È un periodaccio, fisicamente parlando.
Temo che ci sia una somma di concause, ossia non è solo per via della cerenza di ferro, e degli effetti ancora più devastanti degli integratori di ferro (ve li risparmio), ma è anche una questione di stress.
Non lo so più gestire. Mi vengono le palpitazioni con niente. Tipo se devo uscire la mattina presto per andare a lezione e tenere un'altra prova orale di retorica in svedese. Lo so bene che non muore nessuno se prendo un butto voto, ma ditelo al mio corpo se ci riuscite. Un disastro, mancamenti, lacrime sempre pronte, malditesta repentini e tachicardia. Questa settimana poi ho tre prove d'esame.
E poi sono diventata enorme e non ho una bella reazione nemmeno a questo. Mi manca il mio corpo, mi manca essere agile e non provare dolori qua e là, e mi manca incrociare la mia immagine riflessa in qualche vetrina e non sussultare al pensiero che è la mia. Ottima situazione per presenziare ad un matrimonio, oltretutto, capirete, con relativo coro di ohh e ahh ma com'è possibile ti ho vista due settimane fa e la pancia manco si vedeva. Ed io detesto attrarre l'attenzione, e invece sono più visibile che mai.
Che non avrei preso benissimo la gravidanza non era certo una sorpresa, essendo che io non prendo mai bene niente, per principio. Come dice Danne, you were born pissed off.
In mezzo a tutto questo, mi son trovata a fare sta benedetta ecografia "volontaria", come cavia per un corso di ostetricia. Io avevo accettato nella speranza che l'inquilino/a si mostrasse più chiaramente. Sapevo che sarebbe stata lunga e magari un po' strana come eco, perché gli studenti sarebbero stati alle prime armi.
Non avevo idea di quanto... è stata una specie di tortura. E per ragioni a me sconosciute, a star sdraiata lì mi mancava il respiro e avevo il cuore a mille. Per 40 interminabili minuti. Ad un certo punto non guardavo più nemmeno lo schermo, mi pareva che mi desse ancora più ansia vedere immagini confuse che cambiavano continuamente perché lo studente diceva magari "devo andare da destra a sinistra o da sinistra a destra?" e muovendo simultaneamente il sensore, e premeva e spesso mi faceva male. Oltretutto continuavano ad aggiungere quel gel orribile. Guardavo invece il soffitto e cercavo di respirare, e pensavo "dio questo è niente, ho proprio una soglia di sopportazione ridicola". Finché lo studente non ha esclamato "ah comunque visto che lo vuoi sapere, è femmina". L'ostetrica esperta ha allora aggiunto "sì, probabilmente".
Mi si stampa un sorrisone sulla faccia...allora questa tortura non è stata inutile! Dopo di che l'ostetrica ha voluto lasciarmi una foto omaggio, perché ci teneva che i pazienti volontari fossero ricompensati in qualche modo - oltre alla ricompensa pattuita, due biglietti per il cinema. Ed io volevo dirle, lasci perdere la foto, mi lasci andare che sto malissimo e grondo di gel...ma lei ci teneva.
Ed eccola. Una foto di profilo, dove non si vede un cappero.
E la foto di un piede.
Un piede enorme.
Sono incinta di una hobbit.
martedì 30 settembre 2014
you think that we connect, that the chemistry's correct
Era tempo di dire al mio amico J che c'è un bambino in arrivo. Comunichiamo solo via chat su facebook, in inglese. Avevo rimandato oltremodo perché sotto sotto mi aspettavo grane. La solita esagerata direte voi. J è un caro amico ma da quando è padre è uno scassacazzi di professione. E ammetto che i rapporti si sono un po' raffreddati da parte mia perché ha cominciato a rompermi un po' troppo. Tanto che esasperata tempo fa gli dissi che non mi interessava avere figli e che la piantasse - di colpo smise di mandarmi le foto del pupo.
È quello che mi scrisse che sua moglie era in attesa aggiungendo la frase "sei gelosa? allora mettiti all'opera". Quanto mi fece incavolare quella frase. Quanta insensibilità dietro quelle parole (che ne sa lui di cosa voglio? che ne sa che non ci abbia provato senza riuscire? che ne sa che io non sappia già che non posso averne? e perché dà per scontato che il mio sentimento sarà l'invidia? eccetera)
Stavolta temevo già che mi avrebbe fatto arrabbiare.
Non avevo idea di quanto.
Si comincia col dirmi che è molto felice che finalmente io mi sia decisa.
Mi sale subito la carogna, ma decido di soprassedere, sono sempre prevenuta io, subito irritabile, e poi magari è per via della lingua...
Mi chiede come sono stati i primi tre mesi e gli dico: una favola in confronto ad ora.
Errore madornale. Parte il sermone esplicativo, una mitragliata di informazioni abbastanza basilari, una lista di consigli abbastanza scontati, ha una voglia matta di educarmi, di spiegarmi le cose, di investirmi del suo immenso sapere. Vuole raccontarmi la "sua" gravidanza mese per mese, eco per eco. I messaggi si susseguono senza sosta, lunghissimi e serrati, non posso infilarmi tra uno e l'altro.
Quando finalmente sembra che abbia finito, cerco di rassicurarlo dicendo che persino col solo aiuto del personale medico specializzato avevo già ricevuto tutti quei consigli ma complice il fatto che non c'entrano un accidente con il mio problema di adesso non mi hanno lo stesso aiutato ad evitarmi sto periodo di merda. Dunque parte la lista di acquisti che devo assolutamente fare, lui può aiutarmi, è uno che ha preparato tutto ai minimi dettagli, ha persino misurato il bagagliaio dell'auto prima di comprare il passeggino (no, vabbè, chi ci avrebbe mai pensato?), sa tutto, mi manda link, mi parla della amazon wishlist, mi fa venire le palpitazioni per l'ansia. Conosco un certo numero di mamme e nessuna, nemmeno mia suocera o mia cognata, mi aveva mai sottoposta ad un simile trattamento.
Per fermarlo, stordita e irritata, gli dico: quasi quasi sulla wishlist ci dovrei mettere solo "bambino già pronto, nato, svezzato, spannolinato e già bilingue" e mi eviterei questo periodo fisicamente difficile e pure la mole di ansie di cui mi stai dando un assaggio.
Era una battuta, diosanto. Qualunque cosa pur di fermare quel fiume in piena.
Secondo errore madornale.
Lui ovviamente mi prende alla lettera e si lancia in una discussione sul tema nessun figlio adottivo sarà mai come un figlio vero. I primi 4 mesi ti cambiano come persona.
Sì ok, gli dico io irritata (perché su questo argomento mi irrito e la prendo sul personale comunque), ma anche i primi 4 mesi dopo che hai adottato non è che siano acqua fresca, è il senso di responsabilità che ti cambia, e quello c'è comunque, mica pensi "ah vabbè ma tanto è adottato, fa niente se si ammala o si fa male".
Ma lui è inarrestabile. E sgancia la madre di tutte le cazzate.
No, è perché serve di partorirlo, perché sia figlio tuo.
Io indugio con la faccia a urlo muto di Munch prima di mettere insieme una risposta, ma lui mi precede.
E non vale nemmeno il cesareo (che per "fortuna" dove ha partorito sua moglie, in Germania, non era contemplato che come extrema ratio).
È solo col dolore e col sacrificio che si diventa genitori. Mi spiace per mia moglie, e per te, ma è necessario.
Ovviamente mi è partita la brocca.
Menomale che era una discussione via chat perché se lo avessi avuto di fronte, oltretutto digiuna com'ero, lo avrei fatto a striscette.
E uno gli vuol dire, vabbè ma allora tu scusa mica hai partorito, vorrai mica chiamarti genitore.
Eh no, è qui il bello. Perché lui era nella stanza con la moglie in travaglio, e dunque il cambiamento profondo che ha bisogno del dolore fisico lo ha fatto più lui di quelle "comodone" che si prenotano il cesareo.
Ma porca paletta, ora sì che è guerra.
Mille volte meglio se fosse stato uno di quegli uomini anni 50, che stavano in corridoio a fumare i sigari.
Mille volte meglio che fosse banalmente e apertamente un maschilista di merda.
Mille volte meglio di un invasato che pensa che siccome ha vissuto 9 mesi con una moglie incinta ed è stato spettatore di un parto, allora può andare in giro a predicare a tutte le donne di riprodursi e di partorire con dolore, se no non vale.
Perché capite lui è un padre modello, un marito moderno, uno dei "buoni", l'esempio di come le nuove generazioni dovrebbero essere: pronti a dividersi i compiti, a considerarsi sotto gli stessi parametri.
E se ne esce con questa roba.
