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martedì 30 dicembre 2014

A kingdom of isolation and it looks like I'm the queen

Alla fine è nevicato. Ha aspettato che tornassimo a casa, evitandoci l'insicurezza delle strade, e che tempismo che avevamo appena messo le gomme da neve nuove. Io ero sveglia, come al solito, seduta al tavolo della cucina, quando i fiocchi hanno cominciato a scendere e la notte di colpo si è fatta splendente. Ha nevicato poi ancora e ancora, e oggi che c'è una nebbia ghiacciata e fitta pare di essere immersi in un mare di latte.

Noi usciamo poco. Ho male dappertutto e la prima sensazione che ho svegliandomi al mattino è dolore, purtroppo: schiena, fianchi, testa...mi prendono crampi pazzeschi alle gambe e non ho mai dovuto soffiarmi il naso così spesso in tutta la mia vita. Per quello di uscire nella neve me la sento poco. E di uscire in generale, perché solo a casa a volte riesco a dimenticarmi di essere enormemente incinta.

Così stiamo a casa, dormiamo fino a tardi, e cerchiamo su netflix qualche serie tv che faccia un po' ridere. E facciamo un puzzle per sottolineare bene che tremendi geek che siamo e per accomiatarci come si deve dalla vita da cazzoni che abbiamo sempre prediletto, noi, quelli che gran materiale per fare i genitori non hanno mai sentito di averlo.

Ad ogni modo, anche grazie al costante "ehi voi due ma vi rendete conto che manca tipo un mese? com'è che non avete comprato ancora un accidente?" oggi abbiamo dovuto autoimporci una uscita all'ikea. Speravamo che fosse finito il peggio della ressa ai saldi dei "giorni di mezzo" che qui in Svezia cominciano il 25 dicembre (!) e durano fino a primi di gennaio, e soprattutto che la neve e la nebbia facessero da deterrente. Abbiamo coi comprato l'indispensabile. Per il resto, pace. Ho capito che sarò una mamma minimalista, in virtù di una serie di ragioni pratiche e morali. E forse anche psicologiche.

Ho ricevuto già un sacco di vestiti di seconda mano, e a me pare proprio che grazie all'immane parco vestiti e giocattoli smessi dalla cuginetta mia figlia non avrebbe in teoria mai bisogno di comprarsi nulla. Ah madre degenere...ecco, forse a mia figlia andrà pure meglio così visto come sono allergica alle cose pucciose da bambine, tutte rosa e fiorellini, se avessi avuto tabula rasa probabilmente l'avrei condannata a un guardaroba da maschio. Per esempio mi sono fatta passare dalla suocera un maglioncino fatto da lei per Danne coi colori svedesi, per non so che evento, e lei non voleva darmelo perché giallo e blu com'era sarebbe stato poco adatto ad una bimba!

Come dicevo qualche tempo fa a Crudelia, mentre eravamo in giro per negozi:
"Dio, spero che mia figlia non diventi una fanatica di Hello Kitty, o dovrò suicidarmi"
E lei "Beh coraggio, potrebbe andare peggio: potresti diventarlo tu!"
Sigh.




venerdì 26 dicembre 2014

Natale in Småland - from all of us to all of you

Finita la settimana di vacanza dai miei suoceri, nella regione di Småland. Il 25 dicembre la temperatura è scesa sotto lo zero e da lì non si è più rialzata. Oggi c'era un bel sole ma il termometro segnava -10C a mezzogiorno. Ancora niente neve però!

Viaggiare per oltre 5 ore con due gatti in auto è un'esperienza raso follia e davvero c'è da chiedersi come sopravviveremo alla prossima entrata in famiglia..il viaggio è oltretutto molto lento perché sono pochi i tratti di strada in cui si possano fare 120 km/h già in condizioni meteo ottimali. Bella differenza per noi dopo tanti anni di Germania! Di contro ci sono i bellissimi panorami, laghi incantati che sbucano da dietro ogni curva e boschi...e un bel rischio di imbattersi in alci e cervi.

E allora racconto due cose su questa regione, Småland. È una zona famosa per le vetrerie (marche di design internazionale come Kosta Boda e Orrefors sono in effetti nomi di villaggi dove da secoli si creano bellissimi cristalli). È piena di boschi ed ha una lunga storia di povertà poiché il terreno è sabbioso e sassoso e non ci cresce molto, cosa che nei secoli ha portato gli abitanti di queste zone ad emigrare in massa verso gli Stati Uniti. In Svezia, forse non a caso, gli abitanti di Småland hanno la fama che altrove hanno scozzesi, olandesi, genovesi, ossia quella dei parsimoniosi, o dei tirchi se vi va.

Con queste premesse, vi stupisce che tra i loro cittadini più illustri vi sia Ingvar Kamprad, il fondatore dell'IKEA? Forse avrete notato che l'area ricreativa per i bambini, all'ikea, si chiama appunto Småland: letteralmente "la terra dei piccoli" ma anche un omaggio alla regione che ha dato i natali al signor Kamprad.
Mr Ikea del resto, tra le dieci persone più ricche del pianeta, pare guidi una vecchia volvo, voli solo low-cost e abbia trovato modi molto intelligenti di schivare il ferreo sistema di tassazione svedese. Insomma, un perfetto esempio di abitante di questi luoghi.

Ma oltre alla grande quantità di legno e alla fissa per il risparmio c'è un'altra ragione per cui secondo me l'ikea non poteva nascere che qui: l'importanza che si da al poter mangiare, a basso costo, in qualsiasi momento. Infatti nel concetto di ikea fin dall'inizio il ristorante è stato centrale: non lo hanno aggiunto dopo, non lo hanno pensato nelle vicinanze. Il ristorante Ikea, dove si serve cibo a buon mercato ma sempre in linea con la tradizione, è al centro del negozio e l'idea era da sempre che le famiglie non dovessero interrompere la visita o terminare gli acquisti per poter mangiare. Da quando conosco i miei suoceri, tutto questo lo capisco ancora di più!

Io credo che alla base di tutto ci sia la memoria ancora fresca di estrema povertà di queste zone. Bastava un aumento anche minimo della popolazione che già si rischiava la carestia. Uno degli scrittori svedesi più famosi, Vilhelm Moberg, viene da questi luoghi e ha scritto 4 romanzi che raccontano la saga di una famiglia allargata che fu costretta dalla fame ad emigrare in Minnesota. Questa è una storia comune a molte famiglie da queste parti, inclusa quella di Danne. Nel 1971-72 ne sono stati tratti due film The Emigrants e The Settlers con Liv Ullman e Max von Sydow:  nominati agli Oscar, naturalmente una roba da tagliarsi le vene. Negli anni novanta invece Björn Ulvaeus e Benny Andersson degli ABBA ne hanno tratto un musical, dal titolo Kristina Från Duvemåla, che qui in Svezia è famoso quanto Mamma Mia.

A Natale, che qui si festeggia durante la giornata del 24, la nonna novantenne è venuta anche lei a passare la giornata a casa dei miei suoceri, spostandosi dal suo paese a 50 Km di distanza grazie al servizio taxi di cui usufruiscono i cittadini anziani. E ha portato con sé le lettere di natale ricevute come ogni anno dagli States, perché la aiutassimo a leggerle. Sono scritte in inglese, da parenti così lontani che ormai non conoscono una parola di svedese. Pare che a casa sua ce ne siano scatoloni pieni, una corrispondenza di decenni. Mi ha chiesto se voglio prenderle io, lei non ha cuore di buttarle.

È stato il mio primo natale svedese al 100%, ossia la prima volta in cui ho seguito completamente la tradizione della famiglia di Danne, visto che l'anno passato avevamo fatto un mix delle tre nazioni rappresentate nella nostra pur ristretta famiglia allargata. Quest'anno c'è stato tutto, Julbord all'una del pomeriggio, alle 3 glögg e l'irrinunciabile cartone disney,  From all of us to all of you, trasmesso identico a se stesso dal 1959. Ecco, forse la cosa che capisco meno della svezia dopo il lutfisk! Dopo i cartoni (e la conseguente pennichella), la tradizionale apertura dei regali prima del caffè delle 5 e il porridge di riso, latte e cannella mangiato alle 7:30 in un apposito servito di piatti che pare abbia oltre cento anni. Per me sono una novità queste tradizioni più vecchie di me, è una delle conseguenze di venire da una famiglia di polemici.

E adesso siamo a casa col freezer pieno delle scorte inviate da mia suocera, il corridoio ingombro di valigie e regali e chissà quanti chili in più. È stato un natale di coccole e caminetti accesi, letargico come si addice a questo mio momento storico. Decisamente un buon natale, come spero sia stato per tutti quelli che passano da qua.

giovedì 18 dicembre 2014

Il buffet di Natale: sapevatelo! (un educhescionalpost)

Ieri sono stata al mio primo Julbord, il buffet di natale, che tutti i ristoranti e persino l'ikea organizzano da fine novembre in poi e del quale per così tanto tempo avevo solo sentito parlare.

In un Julbord sono presenti cibi caldi e freddi della tradiszione svedese. Francamente, si sovrappongono parecchio con quelli preparati a Pasqua e a Midsommar. La varietà alimentare in un paese come questo, storicamente, era naturalmente un po' limitata. Quello che secondo me è esclusivo del periodo natalizio è la tradizione di recarsi con colleghi ed amici ad uno di questi organizzati dai ristoranti, per poi tornarne sempre devastati dall'immane quantità di cibo assunto e spesso anche un pochino delusi dalla qualità. Fa tutto parte della tradizione.

Ieri eravamo in un posto molto figo, un'antica villa in mezzo alla campagna, dove il buffet era decisamente uno dei migliori cui potessi aspirare. È stata un'esperienza culturalmente interessante, anche se come al solito fare riferimento a quell'orso di mio marito non mi ha molto aiutato, visto che lui pare non sapere un accidente del suo paese e a qualsiasi mia domanda risponde non lo so. Santa pazienza.

Per esempio, mi dicono che ad un Julbord ci si alza per riempirsi il piatto 4 volte. Anzi, prima ci si siede al proprio tavolo e si  beve del glögg, vino speziato caldo in una tazzina sul fondo della quale si mettono mandorle e uvette. Lo si accompagna con pepparkakor, o gingerbread, sui quali talvolta si spalma un formaggio spalmabile. Poi ci si alza per andare al tavolo del buffet, aspettando con pazienza che non ci siano troppe persone in fila perché gli svedesi odiano sgomitare, piuttosto rischiano di andar digiuni. Ci si alza 4 volte, dicevamo: una prima per i piatti freddi, poi un'altra per gli affettati freddi di carne, poi i piatti caldi e infine per il dolce. Se invece seguite Danne farete un bel mischione di tutto e non capirete un accidente di quello che avrete nel piatto. Se poi siete pure italiane e incinta, dunque lievemente obnubilate dalla fame e geneticamente sprovviste di senso della coda, finirete per zigzagare tra le portate senza rendervi conto che vi state inimicando l'intera popolazione del ristorante.

