Pagine

Visualizzazione post con etichetta no the drugs don't work. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta no the drugs don't work. Mostra tutti i post

lunedì 16 gennaio 2017

Somehow, it's never. Or now

I know how everyone else's life is supposed to fly by

Negli ultimi anni, ho notato come spesso si guardi alle vite degli altri con uno sguardo pieno di pregiudizio, sia in termini positivi che negativi. Ci si confronta spesso scegliendo di dare importanza solo ad alcuni aspetti, di solito quelli che rappresentano i nostri tasti più dolenti. Le vite degli altri ci sembrano sempre più facili, meno problematiche delle nostre. Le vite degli altri ci sembrano spesso baciate dalla fortuna e talvolta piene di immotivate lamentele. Le avessimo noi, quelle vite, molto probabilmente ci baceremmo i gomiti, sosteniamo.

Then someone turns and says What about you? And I stand here, mouth open, mind blank

C'è poi chi, per varie ragioni, si adopera nello spingere altri al confronto. Sono quelle persone che fanno domande esplicite su quei territori nei quali forse loro si sentono più sicure, o appagate, o stabili, o serene, e scelgono di non pensare che quelle domande a qualcun altro causeranno invece sofferenza. E a te quanti esami mancano? E voi quando vi sposate? E voi figli niente? E tu hai trovato lavoro? E tu, fidanzati niente? E voi, abitate ancora in quell'appartamento? Se ci si risente, ovviamente, è perché non si è sufficientemente saldi e sereni. Spesso poi, chi si risente su un punto, ferisce su altri, in altre conversazioni. Perché in questo, come in ogni cosa, c'è questo continuo, probabilmente inconscio, scegliere di valutare le vite degli altri e la propria con metri diversi.

This should have all worked itself out by now The map of my life should be clear and precise

Le vite degli altri sembrano spesso star lì a ricordarci soprattutto le nostre défaillance e le frasi peggiori, quelle che fanno più male, tendiamo a dircele da soli, nel silenzio di certe notti insonni. Forse perché è così difficile accettare tutto ciò su cui non abbiamo controllo e che condiziona la nostra vita sembrandoci un'ingiustizia immensa.

Oh, I am not unbreakable, I am breaking right now. 

E si va un po' in pezzi nel tentativo di dissimulare, di non mostrare troppo di quei lati di noi che ci causano più dolore. È difficile cercare aiuto quando ci si sente gli unici ad essere sbagliati e quando si teme che il proprio dolore, reso visibile agli altri, servirà soprattutto a rassicurare loro sulle loro esistenze.

Maybe everyone can't have the dream. Maybe everyone can't kiss the frog

Ma chi lo dice che possiamo, e che quindi dobbiamo, avere tutto. Forse bisogna riscrivere gli obiettivi sulla base di chi siamo, e di quello che si può davvero fare. Anche se tutti meritiamo la felicità, non tutti possiamo ottenerla nello stesso identico modo, mettendo una spunta sulle stesse identiche caselle. La vita di nessuno - quell'incessante fiume di sgargianti bacheche su Facebook - può essere metro per valutare la nostra.

Oh I need to be unbreakable. Somehow it's never, or now.

E forse il primo passo sta qui: se voglio essere più forte, devo smettere di farmi lo sgambetto da sola e devo smettere di usare i giudizi altrui come maschera dei miei. E non è solo questione di augurarselo, perché è gennaio ed è periodo di blande risoluzioni. È proprio questione di doverlo fare.

Perché è ora, o mai più.


Questo post cita il testo di una canzone e la musica di un'altra, ma entrambe vengono da qui.




lunedì 26 gennaio 2015

A B C D can I bring my friend to tea?

Fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa, diceva quello. Esci dalla tua comfort zone, dicono altri.

La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.

E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.

Fatto da Crudelia, ovviamente
A volte poi penso che si fanno commenti per paura di sembrare "antipatiche" a non farli, perché alle donne in attesa si pensa faccia piacere essere al centro dell'attenzione...lo avrò fatto certamente, a suo tempo. Il problema è che per carattere io detesto essere al centro dell'attenzione. Per me è tortura.