Stiamo messi bene!
Non cito che un 10% delle stupidaggini che è riuscito a inanellare.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
domenica 21 settembre 2014
you'll wear those shoes and I will wear that dress
Una delle mia amiche più recenti e più interessanti è una ragazza minuta, sempre vestita impeccabilmente, borse e scarpe pazzesche, con un caschetto biondo platino alla Anne Wintour e (nel mio immaginario) lo stesso perfido, glaciale, fichissimo senso dell'umorismo. La chiameremo Crudelia, ma con simpatia, sia chiaro.
Crudelia parla con un accento polacco spiccato, che per me aggiunge ancora più facino al personaggio, mi aspetto che mi dica da un momento all'altro ti spiezzo in due, come il temibile avversario russo di Rocky Balboa, per noi figlie degli anni ottanta (e l'attore era svedese, ovviamente, tutti i russi dei film anni 80 erano svedesi). Crudelia sorride poco ma ride invece di gusto. Crudelia in patria era una laureata in economia e commercio, qui ha fatto i lavori più umili. Come me, anche lei fa i corsi di Svenska som Andra Språk per accedere all'università e vedere di riconvertire la sua istruzione in qualcosa di spendibile. Crudelia è spesso incazzata nera. Crudelia secondo me ha pure un grande cuore ma lo nasconde bene.
Quando ha saputo che ero incinta (eravamo in un caffè a far la fika assieme ad altre due ragazze) mi ha detto queste cose, in ordine sparso:
- che lei non avrebbe mai avuto figli, non sopportava i bambini
- che frequentava malvolentieri i luoghi infestati dai bambini
- che sarebbe stata una madre di merda dunque era meglio così
Mezz'ora dopo, quando eravamo da sole e ci stavamo accomiatando, mi ha abbracciato e mi ha detto che sperava di non avermi ferito, perché anche se odiava i bambini voleva davvero continuare a frequentarmi.
Inutile dire che non solo non mi ero sentita minimamente ferita (quante volte non le ho pensate io stessa quelle cose?) ma per il solo fatto di essere stata così brutale e sincera era schizzata in un attimo al primo posto della mia personale top ten.
L'altro ieri molto ma molto en passant mi ha detto che si è sposata, tre settimane fa.
In municipio. Senza dirlo a nessuno. Il comune ha persino provveduto a trovare due testimoni.
Ero vestita di nero, mi ha detto.
E non abbiamo preso gli anelli.
Non abbiamo nemmeno fatto le foto.
Che dire, amore a prima vista, tra me e questo cinicissimo donnino.
Non tanto perché io abbia fatto le stesse identiche scelte (a parte la mancanza delle fedi) ma perché adoro la gente che fa le cose che gli altri malgiudicano. Adoro la gente che ti dice che non ha scattato neanche una foto mentre gli interlocutori si strappano le vesti e dicono "ma come hai potuto sciagurata! ci si sposa una volta sola!". Adoro la gente che ti racconta della proprie stramberie, senza sapere se tu sei pronta a supportarle e non a giudicarle. Perché chi giudica lo trovi sempre, specie su certe questioni. Quelli che ti parlano dando per scontato che la pensi come loro, perché loro la pensano come "tutti" e dunque nell'unico modo "normale".
Adoro la gente stramba perché tra loro mi sento autorizzata a non sentirmi in colpa per le mie divergenze dalla norma. Cosa che, accidenti a me, faccio assai regolarmente, altrimenti.
Dunque con Crudelia mi rilasso molto di più che con altre persone decisamente più buone, decisamente più calde all'impatto, le persone che ti riempiono di sorrisi e gentilezze e ti trovi sempre a pensare un po' stordita da tanto affetto che accidenti son proprio brave e buone, mica come te che sei una stronza. Perché poi arriva il giorno che ti tengono a parlare di un argomento X, di solito succede con qualcosa considerato "prettamente femminile" e lo fanno con quei gesti e quei segni che dicono "la pensi anche tu così ovviamente" e tu non ci riesci benissimo a dir loro che no, non la pensi affatto così. Oppure arriva il momento in cui confessi loro qualcosa di cui vai poco fiera, qualcosa che loro non avrebbero fatto (tipo lasciare il tuo fidanzato di lunghissima data, il fidanzato perfetto secondo tutti, per un altro) e quelle dicono qualcosa a mezza bocca e cambiano argomento e scorgi quel piccolo guizzo nei loro occhi, quel piccolo smarrimento di chi dice "Ma allora non sei una di noi!" e il dubbio che allora forse non ti meriti tutte le loro gentilezze e i sorrisi, e forse non ti meriti nemmeno di conversare amabilmente da pari a pari. Perché tu hai torto, e loro no. Ecco. Allora viva Crudelia.
Crudelia parla con un accento polacco spiccato, che per me aggiunge ancora più facino al personaggio, mi aspetto che mi dica da un momento all'altro ti spiezzo in due, come il temibile avversario russo di Rocky Balboa, per noi figlie degli anni ottanta (e l'attore era svedese, ovviamente, tutti i russi dei film anni 80 erano svedesi). Crudelia sorride poco ma ride invece di gusto. Crudelia in patria era una laureata in economia e commercio, qui ha fatto i lavori più umili. Come me, anche lei fa i corsi di Svenska som Andra Språk per accedere all'università e vedere di riconvertire la sua istruzione in qualcosa di spendibile. Crudelia è spesso incazzata nera. Crudelia secondo me ha pure un grande cuore ma lo nasconde bene.
Quando ha saputo che ero incinta (eravamo in un caffè a far la fika assieme ad altre due ragazze) mi ha detto queste cose, in ordine sparso:
- che lei non avrebbe mai avuto figli, non sopportava i bambini
- che frequentava malvolentieri i luoghi infestati dai bambini
- che sarebbe stata una madre di merda dunque era meglio così
Mezz'ora dopo, quando eravamo da sole e ci stavamo accomiatando, mi ha abbracciato e mi ha detto che sperava di non avermi ferito, perché anche se odiava i bambini voleva davvero continuare a frequentarmi.
Inutile dire che non solo non mi ero sentita minimamente ferita (quante volte non le ho pensate io stessa quelle cose?) ma per il solo fatto di essere stata così brutale e sincera era schizzata in un attimo al primo posto della mia personale top ten.
L'altro ieri molto ma molto en passant mi ha detto che si è sposata, tre settimane fa.
In municipio. Senza dirlo a nessuno. Il comune ha persino provveduto a trovare due testimoni.
Ero vestita di nero, mi ha detto.
E non abbiamo preso gli anelli.
Non abbiamo nemmeno fatto le foto.
Che dire, amore a prima vista, tra me e questo cinicissimo donnino.
Non tanto perché io abbia fatto le stesse identiche scelte (a parte la mancanza delle fedi) ma perché adoro la gente che fa le cose che gli altri malgiudicano. Adoro la gente che ti dice che non ha scattato neanche una foto mentre gli interlocutori si strappano le vesti e dicono "ma come hai potuto sciagurata! ci si sposa una volta sola!". Adoro la gente che ti racconta della proprie stramberie, senza sapere se tu sei pronta a supportarle e non a giudicarle. Perché chi giudica lo trovi sempre, specie su certe questioni. Quelli che ti parlano dando per scontato che la pensi come loro, perché loro la pensano come "tutti" e dunque nell'unico modo "normale".
Adoro la gente stramba perché tra loro mi sento autorizzata a non sentirmi in colpa per le mie divergenze dalla norma. Cosa che, accidenti a me, faccio assai regolarmente, altrimenti.