I piatti freddi comprendono: uova sode con crema di gamberetti, aringhe preparate secondo varie ricette, salmone affumicato caldo e freddo, patè di salmone, l'immancabile insalata fredda di patate.
Tra gli affettati freddi il più importante in questo caso è il "prosciutto cotto di natale" (Julskinka) ma non possono mancare nemmeno il patè di fegato e varie salsicce fatte in casa, spesso di selvaggina come alci e cervi. Queste carni si accompagnano con pane soffice o croccante, del tipo knäckebröd, sottili fette di formaggio soffice e salse e verdure sottacetoTra i piatti caldi immancabili abbiamo il Jansson frestelse, una specie di pasticcio di sardine, patate e verdure, le immancabili köttbullar, ossia le polpettine, delle piccole salsicce fritte dette prinskorv e costolette di maiale arrostite. E poi c'è il Lutfisk, un piatto ottenuto trattando merluzzo essiccato con nientepopodimeno che soda caustica e servito assieme ai piatti caldi con le solite patate bollite e una salsa bianca molto spessa. Se la descrizione pare disgustosa, sappiate che il sapore è praticamente inesistente, e questo è quindi un bene. 

Questo per me è uno dei principali misteri: che ci sia tanta motivazione a passare ore ed ore in cucina per preparare un piatto la cui esitenza è giustificata dalla sola, innegabile, storica difficoltà di sopravvivenza nei freddi mesi invernali in Scandinavia, per cui dovevano inventarsi modi di conservare il cibo a lungo. Io i vichinghi li capisco, sono gli svedesi moderni che mi sfuggono. Ma la tradizione è tradizione, e dunque, per amore di (seconda) patria, anche quest'anno mi immolo al lutfisk.

Se siete ancora vivi dopo tutto ciò, è ora di passare al dolce.
Gli Svedesi sono incredibili consumatori di zucchero, come testimonia la loro quotidiana fika a base di dolcetti vari e il fatto che ogni settimana si riforniscono di caramelle sfuse in uno degli appositi negozi (ce ne sono ovunque) oppure anche in un qualsiasi tabaccaio o supermercato esistente. L'angolo delle caramelle sfuse c'è sempre, anche se il supermercato è 2mx2m, come capita nelle isolette sperdute dell'arcipelago. Credo che sia stato studiato il loro metabolismo, perché con tutto il dolce che mangiano uno se li aspetta obesi e invece non lo sono (troppo). Il fatto è che fanno sport con qualsiasi tempo meteorologico, secondo me
.
Insomma i dolci di natale sono ovviamente tanti e pesantini. Si comincia con una crema di riso spruzzata di cannella (risgryngröt, simile, secondo me al milchreis tedesco) che talvolta nasconde una mandorla, e chi trova la mandorla è re per un giorno (in famiglia, al Julbord non ce la mettono). Poi, specie nel sud della Svezia, c'è il cheesecake svedese, ostkaka, che si serve tiepido con panna e gelatina di fragole (o altri frutti rossi, intraducibili in italiano). Altri dolci cambiano a seconda della zona, ho visto dei dolcetti fritti che mi ricordano alcuni dei nostri di carnevale, ma come al solito è stato inutile chiedere delucidazioni a Danne, che del suo paese pare sapere meno di me.

Soprattutto c'è una quantità imbarazzante di caramelle fatte in casa. Questa è un'attività tipica del periodo, cui spesso ci si dedica con lo scopo di far regalini agli amici, e tutti sembrano destreggiarsi molto bene con queste preparazioni appiccicose. Un classico sono i cubetti di fudge, aromatizzati in vario modo, poi le gelatine morbide di frutta, cioccolata impreziosita di frutta secca e noci, e molte caramelle dure come per esempio i polkagris bianchi e rossi che nella forma di bastoncino sono un simbolo internazionale di Natale, diffusa molto in America grazie all'immigrazione nord-europea. L'elenco potrebbe continuare all'infinito...e continuerà, perché andiamo a casa dei miei suoceri per le feste, non oso immaginare!

Cosa si beve ad un Julbord? Se guidate, berrete Julmust che in questo periodo fa perdere parecchi soldi alla cocacola in Svezia. A me ricorda un po' il chinotto e mi piace, cosa che fa di me una rarità tra gli immigrati. Se invece potete bere alcol, potrete dedicarvi alla birra nella variante natalizia Julöl e agli shots di acquavite. Di acquavite ce ne sono molte varietà, tutte grossomodo disgustose e puntualmente ripetute a Midsommar. Io ho provato tutto, in passato, ovviamente, cosa che mi è valsa alcune delle sbornie più clamorose della mia vita.

Tutto ciò si svolge anche in meno di due ore, poiché in fondo l'idea di stare ore seduti a tavola come capita da noi qui non la capirebbero molto. Dunque ci si alza storditi giurando di non ripetere per almeno un anno.
E dire che lunedì si parte per Småland, una settimana a casa di mia suocera che cucina da dio e comincia a prepararsi un mese prima...




venerdì 12 dicembre 2014

Darkness shall take flight soon, from earth's valleys. So she speaks wonderful words to us

Julstjärna accesa sul davanzale della mia cucina
È arrivato il buio, ma non il freddo, perlomeno non quanto ci si potrebbe aspettare. Siamo però nel pieno della stagione dell'Avvento. Il che qui significa: luci, luci, luci!
Si tratta di una vera e propria resistenza attiva alle tenebre, e non importa essere particolarmente religiosi per dedicarcisi. In realtà, la sensazione che ho è che di religioso nel senso moderno del termine ci sia sempre stato poco in queste celebrazioni, che discendono dritte dritte dalle tradizioni relative al solstizio di inverno. Come ovunque nel mondo, del resto, solo che qui, evidentemente, l'aspetto astronomico è sempre stato così potente da non essere del tutto sepolto dalle tradizioni cristiane successive. Esattamente la stessa cosa che accade a giugno, per midsommar.

Calendario dell'avvento di Danne
Su ogni davanzale, ogni finestra, compaiono luci, stelle, candele. I balconi si ricoprono di ghirlande luminose. Le stanze cambiano faccia, riempiendosi di candele, di decorazioni, le più motivate cambiano persino le tende. Camminando per strada si può facilmente vedere dentro le case attraverso queste finestre rigorosamente senza tende, che paiono invogliarti e dirti, guardami! non sei solo in questo buio, ci sono anche io!

L'anno passato mi sono resa conto di quanto avessi un bisogno fisico delle luci degli altri. La mattina prima delle nove e al pomeriggio già verso le tre e mezza, è davvero un sollievo vedere che tanti dei miei vicini hanno finestre illuminate. E ho deciso che era giusto che facessi la mia parte. Abbiamo quindi messo dei timer alle prese elettriche cui sono collegate le nostre luci di natale. In questo modo esse si accendono e si spengono in automatico ogni mattina e ogni sera - perché mi ero resa conto che spesso mi dimenticavo e se non ero in casa rimanevano spente. È un gesto che si fa per gli altri, non pe sé, e adesso lo so.

i Lussekatter allo zafferano fatti da mia suocera
lo zafferano è una spezia luminosa, ne abbiamo bisogno!
I negozi e i centri commerciali si riempiono, e la sensazione è che non sia solo per comprare ma anche per sfuggire al buio di fuori approfittando dei corridoi scintillanti. In passato mi sentivo soffocare dalla solita corsa consumistica agli acquisti, e la penso tutt'ora così. Solo che adesso passeggiare nel centro commerciale durante il giorno, quando non c'è la bolgia del sabato se non altro, mi pare quasi bello. Non compro mica nulla, ci vado perché sia la biblioteca che la clinica ostetrica stanno lì. Di solito vado nella mia caffetteria preferita e mi prendo un Lussekatt gigante, una di quelle fantastiche briosche allo zafferano che si vendono solo in questo periodo.

Quello che tutti si ripetono tra loro, è che il peggio sarà il dopo, a gennaio e febbraio, quando le luci si saranno spente e resterà solo il buio e il freddo.
Psicologicamente ci si prepara come ad un letargo, e in molti ti fanno notare che gli svedesi cambiano un po' personalità con la stagione, e sono molto più aperti e comunicativi d'estate. A gennaio e a febbraio ad essere affollate saranno le palestre, anche se molti opteranno per il correre nella neve, se nevicherà. È stato un anno così caldo, così insolito. Per le feste ci recheremo dai miei suoceri, che vivono sulla costa est, dove di solito fa un poco più freddo, spero che per una volta il mio fanciullino venga esaudito e questa ultratrentenne appesantita si possa beare di un bianco natale.

Per quest'anno, comunque, credo che il letargo mi si addica molto bene. Ho poche energie, che penso di dover centellinare. Le notti sono difficili e quindi questi giorni bui e pigri mi portano a rintanarmi in bozzoli fatti di film, libri, e gatti ronfosi. E intanto mi preparo ad un evento che avrà tutta la forza sconvolgente di una primavera tanto attesa.

lunedì 8 dicembre 2014

then hate me if thou wilt, if ever, now

È l'una passata.
Di nuovo.

Io di insonnia ho sempre un po' sofferto, in effetti. E ho sempre avuto quel tipo di metabolismo per cui la sera sono molto ma molto più attiva che la mattina. Mi è difficile addormentarmi, e poi mi è difficilissimo svegliarmi. Adesso pare siano gli ormoni, E forse qualche paura o qualche tensione. Ma l'insonnia nella mia vita c'è sempre stata. Stanotte penso e mi ricordo che due delle mie amicizie più intense e profonde sono nate intorno a notti insonni e lunghe chiacchierate.

La prima a sedici anni, a Edinburgo, una di quelle vacanze studio estive, e noi vicine di stanza, in quel college per cadetti della marina. E dire che eravamo nate e cresciute a due km l'una dall'altra. Una notte intera a cuore aperto, sdraiate su un lettino davanti ad una grande finestra, a parlare di poesie, di sogni, di parole (perché le parole sono importanti) guardando un cielo del nord che non diventava mai buio. Il giorno dopo, a lezione di inglese, avevamo le gambe molli - ma non le occhiaie, che il bello di aver sedici anni è quello, eravamo proprio uno schianto, io e la mia sorella putativa.  Ma non siamo crollate a dormire nemmeno sui banchi e nemmeno più tardi sul prato davanti al monumento a Scott, e nemmeno la sera, sulla spiaggia ventosa, umida e scura, mentre bevevamo uno shandy e pensavamo che era fantastico esserci trovate e non ci curavamo di tutta quella gente ubriaca intorno. Ché anche se ci facevamo di Rimbaud eravamo lontane mille miglia dal non essere delle brave ragazze.

La seconda a venticinque, in Germania. Con lui e con altri (troppi) studenti vivevo in una wohngemeinschaft.nella mansarda di un antico palazzo, dividevamo la cucina, i bagni e l'antipatia per la padrona di casa, la vecchia che abitava al piano terra e cercava di gestire il nostro appartamento spagnolo come un collegio di suore. Passavamo le sere a parlare di un po' di tutto, mischiando tedesco e inglese, a volte uscivamo nella neve a bere gluhwein e mangiare currywurst, a volte finivamo in qualche birreria, a volte rimanevamo lì, nella mansarda, e le ore ci volavano via. E come nel giallo di Agatha Christie, and then there were two, spesso rimanevamo solo io e lui. Lui che aveva un inglese tremendo, quello dei nativi di Singapore e che citava Shakespeare a braccio anche se era un ingegnere, e anche le parole inglesi erano importanti, dopotutto. Parlavamo di politica e delle nostre patrie così diverse e distanti e amate e odiate , e mi specchiavo nella sua voglia di cambiare il mondo, nella sua rabbia e nella sua desolazione, perché presto, dopo Natale, sarebbe stato costretto a tornare in patria e lavorare per il suo governo. Nelle settimane prima di quella partenza avevamo intrapreso una corsa contro il tempo, e ogni sera dormivamo un poco meno. e il giorno dopo ci messaggiavamo per vedere se l'altro non stesse arrendendosi al sonno. A volte non so come arrivassi in fondo alla giornata, e pensavo "appena arrivo a casa mi metto a letto", ma poi ecco che di colpo mi svegliavo di nuovo, e non mi sarei addormentata neanche se ci avessi provato, e poi qualcuno bussava alla porta. Le occhiaie non mi venivano nemmeno allora. Ed ero ancora una brava ragazza, nonostante tutta quella birra.