E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.

Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.

Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!

venerdì 17 ottobre 2014

confessions of a meteoropathic

Quanto è difficile tirarsi fuori da questo pantano emotivo adesso che piove e non ho più corsi di svedese che mi obblighino ad uscire.
Per esorcizzare, mi sono messa le calosce e sono uscita sotto una pioggia torrenziale (e con l'andatura da ippopotamo, ma non è il punto).
Tipo, queste son le scarpe che mi compro adesso
È un trucco che ho imparato in Scozia. Le prime volte tornavo dall'università fradicia, arrabbiata, sull'orlo delle lacrime: quaranta minuti a piedi e la pioggia ti entrava fino nelle orecchie. Ed io la prendevo sul personale, come mio solito. In più era un periodaccio in cui stare al mondo già di per sé non mi pareva tanto attraente. Poi entrai in un negozio orrendo e mi comprai questi stivali verdi, inguardabili, perché erano i più economici e non avevo i soldi per comprarmi quelli modaioli che si vedevano allora nelle boutique. E poi perché ero in rotta con l'universo e pure per fare shopping ci vuole ottimismo, in effetti. Allora, con i jeans infilati in queste tristissime calosce verdi, la testa coperta da un berretto con visiera e le mani infilate nei guanti Thinsulate, me ne andavo su e giù per le scoscese strade di Edinburgo e sfidavo la pioggia con tutta la faccia. E stranamente, più ci camminavo dentro a quel modo, ben coperta insomma, e meno mi stava antipatica, la pioggia. E anche il mondo in senso lato. Decisamente quello fu il primo passo della riabilitazione di una meteoropatica, nonché, ora che ci penso, il primo passo verso il malvestitismo da expat.

Le calosce rosse - mi ricordavano Candy Candy
Mi ricordo la mia prima vacanza studio in Inghilterra, a 14 anni: pomeriggi interi a mangiare sundae al cioccolato e ridere delle curiose scelte di abbigliamento delle autoctone. Hai visto quella, ha messo il rosso col viola! E quell'altra, con la gonna a fiori e la maglietta a pois? Eccetera. Poi le mandai a cagare, tutto quel gruppetto di chearleader col quale ero partita, e cominciai a passare i pomeriggi in altro modo, e ci rimediai pure di imparare l'inglese, ma questa è un'altra storia. Una volta espatriata son diventata più tollerante verso il malvestitismo altrui, ma per anni ho sentito chiari dentro di me i diktat modaioli del mio paese di provenienza. Incidentalmente, mi vestivo anche molto più spesso di nero. Tendevo a mettermi piuttosto le scarpe che si abbinavano meglio come stile piuttosto che le scarpe che servivano alla stagione o ai km da fare. Ed ero sconvolta quando vedevo ragazze che per andare alle feste mettevano sopra all'abituccio da sera una giacca a vento fluorescente. Poi ho desistito, e già dopo il primo anno il mio guardaroba si era fatto multicolore, le mie scarpe decisamente più comode e le mie giacche decisamente più impermeabili. Fino a che un sabato pomeriggio, in Germania, mi sono trovata dentro ad un supermercato con i pantaloni di una tuta blu, una felpa con cappuccio e una giacca marrone. Per dire.

E ieri avevo le calosce rosse, i guanti neri, una sciarpa verde e le calze blu.
E, malvestita ma incurante, mi sono infilata nelle pozzanghere e ho camminato nel parco infangandomi. Non contenta sono poi passata al centro commerciale - sì, quello coi negozzi fighetti, in teoria, solo che qui non esiste lo struscio, mai - dove ho comprato i panini coi semi di zucca nella mia panetteria/caffetteria preferita. Li ho messi nella mia borsa super impermeabile (marrone) e me ne sono tornata a casa. Decisamente più felice di quando ero uscita. Domani bisogna che faccia altrettanto, la cura scozzese ricomincia.

