La foto del viale alberato sta sul muro sopra alla mia scrivania, in mezzo alle altre. Ci sono Parigi, Firenze, Berlino, Strasburgo. E poi quel viale alberato che non esiste più.
Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.
Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.
Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.
L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.
Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto, non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.
La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.
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venerdì 6 ottobre 2017
venerdì 6 novembre 2015
Don't you know me by now?
C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).
Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.
Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.
Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.
Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.
Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.
Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.
Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.
Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?
(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).
Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.
Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.
Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.
Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.
Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.
Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.
Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.
Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?
(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)
domenica 15 marzo 2015
I know we're cool
Il Fidanzato l'ha perdonata. Ci sono voluti anni, qualche cattiveria, molto dolore, un poco di pazienza, ma alla fine che sono approdati in questa dimensione dove ci si scambiano auguri e conversazioni di convenievoli, consigli, interessamento sincero, pure qualche ricordo che non fa più male. Una dimensione un tempo insperata. Una dimensione comunque segreta, grossomodo, perché non tutti capiscono. Anzi, quasi nessuno.
È in fondo un gioco di equilibri - poche regole inviolabili e la consapevolezza che tutto potrebbe rovinare giù da un momento all'altro. E se succedesse, loro non potrebbero che limitarsi a guardar le rovine, non ci sarebbe nemmeno da piangere, dopotutto: tutti gli addi son già stati detti mille volte, tutte le recriminazioni fatte, tutte le lacrime versate. Dunque si prende il tutto come viene, con una quieta accettazione e un codice non scritto da seguire senza sgarri.
lunedì 27 ottobre 2014
Neuschwanstein
Così ci mettemmo in auto, pronti a fare quei duecento km, e pronti a rimanere bloccati a lungo su quell'autobahn che è un po' la Salerno Reggio Calabria di Germania.
Che bella sensazione mettersi in auto e non avere fretta, guardare solo il mondo fuori dal finestrino e solo di tanto in tanto uno sguardo alla cartina.
E poi arrivammo qui, a Hopfensee.
Un paese quasi inesistente, abbracciato ad un lago, una sfilza di hotel demodé, ristoranti e spa. Il nostro era uno di essi, tanto legno scuro, molti turisti americani anziani. E poi, il giorno dopo, finalmente, questo.
Era un giorno brumoso, senza pioggia veramente ma immerso in una nebbiolina sospesa che dava a tutto un'aria un po' magica. È un luogo meraviglioso del resto, e non mi stupisce che abbia ispirato negli anni tante persone, e che il folle principe vi abbia voluto costruire un castello degno delle fiabe. E ha fatto un lavoro tanto perfetto che è divenuto il castello delle fiabe per antonomasia, ispirando secoli dopo la Disney che ne ha fatto il suo marchio.
Ma di castelli fatati quella regione è piena, come si scorge dalle finestre visitandone l'interno.
Nonché di laghi. Sono ovunque, piccoli e grandi, con acque verdi e trasparenti e sembrano anche loro un po' incantati. In questo ai piedi della rocca nuotavano i cigni e i loro "brutti" anatroccoli. Il nome del castello in effetti significa "nuova rocca del cigno" e una foto a questo bellissimo animale andava fatta - del resto pure di cigni le favole son piene, a ripensarci.
La sera che compii trent'anni avevo quindi il cuore pieno di magia, e lo stomaco pieno di buon cibo locale: maltauschen, bretzeln, knüdeln e fantastica birra scura. In camera mi aspettava una bottiglia di spumante e un cestino di frutta, e abbiamo guardato a lungo la luna specchiarsi nelle acque scure.
Sono passati oltre quattro anni, da quel giorno.
A volte il ricordo ritorna, specie in giorni brumosi e autunnali, come questo.
A volte ritorna anche solo perché è un bel ricordo.
E penso: accidenti, quattro anni, due gatti, un dottorato, un burn-out, due traslochi, un nuovo paese, un matrimonio e adesso una pancia abitata. Tanta vita, eppure è difficile scalzarlo dalla sua posizione nella lista dei miei magic moments.
È una lista dove peraltro risiedono quasi solo momenti casuali, gioie inattese o non troppo calcolate, giorni senza grandi aspettative, giorni in cui ti svegli e ti dici, massì, lasciamoci incantare.
mercoledì 14 maggio 2014
Mika - Grace Kelly
Poi cadde il mondo. E il giorno della mia partenza, quel giorno c'era il sole. A quanto pare, ci fu il sole per molte settimane, non si era mai visto un inizio d'anno tanto scintillante - me lo disse il mio ex fidanzato tempo dopo con la voce piena di rabbia e di rimpianto, come se il sole avesse potuto trattenermi con lui. Ero in questo vecchio appartamento, abitato da troppi studenti maschi, per troppi anni. La moquette era macchiata, la carta da parati era strappata in più punti, le finestre poi erano piene di spifferi e su un vetro stava pure inciso a mano 1920 - e mi ero chiesta per due mesi se quella data avesse davvero un senso, se davvero avevo finestre tanto vecchie. Ero seduta di traverso su una di quelle poltrone a fiori con la fodera lisa, e di colpo mi passò sulla faccia quel primo raggio di sole, e mi venne da piangere per il sollievo. Intanto ascoltavo in loop la canzone appena uscita di quello che si diceva essere l'erede di Freddy Mercury. Non lo era, ovviamente, ma per un attimo ci avevamo creduto.