I ricordi delle mie amicizie insonni mi fanno tenerezza. Il tempo è passato, senza dubbio. e adesso varie distanze e incomprensioni mi separano da quelle due fantastiche persone. E anche dalla me che ero.
Inoltre, ora le occhiaie mi vengono eccome.

venerdì 5 dicembre 2014

Strike the harp and join the chorus fa la la la la, la la la la

Io non ho mai creduto a Babbo Natale.

Ora, mi pare ovvio che questo, più che a vedere con le mie precoci doti di debunking, deve aver avuto a che fare con l'approccio educativo dei miei genitori. Quelli che mi facevano ascoltare Vivaldi in culla, per intenderci, e che avevano dichiarato fuorilegge il tv-color. (Nel senso che, quando finalmente avevano capitolato e ce l'avevano lasciata guardare, la televisione, che come diceva Popper era una cattiva maestra, per rendere l'esperienza meno piacevole e addictive avevano optato per un 14 pollici in bianco e nero, i sadici). (Che i puffi erano blu ci ho messo anni a capirlo).

D'altra parte, non dipendeva solo dai miei. Nella famiglia allargata regnava infatti una certa confusione in merito alle tradizioni natalizie, e nella generale mancanza di coerenza era più difficile convincersi della veridicità di una o dell'altra. Per esempio, i miei nonni paterni e alcuni prozii parevano intendere che i regali li portasse Santa Lucia, col ciuchino. Ora, già che Santa Lucia era il 13 e non era nemmeno vacanza, ma chi lo aveva mai visto 'sto ciuchino?
Gli altri nonni invece, mi pare che ogni tanto menzionassero una qualche responsabilità di Gesù Bambino nella faccenda. Che cosa ti porta Gesù Bambino? era una frase che mi pare mi venisse rivolta non solo da loro, ma anche da altre persone nei loro dintorni. Ed io non credo di averli mai presi alla lettera. Dopo tutto, Gesù Bambino era un infante che il giorno di natale compariva nella mangiatoia del presepe, e aveva tutta l'aria di essere quello cui i doni venivano portati, non viceversa. Lungi da me mettere in dubbio i poteri sovrannaturali del divino, almeno a quell'età, ma ecco, diciamo che al massimo potevo accettare una sua intercessione, ma che i regali venissero nella pratica da mamma e babbo, a me pareva piuttosto chiaro. Tant'è che di letterine non ne ho mai scritte, a chicchessia.
Quanto a Babbo Natale, avendo fatto l'asilo dalle suore non credo egli fosse contemplato nelle recite e nei saggi finali. Alla televisione lo si vedeva, ma che c'entra, alla tele si vedeva pure il pupazzo Uan. O Mimì Ayuara. Cioè, non è che non sapessi cosa fosse, ma non avevo idea che fosse qualcosa in cui credere.

Ho un paio di ricordi che dimostrano come io, rispetto alla questione fossi più che altro perplessa.
A sei anni facevo ginnastica artistica (vabbè diciamo che ogni settimana mi recavo là dove altri facevano ginnastica artistica e mi mettevo un body dai colori improbabili) e quel Natale ci fu come sempre il Grande Saggio delle classi di ginnastica. A fine serata, mentre me ne sto seduta in mezzo ad altre bambine in un angolo della palestra, ecco spuntare DUE tizi vestiti da babbo natale muniti di sacco di doni, con lo scopo di distribuire un regalino ad ogni allieva, Mentre li vediamo cominciare la distribuzione, chiedo ad una mia compagna coetanea: ma chi sono quelli? E lei: Babbo Natale!  Ed io, ripeto: sì ok, ma chi sono davvero? Al che questa povera bambina mi guarda con totale stupore e insiste che sono babbo natale, davvero! Ora, io già allora tendevo a dubitare di me, quindi forse forse mi avrebbe anche convinto che non ci avevo capito un ciufolo come sempre, ma cavolo, erano DUE. Fattele due domande tesoro.

Un altro ricordo era a scuola, la prima o la seconda elementare al massimo, durante un intervallo. è un ricordo molto vago, ma insomma, deve essere scoppiata tra due bambini la discussione in merito al signore ciccione con la barba ed era saltata fuori la frase derisoria "tizio crede ancora a babbo natale!". Ecco il mio ricordo è di aver pensato: ma in che senso ancora? Ora il mio senso di inappartenenza ha radici lontane e il mio ricordo era appunto: ma perché sembrano tutti capire di cosa cavolo si sta parlando...tranne me?

E insomma, per me babbo natale, il ciuchino, gesù bambino erano tutti modi di dire, i regali li facevano comparire i genitori la mattina di natale, senza manco fare troppo show, e finita lì. Erano tanti e molto graditi, non vi immaginate scene da libro cuore, che questa bimba non ha sofferto. Attendevo la mattina di natale con molto entusiasmo ed anticipazione. Solo che, nella fase in cui i miei coetanei cominciavano a smettere di crederci, tutto quel parlare di una questione che pareva oggettivamente spinosa (le frasi evasive delle maestre, le lacrime di qualche bambino deriso...) mi portò a voler chiedere numi a mia madre.
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
La genitrice, che ora si giustifica dicendo "è perché insegno filosofia, che pretendi?", mi disse:
"Se a te fa piacere crederci, sì"
Ottima risposta, per carità, se io ci avessi mai creduto e avessi ancora capito dove stesse il punto.

Con la Befana, invece, il parentado si uniformava nella versione ufficiale, quella che vedeva la vecchia sulla scopa che depositava dolci e giocattoli e dunque, stranamente, a quella penso di averci creduto, per un po'.
Solo che il 6 gennaio mia mamma appendeva le "calze" sotto al boiler della caldaia. Perché non avevamo il camino. Camino che peraltro era un tasto dolentissimo in quegli anni, perché era un po' l'oggetto del desiderio della famigliola media anni ottanta, e noi eravamo gli unici tra i nostri vicini a non averlo, per problemi sorti durante la costruzione dello stabile. Una ferita aperta per mia madre, che aveva un conto in sospeso col costruttore (un palazzinaro della perggior specie). Ma non divaghiamo: calza appesa alla caldaia, dalla quale partiva un tubo che spariva nel muro. Ed io facevo colazione ogni giorno seduta al tavolo fissando questa caldaia sul muro opposto della cucina e pensavo che non c'era verso che una vecchietta per quanto magica riuscisse a farvi passare qualcosa attraverso. (Tanto più che ogni tanto ci finiva dentro qualche volatile, nel tubo, e non ne usciva né morto né vivo, una storia atroce) Quindi anche la befana è stata archiviata piuttosto presto.

Ora, io non so come declinare tutto ciò nella mia futura genitorialità ma non ho dubbi che qualche scompenso lo creeremo, con queste premesse.

mercoledì 3 dicembre 2014

Keep calm and keep on breast-feeding (ovvero, la Svezia e le madridemmerda)

Ieri, corso pre-parto. Tema: il bambino è nato (e mo'?)
Ero l'unica senza marito al seguito e ciò ha determinato sguardi un poco compassionevoli. Ma anche il fatto che parlando dell'"altro genitore" venisse sempre specificato che poteva essere un lui o una lei.

Lezione molto molto dettagliata su tutto quel che accade e che si deve fare dai primi minuti dopo il parto in poi. L'ostetrica che teneva il corso ha poi premesso di essere sessuologa e che avrebbe probabilmente mezionato la questione sesso, se questo non creava imbarazzi tra i presenti. Si è quindi lanciata in consigli pratici e disegnini esplicativi sul come e quando tornare tornare all'attività sessuale. Disengnando alla lavagna, ha specificato: parlo di rapporti eterosessuali, in questo caso. Si vede che le preparano a tutti i possibili tipi di audience.

Due terzi del tempo, comunque, son stati spesi sulla questione allattamento. Ho notato, rispetto alle storie sentite in Italia, che qui il personale ostetrico si pone molto il problema dello stress psicologico delle neo-mamme, e pure dei padri. Per esempio, è stato introdotto il divieto assoluto di visite in ospedale, dove si trascorrono dai 2 ai 3 giorni praticando esclusivamente il cosiddetto rooming. Ti consigliano caldamente di mandare annuncio e foto del pupo urbi et orbi via telefono e poi spegnere tutti i mezzi di comunicazione e dormire. La famiglia aspetterà il suo turno. Hanno chiesto se pensiamo questa sia cosa buona e giusta e tutte le coppie presenti hanno detto sì.

Subito dopo la nascita il bambino ti viene messo pelle a pelle, a meno di casi straordinari in cui cure mediche siano necessarie a madre o figlio. Questa cosa del pelle a pelle l'hanno detta all'infinito. Pare che aiuti a mantenere stabili i livelli di glucosio nel bambino. Quasi tutti i bambini vengono quindi subito attaccati al seno e poi possono anche dormire per le 24 ore successive, a meno che non siano sotto i 3 kg o sopra i 4, nel qual caso hanno bisogno di mangiare prima. Un'ostetrica ti segue da vicino in tutta questa fase e più o meno ti consiglia se è il caso di rimanere un altro giorno. Per il dopo, ci sono numeri specifici a cui telefonare per avere aiuto, e gruppi di volontarie che offrono il loro supporto all'allattamento. Perché, dice, nel 90% una donna che rinuncia ad allattare è una donna che è stata lasciata sola.

Solo che appunto, bisogna vedere di chi è la compagnia: madri, suocere e parenti esperte non sono generalmente annoverate tra coloro che possono aiutare. L'ostetrica che teneva il corso di ieri ha raccomandato ai padri di rispondere a tono, per conto delle mogli, a chiunque si permettesse commenti in merito. Tipo la suocera con il collo proteso e l'orecchio teso mentre la mamma allatta, che sentenzia "non mi pare di sentirlo mangiare". O il sempreverde "sei sicura che il tuo latte sia abbastanza?". Mi è piaciuto che il compito di poliziotto cattivo fosse esplicitamente dato ai padri, perché questo dei commenti è senza dubbio uno dei fattori di stress più tipici per le donne in quella fase, e lo stress è la prima causa di abbandono dell'allattamento. Dunque, keep calm and keep on breast-feeding.

Per tutto il tempo ci è stato ripetuto che allattare è la scelta migliore, ma che allattare non fa di te una madre migliore. Certo, a me è parso che si volesse dire che rinunciare a provarci un po' faccia di te una pappamolle, ma ammetto che perlomeno il sistema fa davvero di tutto per facilitarti nell'impresa. Compreso il non trascurabile dettaglio che i padri stanno a casa 10 gg dopo il parto, perché agli inizi almeno allattare è una full-time activity che richiede tutta la concentrazione possibile, nonché un botto di energie, e quindi qualcun altro dovrà smazzarsi il resto. Nel filmato si vedevano i padri caricare lavastoviglie, passare aspirapolveri, cucinare, fare la spesa.

Mi è poi piaciuto che si dicesse che il tanto benefico contatto pelle a pelle non è territorio esclusivo delle madri né, tanto meno, di quelle che allattano al seno. Ci è stato mostrato come massimizzare questo contatto in altre situazioni, rassicurandoci quindi in merito a quei cliché che vedono chi usa il latte artificiale come un genitore che mancherà di stabilire un legame affettivo forte.

