataratta, così l'ho conosciuta anni fa, durante il mio primo viaggio in Svezia. A casa sua, nel suo salottino ingombro di mobili antichi e i vetri pregiati, mangiammo salmone, patate e salsa di spinaci. E torta di fragole per dessert - le dolcissime fragole svedesi che ci sono solo a luglio inoltrato. Sul tavolo aveva messo i candelabri delle grandi occasioni.

giovedì 7 maggio 2015

Opportunities to find the deeper powers in ourselves

Non sono giorni facili. Neanche un po'. Sono giorni talvolta troppo pieni e talvolta troppo vuoti.
Avere i suoceri qui in visita è un troppo pieno. Avere nello stesso giorno il corso di massaggio, il bookclub e un acquazzone è un troppo pieno. Avere da mandare cv e lettere alle quali ti immagini già la risposta è un troppo vuoto. Guardarsi allo specchio e chiedersi com'è che è finita che di tutte le tue amiche quella che fa la mamma e la casalinga sei proprio tu, è un troppo vuoto. Kiki che piange disperata senza motivo apparente mentre due gatti reclamano cibo e tu non hai ancora fatto colazione, è un troppo pieno. Tu che provi a consolarla e non ci riesci...un maledetto vuoto, d'autostima. Kiki che ride con tutta la bocca aperta due secondi dopo è un pieno e basta. Just the right amount.

Mia suocera continua a dirmi che dovrei buttar giù note e appunti su Kiki mentre cresce. Prima che dimentichi. Ed io finora non l'ho proprio fatto. E come farsi sfuggire una tale occasione, nell'immenso buffet di sensi di colpa che è diventata la mia vita? Infatti. Chissà a quali appunti pensa lei, esattamente. Un mio amico mi ha detto che andando a riguardare gli appunti sulla prima figlia hanno constatato che la seconda mangiava esattamente uguale, anche se a loro pareva mangiasse di più. Capite, questi avevano un diario (immagino un foglio excel, son mica ingegneri a caso) in cui annotavano i millilitri di ogni pasto di ogni giorno. Tu no? mi fa lui. Ehm, no. Oui, je suis Mèredemerde (lui è francese). Forse mia suocera pensa a questo. O forse che dovrei annotare tutti i mal di pancia, tutti gli episodi di vomito in stile esorcista e quelli che hanno visto protagonista il povero muro opposto al fasciatoio. (A questo proposito, pensavamo di aver battuto ogni record e invece no. Ho persino una foto che testimonia il tutto, e quel che da allora è stato ribattezzato "the shittiest day since measurement began". Ma evito di postarla perché ho pietà di voi). È importante, mi dice, avere i dettagli precisi e non ricordi fumosi, ed ha ragione, medicalmente parlando. Eppure io mi trovo ad annotare altro.