Certo le altre mie paturnie non si guariscono con degli stivali rossi di gomma o con i panini ai semi di zucca, ma da qualche parte bisogna cominciare. À nous deux, inverno!

martedì 14 ottobre 2014

Clap along if you feel like happiness is the truth

Molto tempo fa feci una lista simile, e la rifaccio oggi ispirata da Elasti: i dieci piccoli, innocui, apparentemente insignificanti portatori di felicità.
La faccio oggi che non sono per niente in vena, che ho la luna storta, il maldischiena e una voglia incredibile di mettermi sotto il piumone e compiangermi un po'. La faccio, cioè, con sommo sforzo, mentre mi verrebbe mille volte meglio fare una lista dei mille motivi per cui la (mia) vita è una merda.

1- le fusa dei miei gatti, una delle poche cose sul pianeta sulla quale io possa sempre contare
2- il profumo di pane e dolcetti alla cannella portato dal vento dalla fabbrica di Pågen, anche se poi è difficile mantenere i propositi di dieta
3- una passeggiata nel bosco di Änggården, dove ci si dimentica di essere in città, tra laghetti sommersi di ninfee e incontri con alci e cerbiatti
4- un bicchiere di vino rosso assieme ad una buona cena
oh quanto mi manca! ma lo metto nella lista lo stesso, perché la sua assenza è solo transitoria, e me ne infischio se questo fa di me automaticamente un'alcolizzata, per i canoni scandinavi. A me di uscire e bere cocktail o birre non manca per niente, ma un buon vino ben scelto sì, e un bicchiere basta e avanza.
5- il profumo della mia pianta di basilico sul balcone, che mi trasporta subito con la mente in luoghi più mediterranei e mi ricorda il giardino di mia nonna in certe mattine ombrose di giugno
6- un piatto di capellini, conditi solo con l'olio dei miei, il peperoncino e il parmigiano: il mio vero comfort food, altro che nutella!
7- un bagno caldo e pieno di schiuma! da quando abbiamo la vasca, dopo anni di docce, abbiamo preso l'abitudine almeno mensile di riempire la vasca e di versarci dentro quantità spropositate delle lozioni più schiumogene che riusciamo a recuperare. Poi accendiamo la musica e pure le candele, che il bagno è l'unico posto dove quel maniaco della sicurezza me le lascia accendere.
8- prendermi il tempo di farmi la piastra ai capelli. Il più delle volte in cui mi sento depressa, sono anche spettinata. Lisciare quella criniera indomita che mi trovo sulla testa mi mette subito in pace con l'universo.
9- guardarmi BBC Pride and Prejudice per la decimilionesima volta. Se non ho tempo per tutti e sei gli episodi di fila, mi guardo solo il quarto, e Colin fa il resto.
10- un abbraccio stretto stretto. Di solito me lo vado a prendere ma so che sono fortunata per il fatto che non mi venga mai negato.

lunedì 28 luglio 2014

like a band-aid

Questo post mi causa fatica e sollievo al tempo stesso, e so già che uscirà fuori un po' stropicciato e frettoloso, e che non ne sarò troppo soddisfatta, perché sono troppe le emozioni da tenere a bada mentre scrivo. Oggi ho fatto un test che per me era uno spartiacque immaginario, il momento in cui avrei finalmente potuto dire quello che con poche eccezioni mi tengo dentro da qualche mese. Per la precisione, da 12 settimane e due giorni. Sono incinta.

Ed essendo come sono, e restando vero tutto quel che ho sempre detto, scritto e sbandierato, non sono stati tre mesi di fuochi artificiali e coriandoli, come magari lo sono per tante, bensì sono stati infarciti di momenti di puro panico, settimane di insonnia, esclamazioni folli, paranoie al limite del record olimpico e varie ed eventuali. Ma le cose sono andate migliorando, ed oggi è stata sollevata la paura che mi aveva costretto ad essere più circospetta. Presto (tipo tra un paio d'ore) temo verrà sostituita da altre paure, come è ovvio. Per questo devo scrivere adesso, che sono appena rientrata dalla clinica ostetrica, se no rischio di non trovare mai il coraggio. E spero che dopo aver scritto qui, io lo trovi anche per fare annunci di persona, perché sono tante le persone cui avrei dovuto, potuto e voluto dirlo, e non l'ho ancora fatto per mille strambe ragioni.