Tra le mie conoscenze annovero pochi casi di allattamento felice, molti di allattamento al seno interrotto o non partito con contorno di stress immane e molti casi di persone (in Svezia, Francia e Germania) che non hanno allattato al seno per decisione presa in partenza. Una delle cose che queste ultime mi hanno detto, è che il ritorno alla vita di coppia normale è stato secondo loro facilitato da questa scelta. Ed i padri, alternandosi alle mamme nell'opera di allattamento, hanno permesso loro di tornare a poter fare anche altre cose un poco prima. Cosa che per quelle donne, specificatamente, era importante. Magari per altre no, e in quel caso ben venga l'aiuto di chi dice di non mollare, che non sei sola e ce la puoi fare.

Tutto sommato, mi pare la questione principale sia la libertà di scelta. Mi pare che perlomeno qualcuno qui si sia posto il problema di come far star meglio le neo-madri, e non dica solo che se non sanno allattare sono madridemmerda. E non è cosa da poco.

domenica 30 novembre 2014

So little time Try to understand that I'm Trying to make a move just to stay in the game

Ottobre. Sabato pomeriggio. Grande Negozio di Articoli per l'Infanzia.
Mia cognata in libera uscita senza pupa al seguito si lancia felice nel test drive di questo o quel trabiccolo su ruote. 
Prova questo! Prova quello! mi fa, divertendosi come io immagino farei in un negozio di scarpe. (Gli abissi della matritudine mi si stendono sconfinati davanti). Sono completamente confusa. Mi paiono tutti uguali, questi Cosi. Tutti immensi. Tutti ingombranti. Tutti minacciosamente pesanti. È lei a gestire le comunicazioni con la commessa: fa domande mirate, specifiche, parla di dettagli che pensavo riguardassero solo l'acquisto di un'auto. (Ruote da neve??)
La commessa, per rendere l'esperienza più realistica, produce un bambolotto, perfetta imitazione di infante per peso e dimensioni. Serve a farmi provare il peso di vari trasportini con il pupo all'interno. 
In dieci secondi, crampo dell'avambraccio- e dire che dovrei in teoria portarlo su per sei rampe di scale, fino al mio appartamento, a tempo debito.
"Ma quanto pesa questa bambola?" chiedo, affranta.
La commessa: "Circa 4,5 Kg, quindi corrisponde più o meno ad un bambino di un paio di mesi"
Danne: "io ne pesavo 4,7 alla nascita"
La commessa balbetta.
A me si annebbia un pochino la vista.

Novembre. Sabato pomeriggio. Casamia.
Mia cognata e mia suocera mi chiedono se abbiamo poi infine scelto quale Coso comprare. Scelto è una parola grossa, penso io, visto che la decisione è stata al culmine di un momento di stizza nel leggere le recensioni su internet dei vari prodotti in commercio. Le recensioni, tutte, indipendentemente dalla marca, dal prezzo, dall'oggetto, sono negative. I Cosi hanno sempre mostrato un problema o un altro. La qualità è sempre deludente e i prezzi sono tutti stellari. 
Comunque sì, abbiamo scelto. 
Per comprare, dico, c'è tempo.
Tanto tempo. Lo ha detto Gunilla l'ostetrica che c'è tempo...
No?
Beh, fanno i cognati, quando abbiamo ordinato noi il nostro Coso, avevamo dovuto attendere sei settimane per la consegna! 
No, ma scherzate, penso, che ve l'hanno fatto su misura? 
Vabbè ma ordino su internet, un negozio che ne abbia in stock lo troverò!
Eh ma magari dipende dal colore, mi fanno. 
Ma a me del colore importa proprio zero sai, dico.
Segue sguardo perplesso che sottintende, povera creatura, che madre sconsiderata.
Ah ma non preoccuparti, mi fanno, vedrai che anche se ormai non c'è più tanto tempo, per un imprevisto potete sempre prendere il nostro Coso in prestito.
Questo per dire il livello di ansia crescente in merito.

Novembre, venerdì sera, stanza del computer (si noti che siamo ancora ben lungi dal poterla definire stanza del pupo).
Ormai la reazione a catena ansiogena è partita. Siamo alle porte dell'ennesimo weekend in cui mia cognata mi chiederà se voglio andar con lei al Negozio a ordinare il Coso e in cui risponderò che dobbiamo piuttosto finire di fare qualcosa in casa, in questo caso dipingere l'ultima parete della cucina. Anzi, ecco che arriva il suo sms. Decido che basta, è ora di prendere internet a due mani e vedere se davvero c'è la lista di attesa di una Hermès, sui Cosi.
E così scopriamo che è Black Friday. Tutti i portali di shopping online fanno ribassi. Scopriamo che il Coso in colori molto decenti si trova ad un prezzo molto più basso, pronta consegna, su circa tre o quattro diversi siti di negozi online.
Click.
Arriva martedì.

Aiuto.

giovedì 27 novembre 2014

io lo so perché tanto di stelle

Io non sono una persona religiosa. A cinque anni ero già in rotta con le suore dell'asilo, e ho passato la vita a ribellarmi alla mia cattolicissima madre, che ha infine mollato il colpo.
Io non sono una persona superstiziosa. Tipo che abitavo al numero 17 e sceglievo apposta di avere gatti neri e più mi dite che una cosa porta male e più la faccio.
Io sono pure una fottuta scienziata, per Teutatis. E di ogni cosa mi sono sempre chiesta il perché, prima di tutto.
Epperò.
Epperò è l'ora del mio coming out.
Io credo a paolofox. 

Credo questo sia dovuto a due ragioni. La prima, sui sedici anni ero incappata in alcuni vecchi libri di astrologia che a suo tempo mio padre aveva collezionato, evidentemente pure lui in una fase di idiozia adolescenziale. La seconda è che ogni domenica mattina mia madre teneva la tele in cucina fissa su raidue.

Però poi ti sei trasferita! diranno in coro i miei piccoli lettori.
Eh già. Ma trasferendomi ho anche scoperto i meravigliosi segreti della rete, e in particolare del sito di rai replay. A mia discolpa, sia messo agli atti che ho passato anni senza tele in Germania, e che volevo vedere Report.

Il fatto è che paolofox è come quella tavoletta di cioccolato che compri per tenere in dispensa pronta per quella volta che vuoi fare i muffin ai chocolate chips. Per giorni, settimane, essa resta lì, indisturbata, sulla mensola scomoda dove tieni le cose che non servono spesso, tipo lo zenzero disidratato.
Però il tuo cervello lo sa dov'è.
E quella sera in cui ti senti "un po' così" non fai nemmeno in tempo a ricordarti che sarà di sicuro la PMS che già le tue mani hanno trovato la strada dietro ai barattoli, a tentoni, come guidate da una forza superiore.

Magari passano anche mesi tra una ricaduta e l'altra. Tipo che potrei anche andare in giro con quei gettoni che danno agli alcolisti anonimi per contare i giorni di sobrietà. Salve, mi chiamo Arya - ciao Arya! - e sono 70 giorni che resisto senza paolofox. 

Poi, inesorabile, la ricaduta. Nelle sere tempestose, visto che a me delle rose e delle nuove cose non è mai potuto importar di meno, mi ritrovo a cercare su rai replay la classifica dei segni della settimana. Che io non credo mica all'oroscopo in sé, Brezny mi fa venire l'orticaria, io credo solo a paolofox.

Bilancia:
Siete stati male in questi due anni  ma avete guadagnato in esperienza e siete spiritualmente più forti, e meno aggredibili. Nel 2015 andrà anche meglio.

O paolofox me l'hai fatta di nuovo, mannaggia! Io spero tu abbia ragione, perché un altro anno così anche no, grazie.






martedì 25 novembre 2014

Give me a touch of something sure I could be happy evermore

Reduce da una quattro giorni di convivenza coi suoceri, seguono osservazioni sparse. Come andremo a vedere i suoceri nordici sono curiosamente simili ai suoceri di qualsiasi latitudine, quello che cambia drasticamente è il grado di esternazione. Ossia, se anche pensano il peggio di voi, voi e vostro marito non lo saprete mai (almeno fino al divorzio).

La suocera nordica vive in media a centinaia di km di distanza, dunque le visite sono rare e mai improvvise.
In questo caso vi chiama al cellulare, proprio voi, non il figlio, per chiedervi come stiate e poi aggiunge: non è che vi serve che veniamo ad aiutarvi a piastrellare la cucina? Così ti pulisco anche le finestre.
Voi acconsentirete entusiaste. E non potete non notare che lo stato pietoso delle vostre finestre non è certo passato inosservato. Senza scuse, ché non le pulivate mai nemmeno quando non eravate incinta.

il risultato 
Seguirà contrattazione per definire i termini della visita. I suoceri nordici gradirebbero, possibilmente, soggiornare nelle vicinanze, ma non a casa vostra. Lungi dall'offendervi, vi rassicura sapere che all'indomani del parto nessuno si piazzerà stabilmente nel vostro salotto. Se insistete che restino da voi, per necessità o semplicità, essi si presentano con più bagagli che per un coast to coast. Perché quando vengono in visita si portano da casa lenzuola, cuscini e coperte - per non disturbare. Sia chiaro che il viceversa, come diceva il mio prof di analisi uno, è generalmente falso. Ossia, voi guardatevi bene dal fare altrettanto. Voi avete fatto il possibile per rassicurarli, dopo un paio di tentativi avete pensato fate un po' come vi pare e vi godete le lavatrici in meno.

Essi recano seco anche tutta una serie di cibarie cui sono abituati e cui non vogliono rischiare di dover rinunciare anche solo per tre giorni. Si tratta soprattutto di (graditi) doni dalla campagna svedese: le uova del contadino, il miele dell'apicoltore, il pane del forno locale. Meno giustificati, ma irrinunciabili: il loro formaggio, il loro burro, il loro caffè preferito, perché sia mai che provino un'altra marca e voi sicuramente comprate quelle sbagliate. La suocera svedese, siccome vuole pulirvi le finestre, viene anche provvista di tutto il materiale, che è ovvio che voi non possedete, anche perché se no le avreste pulite, no? (ehm).

Scoprite che avete serenamente rinunciato al concorrere alla palma di casalinga del secolo (ma quando mai, del resto) e vi godete il fatto che vi pulisca casa senza subirlo come una critica implicita (probabilmente lo è). Passa l'aspirapolvere più volte lei in un giorno che voi in un anno. Voi non muoverete un dito per dissuaderla, o per sostituirvi a lei nell'operazione. La lasciate decidere come apparecchiare, e cosa mangiare, perché certe piccolezze sembrano rivestire un'importanza notevole e voi non ci arrivate nemmeno se vi sforzate.

Bisogna anche ammettere questo: se anche vi tirasse delle fracciatine, esse vi passerebbero parecchio sopra la testa: parla una lingua di cui vi sfuggono ancora le sfumature (ed è un buon venti cm più alta di voi). E voi benedite l'ignoranza, tanto.

La suocera nordica del resto pensa che suo figlio non vi meriti e vi chiede regolarmente e seriamente come facciate a sopportarlo. E se una ha da ridire su un figlio così, è proprio il caso di mettersi l'animo in pace. L'uomo nordico peraltro vi dà il buon esempio di reazione zen poiché riesce a interfacciarsi con i suoi con il mero ausilio di dosi massicce di sarcasmo, e il suo tono resta sempre rigorosamente sotto l'udibile persino in quei frangenti (tipo piastrellare una cucina) che a casa vostra in Italia paiono più puntate del Jerry Springer Show.

