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sabato 29 aprile 2017

Kosläpp

Una parola svedese che mi fa molto ridere è kosläpp. Letteralmente significa "rilascio delle mucche" e indica quel primo giorno di bella stagione in cui le mucche possono finalmente uscire a pascolare all'aperto dopo l'inverno in stalla e sono così felici di mettere le zampe sull'erba che corrono e saltano e mostrano tutta la loro gioia. (Qui potete vedere un esempio di un evento apposito). È ovviamente anche una metafora di come ci si può sentire anche in situazioni solo figuratamente simili, momenti di insperata felicità.

Dopo la pasqua con la neve che cadeva a fiocchi grandi e veniva da cantare "white christmas", andare in Italia dai miei è stata per noi più o meno la stessa cosa. Anche se, come da tradizione, col nostro arrivo le temperature locali hanno conosciuto la solita virata per il basso, con sommo scoramento degli autoctoni, noi ci siamo davvero goduti la settimana, come forse non accadeva da tempo, beandoci del sole che comunque c'è stato sempre. Tant'è che ci siamo pure abbronzati la faccia tutti quanti, in una settimana fitta di gelati, cieli azzurri, pizze, risate, vento di mare, chiacchiere, cani, gatti, altalene, abbracci, prati, ricordi, foto, ancora gelati, attacchi di nostalgia e risate.

Nel mezzo alla girandola c'è stato anche il matrimonio di una delle mie amiche del Paesello, celebrato sulle colline, in mezzo a bellissimi scenari e a una selezione inattesa di facce della mia adolescenza. Gente che non vedevo dal 1994 circa, e che mi hanno detto: sei sempre uguale. Ed io non so se è stato più potente lo scenografo o lo sceneggiatore a questo giro, perché davvero ho rivisto luoghi che non vedevo da tanto e mi sono quasi stupita esistessero ancora, pressoché identici. Quel tornante che facevo sempre con la bici, per esempio, con il sole sulle braccia e il mio respiro nelle orecchie. Quella chiesetta coi cipressi e gli olivi vicino. Quella piazza. E queste meravigliose donne che ho avuto il privilegio di conoscere bambine. Abbastanza da far esplodere un cuore.


Sissa cresce ed in effetti, rispetto all'ultimo viaggio, questa volta ci ha mostrato notevoli ed insperati guizzi di indipendenza. Abbiamo quindi potuto fare più cose rispetto al passato. Tanto per cominciare, non arrivare così indolenziti e disperati dopo il volo, visto che ormai la pupa ha il suo sedile. E poi rimanere fuori più a lungo, fare qualche gita senza portarsi dietro troppi bagagli, e lasciarla più coi miei che quindi hanno potuto nel giro di qualche giorno arrivare ad un rapporto più stretto con la nipote. È stato tutto stancante come sempre, ma immensamente più bello, o più gratificante. Anche, e soprattutto, perché è meraviglioso vederla guardarsi intorno con attenzione e crearsi dei ricordi assimilando avidamente tutta la realtà che la circonda, dall'aeroporto, alle città d'arte, alla piazzetta polverosa sotto casa dei miei dove un tempo ero io la bambina che giocava.

Atterrare nella pioggia e ben due gradi centigradi è stato questa volta più duro che mai. Non è tanto il freddo, è proprio la sensazione che questo inverno sia infinito, e qui si ha una gran voglia di scapicollarsi felici sull'erba, come le mucche.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il cielo sopra Francoforte

Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.

Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.

Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.

L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.

Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice:  se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.

Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.

Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.

Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.

Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo)

giovedì 7 agosto 2014

la guerra è finita per sempre finita almeno per me

Mia nonna è morta d'Alzheimer - sì anche se di Alzheimer non si muore in realtà, con l'Alzheimer si finisce di voler vivere, che può essere infinitamente peggio.