Dunque con Crudelia mi rilasso molto di più che con altre persone decisamente più buone, decisamente più calde all'impatto, le persone che ti riempiono di sorrisi e gentilezze e ti trovi sempre a pensare un po' stordita da tanto affetto che accidenti son proprio brave e buone, mica come te che sei una stronza. Perché poi arriva il giorno che ti tengono a parlare di un argomento X, di solito succede con qualcosa considerato "prettamente femminile" e lo fanno con quei gesti e quei segni che dicono "la pensi anche tu così ovviamente" e tu non ci riesci benissimo a dir loro che no, non la pensi affatto così. Oppure arriva il momento in cui confessi loro qualcosa di cui vai poco fiera, qualcosa che loro non avrebbero fatto (tipo lasciare il tuo fidanzato di lunghissima data, il fidanzato perfetto secondo tutti, per un altro) e quelle dicono qualcosa a mezza bocca e cambiano argomento e scorgi quel piccolo guizzo nei loro occhi, quel piccolo smarrimento di chi dice "Ma allora non sei una di noi!" e il dubbio che allora forse non ti meriti tutte le loro gentilezze e i sorrisi, e forse non ti meriti nemmeno di conversare amabilmente da pari a pari. Perché tu hai torto, e loro no. Ecco. Allora viva Crudelia.
giovedì 18 settembre 2014
Vomit-free since ninety-three
Oggi mi sono alzata, ho fatto colazione, ho ripetuto due volte il mio dibattito sul perché anche in Italia bisognerebbe far prevenzione contro l'abuso di alcol. Ci avevo messo anche delle domande retoriche, delle anafore, un paio di proverbi, e una chiosa da urlo. Poi mi sono vestita, e mentre mi vestivo ho avuto la sensazione che forse non stavo poi così bene. Per precauzione sono andata in bagno come faccio ogni volta che temo di dover vomitare. Io oppongo da sempre una strenua resistenza. Io cerco sempre di convincere il mio corpo che no, dopotutto non è necessario farlo. Respiro, respiro, intanto mi inginocchio per terra però, che ogni tanto capita che io la battaglia la perda, e tanto vale esser pronti a tutto. Lo faccio da sempre, quando prendo la gastroenterite e quando mi viene il mal di mare - come quella volta tra Lanzarote e Fuerteventura, che ero verde in volto e intorno a me vomitavano tutti come in uno di quei film catastrofici anni 70 e gli steward di bordo correvano in giro coi sacchetti ed io niente, occhi fissi su un punto a caso, il sacchetto vicino per precauzione, quell'insensibile che poi avrei sposato si mangiava tutte le mie pringles sollevando quegli orridi effluvi da patatine made-in-hell ma io ero chiusa dentro di me e niente mi ha influenzato, fino a che non abbiamo toccato terra. Success! Poi tutti a dirmi: sei una cretina, se vomitavi subito poi saresti stata certo meglio che passare un'ora a quel modo. Ma qui siamo teste dure.
E dunque. Mi concentro e tutto passa. Anche l'autobus. Arrivo quindi a lezione un po' trafelata, in ritardo di 10 minuti. Mi siedo. Ascolto la mia amica che chiameremo Anna-dai-capelli-rossi dibattere sull'importanza di avere una tesi chiara in un dibattito - povere noi lasciate in balia delle nostre fantasie per trovare argomenti per sti cavolo di dibattiti. Poi è il mio turno. Chiedo se per favore me lo lasciano fare da seduta, il mio discorso, perché oggi non sono proprio al top...ma niente paura, mi affretto a rassicurare tutti, una cosa da niente! Faccio il mio discorso. Mi alzo per tornare al mio banco e in effetti boh, le gambe le sento un po' molli.
Mi siedo e ascolto le istruzioni per l'esame del 3 ottobre - quello che qui si chiama PROVA NAZIONALE giusto per non mettere in ansia nessuno. Oggi è in effetti il giorno che il ministero ha mandato le celebri buste col materiale d'esame: uno snello fascicolo di tredici articoli su un tema che cambia ogni volta. Abbiamo due settimane per leggerli e usarli come base per la prova orale (dibattito, che ve lo dico a fare?) e quella scritta, un tema a scelta tra 4 titoli tutti inerenti il suddetto fascicolo. Io ascoltavo e pensavo: beh in effetti sarà il caso che mi dia una mossa a studiare, oggi poi mi sembra di non capir niente di quel che mi dicono! E perché è così difficile respirare? Inspira, espira, inspira, espira...poi entrano altre due alunne, la mia insegnante si rivolge a loro e la mia testa comincia a ronzare, io mi alzo e dico solo piano: devo andare in bagno! E son fuori dalla porta che cammino, anzi traballo verso il bagno...quanto è lontano? saranno dieci metri forse. Ma non ci arrivo.
Il buio davanti agli occhi e un rumore sordo nelle orecchie. Mi sento andar giù, lentamente, come un sacco che si sgonfia, appoggiata alla parete, giù fino al pavimento. Resto lì. Vagamente cosciente che c'è qualcuno che si avvicina e mi chiede qualcosa. Ed io rispondo, in svedese, non respiro! Jag kan inte andas! E nel frattempo mi chiedo se è un verbo deponente o no, forse ho cannato pure questo. Allora arrivano tutti, qualcuno chiama un'ambulanza, mi chiedono il mio personnummer, ed io faccio sempre tanta fatica coi numeri in svedese, specie il 7, ma lo dico lo stesso. Non ho mai perso conoscenza, cosa che immagino sia un bene. Eppure vorrei averla persa, perché quegli attimi sul pavimento con il buio dentro, prima che qualcuno mi parlasse e mi tenesse stretta per le spalle sono la cosa più terrificante che abbia mai provato. Il che indubbiamente significa che ne ho avuto di culo nella vita. Lo so, ne sono consapevole.
Mi hanno sdraiata sul lettino della classe dove tengono i corsi per infermiera. Hai visto che fortuna esser svenuta proprio lì davanti. I paramedici sono arrivati pochi minuti dopo. Per prima cosa mi stringono la mano e si presentano. I nomi non li ricordo, e loro di certo non ricordano il mio - eppure ho fatto in tempo a chiedermi se anche quando vanno ad estrarre le vittime degli incidenti stradali da qualche groviglio di lamiere cominciano con il dire "mi chiamo Tizio". Forse tanto inutile non è, a me lì per lì ha fatto piacere. La diagnosi è calo brusco di pressione. Mangia qualcosa di dolce, mi fanno. Secondo noi stai benone ma se vuoi venire in ospedale è una scelta tua. Ti diciamo fin d'ora che non ti considereranno molto, al pronto soccorso perché per noi non sei a rischio di niente. Non stare da sola oggi. Vai all'infermieria locale se vuoi controllare di nuovo la pressione, riposati, stammi bene.
E resto lì, sul lettino. Una delle altre insengnanti resta con me tutto il tempo, mentre la mia classe finisce la sua lezione. Mi sento meglio. Provo a mangiare qualcosa, come mi hanno detto. Seduta mi sento debolissima, allora mi sdraio di nuovo. Ed ecco che ritorna il buio, il ronzio, i sudori freddi. L'insegnante prontamente mi mette su un fianco e mi mette davanti una strana bacinella di cartone...fa parte anche questa del materiale del corso di infermiera? e vomito. Vomito con un'estranea che mi tiene i capelli, semisdraiata sul lettino che sta lì per insegnare agli allievi ad azionare i comandi per lo schienale reclinabile. Mi esce solo l'inglese a quel punto: I'm sorry, I'm so sorry. Che questa poveretta insegna psicologia e di certo non la pagano per portar l'orrida bacinella nel bagno più vicino, starmi accanto per un'ora, portarmi delle salviette. Perché piango? qualcuno mi sa dire perché quando vomito piango?
E niente, dopo va infinitamente meglio, come volevasi dimostrare. La lezione è finita e sia Anna che la mia insegnante vengono da me. La mia insegnante mi confessa che ha paura di avermi messo troppo sotto pressione con questo esame e questi compiti, e a me vien da abbracciare pure lei. Prima di andarsene ci mostra la foto della sua bimba, che viene dalla Cina ed è una minuscola campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Anna insiste per non lasciarmi sola e ce ne andiamo a casa mia in autobus, ma sto meglio. Passiamo un paio d'ore insieme, pranziamo, e poi rassicurata se ne va.
E ripenso a quante volte oggi mi sono sentita chiedere: ma hai qualcuno a casa? e ho risposto, no, ovviamente no. E non mi era mai parso un problema. E ripenso a quante volte oggi ho detto grazie, e scusa, e a quante ancora avrei voluto dirlo. Perché mi pesa tantissimo chiedere aiuto. E vorrei capire da quanto tempo è così, da quanto vivo nella placida contemplazione della mia solitudine di fronte alle rogne che vita ti porta.
E dunque. Mi concentro e tutto passa. Anche l'autobus. Arrivo quindi a lezione un po' trafelata, in ritardo di 10 minuti. Mi siedo. Ascolto la mia amica che chiameremo Anna-dai-capelli-rossi dibattere sull'importanza di avere una tesi chiara in un dibattito - povere noi lasciate in balia delle nostre fantasie per trovare argomenti per sti cavolo di dibattiti. Poi è il mio turno. Chiedo se per favore me lo lasciano fare da seduta, il mio discorso, perché oggi non sono proprio al top...ma niente paura, mi affretto a rassicurare tutti, una cosa da niente! Faccio il mio discorso. Mi alzo per tornare al mio banco e in effetti boh, le gambe le sento un po' molli.