Avete smesso di cercar di stabilire se ci sia un modo giusto o sbagliato, vi guardate la famiglia nordica con la stessa fascinazione di un documentario del national geographic e lasciate che tutto faccia il suo corso anche se, molto probabilmente, la famiglia nordica vi osserva contemporaneamente con pari sgomento, chiedendosi con un sopracciglio alzato se per caso voi non siate state cresciute dagli orango.

giovedì 20 novembre 2014

nobody will give you a medal

Ultimamente colleziono post nelle bozze ma non riesco davvero a scrivere quello che sto attraversando. Sono molto insonne e molto fragile. Sento che ho bisogno di fermare i pensieri almeno qua sopra ma per spiegarmi meglio è necessario anche descrivere come funzionano le cose in Svezia in gravidanza. Magari è noioso, ma considerando che i blog degli altri hanno rappresentato per me una valida fonte di informazioni, magari a qualcuno che passasse di qu tutto questo potrebbe risultare utile.

Questa settimana sono andata ogni giorno alla clinica ostetrica. Lunedì avevo una visita di routine, oggi il primo incontro del corso preparto. Nel mezzo, martedì, una visita urgente e fuori programma perché è diventato evidente che ho bisogno di supporto psicologico o quanto meno emotivo. Martedì, peraltro, uscita dalla clinica, sono andata nella adiacente biblioteca e ho letto per tre ore filate libri molto tecnici, in svedese, sull'argomento.

In Svezia funziona così: non esistono cliniche private per partorire, tutti nascono in strutture gestite dallo stato. Ginecologi privati esistono ma praticamente nessuna vi ricorre, a meno, immagino di particolari patologie, necessità, fissazioni. Per tutta la durata della gravidanza, si frequenta, gratuitamente, una clinica ostetrica di riferimento (quella più vicina geograficamente) dove si incontrano solo ostetriche. La mia è a dieci minuti a piedi, dentro ad un centro commerciale, scollegata da qualsiasi ospedale. Se le ostetriche notano qualcosa di cui non si sentono sicure sono esse stesse a metterti in contatto con un ginecologo, che ti visiterà all'interno della stessa struttura, sempre gratuitamente. Se si rendono necessari esami particolari, saranno sempre le ostetriche a farti chiamare dall'ospedale che ti notificherà un appuntamento. Durante la gravidanza non sta mai a noi prenotare visite, e dalle nostre mani non transita nessun risultato di analisi. Tutto quello che hanno misurato, sta nei loro computer e se è tutto nella norma non ne verrai informata direttamente. Dal loro punto di vista, tutto questo è fatto per limitare le tue preoccupazioni. Per chi viene dall'Italia, abituata a portare personalmente i risultati delle analisi al proprio medico, per interpretarli, tutto ciò può causare anche un senso di insicurezza, di mancanza di controllo, ma in generale ammetto che lo stress è inferiore, nonché il tempo necessario a recarsi in vari luoghi per prenotare visite, e ritirare esami. Gli incontri sono regolari e sempre con la stessa ostetrica, circa uno al mese. Le ecografie sono invece molto poche, e in teoria nessuna dopo il 5o mese. Alle visite si prendono piuttosto le misure esterne, si misura il battito cardiaco, si fanno delle analisi del sangue veloci e mirate e sopratutto si parla.

L'ostetrica che ti segue in teoria è sempre la stessa. A me non è andata così, ma credo sia un caso dovuto al fatto che nei mesi estivi molte sono in vacanza e vengono sostituite da colleghe. Ad ogni modo tutte le mie informazioni, anche le cose che avevo menzionato brevemente ed ero certa fossero state dimenticate, stanno nel mio file. Questo file è accessibile da entrambi gli ospedali cittadini dove potrei trovarmi a partorire, a seconda delle disponibilità di posti. Il numero da chiamare in caso di dubbi, di avvio del travaglio o di qualsiasi emergenza è uno solo, che coordina entrambi gli ospedali. L'ostetrica che ti segue in gravidanza non è la stessa che ti segue nel momento del parto, ovviamente, ma se per qualche ragione una si trovasse a sentire che a pelle con questa persona non si instaura un buon rapporto, si può sempre chiedere di sostituirla senza problemi  senza dover discutere. In ospedale non si vedranno ginecologi a meno di problemi, ma un medico è sempre presente e così anche un anestesista. Per l'epidurale non c'è da fare richieste particolari e preventive ma se si è molto decise per averne una, può essere bene che questa informazione compaia subito nel famoso file personale, così come altre necessità, paure, preoccupazioni etc. Altre forme di trattamento del dolore sono il gas esilarante, disponibile per tutto il travaglio in tutte le stanze, l'agopuntura (ohibò), una stimolazione con elettrodi (credo si chiami TENS) e delle infiltrazioni di acqua sterile sottocute.

Tempo fa avevo chiesto all'ostetrica, che però era una delle supplenti, del cosiddetto programma Aurora. Si tratta di un programma speciale per le donne che sentono di aver molta paura del parto. Lei tagliò subito corto dicendomi che quel programma aveva posti limitati, e che la precedenza era data a donne al secondo parto che ne avessero avuto uno traumatico prima. Quella risposta mi aveva scoraggiata dal chiedere oltre. Lunedì invece. le mie lacrime a fiume nel momento in cui una giovane apprendista ostetrica mi aveva semplicemente chiesto perché non dormissi, hanno fatto un'impressione maggiore. Sono stata presa molto sul serio. Il giorno dopo mi hanno voluto incontrare di nuovo, sia la mia ostetrica ufficiale, Gunilla, che l'apprendista e mi hanno fatto parlare in inglese, cosa che mi permette di esprimermi più naturalmente. Quel che è venuto fuori, vorrei riuscire a scriverlo presto, per ora mi limito ai fatti concreti: hanno fatto richiesta di iscrivermi al programma Aurora ma mi hanno anche offerto tutta una serie di altri supporti che fino ad allora, per disinformazione mia, pensavo fossero disponibili solo dentro ad Aurora. Ossia, incontri con una psicologa specificatamente formata (che spero di fare presto) e visite informative ad entrambi i reparti di ostetricia dei due ospedali. Questa pare una stupidaggine, ma per me è davvero importante vedere, farmi un'idea prima. In fondo, tutte le immagini che ho nella testa si riferiscono ad altri paesi (gli USA della tele e l'Italia dei racconti, magari pure datati).

Gunilla avrebbe voluto che posticipassi il corso preparto di oggi fino a quando non avessi avuto modo di vedere la psicologa. Probabilmente aveva paura che reagissi male alla vista del celebre filmato esplicativo. Io ho insistito per andarci, perché sento che la causa più grande di preoccupazione viene da quel che non so più che da quello che so, anche se forse agli altri può sembrare strano che mi angusti per non sapere che forma hanno le sedie, i letti, le camicie da notte e le mutande di rete (pure su questo dovrei tornare, ma per ridere).
Dunque ci sono andata. Il corso era tenuto da una ostetrica sulla sessantina, molto calma, molto asciutta nei toni e persino sarcastica: un tipo che si adatta molto bene a me. Io ho più problemi con le persone che sviolinano sulla forza delle donne e si ammantano di toni new-age, nonché ovviamente con quelle dai toni molto bruschi, il tipo "insegnante di educazione fisica" incazzosa. La signora peraltro mi teneva d'occhio, l'ho visto bene, e so che si riferiva a me quando diceva che se qualcuno non se la sentiva di vedere il filmato poteva certo assentarsi. Aveva parlato con Gunilla, lo so perché mi ha passato un foglio che Gunilla si era dimenticata di stamparmi ieri. Su di me è stata messa una bandierina che dice "maneggiare con cura" e non mi dispiace affatto, mi rassicura. Mi rende fiduciosa che a qualcuno importa di come sto dentro.

Il risultato di questi tre giorni è che ho pianto davvero tanto, di notte e di giorno, ho dormito davvero poco, ho parlato, ho pensato, ho letto e ho scritto e sto un po' meglio. So per certo che il "ma su non ci pensare" con me non funziona: io ci devo pensare eccome. So anche che non sempre si trova la persona giusta con la quale parlarne, e penso che se ci fosse stata solo Gunilla, lunedì, nulla di questo sarebbe venuto fuori. Parlarne davvero, al di là delle battute, al di là delle brevi menzioni di ovvie e comuni paure, è difficile perché si sente chiara la pressione sociale a non farla tanto lunga, in fondo partoriscono tutti, da sempre. Devo ringraziare questa ragazza così giovane (apprendista ma già mamma a sua volta quindi non è questione) per aver saputo riconoscere i segnali e aver dato loro importanza.


venerdì 14 novembre 2014

(Disclaimer: questo è un post da non prendere assolutamente sul serio. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. I fatti o le opinioni riportati non rispecchiano necessariamente quelli di un'intera nazione.)

L'uomo nordico, quando vive da solo da studente diciottenne, non vive accampato, aprendo una scatoletta di tonno la sera con gli occhi pieni di lacrime (cit. uno che conosco). L'uomo nordico che vive da solo è felicissimo. Non va a casa ogni weekend con una busta di panni sporchi e non torna la domenica sera con una sfilza di tupperware di cene pronte. Anche quando non ha una ragazza, l'uomo nordico si interessa dell'arredamento di casa, possiede libri di cucina, fa il bucato come gli hanno insegnato a scuola e si ricorda di cambiare le lenzuola in tempi congrui. Poi, certo, è in grado di passare due giorni filati in mutande davanti al pc a giocare a World of Warcraft cibandosi di sole pringles, ma in linea di massina ha sempre un buon controllo su quella che è la decenza, senza che la madre debba intervenire. Quando ella comunque interviene, in una delle rare visite, durante le quali si presenta con tonnellate di biscotti fatti in casa, di solito sopravvengono moderate litigate (son pur sempre scandinavi). Nei due giorni successivi alla visita, lo studente nordico mangerà solo biscotti, ma avrà spiegato a sua madre che non necessita di interventi esterni e che se il suo appartamento a lei non piace può anche non andare a trovarlo.

Quando l'ex studente nordico incappa per meriti assolutamente non suoi in una fidanzata, e ingenuamente le propone di andare a vivere da lui, che la casa è grande, egli ha alle spalle un lungo periodo di collaudata autonomia. Egli sa dove stanno i farmaci, i calzini, gli asciugamani. La sua cucina è attrezzata. Egli possiede un cesto per la biancheria e dunque è perfettamente edotto sul misterioso percorso dei vestiti dentro e fuori dai cassetti. Egli però non possiede un tappetino in bagno e non ha tende, tiene una bici in ingresso e una sfilzi di manubri pesanti come macigni in un angolo della camera. Egli vi farà posto nel suo armadio, pensando che quei due centimetri cubici vi basteranno, e nell'armadietto dello specchio, pensando che di sicuro un deodorante e uno spazzolino in più ci stanno. Per i primi tempi (diciamo mezz'ora), sarete voi a chiedere a lui dove sta questo e quello.