Paradossalmente, ne sono venute a conoscenza persone a cui non sono molto legata, che conosco da poco e con le quali non mi verrebbe spontaneo confidarmi. Questo è quel che accade ad essere incinta in Svezia. Esci il venerdì sera, il cosiddetto giorno degli after-work party, con amiche e amici e ti tocca dire al barman "ma avete qualcosa di analcolico?". Al che ci manca poco che il dj fermi la musica, gli avventori restino col bicchiera a mezzaria e da un albero nelle vicinanze si libri in voli uno stormo di piccioni in un silenzio surreale. "Niente alcol? ma sei sicura?"
In Italia avrei senza fatica passato in rassegna la pagina "cocktail analcolici" senza destare nessun interesse, invece qui manco le mettono sul menú le alternative. E ti dicono: mah, abbiamo acqua minerale, succo di arancia oppure cocacola...E tu gli dici, vabbè dammi sta cocacola e sai già che TUTTI i tuoi amici che hanno assistito alla scena stanno pensando che sei incinta, perché non esiste altra ragione per non bere di venerdì sera. Con un sopracciglio alzato uno di loro ti dice "E così, niente alcol eh?" Per un attimo ho considerato di dire che avevo preso degli antidolorofici poco prima, ma mi sono sentita così idiota a mentire e soprattutto ero sicura che me lo avrebbero letto in faccia. E invece di rispondere ho fatto una smorfia come dire "eh già", e allora tutti hanno detto "Beh, congratulazioni allora!". E non c'è stato bisogno di dire proprio niente. Che poi era quel che mi serviva.

martedì 25 febbraio 2014

Do one thing everyday that scares you

Fai ogni giorno qualcosa che ti spavanta, diceva una canzone*.

È un concetto complicato. Molti dicono che la paura è un sentimento positivo, ci protegge da situazioni letali. Ma sappiamo anche bene ci sono paure che si prendono controllo della nostra vita impedendoci di viverla, piuttosto. Bisogna valutare bene fino a che punto le nostre paure ci limitano e fino a che punto ci proteggono. Per esempio, la mia paura dei ragni (e in minor misura degli insetti) è profondamente irrazionale. Forse dovrei cercare di capirla meglio, capire da dove viene. Fatto sta che mi limita molto poco: mi armo di aspirapolvere con lungo braccio e limito così gli incontri. Il lavoro che mi avevano offerto in Australia è stato rifiutato saggiamente - ma siamo seri, mica ci volevo andare davvero dall'altra parte del mondo!

A lungo mi sono convinta che certe mie altre paure, parimenti, non mi limitassero granché, che si trattava di libere scelte, che avevano dignità in quanto tali e dovevo poterle rispettare. Avevo buoni motivi per i miei rifiuti, e in testa c'è: non mi piace, embé? Ultimamente però percepisco in pieno la ristrettezza della mia prigione. E vorrei farci qualcosa. Ma invecchiando non si diventa più coraggiosi temo! Quindi è tutto un filo più complicato.

Per dire, due sabati fa sono stata invitata ad una festa. Si trattava di una mia ex compagna di corso che non vedevo da mesi, da quando cioè aveva trovato lavoro e smesso di venire alle lezioni. Non mi sono mai sentita molto vicina a lei, più che altro per manifesta mancanza di punti in comune, ma non ho davvero nulla di negativo da dire su di lei. Qual era il problema? Beh, che non conoscevo quasi nessuno degli altri invitati, e che l'invito mi era giunto via facebook, cosa che mi da sempre l'idea di un invito spersonalizzato, che può essere magari inviato per sbaglio o senza particolare criterio. Era in un luogo dove non ero mai stata. Per giunta, il giorno prima della festa si era aggiunta la richiesta di portare ognuno qualcosa da mangiare, cosa che di solito aggiunge a me una cospicua dose di paranoie. Inoltre, il fatto che l'invito fosse esteso ai partner invece che aiutarmi a volte mi inibisce ancora di più, perché Danne è anche lui un poco timido e se l'invito aloccasione sociale arriva da parte mia, tendo a farmi carico psicologicamente anche del suo eventuale disagio.