Mi siedo e ascolto le istruzioni per l'esame del 3 ottobre - quello che qui si chiama PROVA NAZIONALE giusto per non mettere in ansia nessuno. Oggi è in effetti il giorno che il ministero ha mandato le celebri buste col materiale d'esame: uno snello fascicolo di tredici articoli su un tema che cambia ogni volta. Abbiamo due settimane per leggerli e usarli come base per la prova orale (dibattito, che ve lo dico a fare?) e quella scritta, un tema a scelta tra 4 titoli tutti inerenti il suddetto fascicolo. Io ascoltavo e pensavo: beh in effetti sarà il caso che mi dia una mossa a studiare, oggi poi mi sembra di non capir niente di quel che mi dicono! E perché è così difficile respirare? Inspira, espira, inspira, espira...poi entrano altre due alunne, la mia insegnante si rivolge a loro e la mia testa comincia a ronzare, io mi alzo e dico solo piano: devo andare in bagno! E son fuori dalla porta che cammino, anzi traballo verso il bagno...quanto è lontano? saranno dieci metri forse. Ma non ci arrivo.
Il buio davanti agli occhi e un rumore sordo nelle orecchie. Mi sento andar giù, lentamente, come un sacco che si sgonfia, appoggiata alla parete, giù fino al pavimento. Resto lì. Vagamente cosciente che c'è qualcuno che si avvicina e mi chiede qualcosa. Ed io rispondo, in svedese, non respiro! Jag kan inte andas! E nel frattempo mi chiedo se è un verbo deponente o no, forse ho cannato pure questo. Allora arrivano tutti, qualcuno chiama un'ambulanza, mi chiedono il mio personnummer, ed io faccio sempre tanta fatica coi numeri in svedese, specie il 7, ma lo dico lo stesso. Non ho mai perso conoscenza, cosa che immagino sia un bene. Eppure vorrei averla persa, perché quegli attimi sul pavimento con il buio dentro, prima che qualcuno mi parlasse e mi tenesse stretta per le spalle sono la cosa più terrificante che abbia mai provato. Il che indubbiamente significa che ne ho avuto di culo nella vita. Lo so, ne sono consapevole.
Mi hanno sdraiata sul lettino della classe dove tengono i corsi per infermiera. Hai visto che fortuna esser svenuta proprio lì davanti. I paramedici sono arrivati pochi minuti dopo. Per prima cosa mi stringono la mano e si presentano. I nomi non li ricordo, e loro di certo non ricordano il mio - eppure ho fatto in tempo a chiedermi se anche quando vanno ad estrarre le vittime degli incidenti stradali da qualche groviglio di lamiere cominciano con il dire "mi chiamo Tizio". Forse tanto inutile non è, a me lì per lì ha fatto piacere. La diagnosi è calo brusco di pressione. Mangia qualcosa di dolce, mi fanno. Secondo noi stai benone ma se vuoi venire in ospedale è una scelta tua. Ti diciamo fin d'ora che non ti considereranno molto, al pronto soccorso perché per noi non sei a rischio di niente. Non stare da sola oggi. Vai all'infermieria locale se vuoi controllare di nuovo la pressione, riposati, stammi bene.
E resto lì, sul lettino. Una delle altre insengnanti resta con me tutto il tempo, mentre la mia classe finisce la sua lezione. Mi sento meglio. Provo a mangiare qualcosa, come mi hanno detto. Seduta mi sento debolissima, allora mi sdraio di nuovo. Ed ecco che ritorna il buio, il ronzio, i sudori freddi. L'insegnante prontamente mi mette su un fianco e mi mette davanti una strana bacinella di cartone...fa parte anche questa del materiale del corso di infermiera? e vomito. Vomito con un'estranea che mi tiene i capelli, semisdraiata sul lettino che sta lì per insegnare agli allievi ad azionare i comandi per lo schienale reclinabile. Mi esce solo l'inglese a quel punto: I'm sorry, I'm so sorry. Che questa poveretta insegna psicologia e di certo non la pagano per portar l'orrida bacinella nel bagno più vicino, starmi accanto per un'ora, portarmi delle salviette. Perché piango? qualcuno mi sa dire perché quando vomito piango?
E niente, dopo va infinitamente meglio, come volevasi dimostrare. La lezione è finita e sia Anna che la mia insegnante vengono da me. La mia insegnante mi confessa che ha paura di avermi messo troppo sotto pressione con questo esame e questi compiti, e a me vien da abbracciare pure lei. Prima di andarsene ci mostra la foto della sua bimba, che viene dalla Cina ed è una minuscola campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Anna insiste per non lasciarmi sola e ce ne andiamo a casa mia in autobus, ma sto meglio. Passiamo un paio d'ore insieme, pranziamo, e poi rassicurata se ne va.
E ripenso a quante volte oggi mi sono sentita chiedere: ma hai qualcuno a casa? e ho risposto, no, ovviamente no. E non mi era mai parso un problema. E ripenso a quante volte oggi ho detto grazie, e scusa, e a quante ancora avrei voluto dirlo. Perché mi pesa tantissimo chiedere aiuto. E vorrei capire da quanto tempo è così, da quanto vivo nella placida contemplazione della mia solitudine di fronte alle rogne che vita ti porta.
martedì 16 settembre 2014
don't give up your day job
Mi devo essere persa qualche lezione fondamentale, quando andavo a scuola.
Perché non ricordo affatto di aver mai studiato Retorica. Ovvero, l'arte del dibattito, di come scrivere un articolo di giornale, un discorso di ringraziamento agli oscar (o al nobel, ai telegatti, a miss Italia dipende dai vostri gusti), il discorso che fa il testimone in onore degli sposi, una dichiarazione d'amore, una campagna elettorale o il buon anno del presidente.
E invece, evidentemente, in Svezia te lo insegnano alle superiori.
I contenuti delle lezioni in realtà per me non sono nuovi: si parla di figure stilistiche come litoti, anafore, metafore, iperboli...tutta roba che io non devo manco cercar sul dizionario grazie ad anni di analisi del testo poetico e quelle sadiche delle mie insegnanti di lettere. Ma appunto, noi le applicavamo a Pascoli ste cose, o sbaglio? No, qui le si applica al discorso che Daniel ha fatto al suo matrimonio con la Principessa Victoria.
il discorso è in inglese e svedese, se interessa
Discorso che, sia chiaro, io mi sono vista su youtube e ho pure studiato e sottolineato riga per riga alla ricerca degli artifici retorici. La parte in cui dice:
"C'era una volta un giovane uomo...ok, forse non proprio un ranocchio all'inizio della storia...come nella favola dei fratelli Grimm, ma di certo nemmeno un principe. E il primo bacio non l'ha trasformato."
Ecco, questa è un'allusione (state piangendo?). Ed io devo imparare a scrivere e parlare così, se voglio passare questo cavolo di esame. Del resto Victoria ha segnato mille punti nei cuori degli svedesi quando si è rivolta così alla nazione il giorno delle nozze:
"Miei cari, cari amici. Vorrei cominciare con il ringraziare voi, perché voi, popolo svedese, avete donato a me il mio Principe."
(se non piangete qui siete dei cuori di pietra). Ad averlo saputo prima, il discorso al mio matrimonio non lo avrei improvvisato su due piedi, per giunta instabili sul tacco 12. (Sì ho veramente tenuto un discorso di brindisi al mio matrimonio, perché se aspettavo quell'orso che ho sposato, e che chiaramente dell'ora di svedese a scuola se ne sbatteva, eravamo ancora lì).
Di colpo mi è più chiaro come mai la campagna elettorale appena conclusasi in Svezia mi fosse apparsa così esotica. I politici parlano con questa roba ben chiara in testa. I politici qui imparano a preparare i loro discorsi seguendo questo schema: intellectio, inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio/pronunciatio
(pure la pronunciatio, maledetti).
E dunque vanno in tv e anche quando si odiano visceralmente non urlano, non si prendono a sberle, o mostrano il dito medio con l'anellozzo, non si mandano nemmeno a quel paese. Non chiamano all'improvviso al telefono i conduttori televisivi per protestare per le interviste ad altri. Non si alzano nemmeno in piedi di botto abbandonando lo studio perché le domande non li aggradano. Stanno lì, sorridono, restano calmi anche quando bollono (qui sicuramente aiuta essere svedesi più che la scuola) non si parlano nemmeno addosso e se ne escono con frasi ad effetto che dici "ah beh, ecco perché il politico lo fa lui e non io".
Finito il dibattito, è il turno degli esperti di retorica. Ossia un gruppo di giornalisti e studiosi commentano come i politici si sono comportati durante l'intervista o il faccia a faccia appena conclusosi. Sottolineano i passaggi dove sono stati efficaci e quelli dove sono stati deboli.