Poi vi comprerete un armadio tutto per voi e un nuovo armadietto in bagno dove lascerete a lui una mensola (quella più in alto, perché dopotutto è lui il vichingo) e voi terrete giustamente le altre cinque, Poi, riordinerete i pensili in cucina. Poi sposterete i mobili. Ogni volta vi aspetterete gran riconoscenza, per questi essenzali miglioramenti che voi apportate così generosamente alla sua casa, e stranamente non ne riceverete. Nel giro di un anno, lui sarà costretto a chiedervi dove sta questo e quello, e voi gli risponderete scazzate (perché dopotutto siete voi le mediterranee). Ogni tanto lo coglierete dire agli amici con tono basito ma (per voi) neutrale, scuotendo un poco la testa: una mensola su cinque...e ogni tanto trovo la sua roba pure lì! Voi invece suggerirete alle ragazze di non trasferirsi mai a casa di lui, se mai il contrario. E sembrerete la versione erasmus di sandra e raimondo.

L'uomo nordico non vi chiede mai niente: non viene da voi con la faccia a punto interrogativo tenendo in mano il bugiardino di un farmaco, non si aspetta che stiriate per lui, se nota che tutti i suoi jeans preferiti sono nel cesto dei panni sporchi fa la lavatrice direttamente, senza informarvene. Se vi schizzate col ketchup soffre, e vi prega di stare più attente (voi lo manderete a cagare). È più facile che si prenda cura di voi se siete malate che il contrario. Non perché voi siate delle stronze (anche se oggettivamente la sindrome della crocerossina vi manca) ma solo per una ragione pratica: quando si ammala, anche se soffre indicibilmente come tutti i maschi, non lo esterna molto, essendo appunto nordico e voi, essendo invece tarate sul 42esimo parallelo, per meno di rantoli e alti strali non vi muovete nemmeno.

L'uomo nordico, del resto, pensa che voi siate perennemente incazzate, anche nelle (ammettiamolo, rare) occasioni in cui non lo siete affatto. Una delle prime volte in cui lo maderete a quel paese stizzite (magari in piena PMS, per una oggettiva stupidaggine) lo ritroverete ore dopo a letto col maldistomaco perché ai nordici i conflitti danno l'ulcera. Voi invece non vi ricorderete nemmeno già più perché o per cosa vi eravate arrabbiate.

L'uomo nordico non ama parlare più di tanto, il che è utile quando si è al contrario logorroiche. Solo che vi capiterà spesso di tenere lunghi monologhi con la sua nuca (mentre gioca a Dota 2). Ha una incredibile avversione verso anche la più piccola bugia, per cui alla domanda "a cosa pensi?" egli risponderà "niente" oppure "ai tergicristalli nuovi che devo ordinare". E voi ve la sarete cercata. Dimenticatevi di sentirvi dire che siete bellissime, le iperboli non trovano habitat congeniale oltre una certa latitudine e dunque dovrete tararvi su una scala minore. "It's ok" è la frase che dovrebbe togliervi ogni dubbio che il vestito in questione vi stia bene. E solo se lo avrete esplicitamente chiesto. Dopo un po' smetterete di chiedere: complimenti, è il primo passo verso la trasformazione in donne nordiche. L'uomo nordico non vi porterà la borsa a meno che non lo chiediate, non vi aprirà la porta a meno che non siate evidentemente invalidi. Se avete bisogno di queste cose per sentirvi amate, l'uomo nordico è da sconsigliare. Se invece non ne avete bisogno, potete anche sposarvelo.

mercoledì 5 novembre 2014

Eccoci qua...stasera sarà l'ultimo bokcirkel di Anna dai capelli rossi, una delle mie migliori amiche di qua, che presto tornerà nella sua Svizzera. Alla fine, invece di trovar lei lavoro qua, lo ha trovato il suo fidanzato in Svizzera. Mi spiace tantissimo che parta, e che parta persino un paio di mesi prima del previsto.
La conosco esattamente da poco più di un anno. Eravamo nella stessa classe quando facevamo il corso B1. Quella classe è stata un po' un colpo di fortuna perché casualmente vi si sono trovate insieme tante persone davvero in gamba, che poi hanno avuto modo di frequentarsi anche in seguito. L'insegnante era intolerabile ma noi ci siamo divertite parecchio, e forse senza avere quella antipatica di cui lamentarci non avremmo avuto un collante tanto efficace, chissà.
Lei mi ha poi inserito nel bookclub e abbiamo insieme superato le 12 fatiche di Asterix per ottenere un posto nei corsi Svenska som Andra Språk, SAS2 e SAS3. Se non l'avessi conosciuta, il mio svedese oggi non sarebbe quello che è, perché lei è tra le persone più dotate per le lingue che io abbia mai conosciuto!
Mi mancheranno i nostri pranzi alla Baracca Rossa, il ristorante italiano vicino alla scuola, quando ci prendevamo il tavolino al sole, in faccia al mare, e a fine pasto ordinavamo un chinotto ghiacciato. Mi mancherà poi vederci da Kungsporten con le altre e ordinare sempre sempre sempre köttbullar! Mi mancherà parlare con lei, sentirla dire mille volte tak e mille volte förlåt, ma sopratutto ridere.
Che cosa accadrà adesso, dopo la sua partenza? Non sono brava a mantenere i contatti, e il motivo non lo so. Forse perché certe frequentazioni, per quanto intense, sono intimamente legate ad una quotidianità specifica e condivisa. Forse perché non posso avere sempre e solo il mio cuore spezzettato e sparpagliato per il mondo. Forse perché la vita nel tempo si complica e le chance di mantenere contatti de visu e non solo virtuali si riducono. E senza contatti fisici non tutti sono in grado di mantenere vere amicizie. Quelle vere durano, certo, sopravvivendo con mail e messaggi a volte anche molto distanziati nel tempo...ma la maggior parte delle amicizie, senza colpa alcuna per chi le popola, non hanno magari fatto in tempo ad arrivare a quel livello di confidenza e comfort reciproco in cui un lungo silenzio o una lunga attesa per una risposta ad una mail non vengano necessariamente interpretati come una mancanza di attenzione.
Tante expat si lamentano della difficoltà di fare amicizie, cosa in cui mi rispecchio facilmente. La mia opinione non è che quando eravamo in patria fare amicizie fosse più facile in sé - anche se almeno mancavano barriere linguistiche. Quello che penso è che in patria un'amicizia non debba mai porsi il problema della data di scadenza. Finiranno magari anche quelle, capita di certo, ma nessuno le inizia con l'interrogativo "per quanto tempo rimarrai nella mia vita? quanto mi conviene investire in te?". Per avere amicizie "stabili" all'estero bisognerebbe aver modo di accedere a chi non ha progetti di trasloco a tempo breve, e questo di solito significa andare a cercare tra gli autoctoni. E lì sta un altro inghippo, perché gli autoctoni per la gran parte hanno già i loro amici di lunga data e non sempre ne cercano attivamente di nuovi, specie tra chi è straniero. E poi bisognerebbe averci un lavoro per poter entrare lentamente in contatto con persone del luogo, anche se non è detto che tra i propri colleghi si trovi qualcuno con il quale entrare in sintonia davvero. Credo che sia l'età a rendere diverse le modalità in cui si fa amicizia: si alzano gli standard. Da piccoli, o da ragazzi, basta essere nella stessa classe o nello stesso quartiere... Il fatto di essere sradicati non fa che rendere il tutto più complicato perché viene a mancare proprio quella rete di amicizie di lunga data che ci portiamo dietro dalle elementari spesso solo in virtù del fatto che non saremo mai davvero costretti a metterle in discussione.
E senza tutto il rumore di fondo del tessuto sociale in cui siamo nati e cresciuti, la percezione di chi veramente vogliamo nella nostra vita diventa semplicemente più chiara quando si espatria, assieme alla constatazione della nostra solitudine.

sabato 1 novembre 2014

when you're swimming with your boots on

Ieri c'era il container, qua sotto. Arriva due volte l'anno, mandato dalla società che gestisce il condominio. I condomini così possono disfarsi delle loro cose vecchie: mobili, libri, materiale da costruzione, suppellettili. Tra noi scherziamo e diciamo che per me, quando arriva il container, è un po' come se fosse natale. Buttare via quel che si accumula è diventata una necessità che di sicuro confina con la fissazione, ed è la conseguenza dei genitori che ho, del mal di stomaco che mi prende alla vista di casa loro.

Eppure io mi sento tirare in direzioni opposte da due forze egualmente potenti. Da un lato, sento il richiamo degli oggetti passati di mano, con le loro storie mai raccontate: i mobili del bisnonno falegname, le foto di mio nonno soldato, le povere cose di pessimo gusto che mia nonna stivava in soffitta. Dall'altro sento l'ansia di fare spazio nella mia vita, perché ho sempre dovuto lottare per averlo. Per esempio, la mia cameretta da piccola era stata scelta da mia madre, ed era una cameretta da adulta, con file e file di mensole per i libri. Io avevo sei anni, e le mensole erano piene di libri suoi: filosofia, storia, pedagogia. Crescendo, lentamente, lei toglieva i suoi per fare posto ai miei libri, ai miei giochi e alle mie cose. Ho conquistato quella stanza un pezzo alla volta.

Un'altra forza che mi tira dalla parte opposta a quella del decluttering è la rabbia per il consumismo e lo spreco (e quindi la volontà di riciclare). A me non piace buttare qualcosa che ancora funziona o che ancora abbia un uso. Non solo, non mi piace nemmeno buttare in senso lato, perché mi chiedo sempre che cosa sarà di tutti i nostri rifiuti - faccio pur sempre parte di quella generazione che fin dalle elementari hanno martellato con l'ecologia e l'effetto serra, a otto anni teorizzavo di spedire i rifiuti sulla luna, son tra quelli che ha reagito all'avvento della differenziata con ardore quasi religioso. Però ho anche l'esigentza di sopravvivere, e a casa dei miei c'è il rischio che prima o poi si smetta anche di potersi muovere tra le stanze, se non li si argina. E quando servono soluzioni drastiche, non si può fare altro che cercare la prima discarica, il primo cassonetto, la prima via facile per liberare un metro cubo d'aria. Tutte le alternative nobili (baratto, mercatino dell'usato, beneficienza, regalo ad amici) richiedono un tempo e una dedizione che io, di passaggio per due settimane l'anno, non posso permettermi. Lo mandassero anche a loro il container sotto casa due volte l'anno, piangerei di gioia. E per farmi passare i sensi di colpa, mi ripeterei come un mantra che lo spreco c'è già stato, e non l'ho nemmeno commesso io.

L'altro giorno mia madre mi annunciava trionfante che per quando andremo giù con la bimba, lei sistemerà il mio vecchio lettino. Soddisfazione nella sua voce: vedi che tenerlo è stato utile? La mia reazione è irritazione, perché mi avevano giurato di averlo buttato, e perché un lettino base all'ikea costa 50 euro, mentre per trent'anni quell'oggetto ha sottratto spazio alla nostra vita, e non aveva forse un valore pure quella? Peraltro sarà anche dura fargli posto nella nostra camera a casa loro, che per quanto grande è ingombra.
In Italia ci sono ad attendermi scatoloni interi dei nostri vecchi vestiti per bambini. Quelli con le macchie, quelli sciupati pure. È rimasto tutto, perché in famiglia altri bimbi dopo di noi non erano nati. E che problema c'era? mia nonna aveva una grande soffitta. C'è persino, giuro, una culla di vimini che, testuali parole, mia madre usava per trasportarmi nei viaggi in macchina, quando non c'erano manco le cinture di sicurezza. A volte penso che sia un miracolo se quelli della mia età sono sopravvissuti indenni agli anni ottanta. Ma provateci voi a toglierla di mezzo, questa culla: la bambina in arrivo è per mia madre un'immensa prova del nove che niente è stato vano.