giovedì 23 aprile 2015

23 aprile

Il mio primo libro è stato Il giornalino di Gian Burrasca. Era l'estate tra la terza e la quarta elementare - tardi, tutto sommato. Eppure la mia carriera di lettrice ci avrebbe messo ancora un anno a partire sul serio. Fu con Speciale Violante di Bianca Pitzorno che leggere divenne un bisogno quasi fisico. Faceva parte di una collana Mondadori, si chiamava "Gaia Junior" e per comprarli spendevo tutti i miei soldi - costavano un botto. Li allineavo poi sulla mia mensola, quella strappata coi denti facendo posto tra i libri dei miei. A casa mia librerie e mensole coi libri stavano ovunque, pure in garage, in pratica ogni cm di muro veniva usato e, quando son finiti, i miei hanno semplicemente comprato un'altra casa. Per dire.
Ogni volta che avevo i soldi per comprarne uno nuovo passavo ore ed ore in libreria per sceglierlo, e la scelta era sempre un'agonia. Poi lo leggevo tipo in due giorni, volando tra le righe, come fosse un sacchetto di dolci - io pure coi dolci non avevo misura. Ero una binge-reader, già allora. Poi, quando il libro era finito mi spiaceva tantissimo. E allora lo rileggevo. Quei libri li sapevo a memoria alla fine. E per anni ho avuto questa abitudine: ogni sera prima di andare a letto. quando non avevo un libro iniziato, ne sceglievo uno dalla mia mensola, lo aprivo ad una pagina a caso e ripartivo a leggere da lì.
Ovviamente non mi servivano tanti soldi per leggere, con una casa piena di libri, ed ho letto tantissimi classici che trovavo in giro. Inoltre feci allora la mia prima tessera della biblioteca. La biblioteca dei Ragazzi del mio paese era una stanzuccia piantonata da un obiettore di coscienza che aveva l'aria di annoiarsi a morte, ma meglio di niente.
La Pitzorno è stata in assoluto la voce narrante della mia pre-adolescenza. Avendola scoperta tardi, lessi allora persino i suoi libri pensati per i più piccoli. Mi è tornato in mente questo ricordo vivissimo: un sabato d'inverno della mia prima media ero riuscita a procurarmi La bambina col falcone. Pioveva ed era uno dei primi giorni di freddo ed io pensai tornando a casa da scuola: che bello, oggi mi metto in poltrona e lo leggo! (Mi ricordo persino che maglione avevo, accoccolata nella poltrona).
Li ho amati tutti i suoi libri, ma Speciale Violante fu qualcosa di diverso: mi fece cominciare a scrivere. Avrei dato chissà cosa per essere una delle protagoniste, entrare proprio dentro al libro. Purtroppo  la mia vita si ostinava a svolgersi pigramente nel mio minuscolo e noiosissimo paesello, e dunque l'unico modo per averne un'altra era scriverla. Di recente mi sono accorta che ho smesso di scrivere racconti quando me ne sono andata di casa e mi son trasferita in Germania. Non avevo più bisogno di inventarmi niente.
Di leggere invece non ho smesso - ho smesso solo di allineare i libri. Ho sempre questo bisogno di tenermi leggera e sa il cielo che gran rogna sia traslocare casse e casse di libri. I libri che avevo accumulato in Germania li ho regalati quasi tutti, ricordandomi quel che mi disse un amico all'università: i libri devono girare! Lui era di quelli che li lasciava sulle panchine. In un hotel in Spagna c'era uno scaffale da cui i turisti potevano attingere lasciando a fine vacanza i libri che non volevano portarsi dietro: lessi tantissimo in quella vacanza! Trasferendomi ho poi riscoperto il piacere della biblioteca (in Germania mi era pressoché preclusa per ragioni linguistiche). Per tutto il resto c'è il kindle: un clic e in due secondi qualsiasi libro che voglio, nella lingua che voglio, è con me, nello spazio di pochi cm e pochi grammi. Il mio scaffale è virtuale ed è sempre con me.
Oggi è stato il grande giorno di #ioleggoperché. Peccato non essere in Italia e poter partecipare un po' di più. Ad ogni modo, sono stata al mio bookclub ieri e oggi in biblioteca con Kiki. Intorno a me erano davvero in tanti a leggere: bambini, teenagers, pensionati, genitori in congedo (le ore son quelle del lavoro). Fuori c'era pure un bel sole e tutta quella gente che sfogliava libri e se li portava sulla terrazza assieme ad una tazza di caffè mi è sembrata una cosa stupenda. C'è speranza per il mondo, Kiki! Le ho detto, sulla via di casa.










mercoledì 15 aprile 2015

please wake up and feel the love (the sinner is you)

I miei sono venuti a trovarmi. Per l'occasione ho affittato il piccolo appartamento degli ospiti che esiste nel mio complesso abitativo, a 500m da casa mia circa. Quindi la convivenza era limitata a circa 12 ore al giorno. Eppure non è stato facile lo stesso.

Era la prima volta che mio padre veniva a trovarmi in circa dieci anni di vita all'estero. Per un'intera settimana poi, un evento davvero insperato. Mia nonna era ben poco felice quando ha saputo che suo figlio si sarebbe assentato dal suo capezzale (figurato, mia nonna non è allettata, solo molto anziana) e difatti ha chiesto: ma devi proprio? Perché in fondo che bisogno c'era di lui? che gliene importa ad un uomo di un neonato? di certo io avrei al massimo avuto bisogno di mia madre.

