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venerdì 13 gennaio 2017

Sissa

Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.

In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.

Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.

Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.

Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.

Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!