La persona che sono, così abbacchiata dalle mie ultime esperienze sociologiche (quelle dei miei anni in germania) avrebbe accampato una scusa per non andare. Triste eh? eppure st(av)o messa così. Tale era il terrore di sottopormi ad ulteriori giudizi di un gruppo che ormai si era deciso contro di me a prescindere, mi ero segregata sempre di più e, a meno di non avere vicino quelle poche persone con le quali mi trovavo bene, non andavo da nessuna parte. E invece, in un moto di orgoglio o disperazione mi sono fatta coraggio e mi sono buttata.

La serata in sé non è stata chissà che cosa, ma mi ha fatto sentire meglio con me stessa per averci provato.
Inoltre, alla festa è saltato fuori un altro invito, quello per un evento che mettesse insieme i tanti italiani immigrati da queste parti e che non hanno molte occasioni di aggregazione. Sull'onda lunga del mio entusiasmo ho aderito (stupendo pure me stessa). E il sabato successivo, mi sono ritrovata ad andare in un luogo ancor più alieno dove non conoscevo davvero nessuno tranne la ragazza che mi aveva coinvolto e che, mentre ero già per strada, mi aveva comunicato che sarebbe arrivata un po' dopo di me. Dunque sono entrata in questo buffo luogo pieno di gente ignota, scrutando le facce in cerca di un lineamento riconoscibile...niente. Ammetto che per un istante ho contemplato l'idea di infilarmi in bagno giusto per prendere tempo! Ma poi non so cosa sia avvenuto, mi sono vista dirigermi con la mano tesa verso un ragazzo che mi pareva potesse essere l'organizzatore, mi sono presentata e puff! tensione svanita, non mi sono nemmeno accorta del tempo che è passato prima che mi raggiungesse la mia conoscente.



Uscendo da lì, mi sono recata in un ristorante dove degli amici di Danne (i suoi ex compagni della band) si riunivano per un hamburger ed un quiz a premi sulla musica heavy metal. Ecco, quella forse non è stata una grande idea, perché le loro ragazze a queste cose non si presentano mai, e perché il mio svedese è insufficiente....ma mi ero convinta che fosse il caso di buttarmi, I was on a roll! anche perché non lavorando vedo davvero troppe poche persone svedesi e vorrei usare ogni opportunità. Forse ai compagni di Danne sta cosa ha scocciato, non so, io perlomeno sono contenta di averlo fatto.

E niente, c'è bisogno che io metta per scritto le cose positive ogni tanto, perché tendo a dimenticarle presto o a cestinarle come non rilevanti. Quelle negative invece, che ve lo dico a fare, quelle me le incido a fuoco addosso a futura e imperitura memoria. Sigh.


* Everybody's free (to wear sunscreen) - Baz Luhrmann


venerdì 31 gennaio 2014

le parole per dirlo

Una mattina, mi sono seduta in macchina e non sono riuscita a girare la chiave per mettere in moto.

Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.

È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.

C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".

C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.


Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".



Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.

E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?

Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.

Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.

Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.

Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.

Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.

Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo. 

martedì 12 novembre 2013

Ieri non ho dormito, il mio cervello non ha smesso un attimo di fornirmi spunti di riflessioni che mi sarei volentieri evitata.

A pranzo con delle compagne di classe, si È svolta l'ennesima conversazione "Ma perché non sfrutti questo periodo di disoccupazione forzata facendo un figlio?"
Con il sottotitolo "visto che sei anche più vecchia di noi and nobody's getting any younger?"
Ormai ne ricevo con regolarità. Persino un ragazzo pakistano appena conosciuto, me lo ha chiesto nei primi dieci minuti di conversazione.Almeno fai qualcosa, mi dicono tutti.