Io non riuscivo certo a definire questa visita il risultato di un "bisogno". Se vivo lontana da nonni vari per tutto l'anno, non è una settimana a cambiarmi la vita, no? per me era più un'occasione per passare del tempo insieme, e sì, in questo senso mio padre doveva esserci, guarda un po'. Mia nonna intanto si è autoconvinta che questo imprescindibile viaggio di mio padre fosse in occasione del battesimo di Kiki - ha fatto tutto da sé. nessuno ha mai parlato di battesimi e Kiki non sarà battezzata. Si vede che altre ragioni per mio padre di incontrare sua nipote non ne vedeva.

giovedì 5 marzo 2015

anche gli svedesi saltano la coda

Niente, è decisamente troppo presto per tornare a bloggare. Il fatto è, come si immagineranno facilmente tutti, che qui non si dorme. Peggio, ci si ammala. E quando si chiama per informazioni il numero apposito (in Svezia c'è un numero per tutto, il punto spesso è solo scoprire quale) ci si sente dire che forse è il caso di presentarsi al pronto soccorso apposito. Che però è all'altro capo della città, io non ho la macchina e alla bimba sono vietati i mezzi pubblici finché si è in periodo di virus. Cioè per altre 3 settimane minimo. Per fortuna sono qui in visita i suoceri. Dunque il suocero mi accompagna in auto all'ospedale e la suocera sta con la bimba a casa, poiché l'auto è sprovvista di seggiolino. Solo che la suocera è nel panico perché ha paura di non sapersela cavare da sola con una neonata - cosa che mi fa sorridere perché lei ha avuto due figli e ha lavorato coi bambini tutta la vita, se non fosse in grado lei ci sarebbe da chiedersi con che coraggio due settimane fa IO, che non avevo mai visto un neonato coi miei occhi, sia stata autorizzata a portarmelo a casa... Il suocero ha il problema opposto: millanta sicurezza e dice di conoscere la strada. Ovviamente ci perdiamo (questa città è famosa per la viabilità impossibile). E solo quando si rassegna a chiedere informazioni ad un passante, si scopre che aveva anche il navigatore in macchina. Vabbè. Quindi arrivio al pronto soccorso che io sono ormai un fascio di nervi, lui sta parcheggiando. La signora alla reception mi fa: siediti e aspetta che un'ostetrica venga a parlarti. Quando mio suocero mi raggiunge, ripeto a lui quello che mi hanno detto. Lui di colpo si alza e si fionda a parlare con la reception. Immagino sia per controllare che io abbia compreso bene, per via della lingua etc. Inoltre, mio suocero parla pochissimo, a voce bassissima, quindi  le mie conversazioni con lui mi lasciano sempre dubbiosa di non aver capito bene. Tempo due secondi arriva l'ostetrica...ma come, c'era una sala d'attesa piena di donne incinta e bambini...ma non faccio domande e mi faccio visitare. Tutto ok, mi dice sei solo stanca e disidratata. Se vuoi aspettare un ginecologo fa' pure ma non te lo consiglio, visto che secondo me è tutto ok e ci vorranno ore e tu hai la bambina a casa...Ed io penso:_accidenti che acume, ha visto subito che la bambina non era con me in sala d'attesa! Ed esco. E solo molte ore dopo metto insieme tutti gli indizi, compresa una strana frase borbottata da mio suocero e scopro che in pratica aveva chiesto alla reception di non farmi attendere troppo perché avevamo dovuto lasciare una bimba di due settimane a casa con una persona poco esperta! Mia suocera ancora ride a ripensarci, e dice che magari rischiavamo pure che ci mandassero i servizi sociali, però, accidenti, questo suocero silente e scandinavo ha sorprendentemente un gran talento per saltare la coda al pronto soccorso.