Non mi ricordo bene gli inizi, sono lontanissimi in effetti. Mia nonna che combinava pasticci in cucina, mia nonna che si dimenticava i nomi. Ma era sempre stata un disastro in cucina a ben vedere, e forse per questo non ci facemmo caso. E del resto aveva sempre detto "io son scordona" da che io ne abbia memoria. Eppure era così, certamente, già in quegli anni lontani quando ridevamo parecchio o ci arrabbiavamo parecchio, per gli errori, e i disastri e tutto. L'idea che ne conservo, è che tutto sia precipitato dopo un breve soggiorno in ospedale, per curare tutt'altro, qualcosa di non grave. Tornata a casa, più o meno apertamente, più o meno di botto, non aveva più saputo o voluto far niente. Mio nonno dunque imparò, ad ottant'anni, a far da sé. E presero anche un aiuto domestico, ovviamente.

Quel che avvenne dopo, per come lo ricordo, è stata soprattutto un'escalation di rabbia. Da quel che ho capito, è una costante dell'Alzheimer, assieme al desiderio di morire. Mia nonna era incazzata a morte.
E mentre la memoria a breve termine si annullava, mia nonna cominciava a vivere in un eterno passato. Riaffiorarono storie mai sentite, vecchissimi livori. I miei nonni che non litigavano mai alzando la voce, perché non stava bene, e seppellivano anni di frustrazione sotto i tappeti con nonchalance, in tarda età non facevano altro. Soprattutto, recriminavano.

Mia nonna diceva una frase completamente incomprensibile "meglio far la puttana". Meglio di cosa ci chiedevamo, della malattia? della vecchiaia? ma poi capimmo. Meglio che fare la moglie, e non essere mai apprezzata, e non avere sostanzialmente troppo margine di azione...anche economico. Povera nonna che non pensava ci potessero essere altri lavori. E che shock, sentirle dire questa cosa, lei che era super religiosa (bigotta diceva mio padre, a onor del vero) lei che aveva aspettato il fidanzato per sei anni di guerra, lei che aveva fatto l'operaia sotto le bombe e di certo era stata ben felice di smettere e di sposarsi e di avere soldi abbastaza da stare a casa, come la maggior parte delle sue coetanee.

E mio nonno ogni tanto lo trovavi a mormorare tra sé che a lui durante la prigionia in America gli avevano trovato una fidanzata, una ragazza figlia di immigrati italiani che avrebbe potuto sposare per la cittadinanza, come fecero in tanti per evitare di tornare in Italia. Mio nonno aveva rifiutato, era un uomo col senso del dovere ed era fidanzato, e per quel che poteva saperne la sua fidanzata era ancora viva e lo aspettava. Ma avevano 20 anni quando si erano salutati, e sei anni di guerra non devono esser passati lisci come l'olio sulle loro vite - mia nonna era diventata fervente praticante a quel modo, ad esser sola e fidanzata con chi manca da tanto, e chissà se è vivo e chissà se tornerà.

La loro poteva essere una storia di quelle su cui gli americani fanno i film per la sera di San Valentino. Io avrei saputo come sceneggiarlo: avrei cominciato con Hiroshima, il 6 agosto del 45. Il compleanno di mia nonna, mio nonno dallo Utah che pensa che ora forse la guerra è finita, che manca poco. Una grande storia d'amore di quelle che fanno piangere le ragazze romantiche e che mi fanno sempre tirare qualcosa contro al televisore.

E invece quel che segue sono cinquant'anni tra boom economico e modeste comodità, di una vita serena con tantissimi omissis, le nozze d'oro festeggiate come una rivalsa su un matrimonio modesto. Una fila infinita di pranzi e di cene che mia nonna preparava con la paura non piacessero - tutta la vita le ho sentito dire con voce affranta "cosa faccio da pranzo?" - perché aveva tre sorelle tutte più brave di lei, tutte più belle di lei, povera nonna. E mio nonno mangiava in silenzio, con mezzo bicchiere di rosso davanti, e raramente diceva alcunché sul cibo. Le rare volte che qualcosa era buono davvero e lui le faceva un complimento, poi mia nonna cucinava quel piatto fino alla nausea, grata e sollevata com'era. E allora meglio tacere, ma quel silenzio pesava comunque. A mio nonno scocciava pure che lei si sentisse così inferiore alle sorelle, cosa che faceva sì che pure lui fosse vittima di moderati soprusi famigliari, ma non è mai stato buono di farla sentire davvero apprezzata. Tutto quel non detto. E poi arriva l'Alzheimer e di colpo nessuno sta più zitto, e tutto viene detto, urlato e vomitato, e pare un contrappasso quasi, per tutti.