Per esempio, primo ministro appena eletto, leader del partito social democratico, è stato talvolta criticato perché essendo di professione sindacalista e non "politico" ha mostrato di non avere una gran strategia del dibattito. Molto criticato persino all'estero (magari non in Italia) quando ha mal gestito un dialogo TV con la leader del partito di centro. Ella aveva fatto due passi verso di lui con dei fogli in mano, dicendo "ecco guardi questi dati" e lui ha rifiutato di accettare quei fogli dicendo che li conosceva bene e l'ha per così dire respinta, con un gesto considerato poco elegante. Ecco, questo gesto, hanno commentato alcuni esperti, non è stata una gran mossa: ha mostrato una certa debolezza, come una paura di quei dati, cosa che potrebbe anche aver danneggiato il risultato finale di queste elezioni. Io mi ero solo stupita non ci fosse scappata una spinta. Penso che se quegli esperti potessero assistere ad un dibattito tv italiano andrebbero in berserk (ah, solo io e altri tre nerd guardavamo Neon Genesis Evangelion? ok, diciamo corto circuito allora).
Al di là di questo escursus politico ora resta il fatto che io non mi ero mai posta il problema di come scrivere un discorso finora e invece entro domani mi deve venir qualche buona idea. Già il mio articolo di dibattito è finito maluccio causa evidente mancanza di dispositio. Poi la mia appassionata arringa sull'abuso di alcol non ha evidentemente appassionato nessuno (mancava pathos, me la cavavo però con logos e ethos). Adesso quindi devo ripeterlo, nella speranza di un voto più alto, infilandoci qualche bella figura stilistica, qualche artificio, un esordio accattivante...
O almeno un'anafora, per dio!
domenica 14 settembre 2014
Spudoratamente rubo l'idea mi faccio ispirare da Amiche di Fuso e procedo con la lista delle piccole grandi metamorfosi causate dalla mia migrazione verso nord (consapevole che non sarò né la prima né l'ultima a subirle).
1- Hai più scarpe ecco che altro
Ecco è una marca danese di scarpe di buona qualità, del tipo che la gente si compra quando sa che deve camminarci dentro parecchio. È la marca degli orribili sandali che gli scandinavi si mettono quando vanno a fare i turisti estivi nelle grandi città. Col tempo hai convenuto che non sono tutte orrende, anzi, e che la vita era troppo breve per sprecarla in vesciche (spendevi alla fine più di cerotti che di scarpe). Soprattutto, col tempo ti sei resa conto che le scarpe che tua mamma definiva "con la para" non paravano un accidente e che questi climi hanno bisogno di roba seria se non si vuol passare la vita coi piedi in ammollo. Infine, hai scoperto che ecco faceva anche scarpe col tacco nelle quali era possibile camminare su tragitti maggiori dell'italianissimo casa-macchina e macchina-sedia (dell'ufficio, del ristorante, di quel che è). Ora hai i piedi comodi, ma il tuo orgoglio patrio ne ha risentito e quando vai in Italia ti coglie un senso di inadeguatezza e la paura che ti straccino il passaporto.
2 - Hai due stazioni meteo e una dozzina di sonde di temperatura
Gli svedesi sono misuratori compulsivi di temperatura. Il signor Celsius, non a caso, era svedese. Gli svedesi hanno termometri a sonda che all'occorrenza usano per sapere esattamente che temperatura c'è nel freezer, per esempio. (Cosa molto utile quando vi si vuole mettere bresaola e prosciutto crudo a -18C, in modo da sterminare l'eventuale toxo e far sì che la moglie incinta non debba rinunciare per nove mesi alla sua dose di buoni prodotti italiani). Inoltre, hanno queste piccole stazioni meteo che leggono la temperatura e l'umidità interne ed esterne e non esci di casa senza avergli dato un'occhiata. Gli svedesi sanno che a volte "guardar fuori di finestra" non assicura di una corretta scelta del vestiario. Un bel sole splendende e una temperatura di -5 possono fregarti in un attimo. A questo punto si aggiunge il corollario: ogni sera controlli le previsioni meteo su internet ci sono vari siti web che forniscono previsioni meteo ora per ora e su lunga distanza. Sport nazionale svedese è leggerli tutti, compararli, e poi utilizzarli come basi per le innumerevoli conversazioni sul tempo che qui costituiscono lo zoccolo duro dei rapporti sociali.
3- Non conosci più il significato di tenda o tapparella
E quando vai in italia ti trovi a stupirti che le case siano così buie e che tua madre tiri giù le tapparelle quando esce. Ti fa strano anche alzarti la notte per andare in bagno e non vederci un accidente, specie d'estate.
4- Fai la fika a metà mattina e metà pomeriggio
Ossia ti bevi una tazza di caffè, o di the, e ti mangi un dolcetto assieme ai tuoi colleghi di lavoro. O alle tue colleghe di disoccupazione. O coi tuoi suoceri quando sei in visita da loro e viceversa. Dalla fika non si prescinde! In città ci sono più caffetterie che piccioni in effetti ed in effetti ti senti sempre parecchio fica a far la fika.
5- Se sei invitato da qualcuno ti presenti all'ora stabilita
E nel dubbio tra prendere il tram prima e arrivare in anticipo, o quello dopo e arrivare con "solo 5 min di ritardo", scegli sempre la prima opzione, al limite aspetti a suonare il campanello. Il ritardo è un affronto, un atto di sfida, un gesto che mostra insensibilità, egoismo e soprattutto, scarsa capacità organizzativa. Merde!
6- Maneggi il tagliaformaggio con nonchalance
Il formaggio svedese si compra quasi sempre in blocchi e viene tagliato in fette sottili da un attrezzo che qui è imperante e altrove, mi pare, piuttosto esotico. I primi tempi, specie se invitata a casa altrui, ti sentivi in imbarazzo a servirti da sola come è costume, perché rischiavi sempre di fare un disastro. Con gli anni ha imparato che è tutta questione di polso.
7- Mangi salato a colazione (e non ti fa schifo manco il kaviar)
Se avete letto "Uomini che odiano le donne" avrete magari notato che persino Lisbeth Salander quando si alza si fa una tazza di caffè nero bollente e ci accompagna dei sandwich. In realtà non sono veri sandwich, sono fette singole di pane imburrato su cui va uno strato di formaggio (oppure affettati) e come topping fettine sottili di cetrioli o pomodori. Tu ogni tanto ci abbini anche un uovo alla coque.
8- Dici grazie ogni due secondi
La conversazione con una cassiera contiene un minimo di sei grazie detti da entrambe le persone coinvolte. Dici grazie per dire no e grazie per dire sì. Dici grazie a chi ti ha detto grazie. Mandi un messaggio (oppure telefoni) per dire grazie all'indomani di una cena insieme o di qualsiasi altro evento. La frase è: Tack för igår! grazie per ieri! cui ovviamente segue: ma grazie a te!
9- Non possiedi un ombrello, ma hai due paia di sovrapantaloni impermeabili
Qui piove in orizzontale, quindi gli ombrelli servono a poco. Gli svedesi escono tutto l'anno con giacche tecniche (cambia solo lo spessore) accessoriate di cappucci e impermeabili per davvero (non come quelle che noi in Italia consideriamo impermeabili) e soprattutto coi sovrapantaloni ripiegati in tasca o in borsa, che mettono all'occorrenza. Anche le calosce da pioggia vanno messe in conto.
10 - Non sai più stare in casa con le scarpe
Inizialmente non l'avresti mai detto, ma questa cosa che in casa ci si deve togliere le scarpe, anche quando si è ospiti, anche se si tratta di una festa elegante e sono tutti in abito da sera, non ti pare più tanto male. Anzi! Quando vai in visita in Italia ed entri a casa di qualcuno senti l'impulso fortissimo di togliertele ma temi che saresti presa per pazza.
10 segni che ti sei svedesizzata
Ecco è una marca danese di scarpe di buona qualità, del tipo che la gente si compra quando sa che deve camminarci dentro parecchio. È la marca degli orribili sandali che gli scandinavi si mettono quando vanno a fare i turisti estivi nelle grandi città. Col tempo hai convenuto che non sono tutte orrende, anzi, e che la vita era troppo breve per sprecarla in vesciche (spendevi alla fine più di cerotti che di scarpe). Soprattutto, col tempo ti sei resa conto che le scarpe che tua mamma definiva "con la para" non paravano un accidente e che questi climi hanno bisogno di roba seria se non si vuol passare la vita coi piedi in ammollo. Infine, hai scoperto che ecco faceva anche scarpe col tacco nelle quali era possibile camminare su tragitti maggiori dell'italianissimo casa-macchina e macchina-sedia (dell'ufficio, del ristorante, di quel che è). Ora hai i piedi comodi, ma il tuo orgoglio patrio ne ha risentito e quando vai in Italia ti coglie un senso di inadeguatezza e la paura che ti straccino il passaporto.