Qualche giorno dopo, quando ormai mi trovavo in un altro paese, in un altro appartamento scassato abitato da troppe generazioni di maschi, la mia sorella putativa mi scrisse di godermi la mia nuova vita con quel ragazzo "just a little bit shy". Era un messaggio affettuoso. Ci si leggeva forse anche un filo di invidia sotto, che forse ho capito meglio in seguito, per questa nuova eccitante vita che mi ero presa con la forza, lasciando tutti di stucco. Ma era comunque malriposta, perché io ovviamente non mi stavo godendo niente. Non ero programmata per farlo. Non lo avrei fatto per mesi ancora, forse anni. Ma aveva azzeccato quella frase, quella definizione. Ci ho pensato spesso, poi.
Perché in effetti se dovessi dire il momento in cui compresi, pur senza esserne cosciente, era stato in un pub, molti molti mesi prima, dopo una serata con altre persone. Lui era andato in bagno, e noi intanto ci eravamo avvicinati alla porta, prendendo le nostre cose. Io lo vidi tornare dal bagno e trovare il tavolo vuoto, lo guardai guardarlo, quell'ombra che gli attraversava la faccia mentre velocemente contemplava la sua solitudine, ed io la sua timidezza. Fu una frazione secondo, poi alzò lo sguardo verso la porta, dove stavo in piedi con gli occhi su di lui, gli sorrisi, vidi il suo sollievo. So che altre ragazze avrebbero sepolto quella sera stessa ogni intenzione - ragazze come la mia compagna di ufficio, che amava gli uomini forti e stronzi e trovava le debolezze un turn-off. Io invece capii che ero come lui, e che eravamo due misfits, e che tanto valeva che stessimo insieme.
E oggi sono tre anni che siamo sposati, e canticchio.
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| "mi concentro sul sole" |
venerdì 11 ottobre 2013
Ti ho sposato per allegria
La maggior parte dei miei amici con figli, in Svezia, non è sposata, oppure ha deciso di farlo quando i bambini (più d'uno, anche quattro) erano già grandi. Dunque mi ero fatta l'idea che il matrimonio da queste parti non sia il fatto apicale che sembrerebbe essere da noi. Eppure col tempo ho notato che non è proprio così.
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
On Marriage Kahlil Gibran
You were born together, and together you shall be forevermore.
You shall be together when the white wings of death scatter your days.
Ay, you shall be together even in the silent memory of God.
But let there be spaces in your togetherness,
And let the winds of the heavens dance between you.
Love one another, but make not a bond of love:
Let it rather be a moving sea between the shores of your souls.
Fill each other's cup but drink not from one cup.
Give one another of your bread but eat not from the same loaf
Sing and dance together and be joyous, but let each one of you be alone,
Even as the strings of a lute are alone though they quiver with the same music.
Give your hearts, but not into each other's keeping.
For only the hand of Life can contain your hearts.
And stand together yet not too near together:
For the pillars of the temple stand apart,
And the oak tree and the cypress grow not in each other's shadow.
mercoledì 21 agosto 2013
cavalleria scandinava
Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato
Bär min väska!
ossia Carry my bag!
così, all'imperativo.
La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.
Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.
Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.
Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.
Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci
(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)
Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).
E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.
E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!
Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?
Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.
E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.
E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.
Bär min väska!
ossia Carry my bag!
così, all'imperativo.
La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.
Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.
Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.
Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.
Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci
(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino. Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)
Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).
E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.
E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!
Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?
Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.
E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.
E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.
martedì 3 gennaio 2012
our house, in the middle of our street
Il trasloco è cominciato, e infatti ho le ossa a pezzi.
Scatola su scatola, trasportiamo via dalla stramba mansarda i nostri pezzi. E ogni oggetto mi rimanda ad un tempo difficile e in fondo felice, giorni lontani anni ormai, i giorni in cui mi trasferii qui con una valigia con il sovrapprezzo Ryanair e poco altro.
Una cesta di vimini di Home Depot, un vaso preso per pochi euro da Tschibo. Lo scaffaletto di vetro che vendeva Lidl e che portai a casa in tram dopo una lezione di tedesco. Le tazze della colazione di quando ero bambina, portate qui perché sono una gialla e una blu, come i colori svedesi. I cuscini con le righe comprati al negozio di materassi accanto al mio vecchio studentato, assieme al mio ex, nell'ultimo scampolo della mia ex-vita.