Come al solito ho detto che non sono pronta. E ho pensato anche che nemmeno Danne lo è.
Io lo sapevo che non avrei avuto figli da giovane, lo sapevo perché non è mai stata una priorità, la maternità è sempre stata un pensiero lontano, un "prima o poi". Quello che non sapevo, quello a cui non ero preparata, è che non sarei cambiata. In qualche modo pensavo che il mio atteggiamento sarebbe naturalmente evoluto con l'età e ad un certo punto mi sarei sentita pronta e in grado di farcela e soprattutto avrei sentito di volerlo fare.
Nella mia mente, questo sarebbe già dovuto accadere. Un tre o quattro anni fa. E invece niente.
Mi dicevano che lo avrei sentito chiaramente quando i miei amici o coetanei avrebbero cominciato a diventare genitori. Qualcuno mi disse pure: sentirai chiaramente un senso di invidia e gelosia e capirai che ne vuoi uno anche tu. E di nuovo niente - con l'aggravante che non mi crede nessuno, che non sono gelosa. Eppure, il tempo forzato passato coi figli degli altri è quello che di solito mi fa virare più violentemente verso il "no mai".
Io, al parco, mi trovo a guardare i cani, mica i bambini.
E non lo dico a nessuno, perché lo so per certo che non verrei guardata con benevolenza, per questo.

Non ne parlo con le amiche perché è un argomento troppo spinoso. La mia migliore amica, oltretutto, si è alienata da me e da molti altri in seguito ad un divorzio devastante ed è ora più che mai arroccata sulla posizione di non voler figli, ma con il retrogusto piuttosto rabbioso di non essere nella condizione a prescindere, essendo venuto meno il matrimonio. Tra gli altri miei amici ci sono solo genitori felici e orgogliosi, determinati a far diventare genitore chiunque passi loro a tiro e che risponda a requisiti minimi. Inoltre, ci sono tra i miei amici più cari persone che hanno scoperto di non poterne avere e hanno cominciato percorsi alternativi. Difficili, dolorosi e costosi, tutte strade che io già so per certo che non intraprenderò. Perché se non mi sento in grado di avere un figlio nemmeno nel modo tradizionale, figuriamoci al costo di iniezioni, viaggi della speranza, peripezie burocratiche, tempeste ormonali e rapporti col cronometro. E sia chiaro, io quando penso queste cose non mi sento superiore, mi sento fallata proprio come chi non ne può avere fisicamente. Anzi peggio: perché loro sono genitori in potenza, dentro sono già madri. Ma che operazione chirurgica, che percorso c'è per me? Inoltre, di fronte a tragedie come quelle, io appaio subito come egoista. Perché così come fino a prova contraria si è da considerare innocenti, io sono da considerare sana - anche se non lo so se io in effetti possa avere figli, non avendoci mai provato. Di certo, le possibilità diminuiscono con il tempo, ed è facile che attendendo questa evoluzione interiore io finisca fuori tempo massimo. E allora sarà ovvio che non ci saranno vie di fuga.

Inconsciamente, penso di aver sempre sperato mi convincesse qualcuno. Che mi dicessero: non ti preoccupare ce la puoi fare anche tu. Ma non è vero, che tutti si possa essere genitori. Io lo so che farei dei danni immensi, che darei di matto. Che il mio senso atavico di inadeguatezza si presenterebbe all'ennesima potenza. Vedo le madri migliori fermarsi a pensare di non farcela, di non essere adatte. Che speranze posso avere io che già non riesco nemmeno a partire?

E mi chiedo. Sono i continui interrogativi degli altri a farmi sentire così? Quel "E voi, figli niente?" che assilla tante persone che hanno trovato ostacoli biologici sulla loro strada? Oppure è una mia domanda interiore, per un'idea innata di bisogno di un ponte verso il futuro? Voglio dire, potrei semplicemente essere tra i tanti che dicono "no grazie, noi abbiamo scelto di non avere figli". Eppure questo non riesco a dirlo. Sarebbe più facile.