2 - Hai due stazioni meteo e una dozzina di sonde di temperatura
Gli svedesi sono misuratori compulsivi di temperatura. Il signor Celsius, non a caso, era svedese. Gli svedesi hanno termometri a sonda che all'occorrenza usano per sapere esattamente che temperatura c'è nel freezer, per esempio. (Cosa molto utile quando vi si vuole mettere bresaola e prosciutto crudo a -18C, in modo da sterminare l'eventuale toxo e far sì che la moglie incinta non debba rinunciare per nove mesi alla sua dose di buoni prodotti italiani). Inoltre, hanno queste piccole stazioni meteo che leggono la temperatura e l'umidità interne ed esterne e non esci di casa senza avergli dato un'occhiata. Gli svedesi sanno che a volte "guardar fuori di finestra" non assicura di una corretta scelta del vestiario. Un bel sole splendende e una temperatura di -5 possono fregarti in un attimo. A questo punto si aggiunge il corollario: ogni sera controlli le previsioni meteo su internet ci sono vari siti web che forniscono previsioni meteo ora per ora e su lunga distanza. Sport nazionale svedese è leggerli tutti, compararli, e poi utilizzarli come basi per le innumerevoli conversazioni sul tempo che qui costituiscono lo zoccolo duro dei rapporti sociali.
E quando vai in italia ti trovi a stupirti che le case siano così buie e che tua madre tiri giù le tapparelle quando esce. Ti fa strano anche alzarti la notte per andare in bagno e non vederci un accidente, specie d'estate.
4- Fai la fika a metà mattina e metà pomeriggio
Ossia ti bevi una tazza di caffè, o di the, e ti mangi un dolcetto assieme ai tuoi colleghi di lavoro. O alle tue colleghe di disoccupazione. O coi tuoi suoceri quando sei in visita da loro e viceversa. Dalla fika non si prescinde! In città ci sono più caffetterie che piccioni in effetti ed in effetti ti senti sempre parecchio fica a far la fika.
5- Se sei invitato da qualcuno ti presenti all'ora stabilita
E nel dubbio tra prendere il tram prima e arrivare in anticipo, o quello dopo e arrivare con "solo 5 min di ritardo", scegli sempre la prima opzione, al limite aspetti a suonare il campanello. Il ritardo è un affronto, un atto di sfida, un gesto che mostra insensibilità, egoismo e soprattutto, scarsa capacità organizzativa. Merde!
6- Maneggi il tagliaformaggio con nonchalance
| da wikipedia |
Il formaggio svedese si compra quasi sempre in blocchi e viene tagliato in fette sottili da un attrezzo che qui è imperante e altrove, mi pare, piuttosto esotico. I primi tempi, specie se invitata a casa altrui, ti sentivi in imbarazzo a servirti da sola come è costume, perché rischiavi sempre di fare un disastro. Con gli anni ha imparato che è tutta questione di polso.
7- Mangi salato a colazione (e non ti fa schifo manco il kaviar)
Se avete letto "Uomini che odiano le donne" avrete magari notato che persino Lisbeth Salander quando si alza si fa una tazza di caffè nero bollente e ci accompagna dei sandwich. In realtà non sono veri sandwich, sono fette singole di pane imburrato su cui va uno strato di formaggio (oppure affettati) e come topping fettine sottili di cetrioli o pomodori. Tu ogni tanto ci abbini anche un uovo alla coque.
8- Dici grazie ogni due secondi
La conversazione con una cassiera contiene un minimo di sei grazie detti da entrambe le persone coinvolte. Dici grazie per dire no e grazie per dire sì. Dici grazie a chi ti ha detto grazie. Mandi un messaggio (oppure telefoni) per dire grazie all'indomani di una cena insieme o di qualsiasi altro evento. La frase è: Tack för igår! grazie per ieri! cui ovviamente segue: ma grazie a te!
9- Non possiedi un ombrello, ma hai due paia di sovrapantaloni impermeabili
Qui piove in orizzontale, quindi gli ombrelli servono a poco. Gli svedesi escono tutto l'anno con giacche tecniche (cambia solo lo spessore) accessoriate di cappucci e impermeabili per davvero (non come quelle che noi in Italia consideriamo impermeabili) e soprattutto coi sovrapantaloni ripiegati in tasca o in borsa, che mettono all'occorrenza. Anche le calosce da pioggia vanno messe in conto.
10 - Non sai più stare in casa con le scarpe
Inizialmente non l'avresti mai detto, ma questa cosa che in casa ci si deve togliere le scarpe, anche quando si è ospiti, anche se si tratta di una festa elegante e sono tutti in abito da sera, non ti pare più tanto male. Anzi! Quando vai in visita in Italia ed entri a casa di qualcuno senti l'impulso fortissimo di togliertele ma temi che saresti presa per pazza.
lunedì 8 settembre 2014
with the birds I'll share this lonely view
Ieri è morta la mia prozia, la più giovane delle sorelle di mia nonna.
I miei primi tre anni di vita li ho passati in un piccolo paese dei Castelli Romani. Per motivi del tutto casuali, in quella zona vivevano due sorelle di mia nonna che vi si erano trasferite in momenti diversi per seguire le carriere, pure indipendenti tra loro, dei loro mariti. E sempre casualmente, e temporaneamente, là era finita mia madre seguendo la carriera di mio padre.
La decisione dei miei di avere figli proprio in quel periodo, e non prima, dipendeva in larga misura dalla presenza delle mie prozie, e delle loro famiglie. Specialmente della minore, che aveva allora tre figli adolescenti e abitava più vicina. Anzi, forse persino la scelta di prendere proprio quel lavoro, e di non rimanere nell'oscuro luogo alpino dove avevano vissuto fino ad allora, era dovuta alla presenza della famiglia allargata di mia madre. Adesso mi viene da ridere al pensare che vivere prima a 600 e poi 300 Km da "casa" sia stata per i miei un'esperienza tanto radicale quanto per me vivere all'estero. E l'idea che essere "da soli" lontano da casa impedisse di fare figli mi colpisce oggi più che mai. Ad ogni modo è così che è andata, e dopo avermi portato a nascere in Toscana e aver fatto il viaggio inverso quando avevo dieci giorni, sono cresciuta con la prozia, che chiamavo zia ma era per me una nonna a tutti gli effetti, e con le giovani cugine di mia madre che mi facevano volentieri da babysitter.
Ed io di quel periodo mi ricordo parecchio, anche se in pochi mi credono perché è raro aver memoria di quel che accade prima dei 4-5 anni di vita. Io mi ricordo la casa della zia, dalla quale si è trasferita poi nell'85 e che io non ho mai più rivisto, e della quale non ci sono foto - mentre non mi ricordo affatto la casa dei miei, perché in effetti vi passavo meno tempo. Mi ricordo la divisa da carabiniere di mio zio appesa in ingresso, e pure quella è una cosa solo di quegli anni, visto che fu allora che andò in pensione. Mi ricordo poi l'orologio appeso in cucina, la camera delle mie cugine adolescenti una mensola piena di pupazzetti, ed uno in particolare col quale mi facevano giocare. Mi ricordo che avevo paura del fidanzato di mia cugina, che aveva la barba. Mi ricordo un giorno che mia zia fece gli gnocchi e mio cugino dodicenne mi portava a rubare l'impasto di nascosto, quando lei era voltata. Tutt'ora adoro mangiare l'impasto crudo degli gnocchi e ogni volta penso a lei, almeno un po'.
Poi mio padre trovò lavoro "vicino casa" ovvero vicino sua madre, il lavoro che fa tutt'ora, e ci trasferimmo nella casa dove abitano anche adesso. Mio fratello stava per nascere. Il trasloco fu una cosa difficile, così mi raccontano. Io non ricordo nulla. Mi dicono che una sera mia zia chiamò al telefono, mentre eravamo dai miei nonni, e chiese di parlare con me. Io andai a nascondermi sotto un tavolo e lì rimasi, con l'aria di voler piangere ma senza farlo. Mio padre dice che era il mio modo di manifestare che avevo molto sofferto per quel distacco e rimase molto impressionato da quella reazione, in una bambina così piccola. Ci fu solo quella sera, quella manifestazione, e poi niente altro.
I rapporti tra le due parti della famiglia sono continuati, ovviamente, e mia zia ha sempre avuto un affetto particolare per me, ed io per lei. Col tempo e la morte delle sorelle sono venute a mancare però le visite vicendevoli regolari, sia in Toscana che ai Castelli. Oggi i miei sono stati al suo funerale, e li ho pensati su quelle stradine, in quella piazza, in quella chiesa, nei luoghi dove ho imparato a camminare. Mi sono concentrata e ho sentito chiara la voce di mia zia, cristallina nella mia testa. Adesso è come se si fosse spezzato l'ultimo legame, dura mantenere i rapporti oltre il secondo grado di parentela, anche senza la distanza in mezzo. Ho pensato al significato di distanza dei cuori, che è altra cosa della distanza fisica.