giovedì 26 febbraio 2015

And if you're asking me when I'll say it starts at the end

Ieri mi ha chiamata Birgitta, l'ostetrica che mi ha aiutato a partorire. Qui è la prassi avere un colloquio post-parto, a qualche giorno di distanza, durante il quale si può ripercorrere quello che è accaduto e le scelte che sono state fatte. Sono molto grata di aver incontrato Birgitta, nonostante fosse alle soglie della pensione e mi aspettassi da lei quell'atteggiamento da insegnate di educazione fisica alla piantala di frignare! (ok, non vogliatemene per questa generalizzazione, è che la mia prof di ed fisica era solita urlarci che eravamo delle fallite che non avrebbero mai concluso niente nella vita se avevamo paura di fare una capriola). Invece Birgitta era proprio la persona che mi ci voleva:  calma, serena, decisa e molto sicura di sé, così che non ho avuto paura anche quando in sottofondo si sentivano frasi un poco spaventevoli. Nulla di grave, non ho avuto un parto traumatico, ma nemmeno del tutto facile, e mi rendo conto che se avessi incontrato persone diverse avrebbe facilmente potuto finire in cesareo di urgenza. E invece ne ho addirittura un bel ricordo. Al punto che udite udite, se potessi sceglierei di rivivere il parto piuttosto che la gravidanza.

E questo significa che "ne ho fatta di strada" come mi disse un'altra ostetrica, Karin, quella del programma speciale di supporto che mesi fa mi ha ascoltato parlare per un'ora seduta in una delle sale parto dove poi avrei partorito. Karin mi ha aiutato a scrivere la mia "lettera", aggiunta poi diligentemente nel mio file, dove elencavo le mie paure e i miei desideri e come pensavo che il personale potesse aiutarmi al meglio. Per tutta la durata del travaglio, ogni volta che entrava una nuova infermiera o un'altra dottoressa, sia Birgitta che Marie (l'ostetrica del primo turno) si assicuravano che avessero letto il mio file e la mia lettera. In quelle ore ho parlato molto sia con Marie che Birgitta e penso che parlare con loro mi abbia aiutato a rimanere concentrata e calma. Speravo davvero di incontrare qualcuno con cui riuscire a collaborare al meglio, e così è stato. Sono infinitamente grata ad entrambe.

Sono anche infinitamente grata a Danne per esserci stato. Fino a pochi mesi fa avrei forse preferito essere sola, ed è stata solo la questione della lingua, inizialmente, a farmi cambiare idea (e in effetti come ho detto ne avevo ben d'onde!). In realtà il suo ruolo andava ben oltre questo. Fondamnentale è stao il momento in cui ero talmente sorpresa da quanto funzionasse il gas esilarante che ho dubitato di voler fare un'epidurale, Follia, pura, lo so bene, ma lo avevo istruito preventivamente. Verrà un momento, gli avevo detto, in cui mi metterò in testa di volercela o potercela fare senza, tu fammi desistere, ok? E così è stato.

Siamo rimasti in quella camera-parto per tutta la durata del travaglio e fino a due ore dopo la nascita di Kiki, Lì ci hanno lasciato soli a riprenderci prima di portarci su un carrello una fantastica colazione per due, che abbiamo mangiato con calma mentre Kiki riposava vicino a noi avvolta in una coperta. È stato un momento molto bello e pure surreale, tanto era stridente il confronto con quello che era avvenuto in quella stessa stanza solo poco tempo prima. Sono grata per aver avuto la chance di vivere questa esperienza in questo modo. Da soli, ma circondati di umanità e professionalità.

Adesso mi guardo indietro e mi rendo conto che gli ultimi mesi sono stati davvero duri per me, e che forse rientro nella casistica della depressione pre-parto. Che è una cosa vera, anche se meno conosciuta di quella post-parto. Ha ragioni diverse e sospetto che chi soffre dell'una non soffra della seconda e viceversa (ma fnon ne so abbastanza per pronunciarmi). Mi ha aiutato molto che mi fosse stata messa a disposizione, gratuitamente persino, una psicologa specializzata, Emma, che mi ha incontrato un paio di volte e mi ha fatto parlare di quello che mi spaventava. Avevo il sospetto che ci avrei messo mesi a sentire di amare mia figlia: ho letto che capita e sospettavo che capiti a quelle come me. Emmat mi ha detto di lasciar fare, lasciare che le cose mi accadessero, senza sentirmi in colpa per tutti quei frangenti in cui, probabilmente, non avrei sentito esattamente quello che gli altri si aspettavano.  Anche per questo, queste due settimane di "isolamento" famigliare erano necessarie. E invece incontrare Kiki è stato come prendere una botta in testa. Ancora una volta, niente va come te lo immagini, e la vita è piena di sorprese.

sabato 21 febbraio 2015

A family's born

Kiki ha gli occhi blu e pochissimi capelli, biondi secondo sua madre, scuri secondo la questura. Kiki ha le mani e i piedi di suo padre, il viso di sua madre e una discreta personalità. Con grande sollievo di tutti ha mancato il giorno di San Valentino, ché a noi un compleanno da spartire con la più sciropposa delle feste non comandate non sembrava una buona idea.

Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.

Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno:  nessuno dei presenti aveva quindi  potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.

Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.

Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.

Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva,  la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:

"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"

martedì 3 febbraio 2015

Mixed signals


Mormon preacher: in the afterlife you will be reunited with your family 
and will spend eternity with them!

Stephen Fry: but what if you've been good?


Se c'è un argomento sul quale le differenze culturali cui sono esposta si fanno sentire di più, c'è il modo di concepire i rapporti famigliari. Di seguito solo alcuni esempi.

AmicaGreca: quando il bambino nascerà, tua madre starà con voi minimo un mese, no?  (come no)

CognataTedesca: i miei sono venuti su a conoscere mia figlia quando aveva due mesi, prima temevano di disturbare (ahahaahah).

Fratello: ma tutti i miei amici all'estero fanno venire le famiglie qualche giorno prima della data presunta del parto, e restano minimo un paio di settimane! (ah beh se lo fanno tutti i tuoi amici)

Mamma: ma io non voglio certo aspettare Marzo, io conto di venir su a Febbraio. (contaci)

Mamma2: ok, aspettiamo dopo che è nato a prenotare, ma poi pensavo che verrò tipo una settimana ogni mese...(e poi c'era la marmotta che confezionava la cioccolata...)

Suocera, via email, a mio marito: se hai un minuto chiama, io non oso perché ho paura di trovarvi in un momentaccio, manca solo una settimana, potrebbe nascere da un momento all'altro...

Io (basita) a mio marito: Ma non pensa che se il momento si avvicina le manderesti un messaggio per avvertirla?

Danne:  No, mi ha solo chiesto se per favore non aspettiamo troppi giorni a dirle che è nato...

giovedì 15 gennaio 2015

a day in the life

Quando ero piccola mio padre lavorava in una vecchia fabbrica di non so cosa, dismessa e riadattata a contenere laboratori di ricerca, nel bel mezzo della città. Era una specie di immenso labirinto pieno di scale, corridoi e strane piccole finestre che lo rendevano globalmente molto buio come edificio. C'era un'officina dove si costruivano strani pezzi di metallo e di vetro, fondamentali per complicati esperimenti, ma anche oggetti molto profani, per favolosi divertissement, e vi regnava un globale menefreghismo per le regole di sicurezza. Se avete mai conosciuto dei vecchi scienziati, quelli per dire che fumavano mentre buttavano un occhio alle sintesi in corso sotto cappa, saprete che c'era ben poco che potesse spaventarli.

Per me bambina era fantastico passarvi del tempo. Lì imparai ad usare un computer col mouse. In vetreria il mastro vetraio creava per me bellissime ampolline. Soppalchi, dislivelli, rampe, passaggi segreti. Nell'ufficio di mio padre c'era una foto di me e mio fratello all'asilo, infilata nella cornice polverosa di una vetrina. In seguito, quando ormai facevo la studente pendolare, ci passavo a volte quando avevo scuola al pomeriggio, per farmi offrire il pranzo da mio padre, al bar dell'angolo, e mai abbiamo parlato tanto come in quel periodo, mentre masticando una focaccia al crudo mi lamentavo della scuola. E poi all'università a volte usavo il suo ufficio come appoggio per studiare nelle ore di buco, perché le lezioni erano tutte nei dintorni e lui in pratica viveva in laboratorio. E ci andavo per cambiarmi d'abito, specie i calzini bagnati dei giorni pioggia, un classico. Vi tenevo parcheggiata la mia bici, la vecchia graziella rugginosa di mia mamma, l'unico tipo di bici che era possibile legare in giro, perché le parole le porta via il vento e le biciclette, beh, i livornesi.