Quel che mi ricordo di più di mia nonna, prima che la malattia la trasformasse, è comunque la sua costante voglia di rimettermi in riga, di smussare le mie ribellioni, di legarmi i capelli che portavo selvaggi, di farmi indossare vestiti carini e scarpe di vernice, i suoi tentativi di insegnarmi a far le faccende domestiche - solo a me, mio fratello sempre fuori dalla scena - e una piega severa della bocca quando diceva che ero "la solita". (Lo direbbe anche adesso, se leggesse quel che scrivo) Dei miei voti scolastici non le è mai importato nulla. Che strana incoerenza predicare perché crescessi allineata con il paradigma contro cui, persa ogni inibizione causa danno neurologico, si sarebbe scagliata lei stessa. Mi ha fatto molto riflettere, a posteriori. Ho pensato che le contraddizioni di mia nonna erano sepolte davvero in profondità. E magari lo sono per tanti, o forse soprattutto per tante. Perché le aspettative degli altri, della famiglia e del mondo, ci accompagnano sempre e sono talmente radicate nella nostra coscienza che è sempre durissima distinguere tra quel che vogliamo davvero e quel che crediamo di dover volere. Quello che rappresenta la nostra quiete e sicurezza di oggi e che magarai sarà il rimpianto di domani.

E niente, ieri era il suo compleanno.

lunedì 31 marzo 2014

Go, girl!

Lei era la mia office-mate tanti anni fa. Altissima, regale, con una pelle bizzarramente scura in cui i suoi occhi azzurri brillavano come due fari accesi - la chiamavano la svedese del sud, certi colleghi italiani che per lei inventavano strane alchimie genealogiche, e le chiedevano se i suoi genitori fossero svedesi, e lei rispondeva, i miei sì, ma l'idraulico era marocchino.

Dovunque andava, ali di uomini cadevano ai suoi piedi. Per ogni giorno, degli oltre 400 che abbiamo passato nello stesso ufficio, nella stessa città, nello stesso paese europeo, è stata single. E l'ho ascoltata raccontarmi sinceramente stupita dell'ennesimo uomo che si era rivelato innamorato di lei, dell'ennesimo collega che si era mostrato ferito nell'orgoglio per aver male interpretato la sua genuina disponibilità ad amicizie senza sbocchi, dell'ennesimo imbecille che aveva ipotizzato perciò che non le piacessero gli uomini. Ho anche visto come i nostri capi donna la detestassero, e l'ho ammirata per l'incrollabile eleganza con cui rispondeva colpo su colpo, senza mai un accenno di cat fight.

Abbiamo passato anche dozzine di weekend nel nostro ufficio, alle prese con le nostre tesi, con le nostre frustrazioni, con la stessa macchina infernale cui dedicare la nostra vita. Abbiamo passato insieme molti sabati sera nel suo appartamento, abbiamo cucinato l'anatra alla pechinese e i ravioli cinesi, l'insalata bulgara, e il tiramisù...finendo poi a inzuppare savoiardi nell'amaretto. Siamo andate al lavoro nella sua volvo, che chiamavamo il cigno bianco, anche se non metteva le gomme da neve e al semaforo rosso una volta siamo andate dritte, e immagino sia stato un miracolo non rimanerci secche, ma lei ha solo alzato un sopracciglio e mi ha detto, "hai visto?".

Abbiamo passato giornate interno nello stesso laboratorio dove non ci si sentiva per il rumore dei compressori e delle pompe. Mi ha aiutata tanto. L'ho guardata e ammirata, per quel suo spirito coraggioso, la sua indipendenza, il suo talento, la sua capacità di trascinare il mondo con lei, senza un'oncia di superbia, di tracotanza, di narcisismo. E l'ho ascoltata tanto, e mi sono sorpresa per la sua ingenuità, per il suo non aver idea di quel che accadeva a volte dentro e fuori di lei - se solo l'animo umano fosse così chiaro come quel che accade dentro un atomo!