Ma soprattutto oggi ho ripensato a quel racconto e a quella bambina sotto al tavolo che si rifiuta di parlare e anche di piangere, quella bambina di fronte al suo primo distacco, alla sua prima nostalgia. Chissà se è per quello che mi attacco poco alle cose, che non cerco di trattenere niente fisicamente, chissà se è già da quella sera che viaggio con la valigia leggera, e col cuore pesante.
I miei primi tre anni di vita li ho passati in un piccolo paese dei Castelli Romani. Per motivi del tutto casuali, in quella zona vivevano due sorelle di mia nonna che vi si erano trasferite in momenti diversi per seguire le carriere, pure indipendenti tra loro, dei loro mariti. E sempre casualmente, e temporaneamente, là era finita mia madre seguendo la carriera di mio padre.
La decisione dei miei di avere figli proprio in quel periodo, e non prima, dipendeva in larga misura dalla presenza delle mie prozie, e delle loro famiglie. Specialmente della minore, che aveva allora tre figli adolescenti e abitava più vicina. Anzi, forse persino la scelta di prendere proprio quel lavoro, e di non rimanere nell'oscuro luogo alpino dove avevano vissuto fino ad allora, era dovuta alla presenza della famiglia allargata di mia madre. Adesso mi viene da ridere al pensare che vivere prima a 600 e poi 300 Km da "casa" sia stata per i miei un'esperienza tanto radicale quanto per me vivere all'estero. E l'idea che essere "da soli" lontano da casa impedisse di fare figli mi colpisce oggi più che mai. Ad ogni modo è così che è andata, e dopo avermi portato a nascere in Toscana e aver fatto il viaggio inverso quando avevo dieci giorni, sono cresciuta con la prozia, che chiamavo zia ma era per me una nonna a tutti gli effetti, e con le giovani cugine di mia madre che mi facevano volentieri da babysitter.
Ed io di quel periodo mi ricordo parecchio, anche se in pochi mi credono perché è raro aver memoria di quel che accade prima dei 4-5 anni di vita. Io mi ricordo la casa della zia, dalla quale si è trasferita poi nell'85 e che io non ho mai più rivisto, e della quale non ci sono foto - mentre non mi ricordo affatto la casa dei miei, perché in effetti vi passavo meno tempo. Mi ricordo la divisa da carabiniere di mio zio appesa in ingresso, e pure quella è una cosa solo di quegli anni, visto che fu allora che andò in pensione. Mi ricordo poi l'orologio appeso in cucina, la camera delle mie cugine adolescenti una mensola piena di pupazzetti, ed uno in particolare col quale mi facevano giocare. Mi ricordo che avevo paura del fidanzato di mia cugina, che aveva la barba. Mi ricordo un giorno che mia zia fece gli gnocchi e mio cugino dodicenne mi portava a rubare l'impasto di nascosto, quando lei era voltata. Tutt'ora adoro mangiare l'impasto crudo degli gnocchi e ogni volta penso a lei, almeno un po'.
Poi mio padre trovò lavoro "vicino casa" ovvero vicino sua madre, il lavoro che fa tutt'ora, e ci trasferimmo nella casa dove abitano anche adesso. Mio fratello stava per nascere. Il trasloco fu una cosa difficile, così mi raccontano. Io non ricordo nulla. Mi dicono che una sera mia zia chiamò al telefono, mentre eravamo dai miei nonni, e chiese di parlare con me. Io andai a nascondermi sotto un tavolo e lì rimasi, con l'aria di voler piangere ma senza farlo. Mio padre dice che era il mio modo di manifestare che avevo molto sofferto per quel distacco e rimase molto impressionato da quella reazione, in una bambina così piccola. Ci fu solo quella sera, quella manifestazione, e poi niente altro.
I rapporti tra le due parti della famiglia sono continuati, ovviamente, e mia zia ha sempre avuto un affetto particolare per me, ed io per lei. Col tempo e la morte delle sorelle sono venute a mancare però le visite vicendevoli regolari, sia in Toscana che ai Castelli. Oggi i miei sono stati al suo funerale, e li ho pensati su quelle stradine, in quella piazza, in quella chiesa, nei luoghi dove ho imparato a camminare. Mi sono concentrata e ho sentito chiara la voce di mia zia, cristallina nella mia testa. Adesso è come se si fosse spezzato l'ultimo legame, dura mantenere i rapporti oltre il secondo grado di parentela, anche senza la distanza in mezzo. Ho pensato al significato di distanza dei cuori, che è altra cosa della distanza fisica.
Ma soprattutto oggi ho ripensato a quel racconto e a quella bambina sotto al tavolo che si rifiuta di parlare e anche di piangere, quella bambina di fronte al suo primo distacco, alla sua prima nostalgia. Chissà se è per quello che mi attacco poco alle cose, che non cerco di trattenere niente fisicamente, chissà se è già da quella sera che viaggio con la valigia leggera, e col cuore pesante.
domenica 7 settembre 2014
möhippa
Una möhippa è la versione svedese di un addio al nubilato. Immagino non ci sia un protocollo standard. Quella a cui sono stata ieri aveva però alcune peculiarità.
La prima, cominciava alle nove di mattina e sarebbe finita verso le otto di sera. La ragione, probabilmente il fatto che tre su cinque delle partecipanti erano mamme, sposa inclusa.
Questo probabilmente ha determinato anche il programma della giornata.
Primo step: trovarci alla suddetta ora antelucana (per me, di sabato mattina) per preparare le vivande.
Causa la mia presenza, era stato comprato anche dello champagne analcolico, per il resto c'era cibo per un esercito. Una delle due presenti di origine polacca ha confessato che in Polonia se si prepara cibo per una festa, ce ne deve essere da far cadere ammazzata la gente. Ho convenuto che allora non ci accomuna solo la morale cattolica.
La sposa è arrivata un filo irritata perché aveva programmato che quel giorno era il giorno in cui avrebbe espletato gli ultimi preparativi del matrimonio, ossia ordinare il bouquet. Aveva chiesto a me di accompagnarla, ed essendo la festa una sorpresa avevo risposto con un laconico: no scusa sono impegnata tutto il giorno. Al che mi era giunta altrettanto laconica risposta: vabbè vado da sola. E invece.
Dopo l'arrivo della sposa è stata la volta dell'arrivo del massaggiatore a domicilio. Mentre lei veniva rilassata a dovere, noi abbiamo ricevuto un corso di pittura ad acrilici. Dopo di ché tutte insieme abbiamo mangiato, ed io ho cominciato a sentirmi come ormai mi sento dopo aver mangiato anche solo un cracker ossia sul punto di esplodere come la bambina-palla del primo willy wonka (che non mi ricordo se stava anche nel film con johnny depp).
Peraltro, a tavola, la mia bottiglia di (orrido) spumante analcolico è stata divisa con la sposa, che di bere proprio non se la sentiva. Magari dopo, ha detto. Le altre invece avevano assunto lo stesso colorito rosé dello spumante (non analcolico) e si erano lanciate in bellissimi racconti di parti, endometriosi, gravidanze da film dell'orrore. Per finire, la sposa mi ha conisgliato di non fare come lei e scegliere l'epidurale. Al che io (perdonatemi, non mi son saputa trattenere) le ho detto che è da quando ho sedici anni che ho preso la decisione (tra le varie cose, inclusa quella di non sposarmi mai) che senza la garanzia di un'epidurale non avrei manco cominciato una gravidanza, e cosa cavolo aveva in testa lei quando inizialmente in sala travaglio l'aveva rifiutata (per poi ricredersi ore dopo, che ve lo dico a fare). In Italia manco hai la certezza di poterla fare, e queste qui fanno le eroine moderne, chi ha il pane non ha i denti, non c'è che dire.
Dopo di che mi hanno consigliato di andare a parlare col centro che offre sostegno psicologico alle donne che hanno paura del parto, e se tale sostegno non dovesse bastare, un cesareo su richiesta. Penso che andrò a farci un giro. Ad ogni modo, sarà il tema o la gravidanza, a fine pasto avevo solo voglia di vomitare.
E invece era l'ora di metter mano ai pennelli e ai colori. E mi sono divertita parecchio. La padrona di casa aveva selezionato delle belle foto di paesaggi scattate nei suoi viaggi che avremmo potuto usare come modello per i nostri quadretti. Ci ha seguito passo passo ed aiutato a mettere insieme della roba decente.