Come sempre mi trovo ad invidiare una sola cosa negli altri: che sappiano quel che vogliono e quel che non vogliono. Pare proprio che su questo aspetto io sia destinata ad essere un fallimento continuo.



giovedì 2 febbraio 2012

Di recente ho scoperto che provo un'ammirazione sconfinata e persino una certa invidia verso un paio di persone che mostrano un'attitudine positiva ed energetica verso la vita e gli altri.
Non è solo che sono più socievoli o estroverse di me. Infatti ci sono molte persone socievoli che non mi danno le stesse sensazioni e mi lasciano piuttosto il dubbio di essere magari persone superficiali o poco sincere. Io parlo di un paio di rari casi in cui si nota che una persona ha proprio uno sguardo positivo sul mondo. In particolare una ragazza. Tutti le sembrano possibili amici perché vede il buono in ognuno di loro. Non pensa mai che sotto o dietro di loro possano celarsi aspetti negativi: non lo pensa non perché sia stupida e non lo ritenga tecnicamente o statisticamente possibile, ma perché non le interessa, non ha paura di questa eventualità, se si presenterà la affronterà ma non è il caso di porsela a priori. È una persona coraggiosa, sicura di sé, tanto che si vede che non si cura dello sguardo degli altri, si può permettere di sembrare eccentrica e allo stesso modo non verrà disturbata, né interessata, dalle eccentricità degli altri. La sua risposta in generale è la risata. Ride molto di se stessa, ma senza che questo le causi contraccolpi di autostima. Ride degli altri, senza cattiveria, perché in fondo la vita è una commedia. Niente le sembra impossibile. La sua voce è alta. I suoi vestiti sono colorati e bizzarri. I suoi capelli sono arruffati e luminosi come la criniera di un leone, e per firmarsi infatti lei stilizza una figurina di donna dai capelli pazzi.
Il suo passo nel mondo è la corsa. Lo sport sta nella sua vita non come competizione, nemmeno con se stessa, ma come respirare. Credo sia per questo che tutti la amano persino quando è brutalmente sincera: i suoi giudizi negativi non sembrano interpretazioni cattive della realtà ma semplicemente quiete descrizioni dei fatti come stanno, e per quanto basiti o sorpresi, nessuno è davvero in grado di contrastarle o bollarle per cattiverie. Infatti non bisogna confondere questa ragazza con le tante che riempioni i diari di cuori e fiori, di rosa e giallo, che scrivono carinerie, che si scambiano foto di gattini nei cappelli e di bambini paffuti. Non si tratta di un ottimismo alla pollyanna, qui. Si tratta di un ottimismo combattivo, guerriero, persino maschile (non c'è troppa cura delle apparenze, per quanto la bellezza non manchi). Se qualcuno lancia un commento negativo su chiunque altro non sia a tiro, lei porge subito una difesa quieta e inoppugnabile, che mette fine alla questione.
È tutto quel che vorrei essere e non sono. È il mio contrario esatto. La bontà mi è sempre sembrata sinonimo di stupidità. Parto sempre prevenuta. Ho paura di tutti. Immagino lati oscuri ovunque. Il mio passo è silenzioso e lungo i muri. Invece di essere eccentrica, vivace e chiassosa, vorrei essere invisibile, confondermi con l'ambiente, non sembrare diversa dagli altri.
Sono una persona negativa.
Mi è stato fatto notare che persino i miei interessi sono negativi. Mi appassionano le storie di delitti, la descrizione dei lati oscuri della mente umana. Leggo spesso i racconti di famiglie dove si litiga e non ci si rispetta, e spesso ho detto di essere "affascinata dalla psiche umana". Rimugino molto su quel che sta sotto, o dietro le cose, e lo immagino sempre al peggio. Sono pessimista. Sono piena di rabbia. Vorrei tanto piacere agli altri salvo poi scoprire che loro non piacciono a me, e sconfinare nell'esatto opposto.
Ovvio che l'educazione conti. Mi immagino che queste persone positive abbiano alle spalle famiglie numerose e chiassose e allegre. Che siano state educate a vedere il buono. Io poi dico: non posso mica cambiare e cominciare a vedere tutto rosa! E anche questo è pensiero negativo, pessimista, oscuro.
Invece di cambiare il mio sguardo, vorrei che cambiassero le cose, che divenissero più simili a come vorrei vederle. Ma non sono più così ingenua da non vedere che sono io a rendere le cose in un certo modo, ormai è la statistica che mi dice questo, dopo 30 anni in cui un certo pattern si ripete comincio a capire che sono io e non il destino a determinarlo.

sabato 31 dicembre 2011

I drink a whisky drink I drink a vodka drink and when I need to pee I use the kitchen sink (Homer J. Simpson)