Io, d'altro canto, mi appresto a ereditare i vestiti e gli oggetti della mia nipotina. Che forse sono rimasti lì a casa dei miei cognati un poco più a lungo dello strettamente necessario, diciamo per il tempo sufficiente a chiarire la questione del secondo figlio, e con la segreta speranza di cuginetti come retropensiero. Ottimo, compreremo il meno possibile. Forse mi aiuta il non sentire la spinta allo shopping per neonati, o forse davvero la mia esperienza famigliare mi ha indurito verso la necessità di possedere cose, di sceglierle e di conservarle. E ieri ho portato al container una sedia, una valigia, due tappeti, rimasugli del montaggio cucina e una tapparella rivelatasi deludente. Il difficile equilibrio tra avere ed essere.

lunedì 27 ottobre 2014

Neuschwanstein

Compivo trent'anni e volevo fuggire in un posto dove non mi raggiungesse nessuno.
Così ci mettemmo in auto, pronti a fare quei duecento km, e pronti a rimanere bloccati a lungo su quell'autobahn che è un po' la Salerno Reggio Calabria di Germania.
Che bella sensazione mettersi in auto e non avere fretta, guardare solo il mondo fuori dal finestrino e solo di tanto in tanto uno sguardo alla cartina.
E poi arrivammo qui, a Hopfensee.

Un paese quasi inesistente, abbracciato ad un lago, una sfilza di hotel demodé, ristoranti e spa. Il nostro era uno di essi, tanto legno scuro, molti turisti americani anziani. E poi, il giorno dopo, finalmente, questo.


Era un giorno brumoso, senza pioggia veramente ma immerso in una nebbiolina sospesa che dava a tutto un'aria un po' magica. È un luogo meraviglioso del resto, e non mi stupisce che abbia ispirato negli anni tante persone, e che il folle principe vi abbia voluto costruire un castello degno delle fiabe. E ha fatto un lavoro tanto perfetto che è divenuto il castello delle fiabe per antonomasia, ispirando secoli dopo la Disney che ne ha fatto il suo marchio.
Ma di castelli fatati quella regione è piena, come si scorge dalle finestre visitandone l'interno.


Nonché di laghi. Sono ovunque, piccoli e grandi, con acque verdi e trasparenti e sembrano anche loro un po' incantati. In questo ai piedi della rocca nuotavano i cigni e i loro "brutti" anatroccoli. Il nome del castello in effetti significa "nuova rocca del cigno" e una foto a questo bellissimo animale andava fatta - del resto pure di cigni le favole son piene, a ripensarci.


La sera che compii trent'anni avevo quindi il cuore pieno di magia, e lo stomaco pieno di buon cibo locale: maltauschen, bretzeln, knüdeln e fantastica birra scura. In camera mi aspettava una bottiglia di spumante e un cestino di frutta, e abbiamo guardato a lungo la luna specchiarsi nelle acque scure.

Sono passati oltre quattro anni, da quel giorno.
A volte il ricordo ritorna, specie in giorni brumosi e autunnali, come questo.
A volte ritorna anche solo perché è un bel ricordo.
E penso: accidenti, quattro anni, due gatti, un dottorato, un burn-out, due traslochi, un nuovo paese, un matrimonio e adesso una pancia abitata. Tanta vita, eppure è difficile scalzarlo dalla sua posizione nella lista dei miei magic moments.
È una lista dove peraltro risiedono quasi solo momenti casuali, gioie inattese o non troppo calcolate, giorni senza grandi aspettative, giorni in cui ti svegli e ti dici, massì, lasciamoci incantare.

domenica 26 ottobre 2014

Disfunzione della sinfisi pubica, questa è la mia ultima scoperta. Ne ignoravo l'esistenza ma pare essere una cosa comune in gravidanza. Per caso ha anche un nome colloquiale in italiano? quello comune svedese è tremendo: foglossning,  che significa letteralmente rilascio delle giunture. La causa è il rilascio dell'ormone relaxina che in preparazione al parto rilascia i muscoli del bacino. La conseguenza è un disallineamento che mette a dura prova i legamenti e provoca forti dolori ai fianchi. 
In pratica, devo evitare tutti i movimenti durante i quali gambe e fianchi non si muovano simmetricamente. Tipo fare le scale (io abito al terzo piano senza ascensore, evvabbè). 
Venerdì sono stata da una fisioterapista che mi ha dato una lista di esercizi appositi. Però una cosa è certa: devo fare sport seriamente. Quel che mi ha fermato fino ad ora è stata la mia tendenza ad aver mancamenti (l'ultimo proprio davanti alla reception della fisioterapista, per dire, e na vecchietta mi è passata avanti mentre mi accasciavo) e soprattutto questo errore: camminare, la mia attività preferita, è molto sconsigliato. Sfido io che ogni volta stavo peggio. La bici sarebbe perfetta, ma questa città in inverno non lo consente, il nuoto pure ma lì entrano in gioco le mie fobie. Dunque cross-trainer sia, e dio benedica il giorno in cui decisi di comprarlo e quello io cui decisi di traslocarlo fino in Svezia. Trenta minuti al giorno di attività cardio, minimo. E una fascia apposita che renda il tutto meno spiacevole. Ce la farò a tener fede? del resto per convicermi hanno usato "the ultimate motivational technique":  potresti avere un parto lunghissimo, bene essere allenate, cara la mia mozzarella. 

Ma basta col sentirsi un'invalida, basta piangersi addosso, giusto? dunque la sera esco per andare ad una festa organizzata dalla mia chiccosissima amica francese. La festa è bellissima, come tutte le sue feste, salvo che per me si tratta di astenermi dal profluvio di champagne e Chateauneuf du Pape, dall'immane buffet di formaggi francesi (non è dato sapere se ce ne fosse almeno uno fatto di latte pastorizzato, e nel dubbio non è dato mangiare) e dalla carne (buonissima mi dicono) praticamente al sangue, che sarebbe la versione francese del termine "ben cotta". A fine serata, la padrona di casa e due nostre amiche, brille allegre e spensierate, fanno progetti per sabato prossimo
- Oh devi assolutamente venire con noi! andiamo alla festa in maschera più cool della città!
-Er...ok....
. ci troviamo qui alle dieci per travestirci....ma tu come pensi di entrarci in un costume?
- Er...boh, adesso vediamo...magari mi vesto da zucca?
- No, ma scherzate? quella festa non è proprio luogo per lei! No, magari tu vieni un'altra sera, ok?
- Er.. ok, sì forse è meglio. Beh s'è fatta una certa, saluti e baci a tutti (detto mentre mi aggancio la giacca)
- oddio come ti sta piccola! ma non dovresti comprartene una più grande?
- Er...sì, in effetti ce l'ho, è che l'eskimo del 77 per la gran festa alla corte di Francia non mi sembrava il caso.

Sigh.




venerdì 24 ottobre 2014

una micro-intervista...a me?!

La cara Mamma in Oriente mi ha dedicato una micro-intervista all'interno del suo bellissimo progetto sui blog degli italiani nel mondo. Se vi va di leggerla, la trovate qui.

Sono davvero molto onorata e grata per le gentili parole che mi ha dedicato!



giovedì 23 ottobre 2014

And the boys chase the girls, with curls in their hair

Tra i commenti al blog di elasti ho trovato alcuni video pubblicitari di prodotti per la cura del corpo che sembrano aver abbracciato il problema di come le donne si vedono.  Si tratta di più di una marca, segno che questo è stato riconosciuto come un buon approccio pubblicitario. Del resto, dopo tanto parlare di quanto l'immagine del corpo femminile ci avesse condizionato in negativo, le pubblicità che più fanno mostra di corpi femminili e sono rivolte alle donne - innegabilmente, quelle di cosmetici - erano finite sotto esame.

In particolare mi ha colpito questo:



In effetti non so come mi descriverei, ma sono sicura che ho per gli altri molta più indulgenza che per me stessa. Difficilmente descriverei una terza persona inbase ai suoi difetti, penso che i pregi mi colpirebbero di più. Di me, non so, non mi è mai capitato di doverlo fare.

Su altri blog in questo periodo (qui, qui e qui) si è parlato di come sia importante talvolta percepire l'effetto positivo che la nostra apparenza (gnocchitudine, per la precisione) può attuare sugli altri, specie in contesti professionali, o comunque in contesti di relazione con un pubblico di persone che non sono amici, famiglia, comfort zone. Io mi ricordo che quando andavo ai congressi, dedicavo quasi egual attenzione all'estetica del mio powerpoint e della mia presentazione, che alla mia. E non è che ci andassi per stendere qualcuno: era più che altro come mi sarei sentita io in quei panni, il punto. Anzi, a guardar bene, serviva parecchia pianificazione per far sì che tutto paresse casuale e senza sforzo, perché questo avrebbe compromesso il mio sentirmi a mio agio. Nel mio caso (penso che dipenda da persona a persona) si trattava di tacchi alti e qualche aderenza, e soprattutto il trucco che c'è ma non si vede (leggi un buon fondotinta, che pare niente ma un brufolo sul mento secondo me metteva di malumore pure Marie Curie). Tutte le volte che non ci ho badato (perché son pur sempre una cazzona, e a volte ho pensato di non aver tempo per queste quisquilie) la mia presentazione ne ha risentito. Cambiava la mia percezione di me, che si specchiava nelle facce degli altri, un meccanismo che penso abbia tutte le caratteristiche del circolo vizioso.

Parimenti, è molto frequente che una donna si approcci ad unscire da tutti i momenti di cattivo umore, tristezza, insoddisfazione facendo qualcosa che la faccia sentire dentro come se sembrasse più bella fuori: andar dal parrucchiere, cominciare una dieta o uno sport, andar dall'estetista. Ma nasce prima l'uovo o la gallina? si esce dal malumore perché la nostra immagine migliora, o la nostra immagine migliora perché abbiamo semplicemente fatto qualcosa per uscir dal malumore? Io la risposta non ce l'ho. Lo dicevo poco tempo fa, che spesso farmi la piastra al mio cespo di capelli crespi mi fa vedere il mondo sotto una luce migliore.

Questo è del resto il periodo che più di tutti mi mette faccia a faccia con questo dilemma, e se parlava di qua. Il mio aspetto esteriore è cambiato, è una cosa che non riconosco mia. Oltretutto, temendo l'effetto che tale presa di coscienza potrebbe avere su di me, non mi guardo poi molto allo specchio, e alle tante richieste di "foto della pancia" mi trovo a rispondere in preda allo scoramento (perché non ne ho, in pratica, e non so come dire che l'idea non mi entusiasma quanto sembra entusiasmare gli altri). La conseguenza paradossale è che io non so effettivamente quanto io sia grossa. Nella mia testa sono, alternativamente, molto più grossa o molto più piccola di quanto non sia in realtà.
Contemporaneamente, sono venute a mancare le classiche metodologie per porre rimedio alla conseguenza di vedersi allo specchio come non ci si vorrebbe. Non riesco a fare più di tanto sport per esempio, perché ho dolori ovunque e vado in affanno facilmente. E di certo non trovo senso nel mettermi a dieta se comunque quel che dice la bilancia è destinato ad aumentare. Ossia, per tornare al tema di partenza: mi manca la validazione esteriore per un processo che in ultima istanza dovrebbe migliorare il mio stato interiore. Lo sport e la dieta, da soli, senza specchi, non hanno il potere di migliorare come mi sento dentro.