Mi ricordo soprattutto di quei primi mesi, in cui ero disperata per essere disoccupata e per il terrore di aver potenzialmente distrutto la mia vita, eppure così felice di essere qui. E siccome ero sola tutto il giorno, a parte studiare tedesco passavo il tempo in giro per negozi di arredamento a quattro soldi, in cerca di qualcosa che potesse darmi la sensazione di star costruendo qualcosa qui. Nella stramba mansarda sopra la panetteria, con lo strambo svedese che aveva scombussolato la mia esistenza.
Mi ricordo che piangevo tanto, e ridevo tanto. Tutti i miei vestiti entravano ancora dentro la metà dell'unico minuscolo armadio di casa, quello di Danne, dopo che mi aveva fatto posto. Adesso ce ne sono altri tre, di armadi, per non contare le cassettierie e gli altri risultati dei nostri frequenti tour da ikea. Mi ricordo anche il primo, fatto un mesetto dopo il mio arrivo grazie a due amici muniti di auto (anche questa per noi è arrivata dopo). Mi ricordo l'impacciato imbarazzo del trovarsi a scegliere mobili e oggetti insieme a questo fidanzato convivente nuovo di zecca, che conoscevo da tanto poco.
Danne adora questo scomodo appartamento pieno di charme, con le stanze grandi e l'affitto al minimo, col soffitto a travi di legno sopra il quale scorazzavano ignoti roditori, con la scala scricchiolante, le finestre che guardano verso le stelle, persino il padrone di casa incommunicado e che parla solo Badisch. A me pure piaceva, piace, mi guardo intorno e rivedo l'inizio della nostra storia, e l'inizio della mia vita adulta, le mie cianfrusaglie da pochi spiccioli comprate con tanto entusiasmo.
Poi la scomodità e i disagi e l'antiestetica vecchiezza dopo qualche anno cominciano a pesare, si diventa più esigenti, si aggiungono i gatti e il fatto di non avere praticamente porte rende le cose complicate. Era tempo di cambiare, time to move on.
Scatola su scatola, trasportiamo via dalla stramba mansarda i nostri pezzi. E ogni oggetto mi rimanda ad un tempo difficile e in fondo felice, giorni lontani anni ormai, i giorni in cui mi trasferii qui con una valigia con il sovrapprezzo Ryanair e poco altro.
Una cesta di vimini di Home Depot, un vaso preso per pochi euro da Tschibo. Lo scaffaletto di vetro che vendeva Lidl e che portai a casa in tram dopo una lezione di tedesco. Le tazze della colazione di quando ero bambina, portate qui perché sono una gialla e una blu, come i colori svedesi. I cuscini con le righe comprati al negozio di materassi accanto al mio vecchio studentato, assieme al mio ex, nell'ultimo scampolo della mia ex-vita.
Mi ricordo soprattutto di quei primi mesi, in cui ero disperata per essere disoccupata e per il terrore di aver potenzialmente distrutto la mia vita, eppure così felice di essere qui. E siccome ero sola tutto il giorno, a parte studiare tedesco passavo il tempo in giro per negozi di arredamento a quattro soldi, in cerca di qualcosa che potesse darmi la sensazione di star costruendo qualcosa qui. Nella stramba mansarda sopra la panetteria, con lo strambo svedese che aveva scombussolato la mia esistenza.
Mi ricordo che piangevo tanto, e ridevo tanto. Tutti i miei vestiti entravano ancora dentro la metà dell'unico minuscolo armadio di casa, quello di Danne, dopo che mi aveva fatto posto. Adesso ce ne sono altri tre, di armadi, per non contare le cassettierie e gli altri risultati dei nostri frequenti tour da ikea. Mi ricordo anche il primo, fatto un mesetto dopo il mio arrivo grazie a due amici muniti di auto (anche questa per noi è arrivata dopo). Mi ricordo l'impacciato imbarazzo del trovarsi a scegliere mobili e oggetti insieme a questo fidanzato convivente nuovo di zecca, che conoscevo da tanto poco.
Danne adora questo scomodo appartamento pieno di charme, con le stanze grandi e l'affitto al minimo, col soffitto a travi di legno sopra il quale scorazzavano ignoti roditori, con la scala scricchiolante, le finestre che guardano verso le stelle, persino il padrone di casa incommunicado e che parla solo Badisch. A me pure piaceva, piace, mi guardo intorno e rivedo l'inizio della nostra storia, e l'inizio della mia vita adulta, le mie cianfrusaglie da pochi spiccioli comprate con tanto entusiasmo.
Poi la scomodità e i disagi e l'antiestetica vecchiezza dopo qualche anno cominciano a pesare, si diventa più esigenti, si aggiungono i gatti e il fatto di non avere praticamente porte rende le cose complicate. Era tempo di cambiare, time to move on.
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