Dopo di che è cominciata una sequela di maschere esfolianti, idratanti, manicure eccetera alla quale non ho partecipato più che altro perché l'idea di trascorrere troppo tempo davanti allo specchio ultimamente mi acciacca: piuttosto ho chiacchierato (in svedese) con questa o quella che in quel momento non fosse al trucco e parrucco. Distrattamente ho pure bevuto dal bicchiere sbagliato beccandomi un sorso d'alcol, cosa che ha prontamente fatto scattare tutti gli allarmi in tutti i centri ostetrici del Regno.
Ed era di colpo ora del piatto forte della giornata: il corso di cupcake. Si teneva in un caffè nei dintorni, un posto dal nome piuttosto ovvio di cupcake time, gestito da una ragazza americana. Questo è il mio coming out: a me gli arredi romantici, con la carta da parati color pastello disseminata di rose, le tazzine vintage del servito da tè della nonna, le sedie shabby chic di legno decapato, i cuscini candy stripes nei colori delle caramelle, e in generale l'attitudine da girlygirl hanno stancato proprio. Mi è venuta la carie già sulla porta.
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| I miei sono quelli in seconda fila, se interessa |
Il corso consisteva nell'imparare a fare roselline di pasta di zucchero e farci spiegare la differenza tra frosting, icing e royal icing. (non la sapete? sapevatela!) Ci attendevano tre cupcake già cotti a testa e stava a noi decorarli con vari tipi di creme formaggiose (frosting all'americana), una miriade di tipi di zuccherini e perline e formine ritagliate nella pasta di zucchero.
L'idea era di mangiare poi una delle nostre creazioni sul posto, sorseggiando un tè nelle tazzine delle bambole, e di portare a casa le altre due. Ora, sappiate che una di noi, per la privacy diremo "una che NON era incinta" al primo boccone di glassa ai mirtilli e sottostante cupcake al cioccolato e fudge ha quasi vomitato per il brutale chock da zuccheri modello pugno nello stomaco. Ed io sono una demente, perché avrei dovuto far tesoro della sua faccia e impacchettare anche il terzo cupcake nella doggy bag. Invece, stoica come non mai, perché mi spiaceva essere scortese, me lo sono mangiato combattendo la nausea. Perché l'unico sapore che ho sentito era: zucchero! zucchero! zucchero!!! Danne si è mangiato i rimanenti due alle nove di sera sotto il mio sguardo: a tuo rischio e pericolo. E niente, si conferma la mia incapacità di comprendere o godere della pasticceria americana.
All'uscita vedevo vagamente la madonna (cit.)
Ma era tempo di andare al ristorante. Un posto che fa roba molto molto insolita, anche quello di ispirazione americana, con voli pindarici fusion nella cucina giapponese, indiana, cinese e cajun. Erano tutte entusiaste ed io penso che senza il cupcake, il brunch megalomane di ispirazione polacca di qualche ora prima e soprattutto a bun in the oven, forse lo sarei stata anche io. Purtroppo avevo solo in mente di sopravvivere senza produrmi in funzioni corporali troppo pubbliche e andarmi a stendere. Cosa che poi ho fatto, almeno per qualche ora: è dalle quattro del mattino che vago per casa, tra il bagno e il soggiorno, e avendo abbandonato ogni speranza di dormire o farmi passare il maldistomaco alle sei ho deciso di farci su un post.
Nel complesso mi sono pure divertita, e posso anche dire di aver bevuto più della festeggiata, che rende l'idea della gente con la quale ho a che fare.
mercoledì 3 settembre 2014
keep calm and look ahead
È un po' che cerco di scrivere quel che mi passa per la testa in merito a questa gravidanza e mi fermo sempre un attimo prima di pubblicare. Forse perché sento di avere pensieri non proprio mainstream e me ne vergogno un po'. Di certo sono in attesa. In particolare, in attesa del 9 e di questa ecografia che spero mi dica qualcosa di più circa l'inquilino del piano di sotto, che al momento è un'entità vaga e indefinita. e forse per questo non riesco a fare veramente nessun preparativo. Né nomi, né vestiti, né oggetti di alcun tipo.
Non so se riesco a spiegarmi: sarebbe come comprare un regalo per una persona che non conoscete. Non so immaginarmi niente - e non che se mi immaginassi qualcosa farebbe la minima differenza, ovviamente!
In Svezia, del resto, non è necessario dare un nome ai bambini appena nascono. Si ha tempo diversi mesi per registrarli e conosco molte famiglie che ci pensano su parecchio dopo la nascita e dicono che aspettano che sia il bambino a rivelare qualche tratto della sua personalità per poter fare una scelta azzeccata. Conosco addirittura una famiglia che scelse un nome e poi lo cambiò per un altro quando il bambino aveva circa un anno: dissero che avevano capito che non avrebbe mai potuto essere un Oskar!
Dubito che farò altrettanto però capisco la ragione che vi sta dietro. Inoltre, lo ammetto (e so che non avrò molti fan a proposito), io continuo a non trovare particolarmente interessanti i neonati. Qualsiasi cambiamento sia destinato ad avvenire in me non è ancora avvenuto, questo è sicuro. Me ne sono resa conto visitando un'amica che ha tre bambini: 6 anni, 2 anni e 3 mesi. Continuo a pensare a quanto meravigliosi siano i bambini più grandicelli, che parlano dicendo cose che ti stendono, e fanno cose che non ti aspetti, e hanno tutto un mondo dentro in costante evoluzione. Non ho mai condiviso l'enorme entusiasmo che un microscopico bambolotto provocava nelle mie amiche. Peraltro, anche a rivedere le foto della mia nipotina non posso che constatare che appena nata era carina ma ora è semplicemente da urlo. E invece sua madre rimpiange le prime settimane e quando siamo in giro insieme si ferma a indicarmi ogni neonato in cui ci imbattiamo, aspettandosi da me reazioni che boh, semplicemente non ho. Sarà il surplus di ormoni maschili che mi hanno diagnosticato? Vedremo come evolve questa cosa: sono curiosa. E anche un po' spaventata. Perché sapere che la mia persona così come la conosco è destinata a cambiare a breve è una cosa eccitante ma anche un po' sconvolgente, no? no?
Torno ai miei compiti di svedese. Oggi: come scrivere un articolo di dibattito per un giornale usando formulazioni retoriche. Ma manco in italiano saprei. Vabbè.
Non so se riesco a spiegarmi: sarebbe come comprare un regalo per una persona che non conoscete. Non so immaginarmi niente - e non che se mi immaginassi qualcosa farebbe la minima differenza, ovviamente!
In Svezia, del resto, non è necessario dare un nome ai bambini appena nascono. Si ha tempo diversi mesi per registrarli e conosco molte famiglie che ci pensano su parecchio dopo la nascita e dicono che aspettano che sia il bambino a rivelare qualche tratto della sua personalità per poter fare una scelta azzeccata. Conosco addirittura una famiglia che scelse un nome e poi lo cambiò per un altro quando il bambino aveva circa un anno: dissero che avevano capito che non avrebbe mai potuto essere un Oskar!
Dubito che farò altrettanto però capisco la ragione che vi sta dietro. Inoltre, lo ammetto (e so che non avrò molti fan a proposito), io continuo a non trovare particolarmente interessanti i neonati. Qualsiasi cambiamento sia destinato ad avvenire in me non è ancora avvenuto, questo è sicuro. Me ne sono resa conto visitando un'amica che ha tre bambini: 6 anni, 2 anni e 3 mesi. Continuo a pensare a quanto meravigliosi siano i bambini più grandicelli, che parlano dicendo cose che ti stendono, e fanno cose che non ti aspetti, e hanno tutto un mondo dentro in costante evoluzione. Non ho mai condiviso l'enorme entusiasmo che un microscopico bambolotto provocava nelle mie amiche. Peraltro, anche a rivedere le foto della mia nipotina non posso che constatare che appena nata era carina ma ora è semplicemente da urlo. E invece sua madre rimpiange le prime settimane e quando siamo in giro insieme si ferma a indicarmi ogni neonato in cui ci imbattiamo, aspettandosi da me reazioni che boh, semplicemente non ho. Sarà il surplus di ormoni maschili che mi hanno diagnosticato? Vedremo come evolve questa cosa: sono curiosa. E anche un po' spaventata. Perché sapere che la mia persona così come la conosco è destinata a cambiare a breve è una cosa eccitante ma anche un po' sconvolgente, no? no?
Torno ai miei compiti di svedese. Oggi: come scrivere un articolo di dibattito per un giornale usando formulazioni retoriche. Ma manco in italiano saprei. Vabbè.
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