Mia nonna è morta d'Alzheimer - sì anche se di Alzheimer non si muore in realtà, con l'Alzheimer si finisce di voler vivere, che può essere infinitamente peggio.
Non mi ricordo bene gli inizi, sono lontanissimi in effetti. Mia nonna che combinava pasticci in cucina, mia nonna che si dimenticava i nomi. Ma era sempre stata un disastro in cucina a ben vedere, e forse per questo non ci facemmo caso. E del resto aveva sempre detto "io son scordona" da che io ne abbia memoria. Eppure era così, certamente, già in quegli anni lontani quando ridevamo parecchio o ci arrabbiavamo parecchio, per gli errori, e i disastri e tutto. L'idea che ne conservo, è che tutto sia precipitato dopo un breve soggiorno in ospedale, per curare tutt'altro, qualcosa di non grave. Tornata a casa, più o meno apertamente, più o meno di botto, non aveva più saputo o voluto far niente. Mio nonno dunque imparò, ad ottant'anni, a far da sé. E presero anche un aiuto domestico, ovviamente.
Quel che avvenne dopo, per come lo ricordo, è stata soprattutto un'escalation di rabbia. Da quel che ho capito, è una costante dell'Alzheimer, assieme al desiderio di morire. Mia nonna era incazzata a morte.
E mentre la memoria a breve termine si annullava, mia nonna cominciava a vivere in un eterno passato. Riaffiorarono storie mai sentite, vecchissimi livori. I miei nonni che non litigavano mai alzando la voce, perché non stava bene, e seppellivano anni di frustrazione sotto i tappeti con nonchalance, in tarda età non facevano altro. Soprattutto, recriminavano.
Mia nonna diceva una frase completamente incomprensibile "meglio far la puttana". Meglio di cosa ci chiedevamo, della malattia? della vecchiaia? ma poi capimmo. Meglio che fare la moglie, e non essere mai apprezzata, e non avere sostanzialmente troppo margine di azione...anche economico. Povera nonna che non pensava ci potessero essere altri lavori. E che shock, sentirle dire questa cosa, lei che era super religiosa (bigotta diceva mio padre, a onor del vero) lei che aveva aspettato il fidanzato per sei anni di guerra, lei che aveva fatto l'operaia sotto le bombe e di certo era stata ben felice di smettere e di sposarsi e di avere soldi abbastaza da stare a casa, come la maggior parte delle sue coetanee.
E mio nonno ogni tanto lo trovavi a mormorare tra sé che a lui durante la prigionia in America gli avevano trovato una fidanzata, una ragazza figlia di immigrati italiani che avrebbe potuto sposare per la cittadinanza, come fecero in tanti per evitare di tornare in Italia. Mio nonno aveva rifiutato, era un uomo col senso del dovere ed era fidanzato, e per quel che poteva saperne la sua fidanzata era ancora viva e lo aspettava. Ma avevano 20 anni quando si erano salutati, e sei anni di guerra non devono esser passati lisci come l'olio sulle loro vite - mia nonna era diventata fervente praticante a quel modo, ad esser sola e fidanzata con chi manca da tanto, e chissà se è vivo e chissà se tornerà.
La loro poteva essere una storia di quelle su cui gli americani fanno i film per la sera di San Valentino. Io avrei saputo come sceneggiarlo: avrei cominciato con Hiroshima, il 6 agosto del 45. Il compleanno di mia nonna, mio nonno dallo Utah che pensa che ora forse la guerra è finita, che manca poco. Una grande storia d'amore di quelle che fanno piangere le ragazze romantiche e che mi fanno sempre tirare qualcosa contro al televisore.
E invece quel che segue sono cinquant'anni tra boom economico e modeste comodità, di una vita serena con tantissimi omissis, le nozze d'oro festeggiate come una rivalsa su un matrimonio modesto. Una fila infinita di pranzi e di cene che mia nonna preparava con la paura non piacessero - tutta la vita le ho sentito dire con voce affranta "cosa faccio da pranzo?" - perché aveva tre sorelle tutte più brave di lei, tutte più belle di lei, povera nonna. E mio nonno mangiava in silenzio, con mezzo bicchiere di rosso davanti, e raramente diceva alcunché sul cibo. Le rare volte che qualcosa era buono davvero e lui le faceva un complimento, poi mia nonna cucinava quel piatto fino alla nausea, grata e sollevata com'era. E allora meglio tacere, ma quel silenzio pesava comunque. A mio nonno scocciava pure che lei si sentisse così inferiore alle sorelle, cosa che faceva sì che pure lui fosse vittima di moderati soprusi famigliari, ma non è mai stato buono di farla sentire davvero apprezzata. Tutto quel non detto. E poi arriva l'Alzheimer e di colpo nessuno sta più zitto, e tutto viene detto, urlato e vomitato, e pare un contrappasso quasi, per tutti.
Quel che mi ricordo di più di mia nonna, prima che la malattia la trasformasse, è comunque la sua costante voglia di rimettermi in riga, di smussare le mie ribellioni, di legarmi i capelli che portavo selvaggi, di farmi indossare vestiti carini e scarpe di vernice, i suoi tentativi di insegnarmi a far le faccende domestiche - solo a me, mio fratello sempre fuori dalla scena - e una piega severa della bocca quando diceva che ero "la solita". (Lo direbbe anche adesso, se leggesse quel che scrivo) Dei miei voti scolastici non le è mai importato nulla. Che strana incoerenza predicare perché crescessi allineata con il paradigma contro cui, persa ogni inibizione causa danno neurologico, si sarebbe scagliata lei stessa. Mi ha fatto molto riflettere, a posteriori. Ho pensato che le contraddizioni di mia nonna erano sepolte davvero in profondità. E magari lo sono per tanti, o forse soprattutto per tante. Perché le aspettative degli altri, della famiglia e del mondo, ci accompagnano sempre e sono talmente radicate nella nostra coscienza che è sempre durissima distinguere tra quel che vogliamo davvero e quel che crediamo di dover volere. Quello che rappresenta la nostra quiete e sicurezza di oggi e che magarai sarà il rimpianto di domani.