Non credo che le donne siano le uniche ad avere a che fare in questo modo con la loro immagine ormai, anche se penso che su di noi la pressione sia innegabilmente maggiore. Per esempio, quando vado a trovare mia nonna, faccio in modo di avere un aspetto impeccabile più che uscissi con gli amici, perché la sua immancabile frase "ti mantieni sempre bene", detta, lo giuro, con un velo di delusione, mi comprova che la pressione c'è. Mio fratello ci può andare con dieci kg di troppo e a lui non dirà niente, stiamone certi. Però il mondo la fuori è cambiato (per fortuna o purtroppo?) e adesso anche gli uomini dopo una crisi sentimentale corrono subito in palestra.

Dunque che si fa? Da un lato è importante imparare a convivere coi tratti di noi che non sono alterabili, almeno in linea di massima - smettendo così di enfatizzarli, come fanno le donne del filmato. Dall'altro forse voler migliorare quei lati oggettivamente migliorabili non è un segno di vacuità o di superficialità: un miglior tono muscolare, un chilo in meno, cosmetici affidabili... Ma è un equilibrio difficile. Penso che lo sforzo per tenermi in forma sia altra cosa che un'iniezione di botox, o quelle mostruosità che le ex-bellissime attrici si impiantano sotto gli zigomi o si iniettano nelle labbra risultando terrificanti, ma nel mezzo ci sono mille sfumature in cui perdersi. Per esempio, si dice che la Magnani dicesse alle truccatrici: non mi nascondere le rughe, ci ho messo tutta la vita a farmele venire. Io, lo confesso, mi tingo i capelli e non credo che avrò mai il coraggio di smettere. È dura.

martedì 21 ottobre 2014

I love the way you city girls dress even though your head's in a mess

I miei hanno un pezzo di oliveto, e un pezzo di casolare, su una collina, al paese della famiglia di mio padre.
Non è un'eredità. I suoi nonni erano mezzadri, si diceva, gente che la terra la coltivava senza possederla. E i suoi genitori si erano trasferiti in città, e quella grande casa colonica in mezzo ai campi dove aveva passato tanta parte d'infanzia era poi divenuta una villa restaurata da gente ricca, la si vedeva passando dalla strada.
Ad un certo punto, passati i quaranta,  si è messo in testa di ritornare a quelle origini, e si è comprato quello scampolo di terra, poco più in alto. Lo sterrato che porta alla casa, al nostro pezzo di cielo e di collina è solo due tornanti più su del cimitero dove stanno i suoi nonni ed i suoi zii.

Tra un mese più o meno sarà il tempo delle olive, da quelle parti si raccolgono tra novembre e dicembre. Nel caso dei miei, che hanno sempre avuto entrambi un altro lavoro cui pensare, il tempo della raccolta si sposta in avanti e indietro a seconda di quante olive sembrano esserci, da quanto si immagina sarà difficile trovare posto al frantoio, da quanto si immagina che pioverà. Ci son stati degli anni che pioveva per un mese di fila, a Novembre, e raccogliere sotto l'acqua non è divertente per niente. Non è divertente né saggio nemmeno stivare le casse di olive bagnate troppo a lungo, per quello bisogna esser sicuri di aver l'appuntamento col frantoio in tempi congrui. E se è un anno con tante olive, i frantoi saranno pieni e ti daranno magari un appuntamento alle tre del mattino, che poi slitterà di un paio d'ore, e passerai la notte in piedi ad attendere il momento di svuotare i tuoi sacchi nella macchina, di riempire i tuoi bidoni con quel succo verde fluorescente. E poi tornerai a casa, e dirai un numero (undici! nove e due! solo il sette!) che dirà a tutti se è andata bene o male, ma in ogni modo quella sera, sicuramente verserai un filo di quel succo verde sul pane arrostito e ti dimenticherai di tutto, perché mettila come ti pare, dirai, l'olio nostro è un'altra cosa.

Io non ho mai veramente, attivamente, fatto molto, i miei non me lo hanno mai chiesto. Ci son stati degli anni che avrei lo stesso preferito che non ci fosse, questa incognita e fonte di stress prima di Natale, ci son stati degli anni che avrei preferito i miei si fossero scelti un altro hobby. Ora magari fa anche chic, e al frantoio si trovano professori universitari e ricercatori, ma la campagna che ho visto io i primi anni era ancora fatta di contadini abituati a viverci e sopravviverci sopra, e mi è sembrata dura da morire e mi ha spesso fatto una gran rabbia.

Però c'erano giorni belli davvero, a dicembre, quelli in cui fa freddo ma c'è il sole, e poi che freddo vuoi mai che faccia in Toscana, e allora passavi la domenica tra gli olivi e pensavi che sono piante meravigliose, veramente, con quei tronchi storti dove si legge ancora il marchio della nevicata dell'ottantacinque, e guardavi giù dalla collina e vedevi fino al mare, lontano, e sentivi la terra intorno riecheggiare di voci e risate e pensavi che in fondo capivi.

venerdì 17 ottobre 2014

confessions of a meteoropathic

Quanto è difficile tirarsi fuori da questo pantano emotivo adesso che piove e non ho più corsi di svedese che mi obblighino ad uscire.
Per esorcizzare, mi sono messa le calosce e sono uscita sotto una pioggia torrenziale (e con l'andatura da ippopotamo, ma non è il punto).
Tipo, queste son le scarpe che mi compro adesso
È un trucco che ho imparato in Scozia. Le prime volte tornavo dall'università fradicia, arrabbiata, sull'orlo delle lacrime: quaranta minuti a piedi e la pioggia ti entrava fino nelle orecchie. Ed io la prendevo sul personale, come mio solito. In più era un periodaccio in cui stare al mondo già di per sé non mi pareva tanto attraente. Poi entrai in un negozio orrendo e mi comprai questi stivali verdi, inguardabili, perché erano i più economici e non avevo i soldi per comprarmi quelli modaioli che si vedevano allora nelle boutique. E poi perché ero in rotta con l'universo e pure per fare shopping ci vuole ottimismo, in effetti. Allora, con i jeans infilati in queste tristissime calosce verdi, la testa coperta da un berretto con visiera e le mani infilate nei guanti Thinsulate, me ne andavo su e giù per le scoscese strade di Edinburgo e sfidavo la pioggia con tutta la faccia. E stranamente, più ci camminavo dentro a quel modo, ben coperta insomma, e meno mi stava antipatica, la pioggia. E anche il mondo in senso lato. Decisamente quello fu il primo passo della riabilitazione di una meteoropatica, nonché, ora che ci penso, il primo passo verso il malvestitismo da expat.

Le calosce rosse - mi ricordavano Candy Candy
Mi ricordo la mia prima vacanza studio in Inghilterra, a 14 anni: pomeriggi interi a mangiare sundae al cioccolato e ridere delle curiose scelte di abbigliamento delle autoctone. Hai visto quella, ha messo il rosso col viola! E quell'altra, con la gonna a fiori e la maglietta a pois? Eccetera. Poi le mandai a cagare, tutto quel gruppetto di chearleader col quale ero partita, e cominciai a passare i pomeriggi in altro modo, e ci rimediai pure di imparare l'inglese, ma questa è un'altra storia. Una volta espatriata son diventata più tollerante verso il malvestitismo altrui, ma per anni ho sentito chiari dentro di me i diktat modaioli del mio paese di provenienza. Incidentalmente, mi vestivo anche molto più spesso di nero. Tendevo a mettermi piuttosto le scarpe che si abbinavano meglio come stile piuttosto che le scarpe che servivano alla stagione o ai km da fare. Ed ero sconvolta quando vedevo ragazze che per andare alle feste mettevano sopra all'abituccio da sera una giacca a vento fluorescente. Poi ho desistito, e già dopo il primo anno il mio guardaroba si era fatto multicolore, le mie scarpe decisamente più comode e le mie giacche decisamente più impermeabili. Fino a che un sabato pomeriggio, in Germania, mi sono trovata dentro ad un supermercato con i pantaloni di una tuta blu, una felpa con cappuccio e una giacca marrone. Per dire.

E ieri avevo le calosce rosse, i guanti neri, una sciarpa verde e le calze blu.
E, malvestita ma incurante, mi sono infilata nelle pozzanghere e ho camminato nel parco infangandomi. Non contenta sono poi passata al centro commerciale - sì, quello coi negozzi fighetti, in teoria, solo che qui non esiste lo struscio, mai - dove ho comprato i panini coi semi di zucca nella mia panetteria/caffetteria preferita. Li ho messi nella mia borsa super impermeabile (marrone) e me ne sono tornata a casa. Decisamente più felice di quando ero uscita. Domani bisogna che faccia altrettanto, la cura scozzese ricomincia.

Certo le altre mie paturnie non si guariscono con degli stivali rossi di gomma o con i panini ai semi di zucca, ma da qualche parte bisogna cominciare. À nous deux, inverno!

martedì 14 ottobre 2014

Clap along if you feel like happiness is the truth

Molto tempo fa feci una lista simile, e la rifaccio oggi ispirata da Elasti: i dieci piccoli, innocui, apparentemente insignificanti portatori di felicità.
La faccio oggi che non sono per niente in vena, che ho la luna storta, il maldischiena e una voglia incredibile di mettermi sotto il piumone e compiangermi un po'. La faccio, cioè, con sommo sforzo, mentre mi verrebbe mille volte meglio fare una lista dei mille motivi per cui la (mia) vita è una merda.

1- le fusa dei miei gatti, una delle poche cose sul pianeta sulla quale io possa sempre contare
2- il profumo di pane e dolcetti alla cannella portato dal vento dalla fabbrica di Pågen, anche se poi è difficile mantenere i propositi di dieta
3- una passeggiata nel bosco di Änggården, dove ci si dimentica di essere in città, tra laghetti sommersi di ninfee e incontri con alci e cerbiatti
4- un bicchiere di vino rosso assieme ad una buona cena
oh quanto mi manca! ma lo metto nella lista lo stesso, perché la sua assenza è solo transitoria, e me ne infischio se questo fa di me automaticamente un'alcolizzata, per i canoni scandinavi. A me di uscire e bere cocktail o birre non manca per niente, ma un buon vino ben scelto sì, e un bicchiere basta e avanza.
5- il profumo della mia pianta di basilico sul balcone, che mi trasporta subito con la mente in luoghi più mediterranei e mi ricorda il giardino di mia nonna in certe mattine ombrose di giugno
6- un piatto di capellini, conditi solo con l'olio dei miei, il peperoncino e il parmigiano: il mio vero comfort food, altro che nutella!
7- un bagno caldo e pieno di schiuma! da quando abbiamo la vasca, dopo anni di docce, abbiamo preso l'abitudine almeno mensile di riempire la vasca e di versarci dentro quantità spropositate delle lozioni più schiumogene che riusciamo a recuperare. Poi accendiamo la musica e pure le candele, che il bagno è l'unico posto dove quel maniaco della sicurezza me le lascia accendere.
8- prendermi il tempo di farmi la piastra ai capelli. Il più delle volte in cui mi sento depressa, sono anche spettinata. Lisciare quella criniera indomita che mi trovo sulla testa mi mette subito in pace con l'universo.
9- guardarmi BBC Pride and Prejudice per la decimilionesima volta. Se non ho tempo per tutti e sei gli episodi di fila, mi guardo solo il quarto, e Colin fa il resto.
10- un abbraccio stretto stretto. Di solito me lo vado a prendere ma so che sono fortunata per il fatto che non mi venga mai negato.