Per anni e anni si parlò del trasloco che avrebbe portato i laboratori fuori dal centro città ma, come sempre in questi casi, la data slittava di anno in anno, tanto che smisi di credere sarebbe mai accaduto. E così mi colse un po' di sorpresa quando accadde, nel 2001. E mio padre fu l'ultimo a decidersi, lui che odia i cambiamenti e non vedeva proprio come lo spostarsi in un bell'edificio moderno e costoso potesse mai significare un progresso per la ricerca. I suoi strambi strumenti ci stavano benone, nella fabbrica buia dove nessuno rompeva le scatole con leggi e normative. Ma insomma, alla fine dovette cedere pure lui. E quel giorno che il trasloco delle sue cose doveva finalmente avvenire, mi chiamò inalberato e frettoloso perché andassi subito a prendere la mia bici.

Non so bene che cosa stessi facendo né perché quella telefonata mi scombinò tanto i piani, mi ricordo che fui costretta ad andare prima a casa del Fidanzato per lasciare il mio zaino coi libri e a far tutto di fretta. Ero nel suo ingresso e mi muovevo frenetica inanellando parole, incavolata con mio padre, mentre il Fidanzato cercava di interrompermi per dire di un aereo che aveva preso in pieno una delle torri. Io dissi solo "ma che idiota" e senza un pensiero mollai la borsa e mi lanciai di corsa per le strade cittadine. Avevo ai piedi le mie nuovissime New Balance che erano di moda quell'anno, e così correvo leggera sui pavimenti sconnessi schivando signore col cane, biciclette e motorini. Alla vecchia fabbrica trovai mio padre in mezzo agli scatoloni, nel garage. Ci scambiammo due parole al volo, lui era di pessimo umore e oltretutto non si sentiva bene, ed entrambi avevamo da fare. Ci pensai solo sulla strada che feci a ritroso sferragliando su e giù dai marciapiedi, che non avevo detto addio alla vecchia fabbrica con tanta della mia infanzia dentro.

Dunque tornai a casa del Fidanzato, dove da allora avrei parcheggiato la graziella. Avevo il fiatone quando lui mi aprì la porta e mi infilai dritta in bagno. Solo dopo, quando finalmente calma lo raggiunsi in cucina, gli chiesi: ma cosa dicevi dell'aereo? E lui muto mi indicò lo schermo della piccola tele sul frigo, dove scorrevano le immagini della CNN e le torri gemelle fumavano entrambe. Le vedemmo crollare, in silenzio.

E poi era ora di tornare a casa, il mio solito infinito viaggio da pendolare, quello che facevo ogni maledetto giorno. Era così surreale persino star sull'autobus quella sera. Metà dei passeggeri sapeva e cercava invano di spiegare all'altra metà quello che era accaduto. Ma come lo spieghi. E soprattutto, cosa ne sapevamo. Il giorno dopo rimasi a casa, e così anche mio padre, che aveva la febbre alta. Io studiavo al tavolo mentre lui sul divano avvolto nella coperta si ubriacava di ultim'ora. Ad un certo punto mi disse: si stanno muovendo verso l'Afghanistan.

Nel corso dei mesi successivi, a mio padre fu diagnosticata una rara malattia autoimmune della quale non sapevamo niente. Cominciammo a sentir parlare di Al Queida. Mio padre e i suoi colleghi trovarono una nuova dimensione lavorativa, più normalizzata e rispettosa, e anche meno romantica e creativa.

Nel corso degli anni successivi, imparammo a convivere con le piccole e grandi conseguenze di una malattia dal lentissimo ma inesorabile decorso. Ci abituammo all'ineluttabilità del terrorismo. Io mi trovai a bazzicare il centro di ricerca per lavoro.

Una volta, molto tempo dopo, passai davanti all'edificio sorto al posto della fabbrica - i muri lisci, le belle finestre, niente vegetazione selvaggia e aura di mistero.  Tutto completamente diverso. Mi sforzai per qualche minuto, caparbiamente, di ricordare com'era.

E anche com'erano il mondo e la vita di prima.