E niente, ieri era il suo compleanno.
Arya, abile narratrice delle pieghe dell'animo umano, non so se sia la gravidanza che acuisce ulteriormente la tua sensibilitá ma il tuo racconto trasuda umanità da tutti i pori :-) La tua descrizione mi fa venire in mentre l'immagine di un corpo in cui è stato compresso a lungo un vulcano che si è fatto malattia per poter finalmente eruttare. Dolorosissima liberazione. Un abbraccio, meg
RispondiEliminaGrazie gentilissima Meg! Io ho pensato che le convenzioni sociali avessero fatto proprio questo con i miei nonni, comprimerli. La malattia dell'una li aveva fatti scoppiare entrambi, alla fine. Probabilmente senza quella fase i miei nonni se ne sarebbero andati senza che io li conoscessi davvero. Un abbraccio a te!
EliminaLeggendo mi sono venute in mente due cose. La prima parte da quel "è una costante dell'Alzheimer". Che è vera e non lo è allo stesso tempo. Ho un'amica la cui nonna sembra fare esattamente quello che ha finito per fare la tua, seppure con un passato tutto diverso. Le recriminazioni, l'astio, la rabbia. La mia, di nonna, parlando di anziani che con l'arrivo della demenza si incattivivano e maltrattavano le famiglie, ripeteva "ah, se mì ho da diventar cusì, dème 'na botta in testa e via". E poi sorrideva. Alla fine non ce n'e stato bisogno, visto che se l'è portata via un dolorosissimo tumore che l'ha torturata per mesi, all'età di 64 anni (manco da pensione...). Mio padre, che di anziani così ne vede parecchi per lavoro, dice che questa non è il tipo di malattia che "cambia" le persone, non è il dolore fisico che ti devasta. Più semplicemente abbatte i freni inibitori e sembra riportarli a rivivere eternamente il loro passato e se questo è costellato di rimpianti e rancori, sono loro a prendere il sopravvento. Ci sono anche quelli che pacificamente fanno a pezzetti i giornali o giocano con i Lego.
RispondiEliminaE allora mi viene da pensare che tutte queste vite un po' incasinate che facciamo almeno serviranno, se dovessimo perdere la memoria, a non farci recriminare sulle nostre scelte, perchè sono state davvero dettate dalla nostra (a volte la chiamo masochistica) volontà e non dalle circostanze.
Non so se mi sono spiegata.
oh se ti sei spiegata fughetta.. arya, hai scritto per me? :)
EliminaFughetta sono d'accordo con quello che dici dei freni inibitori, ed è quel che pensavo, che di mia nonna stava venendo fuori la parte vera e sepolta. Però della rabbia lo dicevo perché, chiaramente generalizzando troppo, molti malati d'Alzheimer provano rabbia non solo per i rimpianti ma soprattutto perché sono coscienti che le loro facoltà mentali li stanno abbandonando, e desiderano morire per questo, allineandosi perfettamente con quello che diceva tua nonna, purtroppo.
EliminaConnie, questo posto lo avevo scritto diverse settimane fa pensando di pubblicarlo ieri, e non avendone tempo. Forse sono riflessionii che toccano indirettamente tutti noi, perlomeno io so di averci pensato parecchio, nel tempo.
lo so, scherzavo :)
Eliminama mi fa piacere se ci hai trovato un messaggio, solo che non vorrei tu pensassi che cerco di catechizzarti! ;-)
Eliminala regina delle seghe mentali eh...
Eliminacome sempre, cencio che dice a straccio...
Oh, ma davvero si capiva? No, perché io rileggendomi ora non ne sono cos' sicura.
EliminaLa cosa che mi era venuta in mente in realtà era "quanta sofferenza!" e spesso anche quanto inutile. Quante condanne sociali, quanto auto-punirsi, quanto terrore per le conseguenze. Insomma... che fatica vivere!
no, io credo di aver capito (e concordo anche sul vivere che fatica!) quello che dicevi. Temo però che difficilmente non avrò rimpianti, anche se tutte le mie scelte sono state meno forzate di quelle dei miei nonni. E poi temo di avere una di quelle personalità che non prenderebbero bene la sensazione "oddio sto perdendo il cervello", perché alla fine come dicevi tu la personalità è quella, la malattia toglie solo i filtri.
EliminaCe n'è da riflettere sull'ultimo passaggio. ..
RispondiEliminariflettere su queste cose è per me un modo di esorcizzarle, in effetti, perché i rimpianti e le recriminazioni sono una mia debolezza!
EliminaPost bellissimo, delicato e profondo. Anche io ho avuto una nonna con l'alzheimer, per fortuna non con il risvolto rabbioso che tu racconti..ma certo è tremendo vedere che della persona che si conosceva non è rimasto che il corpo. L'ultimo paragrafo poi sarebbe da incorniciare..verissimo!
RispondiEliminaGrazie Francesca! Se ci sei passata sai quanto è terribile, perché anche se è vero che la personalità è alla fine la stessa, solo meno filtrata, la verità è che ci si trova davanti una persona completamente diversa da quella che si conosceva. E ci si rende conto che il momento in cui la persona che conoscevamo se ne è andata, è passato quasi inosservato e non si è stati in grado di salutarla davvero.
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