Poi un giorno, quando già era lontana, mi ha detto di essersi innamorata - e lui è così intelligente! Ed io ho pensato che era strano questo ragazzo, c'era qualcosa, ma era la prima volta che la sentivo così sicura di quel che provava. E pochi mesi dopo, a poche settimane dal parto, quest'uomo incomprensibile ha voltato le spalle a lei e alla loro vita insieme, e lei era scioccata, e calma, come quella volta sul ghiaccio, era senza parole e mi chiedeva "ma come è successo?"

Lei non mi manda mai foto di suo figlio. Le nostre conversazioni sono rare, sporadiche, piene di notizie come quella, grandi dolori e immensi sconvolgimenti raccontate senza un filo di esagerazione, con già incorporata la voglia di andare avanti e combattere. L'ho pensata tanto, la ragazza madre che di giorno fa il fisico nucleare, che abitava a migliaia di km da me (ed ora son poche dozzine), che leggeva "perché le donne forti si innamorano degli stronzi" senza che questo le impedisse di incapparvi, che mi diceva go girl, che mi aveva guardata scardinare la mia vita senza che le uscisse mai di bocca un'opinione, una critica.

Stamani l'ho vista comparire su skype, dopo aver scritto uno status un poco preoccupante su facebook. Le ho scritto in svedese - non non avevamo parlato in quella lingua - d'istinto, dopo tanto tempo. E ho scoperto che stava giù, per varie questioni, che aveva fatto delle scoperte su se stessa, che aveva paura di non riuscire a cambiare, mi ha detto che ha paura, tanta paura, che essere una mamma single la spaventa a morte - un fiume in piena e con la bizzarra sensazione di non aver mai smesso di parlare in questi anni.

Mi ha detto che sono la persona più intelligente che conosca, che posso fare qualsiasi cosa. Le ho detto che sono sempre stata orgogliosa di lei, non solo adesso che ha un figlio da crescere sola.

Mi ha chiesto se domani ci sono per un'altra chiacchierata.
Non la vedo da anni.
Non parliamo, a voce, da anni.

Ma ci siamo, siamo ancora ad aprirci il cuore a vicenda in quell'ufficio di due metri quadrati, una serra di vetro sul lato ovest, dove nei pomeriggi di estata facevano trenta gradi...e in quel sole di allora ho sentito sciogliersi la morsa gelata di questi anni.

domenica 2 marzo 2014

imprinting


Ho comprato una rivista per ragazzine, da leggere in treno, per fare un po' di pratica con lo svedese che parla la gente fuori dai libri. C'era questa foto. Il titolo dice: i 5 tipi di amici che tutti dovrebbero avere.
Guardo bene la didascalia. Dice: i tuoi amici sono la famiglia che ti scegli da sola. 
Scorro tutto l'articolo. Parla appunto di 5 tipi standard di amica: l'avventurosa, l'amica di vecchia data, quella che sa ascoltare etc.
Sono perplessa. Perché? perché mi rendo conto che da nessuna parte si parla di sovrappeso. O di diete. O dei problemi legati all'anoressia. Nemmeno in chiave di amicizia si parla di immagine o simili (le amiche ti vogliono bene anche se sei rotondetta, tipo).
Dunque mi sorprendo ad essere sorpresa, mi sorprendo stupita che una rivista per ragazzine possa usare quella immagine senza nessun diretto legame con quel che mi pare l'immagine dica.
Mi sorprendo ad incazzarmi con me stessa.
Ovvio che non deve esserci legame. L'articolo parla di amiche, la foto mostra due amice, punto. Perché dovrebbero essere magre?
Mi rendo conto di colpo che per quanto io sostenga di avere idee diverse, ho ricevuto comunque un certo imprinting. E in effetti, quasi tutti gli italiani qui in Svezia (ma anche gente di altre nazionalità mi pare) commentano spesso sghignazzando sul fatto che le ragazze svedesi vanno in giro in minigonna d'estate anche quando hanno gambe meno che filiformi, ecco, o magliettine corte che mostrano rotolini di ciccia.
E io pure mi son sorpresa a pensarlo, che forse quelli non sono i vestiti più adatti, che forse starebbero meglio con altro. Molti ci aggiungono un senso di "per rispetto al senso estetico degli altri", e infatti così mi ricordo che era la mia adolescenza, sempre questo senso di essere guardata e soppesata dai passanti. Perché sia chiaro, io non penso quei commenti con superiorità ma con boh, sorellanza, ecco io penso che io non mi azzarderei a mostrare troppo quelle parti di me che sono più rotonde e meno "perfette".
Io, per chiarirsi, sono il tipo che in spiaggia fa la passeggiata col pareo perché se no la cellulite.
Anche oggi che oggettivamente me ne importa poco.
Anche oggi che (lo vedo bene) agli occhi delle ragazze italiane appena "sbarcate" appaio come imbarbarita e inelegante e ci rido su.
Eppure certi retropensieri son duri a morire.
Bello profondo questo imprinting.

