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venerdì 25 settembre 2015

And the dreams that you dare to dream really do come true

Brutte brutte giornate, una in fila all'altra.  Ma brutte in quel modo così scemo e comune e noioso che ti chiedi se davvero valga la pena di scriverne.  E ti rispondi di no. Solo che poi è peggio, e almeno così ti sfoghi.

E insomma, ci sono i vaccini, ci sono le febbri, ci sono i denti e quando queste cose si quietano c'è comunque il contorno di bambina esagitata. E c'è anche e soprattutto un polso ormai completamente fuori uso, che da luglio è solo ed inesorabilmente peggiorato. Ormai mi sveglio la mattina e urlo di dolore. Poi muovendolo un po' si scalda l'articolazione e fa meno male. Finché non mi trovo a dover sollevare Kiki dal pavimento, oppure a cambiarla, oppure a sollevarla dentro e fuori dal suo seggiolone, dentro e fuori dal marsupio, dentro e fuori dal passeggino... e allora urlo di dolore di nuovo. Va da sé che la cosa avvenga frequentemente. E lei mi guarda e ride e talvolta questo mi fa molto ridere, talvolta meno.

Ad agosto ero andata dal medico. Ovviamente non me lo hanno fatto vedere un medico, in Svezia gente con una laurea solo in caso di morte, per tutto il resto c'è la sotto-infermiera. Che da copione mi ha detto di usare voltaren e ibuprofene, come avrebbe potuto fare chiunque, e come difatti io già stavo facendo. Qui si paga circa 10€ ogni volta che si va dal medico di base (anche in Germania era così), quindi questo bel consiglio inutile l'ho anche pagato.

Ovviamente non ha funzionato e io col cavolo che ho avuto voglia di tornare lì. Ho sperato passasse da sé, che poi è il mio approccio idiota a tutto. Poi la pediatra casualmente mi ha consigliato invece di andare direttamente dal fisioterapista del servizio sanitario, perché non serve ricetta. Il primo giorno utile in cui avevano il drop-in mi sono presentata all'ambulatorio.

Il tizio alla reception mi dice che per il polso non si va dal fisioterapista! Per il mio problema serve  lo "arbetsterapeut" (terapista occupazionale) e per quello non c'è il drop-in, né oggi né mai. Per quello si deve prenotare! Io che avevo passato le ultime ventiquattro ore con il miraggio di questa visita alzo gli occhi al cielo e sospiro (very dramatic, very italian) e mi preparo mentalmente ad un'attesa di 7 giorni, come sta scritto sulla loro pagina. E invece lui sentenzia: primo appuntamento possibile 7 ottobre.

A quel punto  sulla scala del pathos sono ormai quasi al livello America Latina e, sull'orlo delle lacrime, mi lancio in una inutile richiesta di pietà indicando la pupa seduta nel passeggino con aria angelica. Ma non c'è nulla da fare.

Il giorno dopo chiamo un ambulatorio privato. Le telefonate agli uffici in Svezia sono un'esperienza raso follia. Non esistono numeri diretti verso nessuno che stia "al pubblico". Si deve passare sempre e comunque attraverso un sistema di scelte multiple, lasciare messaggi vocali, premere coi tasti il proprio numero di codice fiscale e di telefono, un labirinto. Alla fine una voce metallica ti dice: ti chiameremo il tal giorno alla tale ora. E tu ti metti in attesa tipo centometrista al via. All'ora stabilita metti la pupa urlante nel lettino (in prigione ferma un giro) e chiudi la porta perché se no col cavolo che puoi decifrare quello che ti dicono in una lingua che ancora capisci troppo poco.

Al tipo che mi chiama descrivo i miei problemi, e la prima cosa che mi sento dire è che mi serve un fisioterapista non un arbetsterapeut. 
Senta, dico io (calm but annoyed, very Swedish)  a me hanno detto altrove che mi serve un arbetsterapeut ma lei mi prenoti pure un appuntamento con chi le pare basta che qualcuno dia un'occhiata a questo polso che, ripeto, fa malissimo ogni volta che faccio pressione e torsione e guardunpo' è proprio quel che faccio mille volte al dì per prendermi cura dell'infante.
E lui: uhm, sì, ok ti serve un arbetsterapeut. (Ah, vedi)
Appuntamento il 6 ottobre!

Un solo patetico giorno prima. Ma ho prenotato pure quello, senza, per ora, disdire l'altro. À la guerre comme à la guerre! Oggi mi telefona un "numero segreto" come sempre nel caso di uffici pubblici.  Quando qualcuno inizia una telefonata in svedese con me, per quanto bene egli od ella parli, io non capisco mai il nome. Mai. Credo sia il mio cervello che va in shock momentaneamente. La telefonata nella mia testa suona più o meno così:

Voce Squillante Femminile: Salve! sono umphmwmw di mwmwmwmwumph!
Pausa. L'interlocutore sta attendendo che dica qualcosa.
Io: Ehm...Salve?
VSF: Vedo qui che hai prenotato una visita con me il 6 ottobre
Io: (ripetendo lentamente così mentalmente mi assicuro di quale ambulatorio si tratta perché non ne ho idea): il 6 ottobre...
VSF: Esatto! il 6 ottobre! C'è solo un piccolo problema, bisogna spostarlo, questo appuntamento!

Si vede che sto diventando svedese perché non ho tirato giù nemmeno una madonna.
Le ho solo detto che se lo voleva spostare a dopo il sei potevano pure andare affanculo evitare perché il dolore non fa che aumentare e io a dopo il sei ottobre dubito di arrivarci sana di mente.

E come per magia, ecco che appare un appuntamento libero il 30 settembre.
Tanto non ci vorrà molto, dice lei.
Esticazzi, dico io.


giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.