Natale è passato, il nostro primo Natale insieme, il primo non passato con le famiglie di origine, il primo coi gatti, il primo da sposati, il primo (e l'ultimo) nella nostra strana mansarda che cade a pezzi. Non è stato un Natale natalizio, contrariamente alle intenzioni, abbiamo scoperto che quel che rende Natale natale è il fatto di essere bambini o di avere bambini, e in mancanza di entrambi i presupposti forse il fatto di non trascorrerlo nella stessa casa dei trenta e rotti precedenti ha spezzato l'ultima llusione.
Ad ogni modo è stato sereno, silenzioso, e caldo, senza la neve degli anni passati.

Il 24 a casa mia non si celebra, forse noi toscani siamo gli unici al mondo, chissà, mentre in Svezia è il giorno più importante. Danne voleva fare il porridge, un must della vigilia al quale ero pronta a sottomettermi, ma non abbiamo trovato gli ingredienti. Un po' sconsolati ci siamo adattati a non fare semplicemente niente. Niente messa, niente regali sotto l'albero (il nostro era un ipad comprato insieme e usato in anticipo perché era necessario durante l'ultimo viaggio di lavoro di Danne. Al mattino di Natale un amico, in partenza per le vacanze, ci ha portato un giocattolo laser per il piccolo di casa (Enzo, the Cat) e le chiavi del suo appartamento, così che possiamo passare a trovare ogni tanto il suo gatto solo e abbandonato.

LizaMinnelli, la gattina cieca e traballante che adoriamo oltre ogni umana immaginazione, è felice di averci a casa in queste vacanze, così possiamo difenderla dagli attacchi innamorati di Enzo, che non ha ancora capito che la piccola non ci vede.

Oggi è S.Silvestro, che è la nostra piccola tradizione. Lo festeggiamo sempre qui, ritrovandoci a metà strada dopo i natali passati a 3000 Km di distanza, uno a nord e l'altra a sud, ci cuciniamo una cena un po' lussuosa e beviamo sempre troppo vino. Quest'anno sarà dura, un po' perché domattina cominciamo il trasloco (qua vicino) e un po' perché di bere ancora proprio non ne abbiamo voglia...ieri sera con la scusa di dover svuotare un po' di bottiglie in vista del trasloco, abbiamo invitato un amico. Dopo un po' di vino e due gin&tonic ho perso la brocca completamente e ho solo vaghi ricordi di aver molto riso, anche col caffè in bocca, tanto da averlo sputacchiato in giro e di esser poi finita a passare un paio d'ore sul pavimento del bagno. Ciò implica che io sia scesa al piano di sotto senza rompermi l'osso del collo, anche se non ne conservo memoria, e senza aver salutato l'amico. Ho anche vomitato, quietamente, diligentemente dentro alla tazza, e pure di questo ho un ricordo vago e divertito. So, per esempio, che vomitando pensavo: io non ho mai vomitato per due cocktail! anzi non ho mai vomitato per una sbronza...deve essere il gin. Danne poi mi ha raccattato dal pavimento e dice che ho molto ripetuto queste due cose "I never puke!" e "Please don't buy Gin ever again"

Ma ora la bottiglia è vuota, il malditesta passato e solo gli schizzi di caffè sulla tovaglia testimoniano l'accaduto. Io invece sono mortificata, mi vergogno molto. Di solito ho una soglia alcolica molto elevata, è che sarò allergica al gin (ora basta la parola a darmi la nausea, comunque). Ma la vergogna è per non aver memoria. Ho dunque scoperto che odio perdere il controllo, le inibizioni sì ma il controllo delle mie gambe, della mia bocca...Danne dice che sono troppo severa, perché a parte ridere molto avevo comunque il controllo di quel che facevo (ne è prova che abbia sceso le scale e centrato la tazza!). Dice che sono "a happy drunk", e che considerato che sono normalmente una depressa cronica è pure una cosa piacevole.
Sulla mia depressione vedremo cosa ha da dire questo 2012 da fine del mondo (non è che è pure bisesto e funesto?no eh? già ho dato col 2008).