Ho chiesto poi ad una amica italiana se per caso nel frattempo siano comparse anche da noi foto come questa, iniziative simili. Mi dice di no. E mi dice anche che in fondo è l'errore opposto, far l'apologia del grasso è bello, visto che è oltretutto poco sano, essere in sovrappeso. Ma a me le due nella foto non sembrano meno in salute delle varie modelle sottopeso che si troverebbero in foto simili. Con la differenza che le modelle rappresentano tipo lo zero virgola della popolazione, le due nella foto mi sembrano invece piuttosto rappresentative. Dunque perché sono queste che ci appaiono strane e fuori luogo?

E tanto per essere onesti, io sono a dieta. E non appena metto su due chili, ecco comparire le magliette lunghe, i pantaloni larghi. Io non mi sento bene quando ingrasso, e sento una cappa di malumore e insicurezza che mi avvolge tutta. Dubito cambierò e non bastano certo queste due tipe sorridenti e tonde a farmi cambiare idea. Però ecco, mi solleva sapere che c'è pure un altro modo di viverli quei 2, 5, 10 chili di troppo. Che non vuol dire non cercare di perderli, o non sapere che si è più sani e più forti facendo sport ma...insomma, mentre ce li hai ancora addosso, mentre pensi di perderli o mentre ti dici che ci penserai domani perché sei troppo stressata adesso, non è tanto ma tanto meglio poterseli portare in giro col sorriso?



lunedì 16 settembre 2013

It's all right, just two hearts breaking even tonight

Mi ricordo quel giorno di giugno, di tanti anni fa, il giorno che giocava l'Italia a Kaiserslautern, e a tanti km da me la prima delle mie compagne di scuola si sposava, ricordo che ci pensavo, anche se non ero invitata, e intanto dicevo a Kata che ci si incomincia a sentire vecchi quando il primo dei tuoi coetanei si sposa, e lei, che era più grande di me ed era dura e forte, mi disse, Kitty, perché mi chiamava Kitty, pensa a come ci si sente quando le tue amiche cominciano a divorziare invece.

Ci ho pensato perché sono andata a trovare, in Italia, le due mie amiche che si son trovate a firmare separazioni proprio questa settimana.

Con loro abbiamo parlato a lungo di affidamenti di bambini o gatti, di case, di mutui, di foto scattate da investigatori privati, di soldi, di alienazione parentale, di rabbia e di sensi di colpa.

Conversazioni che non avrei veramente mai pensato di avere. Per giunta da sobrie.

Non è stato un weekend facile.

Ed è vero che ci si sente più vecchi di fronte ai divorzi che non di fronte ai matrimoni. Non perché sia passato del tempo: in fondo sembra ieri. Ma per questo impietosi infrangersi di illusioni romantiche, che adesso mi appaiono come irrimediabilmente adolescenziali. C'è un senso di impotenza.

Son tornata con la testa piena di brutti pensieri, su un volo popolato dai tipici svedesi in vacanza verso sud.
Scalzi, seminudi e sbronzi. Hanno applaudito felici quando l'aereo ha toccato terra e mi hanno strappato un sorriso - perché che non sia figo a loro non importa, e applaudono entusiasti. Aiuterà di certo l'aver speso presso il carrello bevande della ryanair l'equivalente del budget vacanziero di una famiglia italiana  .